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La “società aperta” non è garantita

Karl Popper e la lezione più scomoda
per le democrazie di oggi

 

 

 

 

Viviamo in un tempo in cui si parla molto di libertà ma sempre meno di responsabilità. Queste riflessioni sul concetto di “società aperta” in Popper vanno al cuore del problema: cosa rende davvero una democrazia tale? Non il mito del “governo perfetto” ma la possibilità di criticare, cambiare, correggere senza violenza. Sono considerazioni attuali, concrete, necessarie. Per capire perché le società crollano e cosa possiamo fare per impedirlo.

 

 

 

Karl Popper elaborò il concetto di “società aperta” in uno dei momenti più drammatici del Novecento. Scrisse La società aperta e i suoi nemici durante la Seconda guerra mondiale, mentre l’Europa era travolta dai totalitarismi, e lo pubblicò nel 1945. Il suo non fu un esercizio teorico astratto. Fu una risposta concreta a un problema storico: come è possibile che intere società colte e sviluppate scivolino verso sistemi politici che negano la libertà individuale?
Per capire la sua proposta, bisogna partire dalla distinzione fondamentale tra “società chiusa” e “società aperta”.
La “società chiusa” è caratterizzata da rigidità, tradizione immutabile, appartenenza totale al gruppo. In essa l’individuo non è pensato come soggetto autonomo ma come parte di un organismo collettivo. Le norme non si discutono: si accettano. Le gerarchie sono date una volta per tutte. Il cambiamento è visto con sospetto. Popper collega questo modello alle società tribali arcaiche ma sostiene che esso riemerge in forme moderne nei regimi totalitari.
La “società aperta”, al contrario, è una società in cui gli individui possono prendere decisioni personali, criticare le istituzioni, modificare le regole attraverso procedure pubbliche e razionali. È una società fondata sulla responsabilità individuale, sul pluralismo e sul confronto critico. Non è perfetta, ma è capace di correggersi.
Il cuore della teoria di Popper è l’idea di fallibilismo. Nessuno possiede la verità definitiva, né in campo scientifico né in campo politico. Proprio come nella scienza, le teorie devono essere sottoposte a critica e possono essere confutate, così anche le istituzioni politiche devono poter essere messe in discussione e riformate senza violenza. Una società è aperta quando consente questo processo continuo di revisione.
Da qui deriva una concezione molto specifica della democrazia. Per Popper, la domanda centrale non è “Chi deve governare?”, ma “Come possiamo organizzare le istituzioni in modo da liberarci dei governanti senza spargimento di sangue?”. È una definizione sobria, quasi minimalista, eppure estremamente concreta. La democrazia non è il governo dei migliori o del popolo nel senso idealizzato del termine. È un sistema di controllo del potere, basato su elezioni libere, separazione dei poteri, libertà di stampa, diritto di opposizione.
Un altro elemento centrale è la critica allo storicismo. Popper usa questo termine per indicare quelle dottrine che pretendono di conoscere le leggi necessarie dello sviluppo storico e di prevederne l’esito finale. Secondo lui, pensatori come Platone, Hegel e Marx, pur con differenze profonde, condividono una tendenza a concepire la storia come orientata verso un fine necessario. Questo atteggiamento, sostiene Popper, favorisce il totalitarismo, perché chi crede di conoscere il destino della storia si sente legittimato a imporlo, anche con la forza.
La “società aperta” rifiuta questa visione. Non esiste un destino storico garantito. Il futuro dipende dalle nostre scelte. È indeterminato e aperto, proprio come il dibattito pubblico. Questo implica anche un’etica della responsabilità: se non esistono leggi storiche inevitabili, allora siamo noi a dover rispondere delle conseguenze delle nostre decisioni.


Popper propone, inoltre, un modello di riforma che chiama “ingegneria sociale graduale”. Invece di progettare trasformazioni radicali e utopiche dell’intera società, egli suggerisce interventi limitati, mirati, verificabili nei loro effetti. Se una riforma produce risultati negativi, può essere corretta o revocata. Questo approccio riduce i rischi e limita i danni. È un metodo prudente, ma coerente con il principio di fallibilità.
La “società aperta”, però, non è priva di tensioni. Una delle più note è il cosiddetto “paradosso della tolleranza”. Popper osserva che una tolleranza illimitata può distruggere se stessa, perché permette a movimenti intolleranti di sfruttare le libertà democratiche per eliminarle. Di conseguenza, una “società aperta” deve difendersi da chi rifiuta in modo sistematico il confronto razionale e punta alla soppressione delle libertà altrui. Non si tratta di reprimere ogni opinione controversa, piuttosto di impedire che l’intolleranza organizzata distrugga lo spazio stesso del dialogo.
È importante chiarire che la “società aperta” non coincide semplicemente con il liberalismo economico o con un modello specifico di mercato. Popper si concentra soprattutto sulle strutture politiche e istituzionali che garantiscono la possibilità di critica e di cambiamento. Il suo interesse principale non è stabilire quale sistema economico sia ideale ma assicurare che qualunque sistema possa essere discusso e riformato senza ricorrere alla violenza.
Un aspetto spesso trascurato è la dimensione psicologica del passaggio dalla “società chiusa” a quella “aperta”. L’apertura implica insicurezza. In una “società aperta” non esistono certezze assolute né identità totalmente garantite. Le tradizioni possono essere messe in discussione. Le autorità possono essere criticate. Questo richiede maturità, capacità di sopportare il dubbio, disponibilità al confronto. Non tutti sono pronti a vivere in questo clima. Per questo, secondo Popper, la tentazione di tornare a forme di chiusura è sempre presente.
Nel mondo contemporaneo, il concetto di “società aperta” rimane attuale. Le democrazie liberali affrontano sfide come il populismo, la disinformazione, le polarizzazioni estreme. In molti casi riemergono narrazioni che promettono soluzioni semplici e definitive a problemi complessi. La lezione di Popper invita alla prudenza: diffidare di chi pretende di possedere la verità storica o morale una volta per tutte.
In definitiva, la “società aperta” non è un traguardo stabile ma un processo. È un equilibrio fragile che richiede istituzioni solide, cultura critica e partecipazione attiva. Non promette armonia perfetta né consenso totale. Promette qualcosa di diverso: la possibilità di sbagliare senza distruggere tutto, di cambiare idea senza essere annientati, di sostituire i governanti senza ricorrere alla violenza.
Per Popper, questo è già molto. In un secolo segnato da ideologie assolute e catastrofi politiche, la “società aperta” rappresenta una scelta di modestia intellettuale e di coraggio civile. È la decisione di costruire un ordine politico che non si fonda sulla certezza, ma sulla critica. Non sulla verità imposta ma sulla discussione libera. E, proprio per questo, rimane una delle idee più forti e più esigenti del pensiero politico contemporaneo.

