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Dalla Dottrina Monroe a Trump

Due secoli di potere e l’ombra lunga
delle sfere di influenza

 

 

 

Una dottrina del 1823, un presidente del XXI secolo. La Dottrina Monroe costituisce una chiave per leggere il presente. L’idea di un’America padrona del proprio “spazio vitale” riaffiora, senza troppi filtri, nell’era Trump. Cambia il mondo, cambiano i toni, eppure la logica resta: sfere di influenza, confini informali, interessi nazionali prima di tutto. Tra passato e presente, per capire perché certe idee, negli Stati Uniti, non passano mai davvero di moda.

 

Rilanciato da theglobaleye.it

 

 

La Dottrina Monroe è stata uno dei pilastri della politica estera statunitense e, allo stesso tempo, uno dei concetti più fraintesi quando è richiamata nel dibattito contemporaneo. Elaborata nel 1823 dal presidente James Monroe, con il contributo determinante del suo segretario di Stato John Quincy Adams, segnò l’inizio di una lunga tradizione di pensiero geopolitico. Il fatto che questa logica stia riaffiorando, in forme diverse, durante la presidenza Trump, è indice di una continuità profonda nel modo in cui Washington, al di là del colore politico delle amministrazioni, concepisce potere e influenza,
Agli inizi dell’Ottocento, gli Stati Uniti erano una nazione in ascesa, seppure ancora lontana dalla statura globale che avrebbero acquisito nel secolo successivo. L’Europa, reduce dalle guerre napoleoniche, guardava alla restaurazione dell’ordine monarchico e coloniale. L’ipotesi, pertanto, che Spagna, Francia o altre potenze tentassero di riprendere il controllo delle ex colonie latinoamericane non era affatto remota. La Dottrina Monroe fu formulata proprio per rispondere a queste circostanze. Il messaggio era chiaro: nessuna nuova colonizzazione europea nelle Americhe e nessuna ingerenza negli affari degli Stati indipendenti del continente. In cambio, Washington prometteva di non intervenire nelle dinamiche interne europee. Dietro questa apparente simmetria si celava, invero, un’idea più ambiziosa: l’emisfero occidentale sarebbe dovuto diventare uno spazio politico distinto, regolato da logiche diverse da quelle europee e, implicitamente, posto sotto l’ombrello statunitense.
Con il passare del tempo, la portata della Dottrina Monroe mutò. Da presa di posizione difensiva contro l’Europa divenne base ideologica per l’espansione dell’influenza statunitense. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con la crescita economica e militare degli Stati Uniti, il principio fu reinterpretato in senso sempre più interventista. E, infatti, l’impostazione prevalentemente difensiva della dottrina cambiò nel 1904, quando, con il cosiddetto “corollario Roosevelt”, che prese il nome dal presidente Theodore Roosevelt, lo stesso che aveva attivamente partecipato al conflitto contro la Spagna per il controllo di Cuba (la guerra ispano-americana del 1898), Washington si attribuì una sorta di legittimazione a intervenire negli affari interni dei Paesi dell’America Latina.
Da quel momento, l’area latinoamericana venne di fatto considerata dagli Stati Uniti come propria zona di influenza diretta, un vero “cortile di casa”. In diverse occasioni, soprattutto durante la guerra fredda, la Casa Bianca intervenne per impedire l’affermazione di governi vicini all’Unione Sovietica, agendo, tramite la CIA, per favorire regimi considerati affidabili, anche quando questi erano tutt’altro che democratici. L’America Latina iniziò così a essere vista come un’area di interesse prioritario, in cui la “stabilità” era misurata in base alle esigenze politiche e strategiche degli Stati Uniti. I governi considerati ostili o deboli erano percepiti come una minaccia non solo a livello regionale ma anche globale. In questo modo, la Dottrina smise di essere uno strumento di difesa contro l’ingerenza europea e divenne una giustificazione dell’intervento statunitense.
Questo passaggio è fondamentale per comprendere i parallelismi con l’era Trump. Si tratta della riattivazione di una logica consolidata: l’idea che sicurezza e prosperità degli Stati Uniti dipendano dal controllo politico, economico e strategico del proprio spazio regionale.

