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L’abbraccio del canto

Casella e la melodia del ricordo eterno

 

 

 

 

Casella, il musico fiorentino amico di Dante, appare nel Canto II del Purgatorio della Divina Commedia. La sua figura, avvolta da un’aura di dolcezza e nostalgia, incarna una delle più toccanti rappresentazioni dell’amicizia e dell’arte nella Commedia. Il sua comparsa è breve ma carica di significato simbolico ed emotivo.
Dante e Casella si incontrano sulla spiaggia del Purgatorio, in un momento sospeso tra il ricordo della vita terrena e l’attesa della purificazione. Casella appare come un’anima gentile, capace di riportare a Dante un conforto antico attraverso la musica. Quando il sommo poeta lo riconosce, il tono del suo discorso si colora subito di affetto e malinconia. Le prime parole di Dante rivolte all’amico sono piene di calore e desiderio di risentire quella musica che un tempo gli aveva offerto tanto sollievo:

E io: “Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,
di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!”.
(Purg. II, vv. 106-111)

In questi versi si percepisce il desiderio di Dante di trovare un momento di tregua dalle fatiche del viaggio, attraverso una consolazione che solo l’arte di Casella gli può offrire. La musica diventa qui un balsamo per l’anima affaticata, un ricordo dei tempi passati, quando l’amicizia e l’arte condividevano lo stesso respiro.

Casella, con la sua risposta affettuosa, non si sottrae alla richiesta dell’amico. Il canto che intona è una canzone, Amor che ne la mente mi ragiona, realmente composta da Dante e inclusa nel Convivio. La sua voce, sulla spiaggia del Purgatorio, sembra sospendere il tempo, creando un momento di perfetta armonia tra il mondo terreno e quello ultraterreno. La scena si carica di una bellezza malinconica, poiché i due amici, per un attimo, rivivono i giorni della vita passata.
Ma questa tregua dura solo un istante. Quando Casella inizia a cantare, tutte le anime presenti si fermano, incantate dalla dolcezza della melodia. Questo idillio viene bruscamente interrotto da Catone, che li richiama all’ordine, ricordando loro che non è tempo di indulgenza, ma di redenzione. Il suo ammonimento è severo:

Che è ciò, spiriti lenti?
Qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch’esser non lascia a voi Dio manifesto.
(Purg. II, vv. 120-123)

Il richiamo di Catone segna la fine del momento di contemplazione e ci riporta alla realtà del cammino che Dante deve intraprendere. Casella, che per un attimo aveva riportato il poeta ai giorni della giovinezza, scompare tra le altre anime. Eppure, il ricordo di questo incontro resta potente, come un’eco lontana, un segno di quanto l’arte e l’amicizia possano elevare l’anima anche nei momenti più difficili.
Casella diventa così simbolo di una dolcezza che il Purgatorio stesso permette, pur nella sua tensione verso la purificazione. In lui, Dante riconosce il potere dell’arte di trasportare l’anima oltre il tempo e lo spazio, rendendola capace di avvicinarsi, almeno per un istante, a quell’armonia divina che solo alla fine del cammino potrà essere raggiunta.
In questa breve apparizione, Casella incarna l’elegia della memoria, dell’amicizia e dell’arte, capace di risvegliare in Dante l’umana nostalgia, ma anche di ricordargli che il cammino verso la salvezza non può arrestarsi per troppo tempo nella dolcezza del ricordo.

 

 

 

 

 

Il matrimonio del sapere

Marziano Capella e la nascita delle Arti Liberali

 

 

 

 

