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La grande officina dell’Essere

L’estetica di György Lukács tra forma e storia

 

 

 

 

György Lukács ha compiuto uno dei tentativi più sistematici del Novecento di comprendere l’arte come parte integrante della vita sociale e come strumento conoscitivo di primo ordine. La sua estetica è un progetto che unisce filosofia classica, tradizione marxista e sensibilità letteraria. Lukács non mira a costruire una teoria astratta; lavora, invece, sempre dentro le opere, le epoche e i conflitti storici. Ogni concetto proviene dall’analisi diretta di testi, generi e forme. Per questo la sua estetica ha un carattere concreto, anche quando punta a definire categorie generali.
Il centro del suo pensiero è la totalità, categoria ereditata dalla tradizione dialettica. Per Lukács, la realtà è sempre più ampia e complessa di ciò che appare nell’immediato. È un intreccio di relazioni che solo uno sguardo strutturato può riconoscere. La modernità tende a spezzare questa visione. La divisione del lavoro, l’alienazione e la mercificazione spingono verso una percezione frammentata. L’arte diventa, allora, il luogo dove la totalità può ancora emergere. Non nel senso di un’armonia artificiale ma come ricostruzione delle connessioni profonde che organizzano la vita sociale.
Da questa prospettiva nasce la centralità della forma. Ogni opera autentica è un organismo dotato di coerenza interna. La forma non copre il contenuto, lo organizza. È una griglia che permette di riconoscere ciò che nel flusso caotico dell’esperienza sarebbe invisibile. Lukács insiste sul fatto che l’artista, scegliendo una forma, compie un gesto critico. Seleziona, ordina, mette in relazione. La forma diventa conoscenza, perché costruisce un mondo riconoscibile e, allo stesso tempo, più vero del mondo immediato.
Il rapporto tra forma e contenuto si intreccia con l’idea di tipicità. Un personaggio tipico non è una figura generica ma un individuo che concentra in sé i tratti sociali dell’epoca che vive. Non è un simbolo astratto. È una persona pienamente concreta, ma nella sua storia si riflette il movimento più ampio della storia collettiva. La tipicità è l’elemento che permette all’arte di superare sia il semplice realismo fotografico sia l’allegoria rigida. Permette all’opera di parlare dell’universale attraverso il particolare.
Lukács collega questa concezione del personaggio e della forma alla sua difesa del realismo. Per lui, il realismo non è un’etichetta stilistica. È un metodo conoscitivo. È la capacità di rappresentare il mondo sociale nelle sue dinamiche essenziali. Lo sguardo realistico procede per mediazioni. Non si accontenta della superficie. Va alla ricerca delle strutture che determinano la vita quotidiana. Questo spiega la preferenza di Lukács per la narrativa ottocentesca. In Balzac, Tolstoj e Scott vede autori capaci di unire ampiezza storica e precisione psicologica, consapevoli che la vita degli individui non si comprende senza uno sfondo sociale leggibile.
Da qui deriva anche la sua critica alle avanguardie. Lukács riconosce che le avanguardie reagiscono alla crisi della modernità. Tuttavia, ritiene che la loro risposta sia regressiva. Secondo lui, rompendo la forma narrativa tradizionale e puntando sulla frammentazione percettiva, le avanguardie finiscono per registrare il caos invece di interpretarlo. Non forniscono strumenti per comprendere la realtà, la amplificano. La loro novità formale diventa spesso autoreferenziale e rende difficile stabilire un rapporto significativo con il pubblico. Lukács non rifiuta la sperimentazione in sé ma contesta l’idea che la dissoluzione della forma sia un progresso. L’arte, nella sua visione, deve procurare un orientamento, non solo un riflesso delle lacerazioni esistenti.