La presidenza Trump sta segnando una rottura evidente nello stile della politica estera americana. Lo slogan “America first” non parla solo all’elettorato interno. È una dichiarazione di intenti su scala globale. In quest’ambito, la Dottrina Monroe è implicitamente richiamata soprattutto nella gestione dell’America Latina e nei rapporti con le potenze rivali. La crescente presenza economica della Cina e il ritorno attivo della Russia in alcuni Paesi della regione sono stati presentati come inaccettabili. Il messaggio, anche quando non formulato in termini dottrinali, è netto: l’emisfero occidentale deve restare una sfera di influenza privilegiata degli Stati Uniti.
A differenza di Monroe, Trump non cerca formulazioni eleganti o universalizzabili. Il suo linguaggio è diretto, spesso aggressivo, privo della patina idealistica dell’Ottocento. La sostanza, però, resta sorprendentemente simile: tracciare confini di influenza e difenderli senza ambiguità.
Il parallelo tra Dottrina Monroe e politica trumpiana funziona soprattutto sul piano della mentalità geopolitica. In entrambi i casi, si profila l’idea che gli Stati Uniti abbiano una responsabilità speciale e, di conseguenza, un diritto speciale nel proprio spazio geografico. Una visione che tende a subordinare la sovranità degli altri Stati agli interessi americani.
Le differenze, tuttavia, sono rilevanti. Monroe parlava a un mondo dominato da imperi territoriali; Trump si muove in un sistema globalizzato e interdipendente. L’isolamento selettivo promosso da Trump è difficile da sostenere senza costi economici e politici elevati. Inoltre, mentre la Dottrina Monroe puntava a una stabilità di lungo periodo, la politica estera trumpiana appare spesso discontinua, legata al ciclo mediatico e alle dinamiche interne.
Il caso Trump mostra, comunque, che la Dottrina Monroe è un serbatoio concettuale a cui la politica estera americana continua ad attingere. Non viene ripresa alla lettera, eppure riaffiora ogni volta che Washington percepisce una minaccia alla propria centralità regionale o globale.
Il parallelismo, quindi, va oltre la figura di Trump. Riguarda una tendenza ricorrente della politica statunitense: il ritorno a una visione del mondo fatta di sfere di influenza, gerarchie di potere e confini informali. Trump sta semplicemente rendendo questa visione più esplicita, meno filtrata dal linguaggio diplomatico e più orientata allo scontro.
Analizzare il legame tra Dottrina Monroe e le politiche di Trump porta al riconoscimento di una continuità profonda nella storia degli Stati Uniti. Una continuità fatta di adattamenti, ma anche di idee che tornano. La convinzione che Washington debba proteggere il proprio spazio vitale, respingere influenze esterne e agire in nome dell’interesse nazionale attraversa due secoli di politica estera e tutte le amministrazioni, democratiche e repubblicane. Trump non ha inventato questa logica. L’ha soltanto riportata al centro della scena, anche se in un mondo molto diverso da quello del 1823.

 

 

 

 

 

La Guerra fredda

 

 

INTRODUZIONE

Il termine guerra fredda è stato coniato dal giornalista americano Walter Lippman per descrivere la situazione, presente a livello mondiale, in seguito all’esplosione della bomba atomica ad Hiroshima. La fine della Seconda guerra mondiale segnò il declino dell’egemonia europea sul mondo. Le due reali potenze vincitrici, ciascuna detentrice di una propria ideologia e di una propria promessa di benessere universale, risultarono essere gli USA e l’URSS, destinate a dominare gli equilibri mondiali del dopoguerra. Il modello statunitense si fondava sul capitalismo e sull’affermazione dell’economia di mercato su scala mondiale, mentre il modello di origine sovietica (socialismo), basato sulla filosofia marxista, prevedeva una lotta di classe sul piano internazionale, ovvero, uno scontro fra Paesi proletari e Paesi capitalisti. Durante il periodo degli anni ’50, noto, appunto col termine di guerra fredda, i due modelli e i relativi progetti di egemonia si fronteggiarono su scala planetaria. Si definì guerra, per la contrapposizione tra i contendenti e la mobilitazione militare sviluppatasi all’interno dei Paesi coinvolti, fredda, perché le armi prodotte e accumulate in realtà non furono utilizzate. Ciascuna delle due potenze possedeva armamenti distruttivi e sofisticati, sia convenzionali che nucleari. La competizione nell’accumulo di tali armi sostituì il loro uso effettivo e garantì il mantenimento dell’equilibrio. Tali armi, quindi, ebbero, principalmente, una funzione di dissuasione: minacciare l’avversario in modo da impedirgli qualsiasi azione aggressiva. Come affermato dal politologo francese Raymond Aron, la guerra fredda, tuttavia, vide anche l’utilizzo di altre armi: strumenti di persuasione e di sovversione. I due strumenti di persuasione furono rappresentati dalla diplomazia e dalla propaganda, basata, quest’ultima, su un uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa, tra cui la radio, e finalizzata a condizionare l’opinione pubblica dei Paesi avversari. La sovversione, invece, utilizzò strumenti clandestini, per infiltrarsi imagesnell’area dell’avversario e minarne le capacità di controllo: ne sono esempi la CIA (agenzia americana di intelligence, cioè di spionaggio e controspionaggio), e il KGB (agenzia sovietica di spionaggio e controspionaggio, interno e internazionale). Il periodo compreso tra il 1945 e gli anni ‘70 fu contrassegnato da una situazione di mobilitazione psicologica, economica e politica, come in precedenza si era verificata solo in periodi di guerra. Nel blocco sovietico, la mobilitazione consistette in una restrizione permanente delle libertà fondamentali, al fine di contrastare la minaccia imperialista; nel blocco occidentale, invece, nell’anticomunismo, con pesanti misure repressive, che portarono all’estromissione dal pubblico impiego di tutti i sospetti simpatizzanti comunisti (una vera caccia alle streghe!) e alla repressione delle minoranze, a partire dai neri, potenzialmente sovversive. Il periodo della guerra fredda presentò diverse fasi: una prima fase di guerra fredda vera e propria, 1947 ai primi anni ‘60, una seconda fase di distensione, dagli anni ‘60 ai primi anni ’70, e una terza fase di tensione internazionale, successiva al 1973.