De nuptiis Philologiae et Mercurii (Le nozze di Filologia e Mercurio) di Marziano Capella costituisce un unicum nel mondo culturale tardoantico. Un’opera difficile da classificare, densa di significati allegorici, mitici, filosofici e, soprattutto, di una profonda ambizione pedagogica. Scritta in un periodo di transizione, tra la dissoluzione della cultura classica e la lenta affermazione dell’ordo christianus, il De nuptiis (inizialmente nota anche come Satyricon) è un testo enciclopedico in forma di prosimetro, che racchiude e rielabora l’intero impianto del sapere pagano, organizzandolo attorno alla simbolica unione tra l’intelletto e il sapere: Mercurio e Filologia.
Composto tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, forse a Cartagine, il testo riflette un mondo culturale ormai consapevole della propria fragilità. L’Impero Romano d’Occidente è in crisi, il sapere tradizionale viene messo in discussione da nuove autorità religiose, eppure la cultura latina tenta ancora di salvarsi e trasmettersi attraverso la forma dell’enciclopedia simbolica. Marziano Capella non è un filosofo originale ma un compilatore geniale che riesce a condensare retorica, logica, matematica, musica e cosmologia in una narrazione fantastica e formativa.
L’opera si articola in nove libri, con un proemio iniziale che narra la vicenda mitica delle nozze tra Mercurio e Filologia, giovane mortale destinata a essere assunta tra gli dèi come premio per la sua dedizione alla conoscenza. Questa unione viene autorizzata da Giove, il quale decreta che Filologia debba prima essere istruita dalle Arti Liberali, che le vengono presentate in forma personificata. I primi due libri sono narrativi e allegorici; i successivi sette (III-IX) costituiscono una vera e propria summa delle Arti Liberali, divise secondo il canone tardoantico del trivio e quadrivio.
La distinzione tra trivio e quadrivio, che sarebbe poi diventata la base del sistema educativo medievale, trova in Marziano Capella una delle sue prime sistemazioni compiute: il trivio comprende le arti del linguaggio e dell’espressione (grammatica, dialettica, retorica); il quadrivio raccoglie le discipline matematiche e scientifiche (geometria, aritmetica, astronomia, musica).
Marziano non si limita a presentare queste arti: le personifica in figure femminili, ognuna delle quali prende la parola e illustra i propri saperi davanti agli dèi. Tale scelta è profondamente significativa: non solo rende più vivace il testo ma riflette una concezione quasi “teologica” del sapere, in cui ogni disciplina è una potenza, una entità autonoma con una funzione cosmica e spirituale.

Grammatica (Libro III)
La prima a comparire è la Grammatica, austera e venerabile, la cui sapienza viene da lontano. Parla in greco, a sottolineare le radici elleniche del sapere, e la sua esposizione è densa di riferimenti tecnici: declinazioni, ortografia, accenti, fonemi. Viene descritta come una scultrice del linguaggio: lavora la materia grezza della voce per renderla significante. È la base di ogni sapere, poiché insegna a parlare e a comprendere. Marziano la descrive come colei che introduce l’allievo nella città del sapere, rendendo possibile ogni successiva indagine conoscitiva.
Dialettica (Libro IV)
Segue la Dialettica, inquietante e acuta. Porta un pugnale e uno scudo: la sua arma è il sillogismo, la sua difesa la refutazione. Qui l’autore entra nel cuore della logica antica: definizioni, proposizioni, inferenze, paradossi. La dialettica è la disciplina che consente di distinguere il vero dal falso, il probabile dal necessario. Marziano fa riferimento tanto ad Aristotele quanto agli stoici, creando un’immagine della dialettica come arte del combattimento verbale, strumento essenziale nella formazione del giudizio critico.
Retorica (Libro V)
La Retorica è brillante e maestosa, adornata come una regina, capace di incantare con le sue parole. Ella espone i tre generi dell’oratoria (giudiziaria, deliberativa, epidittica), i modi della persuasione, le figure retoriche. Viene celebrata come l’arte che governa le assemblee e guida i popoli, seconda solo al potere del logos divino. Marziano ne accentua il ruolo sociale e politico: la retorica non è solo tecnica, è forza civile e morale.
Geometria (Libro VI)
Entrando nel quadrivio, vi è la Geometria, severa ma armonica, simbolo del rigore della misura e della struttura. Viene descritta come capace di dividere la terra, tracciare confini, edificare templi e città. Si fa riferimento a Euclide, Archimede e Pitagora. La geometria in Marziano non è solo disciplina pratica ma anche simbolo dell’ordine universale: la sua precisione riflette la razionalità del cosmo.
Aritmetica (Libro VII)
L’Aritmetica è rapida e luminosa, maneggia numeri come essenze. È capace di vedere l’unità nelle differenze e la molteplicità nell’unità. Marziano ne fa un’esposizione quasi mistica, con digressioni su proporzioni armoniche, numeri perfetti, poteri magici del numero. L’aritmetica viene così a rappresentare la chiave segreta dell’universo, il codice attraverso cui la mente può penetrare le leggi divine.
Astronomia (Libro VIII)
L’Astronomia è colei che rivela l’ordine celeste. Parla di sfere, orbite, congiunzioni, eclissi. Marziano attinge ampiamente all’astronomia tolemaica e all’astrologia, con riferimenti alle costellazioni e ai moti planetari. L’universo appare come una macchina perfetta e l’astronomia è la scienza che permette di contemplarne la bellezza. Ma è anche, implicitamente, una disciplina spirituale: sollevando lo sguardo verso il cielo, l’anima si purifica.
Musica (Libro IX)
La Musica, infine, è forse la più enigmatica. Viene presentata come arte dell’armonia, non solo acustica ma cosmica. Marziano descrive le proporzioni musicali, gli intervalli, i modi, insistendo sull’idea pitagorica della musica delle sfere: ogni pianeta emette un suono e l’universo è una sinfonia inudibile ma reale. La musica diventa così il simbolo dell’accordo tra intelletto e natura, tra anima e cosmo.

