Glasnost

 

C’è qualcosa di immutabile nei modi degli adolescenti. Il trucco impiastricciato e spregiudicato sui visi delle ragazzine, i ragazzini e gli spintoni che si danno tra loro. Negli anni ottanta funzionava esattamente allo stesso modo. Meno smartphone e più agende gonfie di qualunque cosa forse, ma per il resto… La sigaretta del desiderio, il ripasso a cazzo di cane, il broncio, le parolacce, le risate cafone, il tanfo del sudore rappreso nelle tute acetate. Hanno ancora tutti quel nostro stesso sguardo velato, le bocche semiaperte e spente, nessuna illusione, in più giusto i selfie e l’hip hop nelle cuffie. Sanno a memoria tutta la merda di Fedez. Multietnici, più di noi allora, sicuro. Più effeminati i maschi, più mascoline le lolite. Meno curiosi, chissà. Meno battaglie da fare, forse.
Noi venimmo su leggendo il male nel capitalismo americano e nelle tenebre pre-perestroika e pre-glasnost. Venimmo su indottrinati dai Pink Floyd e dalla new wave. Venimmo su nello spirito umanitario del Live Aid. Cotonandoci i capelli.
Sulla loro testa pesa di contro la mano dei terrorismi e del grande tracollo economico, il senso perverso della nostra raggelante caduta. Noi ci baciavamo molto da ragazzini. Dio, anche loro se è per questo, identica aria di sfida e chewing-gum tra i molari. Ma allora cos’è? Cosa, perdio?
Semplice. È la stramaledetta giovinezza. Che scoppia e sembra passare, invece non passa mai.

Patrick Gentile

 

c-metà anni 80 giovani

 

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