 

 

Disinformazione e molta confusione

Questo referendum è un’occasione persa

 

 

 

A un mese dal referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere in magistratura, una cosa è già evidente: sta vincendo la confusione. Slogan contro slogan. Accuse incrociate. Paure amplificate. Il Sì promette più imparzialità. Il No difende l’indipendenza. Nel mezzo, però, spariscono i dati, le spiegazioni, i dettagli concreti su cosa cambierebbe davvero il giorno dopo il voto. Il dibattito si è trasformato in una battaglia emotiva, dove un tema tecnico e delicato diventa un simbolo politico. E quando il rumore supera le informazioni, a perdere è la qualità della democrazia. In questo mio articolo, pubblicato oggi su Il Dubbio – Quotidiano di informazione politica e giudiziaria, provo a riportare il confronto su un terreno più serio: meno tifoserie, più chiarezza. Perché votare è un diritto. Ma capire cosa si vota è una responsabilità.

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Tra spada e verso poetico

Bertrand de Born, il trovatore che Dante
condannò all’eternità

 

 

 

Un signore feudale che vive di guerra. Un poeta che canta la discordia come valore. Un uomo che Dante condanna a portare la propria testa mozzata per l’eternità. Qui racconto Bertrand de Born nella sua interezza: trovatore raffinato, istigatore di conflitti, simbolo di un Medioevo violento e lucidissimo. Dalla poesia occitana all’Inferno della Divina Commedia, una figura che costringe ancora oggi a riflettere sul potere delle parole e sulle ferite che queste sanno aprire.

 

 

 

Bertrand de Born, nobile feudale, signore di castelli, uomo profondamente immerso nella cultura medievale e nella logica della guerra, fu allo stesso tempo un poeta di straordinaria consapevolezza tecnica e uno dei più importanti trovatori della lirica occitana. La sua vita e la sua opera mostrano senza filtri il volto di un’epoca in cui la violenza non era un’eccezione ma una struttura portante dell’ordine sociale e in cui la poesia non serviva a fuggire dal mondo, bensì a interpretarlo, esaltarlo e, talvolta, a incendiarlo.
Nacque nella seconda metà del XII secolo, nel Périgord, regione francese divisa in una miriade di domini feudali, dove il potere centrale era debole e le rivalità locali costanti. In questo contesto, il conflitto era quasi necessario per affermare prestigio e autorità. Fu signore del castello di Hautefort e passò buona parte della sua vita coinvolto in guerre, alleanze mutevoli e tradimenti. La sua biografia è segnata da scontri armati, perdite territoriali e riconquiste, ma anche da un’intensa attività politica che lo portò a interagire con alcune delle figure più potenti del suo tempo.
Un ruolo centrale nella sua vicenda è occupato dal rapporto con la dinastia dei Plantageneti. Le fonti, non sempre concordi, raccontano di un Bertrand de Born abile nel fomentare discordie tra Enrico II d’Inghilterra e i suoi figli, in particolare Enrico il Giovane. Al di là della precisione storica di questi racconti, ciò che conta è la percezione che se ne consolidò: Bertrand come istigatore, come voce che alimentava l’odio e trasformava il conflitto politico in lacerazione personale. Questa immagine, filtrata dalla tradizione, sarebbe stata decisiva per la sua fortuna letteraria.
Parallelamente alla vita politica, Bertrand sviluppò una produzione poetica di grande rilievo. Come trovatore, scrisse soprattutto sirventesi, componimenti satirici e politici, lontani dalla tematica amorosa che spesso associamo alla lirica provenzale. Nei suoi versi la guerra è celebrata senza ambiguità: il rumore delle armi, il movimento degli eserciti, l’eccitazione prima dello scontro sono descritti con entusiasmo quasi fisico. Per Bertrand, la guerra è la condizione naturale della nobiltà, il luogo in cui l’uomo dimostra il proprio valore e conquista fama.
Questa visione non nacque da ingenuità o crudeltà gratuita, quanto da una concezione del mondo profondamente radicata nella società feudale. La pace, per Bertrand, era spesso sinonimo di stagnazione e decadenza. La guerra, invece, generava ricchezza, onore, dinamismo. In questo senso, la sua poesia è un documento prezioso: non idealizza il Medioevo ma lo mostra dall’interno, con una lucidità che può risultare scomoda al lettore moderno.
È proprio questa esaltazione della discordia che colpì Dante Alighieri, il quale inserì Bertrand de Born nella Divina Commedia, assegnandogli un posto di assoluto rilievo nell’Inferno. Nel canto XXVIII, dedicato ai seminatori di scandalo e di scisma, Bertrand appare in una delle immagini più potenti e perturbanti dell’intero poema: cammina tenendo in mano la propria testa mozzata, che parla e illumina il cammino come una lanterna.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;

 e ’l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: “Oh me!”.

 Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com’esser può, quei sa che sì governa.

 Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ’l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,

 che fuoro: “Or vedi la pena molesta,
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.

 E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.

Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli;
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch’io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.

Così s’osserva in me lo contrapasso”.