L’opera di Marziano Capella, quindi, è molto più di una raccolta di nozioni: è una visione del sapere come cammino di ascesa dell’anima. Filologia, giovane umana, viene accolta tra gli dèi proprio perché ha ricevuto in sé tutte le Arti Liberali: solo attraverso la conoscenza l’essere umano può diventare “divino”.
In questo senso, Marziano anticipa la visione medievale dell’educazione come processo spirituale. Ogni Arte Liberale non è solo un insieme di tecniche ma un gradus nella scala della sapienza. Il trivio educa il linguaggio e il pensiero; il quadrivio apre la mente all’ordine matematico e cosmico. Al termine, l’anima è pronta per accedere alla philosophia, che è la vera unione nuziale, la sapienza suprema.
Durante l’Alto Medioevo, De nuptiis fu uno dei testi più letti e copiati. Servì da base per le Etymologiae di Isidoro di Siviglia e influenzò profondamente l’impianto pedagogico delle scuole carolinge. Il modello di Marziano si ritrova altresì nell’organizzazione scolastica delle cattedrali e dei monasteri, nelle sette arti di Alcuino di York, nel curriculum delle università medievali e persino nella Divina Commedia di Dante risuonano echi della grande sinfonia enciclopedica di Marziano.
Il De nuptiis Philologiae et Mercurii è, pertanto, una mitologia della conoscenza, una celebrazione del sapere come via di salvezza. Marziano Capella, con il suo stile oscuro ma potente, consegna un’immagine integrale dell’uomo come essere razionale e spirituale, capace di elevarsi fino al divino attraverso l’esercizio delle arti.

 

 

 

 

 

L’armonia dell’universo

Il De institutione musica di Severino Boezio

 

 

 

 

