Quel senso di nostalgia nella poesia crepuscolare
di Guido Gozzano

 

 

 

I primi vent’anni della mia vita li ho trascorsi stabilmente a Sant’Agata sui due Golfi, a casa dei miei genitori. Il balcone della mia camera da letto affacciava su un panorama mozzafiato: a sinistra, la collina di Santa Maria della Neve, poi, il Monte San Costanzo, al centro della scena, l’isola di Capri e, sulla destra, il colle del Deserto. Fin da bambino, mi incantavo a guardare, tra ottobre e novembre, il sole tramontare tra Capri e il mare. Ho sempre accostato questa immagine al ricordo della mia infanzia e della mia terra bellissima ogniqualvolta, essendone lontano, ho pensato ad esse. Anche il termine Crepuscolarismo mi rimanda a tale dolce memoria. La definizione di questo movimento poetico ha a che fare con il tramonto, proprio perché fu adoperata per definire quella tendenza compositiva che si sviluppò in Italia nei primi quindici anni del Novecento. Gabriele D’Annunzio aveva celebrato la poesia eroica, ponendo il poeta nella posizione di animatore della storia e creatore delle forze del futuro. I crepuscolari, al contrario, rifiutavano questa concezione del versificatore e della poesia, ripiegando su temi e movimenti più semplici, di declino, smorzati e spenti, comuni e usuali, nostalgici, come il sole che tramonta, appunto. Nel tramonto c’è tutta la nostalgia del giorno che sta per finire. Ecco il perché del termine Crepuscolarismo. Il più famoso poeta crepuscolare fu senza dubbio Guido Gozzano. Nato a Torino nel 1883, studiò con poco profitto alle scuole superiori, si iscrisse all’Università senza, però, laurearsi. Si interessò soltanto alla letteratura e alla poesia. Visse molto poco, 33 anni, distrutto dalla tisi. Il suo compendio poetico che vale la pena leggere è “Colloqui”. La poetica di Gozzano risente della malattia e del continuo confrontarsi con essa, dell’incertezza del futuro e del rifugio in un passato tutto da ricordare. Ecco perché essa è dotata di una forte componente nostalgica. Il poeta avrebbe desiderato solo essere felice, poter amare ed essere amato, ma la malattia glielo impedì. Ne sono dimostrazione due tra le sue liriche migliori: “L’amica di Nonna Speranza” e “Cocotte”. Non ebbe mai la pretesa di voler essere considerato un grande poeta. Verseggiò con tristezza, quasi piangendo!

Pubblicato l’1 giugno 2017 su La Lumaca

 

 

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