(Inf. XXVIII, vv. 118-142)

Il significato simbolico di questa pena è limpido. La divisione del corpo riflette la divisione che Bertrand causò in vita, separando padre e figlio, rompendo legami che Dante considerava sacri e fondativi dell’ordine umano e politico. Il contrappasso è diretto, quasi didascalico, e proprio per questo di una forza impressionante. Dante trasformò Bertrand in un’immagine eterna della colpa della discordia.
È importante notare che la condanna dantesca non è meramente storica ma ideologica. Dante, esule e profondo critico delle lotte civili e delle guerre fratricide del suo tempo, vide nella figura di Bertrand de Born un antecedente simbolico del caos politico che affliggeva l’Italia dei secoli XVIII e XIV. La sua dannazione diventa, così, un atto di accusa contro chi usa l’intelligenza, la parola e l’arte per dividere anziché unire.
Allo stesso tempo, la scelta di dedicare a Bertrand una descrizione così intensa rivela un riconoscimento implicito della sua grandezza. Dante riserva immagini memorabili solo a personaggi che considera significativi. Bertrand non è un dannato qualunque: è una figura esemplare, tragica, che incarna una colpa precisa ma anche una straordinaria forza individuale. La sua parola, che in vita accendeva la guerra, nell’Inferno continua a parlare, ma svuotata di potere, ridotta a monito.
Bertrand de Born rimane, dunque, sospeso tra storia e letteratura, tra realtà e costruzione simbolica. Da un lato, è il trovatore che canta la guerra come valore e destino. Dall’altro, è il personaggio dantesco che paga eternamente il prezzo della divisione. In questa doppia identità risiede la sua forza: Bertrand è sì un uomo del suo tempo, ma anche una figura che interroga ancora il rapporto tra parola e violenza, tra responsabilità individuale e conseguenze collettive. È forse per questo che, a distanza di secoli, continua a parlarci con tanta intensità.

 

 

 

 

Rousseau accende la TV e spegne la sinistra

Dal contratto sociale al contratto semantico

 

 

 

 

E se Rousseau guardasse, oggi, la sinistra italiana? Non griderebbe allo scandalo. Proverebbe qualcosa di peggio: una tristezza lucida. Un atto d’accusa senza urla e senza sconti contro una sinistra che parla bene ma ascolta poco. Che moltiplica cause giuste ma fatica a costruire un “noi”. Che ha sostituito il popolo con il linguaggio, la partecipazione con la recita, il progetto con la gestione. Una riflessione tagliente e necessaria su comunità, uguaglianza, potere e paura di sporcarsi le mani. Perché senza orecchio non nasce nessuna volontà generale. Al massimo, la si mette in scena.

 

 

 

Se Jean-Jacques Rousseau decidesse, oggi, con un misto di curiosità e masochismo, di dare un’occhiata a ciò che fa sinistra italiana, non credo reagirebbe con lo scandalo teatrale di chi strappa le vesti. Il filosofo ginevrino, infatti, non era un moralista da salotto: era un uomo che si tormentava davvero. Quindi, la sua prima reazione sarebbe più sottile e più corrosiva: una tristezza lucida, la sensazione di guardare un edificio che porta ancora l’insegna “Comune” ma dentro è diventato un co-working per coscienze in affitto.
Perché Rousseau, prima ancora di essere il filosofo della “volontà generale”, era il filosofo di una cosa imbarazzante da dire in pubblico: la politica è una faccenda morale. Non moralistica, non “io sono buono e tu sei cattivo”, ma morale nel senso che riguarda ciò che siamo disposti a riconoscerci gli uni gli altri, a condividere e ciò che consideriamo intollerabile. La sinistra, nella sua versione ideale, non è un club di idee giuste: è un tentativo di costruire un noi.
Ecco, Rousseau si chiederebbe: dov’è il “noi”? Dov’è finita quella strana alchimia per cui persone diverse, con interessi anche in conflitto, accettano di rinunciare a qualcosa per un bene comune che non si vede subito ma si difende lo stesso? Perché la sua “volontà generale” non nasce dal fatto che tutti la pensano allo stesso modo. Nasce, piuttosto, dal fatto che, a un certo punto, una comunità decide che c’è una cosa più importante delle preferenze individuali: la possibilità stessa di vivere insieme senza sbranarsi.
Oggi, invece, Rousseau vedrebbe una sinistra che spesso assomiglia a una somma di “io” ben confezionati. Una galassia di cause, giuste o giustissime, che però faticano a diventare un progetto comune. Come se l’idea di un interesse generale fosse diventata sospetta: troppo grande, troppo rischiosa, troppo facilmente equivocabile. Meglio stare sul particolare, sul micro-territorio etico, sulla battaglia singola. E, così, paradossalmente, si finisce per essere inclusivi in teoria e incapaci di includere in pratica, perché includere davvero significa accettare anche persone che non parlano come noi, che non hanno letto le stesse cose, che non hanno gli stessi codici.
Qui Rousseau farebbe una smorfia. Lui conosceva bene la distanza fra virtù proclamata e virtù praticata. E, soprattutto, aveva un’allergia quasi fisica per la società che si compiace della propria raffinatezza. La sua polemica contro i salotti, contro l’“apparenza” della civiltà, non era nostalgia rurale da cartolina. Era l’intuizione che quando una società diventa un teatro, la politica diventa recita: ognuno impara la parte del “buono”, del “progressista”, del “sensibile” e, intanto, la sostanza scivola via.
La sinistra italiana, agli occhi di Rousseau, apparirebbe proprio così: una macchina di linguaggio e simboli che produce continuamente segnali di appartenenza. Una politica fatta di parole corrette, di posizionamenti, di micro-rituali comunicativi. Non che le parole non contino: per Rousseau contavano eccome. Ma contavano come strumenti per creare legame, non come prove di purezza. Quando il linguaggio diventa un confine, serve più a separare che a unire.
Rousseau direbbe che la sinistra ha trasformato il “contratto sociale” in un “contratto semantico”: io ti riconosco se usi i termini giusti, se ti muovi nel perimetro giusto, se dimostri di sapere. E chi non sa, chi parla in modo diverso, chi ha paura e la esprime male, finisce trattato come un problema culturale, non come un cittadino da includere. A quel punto la comunità non cresce: si seleziona.
E qui arriva un nodo che, per Rousseau, sarebbe centrale: il popolo. O, meglio: la relazione concreta con chi non ha potere, con chi vive la politica come un rumore di fondo, con chi non ha tempo per l’ideologia perché deve pagare l’affitto. Rousseau era ossessionato dal fatto che le istituzioni potessero tradire proprio quelli che dovrebbero proteggere. E diffidava delle élite che parlano “per” gli altri senza parlare “con” gli altri.