Il De institutione musica di Severino Boezio costituisce una delle opere più notevoli nel pensiero musicale medievale e un fondamentale punto di riferimento per la trasmissione della tradizione musicale dell’antichità. Redatto nel VI secolo d.C., il trattato si inserisce all’interno del più ampio progetto boeziano di rendere accessibile la conoscenza greca ai lettori latini, consolidando il legame tra la speculazione pitagorico-platonica e la visione cristiana del mondo. L’opera non è concepita come un manuale pratico destinato ai musicisti, bensì come un’indagine filosofica sulla natura della musica, sul suo rapporto con la matematica e sui suoi condizionamenti dell’animo umano. La composizione del De institutione musica si sviluppa attraverso un’attenta sintesi delle fonti greche, tra cui emergono Platone, Aristotele, Tolomeo e Nicomaco di Gerasa. Boezio si impegna nella sistemazione teorica della disciplina musicale, collocandola all’interno delle arti liberali del quadrivio, ovvero il sistema delle quattro artes reales che comprendono aritmetica, geometria, astronomia e musica. Quest’ultima, secondo la sua prospettiva, non è meramente un’arte legata alla produzione sonora, ma una scienza che si fonda su princìpi numerici e matematici, in grado di spiegare l’armonia dell’universo.
L’opera è articolata in cinque libri, ciascuno dedicato a differenti aspetti della teoria musicale. Nel primo libro Boezio introduce la definizione di musica e ne stabilisce il carattere scientifico, ponendo in evidenza il suo legame con la matematica. Nel secondo e nel terzo approfondisce i princìpi teorici dell’armonia e degli intervalli musicali, sempre secondo una prospettiva aritmetica, riprendendo la concezione pitagorica che individua nei rapporti numerici la chiave per comprendere la struttura del suono. Infine, negli ultimi due libri, si concentra sulle implicazioni filosofiche ed etiche della musica, sottolineandone la capacità di influenzare l’anima e il comportamento umano.
Uno degli aspetti più rilevanti del De institutione musica è la tripartizione della musica, concetto che diventerà fondamentale nel pensiero medievale. Boezio distingue tre livelli di musica: la musica mundana, la musica humana e la musica instrumentalis. La musica mundana è quella che regola l’armonia cosmica, riflettendo l’ordine dell’universo attraverso proporzioni numeriche che governano il movimento degli astri e l’equilibrio della natura. Questa concezione, profondamente debitrice della teoria pitagorica delle sfere celesti, interpreta il cosmo come un sistema musicale in cui ogni elemento si relaziona secondo un principio di armonia universale. La musica humana riguarda invece l’armonia interiore dell’essere umano, ponendo l’accento sulla relazione tra anima e corpo. Boezio sostiene che la musica abbia un effetto profondo sullo stato psicologico e morale dell’individuo, condizionandone il carattere e la condotta. Tale visione riprende il pensiero di Platone, secondo il quale l’educazione musicale è essenziale per la formazione dell’uomo virtuoso e per la stabilità della società. Infine, la musica instrumentalis è quella che si manifesta attraverso gli strumenti musicali e la voce umana. Essa è l’unica forma di musica percepibile direttamente dai sensi, ma per Boezio rappresenta il livello più basso della gerarchia musicale, poiché dipende esclusivamente dall’esecuzione pratica e non dalla comprensione dei princìpi teorici e filosofici che ne regolano l’essenza.

Il legame tra musica e numeri è un altro pilastro del pensiero boeziano. Seguendo la tradizione pitagorica, l’autore dimostra come le consonanze musicali derivino da precisi rapporti matematici, illustrando le proporzioni che definiscono gli intervalli armonici. Questa impostazione aritmetica della musica verrà ripresa nel Medioevo e costituirà la base del pensiero musicale scolastico, in cui la disciplina musicale sarà studiata non come un’arte performativa, ma come una scienza speculativa.
Il portato del De institutione musica non si esaurisce nella sua analisi teorica, ma si estende alla funzione educativa e morale della musica. Boezio insiste sul fatto che la musica, oltre a essere un riflesso dell’armonia cosmica, eserciti un’influenza diretta sull’anima umana, potendo elevare l’individuo alla contemplazione della verità o, al contrario, corromperlo se mal utilizzata. Questa concezione etica della musica deriva direttamente dalla filosofia platonica, in particolare dai dialoghi Repubblica e Timeo, nei quali Platone assegna alla musica un ruolo determinante nella formazione del cittadino ideale.
Il trattato boeziano si inserisce in un solido contesto di tradizione greca, ma si distingue per la sua capacità di sistematizzare le conoscenze precedenti e renderle accessibili alla cultura latina. Da Pitagora riprende la concezione dell’universo come armonia regolata da proporzioni numeriche e la teoria degli intervalli musicali basata su rapporti matematici. Da Platone eredita l’idea che la musica abbia una funzione educativa e morale, mentre da Aristotele mutua la riflessione sugli effetti psicologici ed etici della musica sull’individuo. Il contributo di Tolomeo e Nicomaco di Gerasa si manifesta nella trattazione della teoria musicale dal punto di vista matematico e cosmologico, con particolare attenzione ai rapporti tra suoni e numeri.
L’importanza del De institutione musica risiede nella sua capacità di preservare e trasmettere la tradizione musicale dell’antichità al Medioevo, ispirando in modo decisivo il pensiero musicale scolastico e l’intera concezione della musica nel mondo cristiano. Attraverso la sua visione della musica come scienza speculativa e come strumento educativo e morale, Boezio contribuisce a consolidare l’idea che la musica non sia soltanto un’arte, ma una disciplina essenziale per comprendere l’ordine dell’universo e la natura umana. Grazie alla sua opera, la musica viene riconosciuta come un elemento imprescindibile del sapere filosofico e teologico, assumendo un ruolo centrale nella cultura medievale e, poi, rinascimentale.

