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Vicario di Cristo e arbitro dei re

Innocenzo III e l’ordine politico medievale

 

 

 

 

 

Innocenzo III, nato come Lotario dei Conti di Segni nel 1161, fu eletto papa nel 1198 in un momento di forte instabilità politica e istituzionale. Aveva una solida formazione giuridica e teologica, maturata a Parigi e a Bologna, e arrivò al soglio pontificio con un’idea molto chiara del ruolo che il papato avrebbe dovuto svolgere nella cristianità. La sua politica costituì un progetto organico, fondato su una concezione alta e centralizzata dell’autorità papale.
Il fulcro del pensiero politico di Innocenzo III era la teoria della plenitudo potestatis, cioè la pienezza del potere del papa. In quanto vicario di Cristo, il pontefice non era solo la guida spirituale dei fedeli ma il garante ultimo dell’ordine cristiano, anche sul piano temporale. Innocenzo non sosteneva che il papa dovesse governare direttamente i regni ma che avesse il diritto di intervenire quando l’autorità politica si allontanava dai princìpi cristiani o minacciava l’unità della Chiesa. In questo senso, il potere spirituale non annullava quello temporale, lo giudicava e, se necessario, lo correggeva.
Questa concezione si tradusse, innanzitutto, in una politica attiva in Italia e nello Stato della Chiesa. Innocenzo III lavorò con determinazione per rafforzare il controllo papale sui territori dell’Italia centrale, approfittando della crisi dell’Impero e dell’indebolimento delle grandi famiglie aristocratiche. Riuscì a riaffermare l’autorità di Roma su città e feudi che da tempo agivano in modo autonomo, rendendo lo Stato della Chiesa una realtà politica più stabile e coerente. Questo aspetto è fondamentale: per Innocenzo, il potere spirituale aveva bisogno di una solida base territoriale per essere credibile e difendibile.
Il rapporto con l’Impero germanico fu uno dei nodi centrali del suo pontificato. Dopo la morte di Enrico VI, il trono imperiale divenne oggetto di una dura contesa tra diversi pretendenti. Innocenzo III colse l’occasione per riaffermare il diritto del papa di intervenire nella scelta dell’imperatore. In un primo momento, sostenne Ottone IV di Brunswick, ma quando questi cercò di limitare l’autorità papale in Italia, cambiò posizione e appoggiò Federico II di Svevia. Questa scelta dimostrò il pragmatismo del papa: il suo obiettivo non era la fedeltà personale dei sovrani ma l’equilibrio politico che garantisse la supremazia della Chiesa. Federico II, ancora giovane, appariva più controllabile, anche se in seguito si sarebbe rivelato un avversario temibile per il papato.