Oggi vedrebbe una sinistra che, spesso, ha una relazione complicata con il popolo. Lo teme quando vota “male”. Lo accusa di non capire. Lo tratta come un paziente da rieducare, non come un soggetto politico. È un rovesciamento curioso: si invoca la democrazia ma si soffre quando la democrazia non conferma la propria immagine del mondo. Rousseau lo chiamerebbe con un termine meno elegante: sfiducia. E la sfiducia è l’inizio della fine di qualsiasi patto.
Perché il contratto sociale, in Rousseau, non è un atto notarile. È una fede laica: credere che l’altro, pur diverso, sia parte della stessa impresa. Se questa fede si spezza, resta una politica amministrativa, tecnica, reattiva. Si governa l’esistente, si gestiscono emergenze, si fa manutenzione. Niente di scandaloso, ma tutto molto poco di “sinistra”.
Rousseau avrebbe anche un altro sospetto: che la sinistra italiana abbia interiorizzato il suo avversario. Non nel senso banale di “ha tradito”, ma nel senso più inquietante: ha accettato come inevitabili le regole del gioco che la indeboliscono. Rousseau pensava che la libertà non fosse fare ciò che si vuole, ma non essere dominati. E la dominazione, spesso, non arriva con la frusta: arriva con l’abitudine. Ti convinci che certe cose non si possono cambiare. Ti convinci che la politica sia solo gestione, compatibilità, equilibrio.
Allora, la sinistra, invece di ridurre le disuguaglianze, impara a conviverci. Invece di spostare potere, sposta discorsi. Invece di costruire istituzioni più eque, costruisce narrazioni più eleganti. E qui, Rousseau diventerebbe davvero sarcastico: “Avete inventato la rivoluzione a bassa intensità: non fa male a nessuno, soprattutto a chi sta bene”.
C’è, poi, il tema dell’eguaglianza, che per Rousseau non era affatto un accessorio. Era il cuore. Senza un certo livello di eguaglianza materiale, la libertà è una parola vuota. Perché chi è costretto dalla necessità non è libero: è occupato a sopravvivere. La sinistra, se vuole essere sinistra, deve guardare lì. Non solo ai diritti come enunciazione ma ai diritti come possibilità concreta: casa, sanità, istruzione, lavoro non umiliante, tempo di vita.
Rousseau noterebbe che spesso la sinistra parla molto di dignità ma fatica a dire in modo semplice e convincente come intende ridarla a chi l’ha persa. E senza questo, ogni discorso identitario rischia di sembrare, agli occhi di chi è in difficoltà, un lusso. Non perché non sia importante ma perché arriva senza la base. È come discutere del colore delle tende mentre piove dal tetto.
E, infine, Rousseau avrebbe una domanda che suona ingenua ma non lo è: dove sono i cittadini? Lui immaginava una repubblica in cui il cittadino non fosse un consumatore di politica ma un partecipante. La sinistra, oggi, sembra parlare a un pubblico, non a un popolo. Comunica, reagisce, commenta. Ma costruisce spazi reali di partecipazione? O si affida a un ciclo permanente di indignazione e smentite, come se la politica fosse diventata un talk infinito?
Rousseau direbbe che una comunità non si tiene insieme con l’opinione ma con abitudini condivise, istituzioni credibili e un’idea di futuro. E qui vedrebbe un’altra fragilità: la sinistra sembra talvolta più brava a descrivere i pericoli che a far desiderare un progetto. Sa elencare ciò che è intollerabile ma fatica a rendere desiderabile ciò che propone. E, senza desiderio politico, resta solo la paura. E la paura, si sa, è un carburante che spesso finisce in mani altrui.
Alla fine, allora, cosa penserebbe Rousseau? Probabilmente questo: che la sinistra italiana è piena di persone che hanno ragione su molte cose ma che non riescono più a fare comunità. Che ha perso il coraggio di parlare semplice non perché sia diventata stupida ma perché ha paura di essere fraintesa, attaccata, contaminata. Che confonde la purezza con la giustizia e la complessità con la profondità. Che, nel tentativo di non escludere nessuno, finisce per non includere davvero chi non possiede i codici.
E forse, proprio lui, che era maestro nell’arte di essere insopportabile, chiuderebbe con una frase tagliente e tenera insieme: “Avete ancora la parola ‘popolo’ in bocca ma vi manca l’orecchio. E senza orecchio, la volontà generale non nasce. Al massimo, si mette in scena”.

 

 

 

 

 

L’ascesa di Vannacci conseguenza del vuoto
politico e sociale lasciato dalla sinistra

 

 

 

Negli ultimi anni non stiamo assistendo solo a uno spostamento a destra dell’elettorato ma anche alla crescita di un vuoto lasciato dalla sinistra. Un vuoto sociale, culturale e politico, che altri hanno imparato a occupare. In questo articolo, pubblicato oggi su Il Dubbio – Quotidiano di informazione politica e giudiziaria, analizzo le radici profonde della crisi della sinistra italiana e mostro perché figure come Vannacci, non sono un’anomalia ma un sintomo. Una riflessione su disuguaglianze, rappresentanza e futuro della democrazia.

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Putin non è un tiranno: è un amministratore dell’obbedienza

John Locke non si fiderebbe di un potere
che governa “a norma di legge”

 

 

 

 

Uno dei padri del liberalismo moderno davanti al potere contemporaneo, senza slogan e senza indignazione facile. Con metodo, Locke riconosce in Putin non un’anomalia ma una forma moderna e raffinata di dominio: un potere che promette ordine mentre svuota il patto politico, che parla di consenso mentre educa all’obbedienza. Ne esce un ritratto tagliente e inquietante, che non riguarda solo la Russia ma tutte le società disposte a scambiare protezione con maturità politica. Perché il vero rischio non è il tiranno. È l’abitudine a non aspettarsi più nulla di meglio.

 

 

 