Il pubblico ha un ruolo decisivo. Un’opera d’arte non si chiude nel proprio artificio. Cerca una relazione con chi la osserva o la legge. Non abbassa il livello ma costruisce un ponte. Questa idea di accessibilità non è retorica. Per Lukács, la comunicabilità è una condizione per l’efficacia conoscitiva dell’arte. Un testo incomprensibile non può avere un impatto sulla comprensione collettiva del mondo. L’arte autentica non deve essere semplice, deve essere chiara. La chiarezza è la forma estetica della verità.
Nella fase della sua maturità, Lukács collega la sua estetica a una più ampia ontologia dell’essere sociale. In quest’ultima visione l’essere umano è un soggetto che trasforma il mondo e viene trasformato dalle proprie creazioni. L’arte è una forma particolare di oggettivazione. A differenza degli oggetti prodotti per l’uso quotidiano, l’opera artistica conserva un distacco dalla vita immediata, che permette una riflessione più profonda. L’arte è un modo di fissare l’esperienza, di darle stabilità, di produrre un senso che la vita quotidiana tende a dissolvere. È un gesto che afferma la possibilità di una comprensione condivisa anche in epoche di forte divisione.
Il romanzo occupa una posizione centrale in questo quadro. È il genere che meglio rappresenta il dramma dell’uomo moderno, sospeso tra aspirazione alla totalità e realtà della disgregazione. Il romanzo realistico è, per Lukács, la forma che può dare un ordine narrativo al caos sociale, senza nasconderlo. Attraverso i suoi personaggi e le loro vicende riesce a trasformare la complessità in esperienza comprensibile. Non elimina il conflitto tra individuo e società ma lo rende intellegibile.
L’estetica di Lukács non è mai solo teoria. È anche una presa di posizione politica. L’arte deve contribuire alla comprensione del reale e questa comprensione è la premessa di ogni trasformazione. Tuttavia, non si tratta di subordinare la creazione artistica alla propaganda. Lukács respinge ogni riduzione dell’arte a strumento ideologico diretto. L’opera autentica ha una sua autonomia che la politica non può forzare senza distruggerne la verità. La sua funzione politica deriva dalla sua forza conoscitiva, non dal contenuto dichiaratamente impegnato.
Il contributo di Lukács all’estetica contemporanea rimane oggetto di dibattito. La sua difesa del realismo è stata letta come conservatrice da alcuni, come liberatoria da altri. La sua critica alle avanguardie è stata giudicata anacronistica, eppure continua a stimolare discussioni sul rapporto tra forma artistica e vita sociale. Ciò che resta decisivo nella sua opera è la convinzione che l’arte abbia una responsabilità conoscitiva e umana. L’opera non è un semplice esercizio formale. È un modo di guardare il mondo, di comprenderlo e di restituirlo in una forma che permetta agli altri di vedere con maggiore chiarezza.

 

 

 

 

 

 

La Volontà e la Potenza

Schopenhauer e Nietzsche a confronto

 

 

 

 