 

 

 

 

 

La nascita, nell’Europa medievale, delle scuole laiche
e delle Università, interpretata in maniera molto singolare

 

 

 

Tratto dal mio “La Letteratura Italiana – Dalle origini al primo Novecento”, Eurilink University Press, 2022, pp. 42-43

 

“…Verso la metà dell’XI secolo, tuttavia, qualcosa cominciò a cambiare. Qualcuno decise di mettersi in concorrenza con la Chiesa. “Perché devono essere solo loro a insegnare, a scegliere le materie e i programmi? Perché la Bibbia deve essere l’unico manuale in uso di storia, geografia, letteratura, lingua, psicologia, fisica, chimica, architettura, ingegneria, astronomia, religione e pure educazione fisica?”.
Molti uomini, allora, estranei ai ranghi ecclesiastici, quando si incontravano all’osteria, la sera, dopo cena, cominciarono a discutere di filosofia aristotelica la quale, anche attraverso le traduzioni e i commenti dei dotti arabi Avicenna e Averroè, era giunta in Occidente. Così, parla oggi, discuti domani, leggiti il libro per dopodomani, i conversanti aumentavano sempre di più. Gli osti facevano affari d’oro, perché avevano messo la consumazione obbligatoria e, quando si faceva tardi, fittavano pure qualche camera per la notte con la prima colazione compresa. La cuccagna, per i gestori di osterie e taverne, però, durò poco. Ben presto, in tanti decisero di riunirsi in luoghi più adatti alle discussioni, alla lettura e allo studio.
Ed ecco che nacquero le Università e, in due secoli, dall’XI al XIII, ne sorsero in tutta Europa. Ogni città importante aveva la propria. Vi si poteva studiare la filosofia, le lettere, il diritto e le cosiddette arti liberali, fondamento di tutta l’istruzione dei secoli precedenti: la grammatica, la retorica, la dialettica, la musica, l’astronomia, l’aritmetica e la geometria. Tutto era molto ben organizzato: gli studenti, dopo aver letto i testi consigliati dai maestri, sceglievano quale corso seguire e in che materia diventare dotti.
Essi, inoltre, erano liberi di discettare con i docenti, senza dover sostenere esami, né scritti, né orali, ma, semplicemente, confrontando il loro pensiero con quello degli antichi, come, ad esempio, Aristotele e tanti altri, e con i compagni di banco. Era, dunque, un metodo di insegnamento e apprendimento molto particolare. Se oggi fosse ancora così, molti studentelli ne approfitterebbero e non imparerebbero un bel niente…”.

 

 

 

Eroina, ribellione, ritmo: tutte le anime del Ray Charles più soul

 

di

Antonio Lodetti

 

 

Lui, Ray Charles, è cieco dall’età di 7 anni (forse per un glaucoma, più probabilmente per un’infezione non curata dovuta all’acqua saponata, come accadde a molti bluesmen dell’epoca) e percorre quella strada in salita che lo porterà a diventare “The Genius”, il re del soul ma anche del jazz, e del gospel e del country e del pop. Non vedeva…

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Ray Charles (1930 – 2004)