John Locke, lettore accanito di dossier, discorsi ufficiali, interviste calibrate e silenzi eloquenti. Sul suo tavolo, accanto ai Due trattati sul governo, c’è un fascicolo con scritto sopra “Vladimir Putin”. Lui lo apre non con indignazione ma con metodo. Perché prima di giudicare un uomo politico vuole capire il tipo di potere che quell’uomo incarna. E più legge, più riconosce qualcosa di familiare. Non Putin come novità storica, ma Putin come variazione moderna di un archetipo antico: il sovrano che parla il linguaggio dell’ordine mentre riscrive silenziosamente il patto politico.
Locke parte sempre da una premessa semplice: il potere nasce per riempire un vuoto ben preciso. Gli uomini rinunciano a parte della loro libertà non per amore dell’obbedienza ma per proteggere diritti concreti. Putin, agli occhi di Locke, appare invece come un leader che costruisce deliberatamente il vuoto per poi proporsi quale unica soluzione. Vuoto di sicurezza, vuoto di identità, vuoto di futuro. Il messaggio implicito è chiaro: senza di me, tutto crolla.
Locke riconosce subito la strategia. Nei suoi scritti combatteva l’idea che il potere fosse necessario perché l’uomo è naturalmente incapace di autogovernarsi. Putin, nel suo stile politico, sembra suggerire esattamente questo. Non lo dice apertamente, ma lo dimostra trattando la società come una materia fragile, da contenere più che da emancipare. Per Locke, questo è un segnale inequivocabile: quando un governo presuppone l’infantilità permanente dei cittadini, non sta proteggendo il patto. Sta preparandone la sospensione.
Putin ama presentarsi come leader sostenuto dalla volontà popolare. Il filosofo inglese non contesterebbe il dato numerico ma il processo che lo rende possibile. Per lui il consenso è valido solo se può essere revocato senza costi sproporzionati. Se criticare il potere comporta isolamento, perdita di lavoro, persecuzione legale o peggio, allora il consenso smette di essere una scelta e diventa un riflesso condizionato. Locke farebbe un paragone molto preciso: è come chiamare “accordo” il silenzio di qualcuno con una spada puntata alla gola. Formalmente non sta parlando. Sostanzialmente non può parlare. Putin, dal punto di vista lockiano, governa una società dove il consenso funziona più come abitudine che come decisione. E l’abitudine è una pessima base per la legittimità, perché può durare a lungo anche quando è vuota.
Locke aveva una fiducia enorme nella legge, ma solo a una condizione: che fosse superiore a chi governa. In Putin vede il contrario. Non l’assenza di legge ma la sua ipertrofia strategica. Leggi contro l’estremismo, contro la disinformazione, contro il tradimento, contro l’ingerenza. Tutte categorie elastiche, abbastanza vaghe da adattarsi al bisogno del momento. Locke annoterebbe che questo non è caos giuridico, è ordine selettivo. La legge non serve a limitare il potere ma a dargli una forma presentabile. È un bastone ben lucidato, non un argine. E quando la legge diventa uno strumento per distinguere i cittadini affidabili da quelli problematici, smette di essere universale. Diventa un linguaggio di minaccia educata.
Uno dei punti su cui il filosofo sarebbe più severo riguarda la proprietà. Per lui, possedere significa essere indipendenti dal capriccio altrui. In molti sistemi autoritari moderni, e la Russia putiniana è un esempio evidente, la proprietà esiste ma è condizionata. Sei ricco finché sei leale. Sei potente finché sei utile. Sei intoccabile finché non diventi un problema. Locke riconoscerebbe subito l’inversione. La proprietà non emancipa il cittadino dallo Stato, lo lega più strettamente a esso. Non è una garanzia contro l’arbitrio ma un incentivo all’obbedienza. È come se il potere dicesse: puoi avere tutto, purché ricordi che non è davvero tuo. Per Locke, questa non è una società di proprietari ma di ostaggi ben vestiti.


Putin fa un uso massiccio dell’idea di patria, di storia, di destino collettivo. Locke non disprezzava il senso di appartenenza; lo considerava politicamente pericoloso quando diventa un argomento finale. Se la patria giustifica tutto, allora nulla può essere discusso. Se dissentire significa tradire, allora il pensiero critico diventa un crimine emotivo prima ancora che legale. Locke farebbe un parallelo diretto con la monarchia assoluta che combatteva: allora era Dio a chiudere ogni discussione, oggi è la Nazione. Cambia il lessico, non la struttura. In entrambi i casi, il potere si sottrae al giudizio umano rivestendosi di una missione superiore. E per Locke, ogni potere che non accetta di essere giudicato ha già iniziato a degenerare.
Riguardo la guerra, il confronto diventa quasi didascalico. Locke sapeva che la guerra è il contesto ideale per espandere il potere esecutivo. Putin sembra muoversi con agio in un clima di conflitto permanente, reale o simbolico. Nemici esterni, accerchiamento, complotti. Tutto contribuisce a creare una società che vive in modalità emergenza. Locke sarebbe chiarissimo: l’emergenza può giustificare misure eccezionali solo se è temporanea e controllata. Quando diventa uno stato mentale permanente, non è più emergenza. È un sistema. E un sistema costruito sull’eccezione non può che produrre sudditi, non cittadini.
Putin, come molti leader forti, può sempre appellarsi al sostegno popolare. Locke non negherebbe il fatto, ma ne ridimensionerebbe il valore. Una maggioranza che approva la compressione dei diritti non rende quella compressione giusta. La maggioranza, dice Locke implicitamente, non è un oracolo morale. È uno strumento decisionale, non un criterio etico.
Qui il paragone diventa quasi una sentenza: Putin governa come se il numero dei consensi potesse sostituire il rispetto del patto originario. Il filosofo risponderebbe che un patto violato resta violato anche se applaudito.
Alla fine, Locke ridurrebbe tutto a una parola: fiducia. Il potere politico esiste perché qualcuno gli ha affidato qualcosa. Putin, nel suo modello, sembra considerare quella fiducia non come un prestito ma come una conquista. Non qualcosa da rinnovare ogni giorno ma qualcosa da difendere con ogni mezzo.
E qui Locke sarebbe implacabile e ironico insieme: un governo che teme il dissenso più dell’ingiustizia, che controlla l’informazione più della corruzione, che difende sé stesso più dei diritti, ha già perso il suo fondamento morale. Anche se resta in piedi. Anche se appare stabile. Anche se dura a lungo.
Chiudendo il fascicolo su Putin, Locke annoterebbe una frase secca: “Questo non è un tiranno nel senso classico. È qualcosa di più moderno e, quindi, più pericoloso: un amministratore dell’obbedienza”. Non governa solo con la forza ma con l’educazione alla dipendenza. Non chiede solo obbedienza, chiede assenso emotivo. E con un ultimo sarcasmo amaro, penserebbe che il problema non è tanto Putin in sé. È quanto una società sia stata preparata ad accettare un potere che promette protezione in cambio di maturità. Perché il vero fallimento di un patto politico non è quando il governo opprime il popolo. È quando il popolo smette di aspettarsi qualcosa di meglio.
La lezione lockiana resta semplice e scomoda: uno Stato che tratta i diritti come concessioni e il potere come destino non è una deviazione storica. È una tentazione permanente. E Putin, in questo senso, non è un’anomalia. È un promemoria.