Il confronto tra il concetto di Volontà in Arthur Schopenhauer e quello di volontà di potenza in Friedrich Nietzsche rappresenta un tema fondamentale nella filosofia moderna, evidenziando le profonde differenze di visione tra i due pensatori riguardo alla natura umana e al significato dell’esistenza.
Per approfondire tale raffronto, è utile esaminare le implicazioni ontologiche, etiche e pratiche di ciascun concetto, oltre che il contesto storico-filosofico che ha influenzato queste teorie.
Schopenhauer fonda la sua visione sul concetto di noumeno kantiano, ossia la realtà che esiste al di là della nostra percezione sensoriale. In Il mondo come volontà e rappresentazione, sostiene che, sebbene il mondo come lo percepiamo sia una rappresentazione mentale, esiste una realtà sottostante: la Volontà. Questa non è la volontà individuale e conscia di una persona, ma una forza universale e cieca, che opera al di sotto della superficie di tutte le cose, manifestandosi nel desiderio incessante di vivere, crescere e perpetuarsi.
Schopenhauer ritiene che questa Volontà sia priva di razionalità e significato, portando inevitabilmente alla sofferenza. Ogni essere umano, spinto da questo desiderio incessante, si trova in una condizione di perenne insoddisfazione. La felicità, nella visione schopenhaueriana, è transitoria e momentanea, poiché raggiungere un obiettivo non fa che generare nuovi desideri e perpetuare il ciclo di frustrazione.
La sua prospettiva pessimista è chiara quando afferma: “La vita è essenzialmente dolore, e tanto più si sale nella perfezione della forma, tanto più il dolore aumenta”. “La vita umana deve essere una sorta di errore: la sua condizione preminente è in ogni caso la sofferenza” (Il mondo come volontà e rappresentazione).
Per Schopenhauer, la redenzione dall’incessante sofferenza generata dalla Volontà è possibile solo attraverso la negazione del volere, che può essere raggiunta tramite pratiche ascetiche, la contemplazione estetica e un distacco radicale dai desideri materiali. Questo avvicinamento alla tradizione filosofica orientale, in particolare al buddhismo, implica una via di liberazione che abbandona la lotta e accetta la rinuncia come strada verso la serenità.

Nietzsche riformula l’idea di Volontà, trasformandola in una forza creativa ed essenziale per la realizzazione dell’individuo. A differenza della Volontà schopenhaueriana, che è cieca e dolorosa, la volontà di potenza è un impulso positivo, vòlto all’affermazione, alla crescita e al superamento dei propri limiti. Nei suoi scritti, tra cui Al di là del bene e del male e Così parlò Zarathustra, Nietzsche sviluppa un pensiero in cui la volontà di potenza rappresenta la spinta fondamentale che anima l’intero universo e si manifesta in tutti gli esseri viventi come desiderio di affermarsi e migliorarsi.
La volontà di potenza nietzschiana non è solo un’energia vitale, ma è un principio ontologico che trasforma la vita in un atto creativo. Questo concetto si contrappone alla morale tradizionale e alla visione ascetica proposta da Schopenhauer. Nietzsche critica apertamente la negazione della volontà e la visione pessimistica della vita, vedendo in esse un segno di debolezza e di decadenza. La sua filosofia, invece, celebra la vitalità, l’audacia e la capacità di creare nuovi valori in un mondo privo di significato intrinseco.
Come Nietzsche dichiara in La gaia scienza: “Dio è morto. Dio resta morto. E noi lo abbiamo ucciso. […] Non è forse la grandezza di quest’atto troppo grande per noi? Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, solo per esserne all’altezza?”. Questa affermazione sottolinea l’idea che, senza un ordine cosmico prestabilito o valori assoluti, l’uomo è libero (e obbligato) a forgiare il proprio destino attraverso la propria volontà di potenza. L’essere umano, secondo Nietzsche, deve abbandonare il risentimento e l’atteggiamento rinunciatario per diventare il superuomo (Übermensch), un individuo che crea e impone i propri valori senza essere limitato dalle morali tradizionali.
Dal punto di vista etico, Schopenhauer e Nietzsche propongono due visioni diametralmente opposte. Schopenhauer vede nella compassione e nella rinuncia agli impulsi egoistici un ideale morale, influenzato anche dalla sua conoscenza del pensiero buddista e della mistica orientale. Il suo etos è incentrato sull’empatia e sulla comprensione del dolore universale, considerando la pietà e l’autodisciplina come virtù suprema.
Nietzsche, al contrario, rigetta la compassione come debolezza e promuove un’etica del potere e dell’affermazione. Egli accusa la morale cristiana e quella schopenhaueriana di promuovere un’etica dei deboli, soffocando l’autentico potenziale umano. Il superuomo nietzschiano, che incarna la volontà di potenza, rappresenta colui che trasforma la propria esistenza in un’opera d’arte, accettando la lotta, il conflitto e persino la sofferenza come parti integranti del processo di crescita.
L’approccio schopenhaueriano si riflette anche nella sua concezione dell’arte, vista come un mezzo per sublimare la Volontà e trovare momentaneo sollievo dal ciclo di desiderio e sofferenza. L’esperienza estetica permette di distaccarsi dal mondo della rappresentazione e di cogliere, per un attimo, la quiete. La musica, per Schopenhauer, è l’arte suprema perché esprime direttamente l’essenza della Volontà.
Nietzsche, che inizialmente apprezza Schopenhauer, si distacca progressivamente da questa visione, sviluppando una concezione dell’arte come manifestazione della volontà di potenza. In La nascita della tragedia, approfondisce la tensione tra il dionisiaco e l’apollineo, celebrando il dionisiaco come simbolo della forza creatrice e distruttiva della vita, l’incarnazione della volontà di potenza. L’arte, per Nietzsche, non è una fuga dalla realtà, ma un’affermazione della vita stessa, con tutte le sue contraddizioni.
La differenza tra la Volontà di Schopenhauer e la volontà di potenza di Nietzsche, pertanto, è molto più di una semplice opposizione concettuale; rappresenta due visioni del mondo e della vita umana profondamente diverse. La Volontà di Schopenhauer è un impulso cieco che porta inevitabilmente alla sofferenza e dalla quale l’uomo deve distaccarsi per trovare pace. Al contrario, la volontà di potenza nietzschiana è un principio affermativo e dinamico, che vede nella lotta e nel superamento di sé stessi la più alta espressione dell’essere umano. Mentre Schopenhauer invita alla rassegnazione e alla compassione, Nietzsche incita all’azione e al superamento. Queste visioni divergenti hanno influenzato profondamente non solo la filosofia, ma anche la letteratura, l’arte e la cultura moderna, stimolando riflessioni sul significato della vita, del potere e della sofferenza.