 

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IL BLOCCO SOVIETICO

Nel dopoguerra, l’URSS era presente, militarmente, nei Paesi dell’Europa orientale, distrutti dalla guerra e che aveva liberato dal nazismo, ma, nello stesso tempo, rappresentava il Paese maggiormente devastato economicamente e demograficamente. Quindi, per garantire la propria sicurezza e la propria ripresa economica, creò una sfera di influenza su quei Paesi, caratterizzati da un regime analogo al socialismo. Il piano sovietico, nel periodo 1945-48, si basò sull’idea delle cosiddette democrazie popolari. I Paesi interessati non passarono direttamente al socialismo (stato a partito unico, collettivizzazione dell’agricoltura, nazionalizzazione images (2)dell’economia) ma attraversarono una fase transitoria, che vide insediarsi governi di coalizione, nei quali, il partito comunista assumeva un’influenza superiore rispetto agli altri e avviava una progressiva introduzione di elementi di socialismo. Nel 1947, tale progetto gradualistico di controllo sui Paesi orientali subì una brusca svolta, dovuta all’offerta americana di estendere ad essi gli aiuti del Piano Marshall. Questo progetto di finanziamento alla ricostruzione dei Paesi distrutti dal conflitto, interessò numerosi governi dell’Europa orientale e, in tal modo, l’egemonia economica statunitense minacciò di estendersi oltre l’Elba. Andrej Zdanov, stretto collaboratore di Stalin e presidente del Soviet supremo (organo legislativo dell’URSS) definì il Piano Marshall, durante un discorso pronunciato a Varsavia, in occasione del convegno di fondazione del Cominform (organismo che prese il posto del Comintern, cioè la Terza Internazionale), “un’arma dei disegni imperialistici americani“. Invitò, pertanto, tutti i Paesi amici dell’URSS ad opporvisi. Nello stesso 1947, si verificò un grave dissidio tra URSS e Jugoslavia, la quale mirava alla costruzione di un regime socialista autonomo e non direttamente condizionato dall’influenza sovietica. Tale contrasto comportò una rottura clamorosa nella sinistra internazionale e nel blocco sovietico. Nel blocco sovietico nacquero regimi di tipo staliniano, in Cecoslovacchia fu soppresso, nel 1948, il governo di coalizione e il leader comunista Klement Gottwald assunse la presidenza della Repubblica, guidando la trasformazione del Paese in una images (3)democrazia popolare, in cui non era previsto il pluralismo dei partiti. In altri Paesi, il regime a partito unico si impose, di fatto, salvaguardando (Polonia e Ungheria) la facciata di partiti socialdemocratici o contadini. Tra il 1948 ed il 1953, si potenziò il controllo sovietico sui Paesi satelliti dell’URSS. Sul piano economico, si assistette alla nascita del Comecon (1949), un organismo centralizzato di coordinamento, che comportò la chiusura degli scambi con l’Occidente e favorì lo sviluppo dell’URSS. Sul piano politico, ebbe luogo il processo già avvenuto in URSS: in Ungheria (processo Rajk), così come in Cecoslovacchia (processo Slansky) si effettuarono grandi purghe di comunisti, che il regime reputava eccessivamente nazionalisti. Fu, così, negata, all’interno dei partiti comunisti, qualsiasi possibilità di dibattito. Nel 1953, si verificò la prima crisi politica del blocco sovietico, pochi mesi dopo la morte di Stalin, avvenuta nel mese di marzo. La prima rivolta in cui i lavoratori manifestarono contro le proprie misere condizioni di vita, fu a Pilsen (Cecoslovacchia), seguita da Berlino Est, capitale della Germania Orientale (Repubblica Democratica Tedesca). Nel 1955, il Patto di Varsavia comportò un potenziamento delle alleanze militari tra gli stati dell’Europa orientale, nei quali la leadership sovietica tentò una sorta di liberalizzazione. Si concesse, quindi, qualche spazio a leader emergenti (Imre Nagy, in Ungheria), si ridimensionarono i capi di stato più compromessi e si intraprese una graduale riconciliazione con la Jugoslavia.