 

 

 

 

La sinistra che non c’è

Il caso Vannacci come sintomo politico

 

 

 

Negli ultimi anni non stiamo assistendo solo a uno spostamento a destra dell’elettorato ma anche alla crescita di un vuoto lasciato dalla sinistra. Un vuoto sociale, culturale e politico, che altri hanno imparato a occupare. In queste mie considerazioni analizzo le radici profonde della crisi della sinistra italiana e mostro perché figure come Vannacci non sono un’anomalia ma un sintomo. Una riflessione su disuguaglianze, rappresentanza e futuro della democrazia.

 

 

Negli ultimi anni, il sistema politico italiano è attraversato da una trasformazione profonda, spesso letta in modo superficiale come semplice spostamento dell’elettorato verso destra. In realtà, ciò che affiora con maggiore evidenza è un vuoto: uno spazio politico, culturale e simbolico che la sinistra ha progressivamente abbandonato. Questo vuoto non è rimasto inerte. Al contrario, ha creato le condizioni per l’emersione di figure e movimenti che si collocano ai margini del dibattito democratico tradizionale, ma che riescono a intercettare consenso. La parabola di Roberto Vannacci e del suo nuovo soggetto politico non è un’anomalia, bensì un segnale.
La crisi della sinistra italiana non nasce oggi e non può essere spiegata solo con le ultime sconfitte elettorali. È una crisi lunga, stratificata, che ha radici nella fine delle grandi culture politiche del Novecento e nella difficoltà di costruirne di nuove. Nel tempo, la sinistra ha progressivamente smarrito il proprio ruolo di mediazione tra società e istituzioni. Ha smesso di essere un luogo di organizzazione del conflitto e si è trasformata, in molti casi, in un soggetto di governo più che di rappresentanza.
Questo passaggio ha avuto un costo elevato. Governare senza un forte radicamento sociale ha significato accettare come inevitabili scelte che hanno inciso sulle disuguaglianze, sul lavoro, sui servizi pubblici. La precarizzazione è diventata strutturale, i salari si sono fermati, la mobilità sociale si è ridotta. Di fronte a tutto questo, la sinistra ha spesso dato risposte timide, tecniche, difensive. E ha perso credibilità.
Uno degli effetti più evidenti di questa crisi è il progressivo allontanamento dei ceti popolari e medi impoveriti. Operai, lavoratori precari, piccoli autonomi, periferie urbane: mondi che un tempo costituivano l’ossatura dell’elettorato di sinistra oggi si sentono estranei, quando non apertamente ostili. Non perché siano improvvisamente diventati conservatori ma perché non vedono più una forza politica capace di interpretare i loro bisogni materiali.
In assenza di risposte concrete, il disagio si trasforma in risentimento. E il risentimento cerca un linguaggio. Qui entrano in gioco narrazioni che semplificano la realtà, individuano nemici riconoscibili e promettono un ritorno a un ordine perduto. È una dinamica nota, ma che diventa particolarmente efficace quando dall’altra parte manca una contro-narrazione solida.


È in questo scenario che si colloca il successo mediatico e politico di Roberto Vannacci. La sua figura non va interpretata solo per ciò che dice ma per ciò che rappresenta. Un uomo che si propone come voce fuori dal coro, che rifiuta i codici del discorso pubblico dominante e che fa della provocazione un metodo. Il suo progetto, Il mondo al contrario, si fonda su un’idea identitaria forte, su una contrapposizione netta tra “normalità” e deviazione, tra popolo ed élite culturali.
Questo tipo di messaggio trova terreno fertile in una società disorientata. Non richiede analisi complesse né soluzioni articolate. Offre, invece, un senso di appartenenza immediato e una chiave di lettura semplice del malessere diffuso. In questo senso, Vannacci non crea il disagio: lo intercetta e lo riorienta in chiave ideologica.
Il vero pericolo, pertanto, non è solo la crescita di movimenti esplicitamente radicali, quanto la normalizzazione di un linguaggio che riduce la complessità sociale a scontro culturale permanente. Quando il dibattito pubblico si concentra ossessivamente su identità, simboli e provocazioni, le questioni strutturali scompaiono: lavoro, sanità, scuola, politiche industriali, transizione ecologica.
Questo slittamento favorisce una radicalizzazione passiva. Anche chi non aderisce pienamente a queste posizioni finisce per assorbirne i frame narrativi. Il risultato è un impoverimento del confronto democratico, dove le emozioni prevalgono sui contenuti e la politica diventa un’arena di reazioni istintive.
Di fronte a questo quadro, la sinistra non può limitarsi alla denuncia morale o all’indignazione. Deve interrogarsi sulle proprie responsabilità. Ha rinunciato troppo spesso a parlare di redistribuzione per paura di apparire ideologica. Ha accettato il lessico dell’inevitabilità economica, lasciando che le disuguaglianze venissero percepite come un fatto naturale. Ha investito più sulla comunicazione che sull’organizzazione sociale.
Soprattutto, ha smesso di costruire immaginario. Senza una visione del futuro, la politica si riduce a gestione dell’esistente. Ma l’esistente, per molti, è già insostenibile. In questo spazio di frustrazione, chi promette una rottura netta, anche se illusoria, appare credibile.
Nonostante tutto, lo spazio lasciato vuoto non è definitivamente perduto. Esiste ancora una domanda diffusa di giustizia sociale, di protezione, di senso collettivo. Ma questa domanda non si esprime più spontaneamente nei canali tradizionali. Va ricostruita, ascoltata, organizzata.
Per farlo, la sinistra dovrebbe tornare a fare scelte nette. Parlare di lavoro senza ambiguità. Accettare il conflitto come elemento fisiologico della democrazia. Rinunciare all’idea di piacere a tutti e tornare a rappresentare qualcuno. Solo così può sottrarre terreno a derive estremiste che prosperano soprattutto sull’assenza.
Il fenomeno Vannacci, quindi, è un campanello d’allarme. Segnala che una parte del Paese si sente esclusa, ignorata, talvolta disprezzata. Se questa sensazione continuerà a non trovare risposta in una proposta progressista credibile, sarà inevitabilmente capitalizzata da chi offre identità rigide e soluzioni semplici. In politica, il vuoto non è mai neutrale. O viene riempito da un progetto che allarga la democrazia, o da uno che la restringe. La sinistra italiana è davanti a questo bivio. E il tempo per decidere non è infinito.