 

 

 

 

 

Luisa Casati Stampa

La musa del sogno e della stravaganza

 

 

 

In un’epoca in cui il mondo danzava al ritmo sfrenato dei ruggenti anni Venti del ‘900, vi era una figura che brillava come una cometa solitaria nel firmamento dell’alta società europea. Luisa Casati Stampa di Soncino, marchesa di rara bellezza e fascino ineguagliabile, percorreva il suo cammino con passo felino, avvolta in un alone di mistero e stravaganza. Come un’ombra sfuggente, si muoveva tra i salotti dorati e i giardini incantati, lasciando dietro di sé una scia di meraviglia.
Con i suoi occhi verdi profondi come abissi e la pelle diafana che rifletteva la luce della luna, incarnava l’essenza stessa della bellezza eterea. Ma la sua bellezza non era solo esteriore; era un fuoco che ardeva con fiamma viva nel suo animo inquieto. La sua vita fu una continua performance, un’opera d’arte vivente che sfidava le convenzioni e i limiti del tempo.
Nata in una famiglia di ricchissimi aristocratici, industriali del cotone, Luisa scoprì presto che le regole e le aspettative della nobiltà non facevano per lei. Scelse invece di abbracciare una vita di eccessi e di teatralità, trasformando ogni giorno in un palcoscenico e ogni notte in un sogno. Si circondava di animali esotici, come ghepardi e serpenti, che passeggiavano accanto a lei come compagni fedeli. I suoi abiti, creati da stilisti visionari, erano opere d’arte a sé stanti, adornati di piume, gemme e tessuti preziosi, che brillavano sotto le luci delle feste e dei balli.