L’EUROPA NEL 1956:NATO E PATTO DI VARSAVIA. IL SISTEMA DI ALLEANZE AMERICANO

Durante gli anni ‘40 e i primi anni ’50, gli USA realizzarono un sistema di alleanze politiche, militari ed economiche, mirato a contrastare la minaccia comunista e a risolvere il problema del declino degli imperi coloniali e della trasformazione degli equilibri economici, presenti a livello mondiale. Nei primi anni del dopoguerra, gli USA diventarono il Paese-guida di uno dei due grandi blocchi, formatisi contemporaneamente durante quel periodo: il blocco sovietico e il blocco occidentale, entrambi aspiranti ad ottenere l’egemonia planetaria. A partire dal 1947, la politica di contenimento del comunismo, lanciata dal presidente Harry Truman, permise agli USA di abbandonare l’isolazionismo e fu ritenuta la più idonea a realizzare, nella migliore images (4)maniera, gli interessi economici e politici americani. Si aprì, così, una fase in cui, negli USA, politica estera e finanza si muovevano di pari passo. Il 5 giugno 1947, il Segretario di Stato americano, George Marshall, annunciò il Programma per la ripresa economica europea (ERP), destinato a fornire aiuti economici per i Paesi europei, per oltre 13 miliardi di dollari: tale Programma è conosciuto con il nome di Piano Marshall. Il piano, originariamente ideato per favorire anche l’Unione Sovietica e la sua crescente sfera di influenza, prevedeva che l’offerta di aiuto economico all’URSS fosse accompagnata da un cambio di politica, comportando, quindi, negli anni immediatamente successivi al lancio del piano, una netta rottura tra i due blocchi. Il Piano Marshall, tuttavia, non aveva soltanto un fine economico, quanto anche politico: mirava, infatti, a far crescere, all’interno dei Paesi europei, l’influenza dei gruppi politici moderati, a discapito di quelli comunisti, e auspicava di ottenere una riconciliazione con la Germania (privata della sua parte orientale). A distanza di due anni nacque un’alleanza militare tra gli USA e i Paesi Europei ad ovest di Trieste: l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). Con la progressiva fine del colonialismo e la conseguente dissoluzione degli imperi coloniali, si temeva un allargamento della sfera di influenza sovietica. Sulla base di questa situazione, la politica degli USA prevedeva di non intervenire nelle aree di rivolta considerate meno rischiose (Nordafrica e India), di convincere Gran Bretagna e Francia ad aprire le loro aree imperiali al commercio internazionale, a potenziare la propria influenza economica e politica a livello europeo e mondiale, come in Grecia e in America Latina, unita agli USA, dal 1948, nell’Organizzazione degli Stati Americani, e di sostenere il colonialismo nelle aree a rischio di espansione del comunismo (colonie francesi dell’Indocina). In seguito alla vittoria del comunismo in Cina, avvenuta alla fine degli anni ‘40, gli USA costruirono, in Asia orientale, un sistema di alleanze politico-militari più complesso e agguerrito di quello creato in Europa, finalizzato a contenere il comunismo. In Giappone, inizialmente occupato dalla potenza americana al fine di disarticolare le basi economiche, politiche e ideologiche del militarismo nipponico, e come forma punitiva per la guerra, si passò, dal 1948-49, durante il governatorato di Douglas MacArthur, ad una politica di incoraggiamento della ripresa economica analoga a quella prevista dal Piano Marshall. A cinque anni da Hiroshima, Giappone e USA passano da Paesi nemici a stretti partner economici e politici. In molti Paesi asiatici, attraversati dalla crisi del colonialismo, gli USA tentarono di sperimentare una soluzione analoga a quella adottata in Germania: la Corea fu divisa in una Repubblica Democratica Socialista (Nord) e in una Repubblica di Corea (Sud), fortemente sostenuta dall’aiuto economico e militare americano; il Vietnam, dopo il 1954, fu suddiviso in Repubblica Democratico-Socialista, al nord, e in uno stato filoamericano al sud; in Cina, dopo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, a Pechino, gli USA tentarono di sostenere economicamente la Repubblica Cinese, insediatasi nell’isola di Taiwan, come unica vera rappresentante del popolo cinese. Questa politica aveva l’obbiettivo di opporre al comunismo degli stati socialisti, nati per via rivoluzionaria nei Paesi colonizzati, un sano nazionalismo asiatico, ispirato ad un modello di Stato nazionale libero (in realtà, quasi sempre dittatoriale).