 

 

 

 

 

La violenza politica non rappresenta mai il disagio:
lo sequestra

 

 

 

Le violenze alla manifestazione di Torino del 31 gennaio scorso non sono un’eccezione ma un rituale che si ripete e che ha perso ogni capacità di produrre senso. In questo mio articolo, pubblicato oggi su Il Dubbio – Quotidiano di informazione politica e giudiziaria, interpreto quelle violenze non soltanto come un problema di ordine pubblico ma quale segnale di crisi politica, culturale e simbolica. Attraverso Arendt, Hegel, Benjamin, Weber, Foucault e Weil propongo riflessioni sul perché la violenza svuota il conflitto invece di renderlo efficace e su quali strade restano aperte per uscire da un vicolo cieco che riguarda tutti.

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La società aperta, ma solo se sei d’accordo

Karl Popper commenta gli Stati Uniti dell’era Trump

 

 

 

E se Karl Popper osservasse l’America di Trump oggi? Non scriverebbe un saggio ma un referto. L’ironia come bisturi per raccontare un’epoca in cui l’errore non si corregge, la verità si difende e il dubbio fa paura. Una riflessione tagliente sulla democrazia, sulla perdita del metodo critico e su una scorciatoia emotiva che scambia la sicurezza per pensiero. Da leggere con attenzione. E senza alibi.

 

 

 

Se Karl Popper avesse davvero avuto il tempo di ampliare le sue note sugli Stati Uniti dell’era Trump, probabilmente avrebbe dovuto cambiare formato. Non più appunti filosofici ma un diario clinico. Con date, sintomi ricorrenti e qualche annotazione del tipo: “Il paziente insiste nel negare l’evidenza, ma con grande sicurezza”.
Popper, che non aveva mai avuto una particolare simpatia per i profeti della storia, si troverebbe davanti a una versione aggiornata del problema: non il leader che dice di conoscere il destino dell’umanità, piuttosto quello che dice di conoscere meglio di tutti qualsiasi argomento gli capiti sotto mano. Economia, virologia, geopolitica, diritto costituzionale. Tutto spiegato con la stessa grammatica elementare e la stessa fiducia incrollabile. Per un filosofo che ha passato la vita a ricordare quanto fosse salutare dire “potrei sbagliarmi”, sarebbe uno spettacolo affascinante e inquietante insieme. Come guardare qualcuno guidare contromano convinto di essere l’unico a rispettare il codice della strada.
Popper noterebbe subito un dettaglio che a molti sfugge: non è l’errore il problema ma l’impossibilità di correggerlo. Nella sua visione del mondo, sbagliare è inevitabile. Anzi, è necessario. Il guaio comincia quando l’errore viene difeso con ostinazione morale, come se ammetterlo fosse una colpa e non una tappa del ragionamento. Nell’America trumpiana, Popper vedrebbe una gigantesca macchina narrativa costruita per evitare una frase semplicissima: “Mi sono sbagliato”.
Osservando il dibattito pubblico, resterebbe colpito dalla velocità con cui le opinioni si trasformano in identità. Non si discute più di idee ma di appartenenza. Se critichi il leader, non stai argomentando, stai tradendo. Se porti dati, sei sospetto. Se fai domande, sei parte del problema. Popper, che aveva fondato la sua filosofia sull’arte della critica razionale, si sentirebbe come un insegnante capitato per sbaglio a una rissa da bar.


E, poi, ci sono le elezioni. Qui il sarcasmo diventerebbe più sottile, britannico. Popper non credeva che la democrazia servisse a scegliere i migliori ma a liberarsi dei peggiori senza spargimenti di sangue. Davanti alla difficoltà di accettare una sconfitta elettorale, si chiederebbe se il punto non sia stato completamente frainteso. Se votare vale solo quando vinco io, allora non è democrazia. È una scommessa truccata con la morale incorporata.
Nel rapporto con la verità, Popper vedrebbe una strana inversione di ruoli. La menzogna non si nasconde più. Si espone. Si ripete. Si normalizza. Non serve nemmeno che sia credibile, basta che sia utile. La verità, invece, deve giustificarsi, difendersi, spiegarsi. Un paradosso perfetto: ciò che dovrebbe essere verificato viene accettato per fede, ciò che è verificabile viene sospettato per principio. Popper annoterebbe che non è un problema di ignoranza ma di metodo. E il metodo, una volta perso, è difficile da recuperare.
Guardando la stampa, Popper riconoscerebbe un vecchio nemico con un vestito nuovo. Delegittimare chi controlla il potere è sempre stato il primo passo per renderlo incontrollabile. Ma qui il colpo di genio sta nella semplicità: non serve censurare i giornali, basta convincere una parte consistente del pubblico che mentono sempre. A quel punto, qualsiasi smentita diventa prova del complotto. Popper, che aveva studiato a fondo le logiche dell’autoritarismo, alzerebbe un sopracciglio. Non per stupore, ma per la banalità dell’operazione.
Sull’ossessione per il “noi contro loro”, Popper sarebbe particolarmente caustico. Immigrati, élite, giudici, scienziati, giornalisti. Il catalogo dei nemici è ampio e flessibile. Serve soprattutto a una cosa: evitare l’autocritica. Se qualcosa va male, la colpa è sempre esterna. Popper, che vedeva nell’autocorrezione il cuore della razionalità, definirebbe questa strategia un capolavoro di irresponsabilità organizzata.
Eppure, non sarebbe tutto sarcasmo. Popper era troppo serio per fermarsi alla superficie. Noterebbe che Trump non è un incidente isolato ma un sintomo. Un prodotto di una società stanca della complessità, insofferente ai tempi lunghi, allergica alle risposte che iniziano con “dipende”. Una società che preferisce una cattiva certezza a un buon dubbio. E qui Popper smetterebbe di sorridere.
Forse, concluderebbe che l’America non ha tradito la società aperta per errore ma per impazienza. Perché una società aperta è faticosa. Richiede cittadini che tollerino l’ambiguità, che accettino di non avere sempre ragione, che riconoscano l’avversario come legittimo. Trump, in questo senso, non avrebbe inventato nulla. Avrebbe solo offerto una scorciatoia emotiva, ben illuminata e molto rumorosa.
Alla fine, Popper chiuderebbe le sue riflessioni con una constatazione amara ma coerente con tutta la sua filosofia: il vero pericolo non è il leader carismatico ma il pubblico che rinuncia alla critica in cambio della rassicurazione. Perché i tiranni passano. Le cattive abitudini mentali, invece, tendono a restare.