Non era solo la sua apparenza a incantare, ma anche la sua mente brillante e la sua passione per l’arte. Luisa fu musa e mecenate di numerosi artisti, ispirando pittori, scultori e poeti con la sua presenza magnetica. Tra questi, il pittore Giovanni Boldini catturò la sua essenza in ritratti vibranti, dove i suoi occhi sembravano scrutare l’anima dello spettatore, mentre Man Ray immortalò la sua figura in fotografie che trasudavano mistero e sensualità.
La sua villa a Venezia, il Palazzo Venier dei Leoni, divenne un tempio del surrealismo, un luogo dove la realtà si mescolava con la fantasia. Qui, tra specchi d’acqua e statue di marmo, Luisa organizzava feste sontuose, che sfidavano l’immaginazione, dove il tempo sembrava sospeso e ogni desiderio poteva diventare realtà.
Ma come ogni stella che brilla troppo intensamente, anche la vita di Luisa fu segnata da una profonda malinconia. Dietro il velo di stravaganza e spettacolo, si celava un’anima tormentata, sempre in cerca di qualcosa di più, di una bellezza e di una verità che sembravano sfuggirle. La sua fortuna svanì con la stessa rapidità con cui era arrivata e gli ultimi anni della sua vita furono trascorsi nell’ombra, lontano dai riflettori e dai fasti di un tempo.
Luisa Casati, una figura tanto affascinante quanto enigmatica, resta un’icona indimenticabile di un’epoca di eccessi e di sogni. La sua eredità vive nelle opere d’arte che ha ispirato e nei cuori di coloro che vedono in lei non solo una musa, ma un simbolo eterno di bellezza, libertà e malinconia.

 

 

 

 

 

L’inganno del progresso

Rousseau e la condanna della civiltà corrotta

 

 

 

 

Il Discorso sulle scienze e sulle arti di Jean-Jacques Rousseau, pubblicato nel 1750, segnò l’inizio della sua riflessione critica sulla civiltà e sulla condizione umana. Quest’opera, scritta in risposta a un concorso indetto dall’Accademia di Digione, gli valse il primo premio e lo rese celebre nel dibattito filosofico del tempo. In essa, Rousseau sostiene una tesi radicale e in netta contrapposizione con la visione dominante dell’Illuminismo: il progresso delle scienze e delle arti non ha reso gli uomini migliori; al contrario, ha contribuito alla loro corruzione morale. Egli ribalta la convinzione diffusa tra i philosophes secondo cui la diffusione del sapere porterebbe inevitabilmente a un miglioramento della società. Afferma, invece, che la civiltà, con il suo sviluppo intellettuale e materiale, abbia allontanato l’umanità dalla virtù e dalla felicità autentica.
Rousseau, come detto, scrive il Discorso in risposta alla domanda posta dall’Accademia di Digione: “Il progresso delle scienze e delle arti ha contribuito a migliorare i costumi?”. La sua risposta è un netto no e l’opera si sviluppa proprio come una dimostrazione di questa affermazione. Il testo è articolato in due parti: nella prima, il filosofo descrive i danni morali causati dal progresso delle conoscenze, mentre nella seconda approfondisce il modo in cui la civiltà ha favorito la corruzione degli uomini, creando una società basata sull’apparenza e sull’ingiustizia.
Nella parte iniziale, Rousseau prende di mira l’idea, largamente diffusa tra gli intellettuali del suo tempo, che la scienza e l’arte abbiano reso gli uomini migliori. Egli sostiene invece che questi ambiti abbiano avuto l’effetto opposto: piuttosto che promuovere la virtù, hanno incentivato il vizio, la vanità e il desiderio di distinzione. La conoscenza, lungi dall’essere un mezzo per raggiungere la saggezza, è diventata uno strumento di competizione e di corruzione morale. Secondo Rousseau, gli uomini antichi, privi delle sofisticazioni moderne, vivevano in maniera più semplice e più retta, senza le falsità e le maschere imposte dalla società colta.
Nella seconda parte, approfondisce la sua critica alle conseguenze sociali del progresso. Denuncia il ruolo delle istituzioni culturali, educative e politiche nel perpetuare una cultura dell’ipocrisia e dell’esteriorità. Secondo il filosofo, gli uomini moderni sono stati educati a perseguire il prestigio e la fama piuttosto che la vera conoscenza e la virtù. Questo ha portato alla diffusione di un modello di società in cui l’apparenza ha sostituito l’essere e in cui la ricerca della verità è stata soppiantata dalla volontà di piacere e di dominare gli altri. La civiltà, invece di elevare l’animo umano, ha creato individui alienati, incapaci di vivere in armonia con la propria natura.