 

 

 

 

 

Le passioni tristi vincono le elezioni

Appunti spinoziani su un governo molto emotivo

 

 

 

E se invece di indignarci provassimo a capire? Spinoza, oggi, davanti alla destra al governo, non come giudice ma come clinico della politica. Niente scandalo, niente slogan: solo un’analisi lucida delle paure, dei desideri e delle rinunce che attraversano la società. Un ragionamento scomodo, perché sposta la domanda dal “chi governa” al “perché convince”. Capire il potere è più radicale che combatterlo a colpi di insulti e di  indignazione!

 

 

Baruch Spinoza, oggi, non chiederebbe chi è al governo né quanto durerà. Spinoza non reagisce, ricostruisce. Come chi entra in una stanza in disordine e, prima di parlare, cerca di capire chi ha spostato cosa e perché. Solo dopo, se serve, porrebbe la vera domanda. Non una domanda polemica. Non per giudicare ma per capire. Spinoza non condanna mai: diagnostica. È il filosofo che guarda la febbre e non insulta il termometro. Anche quando formula un giudizio è sempre un giudizio senza moralismo.
La destra al governo non lo scandalizzerebbe. Lo interesserebbe. Gli apparirebbe come un effetto ben composto di cause che lavorano da tempo. Direbbe che il potere politico non inventa i desideri, li organizza. E che quando un certo tipo di potere diventa credibile, significa che una parte consistente della società si riconosce emotivamente in quella forma di organizzazione. Non è un inganno, è una corrispondenza.
Partirebbe, come sempre, dagli affetti. La paura, certo, una delle passioni “tristi”. Ma non quella spettacolare, da emergenza. La paura sottile di chi sente di non avere più presa sulla propria vita. Di chi lavora molto ma governa poco il proprio destino. Questa paura non urla: si accumula. E quando si accumula abbastanza, chiede soluzioni nette, confini chiari, frasi brevi. La destra parla bene questa lingua. Non perché sia più sincera ma perché è più funzionale a un corpo sociale stanco.
Spinoza noterebbe che la paura, quando diventa criterio politico, produce un paradosso: promette protezione ma richiede rinunce continue. Si rinuncia alla complessità, alla sfumatura, alla lentezza del capire. In cambio si ottiene l’illusione di un controllo immediato. È un cattivo affare ma psicologicamente comprensibile. Per Spinoza, nulla è più pericoloso di ciò che è comprensibile senza essere vero.
Si soffermerebbe a lungo sull’idea di ordine. L’ordine è una parola che piace molto a chi teme il movimento. Ma Spinoza distingue sempre: c’è un ordine che nasce dall’intelligenza dei rapporti e uno che nasce dalla repressione delle differenze. Il primo aumenta la potenza collettiva. Il secondo la riduce, anche se sembra efficace. Uno Stato che deve continuamente ribadire la propria autorità, direbbe, è come un uomo che alza la voce: non sta dimostrando forza ma una crepa.
Osserverebbe con attenzione l’uso politico della nostalgia, per lui non una passione triste ma “ambigua”. Il passato evocato come rifugio, come identità perduta. Spinoza non avrebbe nulla contro la memoria ma diffiderebbe di un passato trasformato in destino. Il passato, per lui, è una concatenazione di cause, non un modello morale. Idealizzarlo significa sottrarlo all’analisi. E ciò che non si analizza diventa strumento. La tradizione, quando smette di essere pensata, diventa una leva emotiva. Funziona benissimo. Ma non rende nessuno più libero.


Si fermerebbe poi sulla questione dell’obbedienza. La destra ama presentarla come virtù civica. Spinoza no. Per lui l’obbedienza è solo un mezzo, mai un fine. Un cittadino obbedisce volentieri solo quando riconosce razionalmente l’utilità comune delle leggi. Quando, invece, l’obbedienza viene richiesta come atto di fede o di identità, vuol dire che la ragione è stata messa tra parentesi. E uno Stato che governa senza la ragione dei cittadini governa contro la propria durata.
Noterebbe anche il rapporto ambiguo con la libertà. Sempre evocata, raramente tollerata. La libertà va bene finché resta astratta. Quando prende forma nei corpi, nelle scelte, nei dissensi, diventa sospetta. Spinoza ricorderebbe che la libertà non è disordine ma comprensione delle cause. E che una società che preferisce cittadini prevedibili a cittadini consapevoli sta scegliendo la stabilità a breve termine contro la potenza a lungo termine.
Non parlerebbe di manipolazione dall’alto. Spinoza non crede a burattinai onnipotenti. Direbbe piuttosto che la destra governa perché risponde bene a una domanda emotiva reale. Una domanda che nasce dove la scuola fatica, dove il lavoro consuma, dove il linguaggio politico si è impoverito. Quando il pensiero diventa un lusso, la semplificazione diventa una necessità. E chi la offre vince.
A questo punto, forse, introdurrebbe una nota ancora più scomoda. Direbbe che opporsi moralmente alla destra è inutile se non si capisce perché convince. L’indignazione, per Spinoza, è una passione sterile. Non aumenta la potenza di agire, la consola soltanto. Se la destra prospera su passioni tristi, non la si combatte con passioni isteriche ma con istituzioni che producano gioia razionale: sicurezza materiale, accesso alla conoscenza, fiducia nel futuro.
Eppure, non sarebbe pessimista. Spinoza sa che le passioni hanno un ciclo. La paura stanca. Il controllo logora. La semplificazione, alla lunga, impoverisce anche chi la esercita. La gioia, invece, quando torna, non ha bisogno di essere imposta. Si riconosce subito, perché rende le persone più capaci, non più obbedienti.
Forse chiuderebbe le sue riflessioni con una frase secca, quasi crudele: non chiedetevi perché governa la destra. Chiedetevi perché abbiamo smesso di credere che capire il mondo sia una forma di piacere collettivo. Finché la comprensione sarà percepita come fatica inutile e la paura come scorciatoia, il potere andrà sempre a chi promette protezione invece di libertà.
E questo, direbbe Spinoza, non è un problema ideologico. È un problema di maturità.