Un elemento centrale della riflessione di Rousseau è la contrapposizione tra progresso materiale e progresso morale. Egli ritiene che, mentre le scienze e le arti hanno fatto grandi passi avanti nel fornire comfort e strumenti tecnologici all’umanità, hanno paradossalmente causato un declino della rettitudine morale. Rousseau porta l’esempio delle grandi civiltà del passato, come l’antica Grecia e Roma, per dimostrare che il fiorire delle arti e delle lettere sia sempre stato accompagnato da una decadenza morale e da un indebolimento delle virtù pubbliche. Secondo lui, quando un popolo diventa troppo raffinato e sofisticato perde il senso della giustizia e della solidarietà, sostituiti da un crescente individualismo e da una ricerca ossessiva del piacere.
A suo avviso, la cultura moderna ha prodotto una forma di conoscenza sterile, priva di autenticità e scollegata dai veri bisogni umani. Gli uomini non studiano più per migliorarsi, ma per apparire superiori agli altri; non cercano più la verità, ma il riconoscimento sociale. Questo ha generato una società di maschere, in cui la sincerità e la spontaneità sono state sostituite dalla falsità e dalla competizione. Per Rousseau, questa degenerazione morale è il risultato diretto del progresso, che ha trasformato la vita umana in un gioco di prestigio e di inganni.
Uno degli aspetti più innovativi di quest’opera è l’analisi della perdita dell’autenticità nella società moderna. Rousseau sostiene che la civiltà abbia reso gli uomini schiavi delle convenzioni sociali, costringendoli a vivere in modo innaturale. Mentre l’uomo primitivo era libero e spontaneo, l’uomo moderno è vincolato da norme e aspettative che lo obbligano a comportarsi in modo artificiale. Rousseau vede in questo processo una forma di alienazione, in cui l’individuo perde il contatto con la propria essenza e diventa un semplice ingranaggio in un sistema basato sull’apparenza. L’educazione, piuttosto che di liberare l’uomo, lo ha reso prigioniero di un sapere vuoto e formale. Le accademie, le università e le istituzioni culturali, invece di promuovere la saggezza, hanno creato una casta di intellettuali arroganti e distaccati dalla realtà. Questo ha portato alla formazione di una società in cui il valore di un individuo è determinato non dalla sua bontà o dal suo contributo al bene comune, ma dalla sua capacità di conformarsi agli standard imposti dalla cultura dominante.
Rousseau individua nel lusso uno dei simboli più evidenti della corruzione della civiltà moderna. Egli ritiene che il desiderio di ricchezza e di comodità abbia corrotto l’animo umano, portandolo a inseguire piaceri effimeri piuttosto che valori autentici. Il lusso non è solo una manifestazione di sfarzo materiale, ma una vera e propria malattia sociale, che genera disuguaglianze e fratture tra gli uomini. Le società primitive, prive di grandi ricchezze, erano anche più egualitarie e solidali, mentre la civiltà moderna ha prodotto una società stratificata, in cui pochi privilegiati godono di immense ricchezze mentre la maggioranza è relegata nella miseria.
Questo aspetto della sua critica anticipa molte delle idee che svilupperà nel Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini, in cui analizzerà più in dettaglio come la proprietà privata e il progresso abbiano creato gerarchie ingiuste e forme di oppressione sociale. Nel Discorso sulle scienze e sulle arti, Rousseau getta le basi di questa riflessione, mostrando come il progresso, invece di portare giustizia e uguaglianza, abbia rafforzato il dominio dei più forti sui più deboli.
Il Discorso sulle scienze e sulle arti, quindi, porta una delle critiche più radicali alla civiltà moderna e all’idea di progresso. Rousseau mette in discussione la convinzione illuminista secondo cui la conoscenza conduca necessariamente al miglioramento della società, sostenendo invece che essa ha spesso prodotto disuguaglianza, alienazione e corruzione morale. La sua analisi, pur essendo radicata nel contesto del XVIII secolo, solleva interrogativi ancora attuali: il progresso scientifico e tecnologico rende davvero gli uomini migliori? Oppure, rischia di allontanarli dalla loro autenticità e di rafforzare le ingiustizie sociali?

 

 

 

 

E se la figura al centro della Primavera di Botticelli non fosse Venere?

 

da

Finestresullarte.info

 

Da Vasari in poi, al centro della Primavera di Botticelli si è sempre pensato ci fosse Venere. Ma se in realtà la dea non fosse lei?

La Primavera, il grande capolavoro che Sandro Botticelli eseguì verso la metà degli anni Ottanta del Quattrocento per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici (Firenze, 1463 – 1503) e che oggi è protagonista assoluta del percorso espositivo della Galleria degli Uffizi a Firenze, è sicuramente uno dei dipinti più studiati dell’intera storia dell’arte: da Giorgio Vasari in poi, moltissimi storici dell’arte si sono cimentati nell’interpretazione del dipinto, arrivando…

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Sandro Botticelli (1445 – 1510)

 

Sandro Botticelli, “La Primavera” (1478 – 1482)
Firenze, Galleria degli Uffizi

 

 

 

Borromini a Sant’Ivo alla Sapienza: un capolavoro assoluto

 

da

RestaurArs

 

 

Che Roma sia la città del Barocco è un dato di fatto. Ma la straordinaria abilità di Francesco Borromini – troppo spesso forse – passa in secondo piano rispetto alle opere realizzate in città dall’altro grandissimo artista a lui contemporaneo, Gian Lorenzo Bernini. Ma ad onor del vero l’idea esecutiva a livello architettonico espressa dalle loro opere non potrebbe essere più diversa…

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Francesco Borromini (1599 – 1667)

 

 

La grande “burla” di Michelangelo Buonarroti

 

 

 

Ebbene sì!!! La più grande burla della storia è stata propinata alla Chiesa proprio sotto il naso e, per di più, in un capolavoro collocato, in saecula saeculorum, presso la sede “santa”, in modo che, quotidianamente, possano ammirarlo e continuare a credere di non vedervi nulla. Eh sì, perché ad osservare bene il drappo con angeli nel quale è Dio, si vede chiaramente come esso altro non rappresenti che il cervello umano, nella forma che tutti noi, oggi, conosciamo, grazie a quella libera scienza che molti “santi” hanno avversato con condanne a morte e roghi. Questo perché, anche il sommo Michelangelo, nonostante fosse vissuto cinque secoli fa, ne aveva contezza, in quanto dissezionava cadaveri, per studiarne l’anatomia e le parti interne. L’eccelso artista, quindi, ha voluto significare ai suoi “santi” committenti e al mondo: Dio è stato creato dal cervello umano che, di conseguenza, crea anche il mondo dei fenomeni. Il resto sono favole!!! Sono più chiaro: Dio non esiste perché è una creazione della mente dell’uomo e se Dio non esiste, non dovreste esistere neppure voi intesi come associazione che lo rappresenta, a vario titolo, in Terra!
Strano, però, che quegli unici e “santi” detentori della verità non si siano ancora accorti di questa impercettibile sottigliezza. Evidentemente, oggi come nel Cinquecento, sono troppo impegnati a contare danari e non hanno il tempo di alzare il naso al cielo, neppure per contemplare un capolavoro dell’arte universale!

 

Michelangelo Buonarroti, “La creazione di Adamo” (1511)
Cappella Sistina, Roma