La politica di Innocenzo III si estese con forza anche ai regni dell’Europa occidentale, dove il papa agì come arbitro delle controversie dinastiche e come garante della legittimità del potere. In Francia, sostenne l’autorità monarchica, vedendo nel re un alleato contro le eresie e le spinte centrifughe dei grandi feudatari. In Spagna e Portogallo appoggiò la Reconquista, rafforzando il legame tra lotta contro l’Islam e autorità papale. In Inghilterra, invece, il conflitto con Giovanni Senzaterra mostrò il volto più duro della politica di Innocenzo. La scomunica del re e l’interdetto sul regno furono, infatti, vere e proprie armi politiche. Costringendo Giovanni alla sottomissione e alla concessione dell’Inghilterra come feudo papale, Innocenzo affermò in modo clamoroso la superiorità del papa sui sovrani cristiani.
Un altro pilastro della sua politica fu la lotta contro le eresie, considerate non solo un errore teologico ma una minaccia all’ordine sociale e politico. L’eresia catara, diffusa soprattutto nel sud della Francia, metteva in discussione l’autorità della Chiesa e, indirettamente, quella dei poteri costituiti. Innocenzo III tentò inizialmente la via della predicazione e del confronto, ma di fronte al fallimento di questi strumenti autorizzò la crociata contro gli albigesi. Questa scelta segnò un punto di svolta: per la prima volta una crociata fu rivolta contro cristiani ritenuti eretici. Le conseguenze furono drammatiche ma dal punto di vista politico rafforzarono sia il controllo della Chiesa sia quello della monarchia francese sul territorio.
Le crociate occuparono un posto centrale nella visione di Innocenzo III. Egli le concepiva come un dovere collettivo della cristianità, guidata dal papa. La Quarta Crociata, tuttavia, si trasformò in un evento imprevisto e controverso, culminando nel sacco di Costantinopoli nel 1204. Innocenzo condannò ufficialmente l’azione ma non poté ignorare il vantaggio politico che ne derivò: l’indebolimento dell’Impero bizantino e il temporaneo rafforzamento della presenza latina in Oriente. Questo episodio mise in luce la distanza tra il progetto papale e la realtà politica, spesso dominata da interessi economici e militari difficili da controllare.
Sul piano interno, la politica di Innocenzo III mirò a una profonda riforma della Chiesa. Il Concilio Lateranense IV del 1215 rappresenta il culmine di questo processo. Le decisioni prese in quell’occasione riguardarono la dottrina, la disciplina del clero, la vita dei fedeli e l’organizzazione ecclesiastica. L’obbligo della confessione annuale, la definizione più chiara dei sacramenti e il rafforzamento della gerarchia clericale rispondevano a un’esigenza precisa: rendere la Chiesa più compatta, più controllata e più efficiente. Anche in questo caso, la dimensione religiosa e quella politica erano inseparabili.
La politica di Innocenzo III, quindi, fu caratterizzata da una combinazione di visione ideologica, abilità diplomatica e uso deciso del potere. Egli portò il papato al massimo livello di influenza politica della sua storia medievale, trasformandolo in un’istituzione capace di intervenire in ogni ambito della vita europea. Allo stesso tempo, però, questa concentrazione di potere rese inevitabili le future reazioni dei sovrani e degli Stati emergenti. Innocenzo III non fu soltanto un papa riformatore o un leader religioso ma un protagonista assoluto della politica medievale, la cui azione segnò profondamente il rapporto tra Chiesa e potere per i secoli successivi.

 

 

 

 

 

La signora, l’amore e il trovatore

 La lirica provenzale e i trovatori

 

 

 

 

Le donne, sempre un po’ maltrattate dagli uomini durante tutto il corso della storia del mondo, potessero scegliere l’epoca e il luogo in cui vivere, deciderebbero certamente di abitare in Provenza, nella Francia meridionale, tra il XII e il XIII secolo. Proprio lì, infatti, nei castelli e nelle corti, ebbe origine e si sviluppò un genere letterario fondamentale,  imitatissimo in tutte le successive letterature, non soltanto in quella italiana: la poesia cortese. Chi furono, dunque, quegli uomini che restituirono alle donne, e con gli interessi, tutto quanto era stato loro costantemente negato? E quei poeti, che le cantarono come fossero la Madonna, Sant’Anna, Sant’Elisabetta, Marilyn Monroe, Sophia Loren e Greta Garbo messe insieme, che tipi erano? Nella lingua provenzale esisteva un verbo, trobar (mi raccomando, senza la m!) che in italiano si traduce comporre, trovare versi. Da questo verbo derivò la parola trovatore, il protagonista principale di questa inedita e meravigliosa stagione poetica. juglarI trovatori erano uomini di varia estrazione sociale, alcuni nobili o feudatari, altri legati alla vita di corte, altri cavalieri senza proprietà, nemmeno il cavallo, altri ancora giullari di grande cultura. Tutti, comunque, avevano studiato le regole della galanteria, erano educatissimi e conoscevano la poesia e la musica. Nel loro ambiente si diceva che un buon trovatore dovesse essere sempre ben informato sull’attualità regionale e nazionale, meglio del direttore del TG1 o di quello del Corriere della Sera; dovesse essere pettegolo e cianciare su tutto quanto succedesse nelle corti, più di Alfonso Signorini e di Roberto D’Agostino; saper suonare almeno due strumenti musicali, come Edoardo Bennato quando si presenta in Tv suonando, contemporaneamente, la chitarra, l’armonica e, con il piede, il tamburo; ma, principalmente, dovesse essere capace di improvvisare versi, a un signore, per adularlo, e a una gentildonna, per adorarla. Quando le signore e le dame si accorgevano che un trovatore stesse per avvicinarsi, sedevano comode, mettevano il cuore nello zucchero e lo ascoltavano cantare i suoi versi. Era proprio un piacere sentirsi dire cose di questo genere:

“Mia signora, voi siete la mia padrona e io, vostro servitore fedele, mi inginocchio dinanzi a voi. Mia signora, mia meraviglia, non posso più vivere senza mirarvi, occhi miei. Soltanto mirarvi, ché se osassi sfiorarvi (a vostro marito è concesso), il mio amore non sarebbe più puro e perfetto, ma falso. Siamo vicini, mia stella, ma il vostro splendore vi rende lontana, oltre il cielo. Cercherò, con i miei versi, di colmare questa distanza, scala per il paradiso. Rivolgete a me i vostri occhi, mia signora. Parlatemi, dolce soffio. Io rimarrò immobile ad ascoltarvi, anima mia, perché, se soltanto battessi le ciglia, le invidiose malelingue mi calunnierebbero, voi scostereste il vostro sguardo da me, mio sole, e io appassirei come un fiore, fino a marcire e morire!”.

Questi, dunque, erano i temi principali della poesia provenzale: l’esaltazione della donna-signora-padrona; l’amante-vassallo sempre pronto a servirla; L'AMORE CORTESEla sua abbagliante bellezza, che la poneva a una distanza incolmabile, e i tentativi del poeta di ridurla il più possibile con la sua lirica; il culto quasi religioso dell’amore, che ingentilisce e nobilita l’animo del poeta, purificandolo da ogni viltà e rudezza; le sofferenze, i tormenti, ma anche la gioia, generati in lui da questo amore impossibile e mai appagato; la costante minaccia delle parole dei maldicenti, che avrebbero potuto danneggiare l’amante agli occhi della sua signora e, questa, agli occhi del marito. Alcuni trovatori, però, avevano molto meno ossequio e parlavano alle loro amate secondo motivi che, circa 650 anni dopo, sarebbero stati ripresi da quattro loro colleghi che cantavano in napoletano: gli Squallor.

“Bella signorona mia, voi non sapete cosa vi combinerei! Venite qua che vi faccio sentire l’aria di Provenza nella buatta. Poi vi porto a sceppare le more dietro a un cespuglio, alla facciaccia di quel pecorone di vostro marito che sta a casa ad allisciarsi le corna. Se solo vi metto un dito addosso, altro che distanza, non mi stacco più, come fa il purpo quando si azzecca allo scoglio”, e così via…

I diversi toni con cui i trovatori si rivolgevano alle donne erano dovuti ai vari modi di trobar (sempre senza la m!): il trobar rich (ricco), tutto preziosismi e virtuosismi, fiori e uccellini, cinguettii e melodie, capelli d’angelo e porporina dorata; il trobar clus (chiuso), oscuro ed ermetico, quasi come la combinazione di una cassaforte, conosciuta soltanto da chi l’aveva scritta, e, infine, il trobar leu (facile), vivace e spigliato, chiaro da leggere e recitare e, poiché destinato alle donne un po’ leu, il più fruttuoso. Nonostante l’amore irraggiungibile, infatti, di tanto in tanto, qualche contentino si riusciva ad averlo! 1413475223_10648532_10202693807654584_309076384955801870_oNumerosi erano, poi, i tipi di componimenti, con i quali i trovatori cercavano di guadagnarsi la “guardata” dalla signora: la canzone, il più usato; l’alba, per descrivere brevemente il risveglio dei due amanti; la serenata, di notte, sotto al balcone della dama, mentre questa si estasiava e il poeta, dal piano terra, ci dava dentro a cantare e suonare; la ballata, destinata, appunto, a essere ballata (dovevano saper fare di tutto!); il gioco delle parti e la tenzone, con i quali i trovatori litigavano tra loro su questioni d’amore; il pianto, per i funerali e le circostanze tristi in genere (l’amore è anche dolore!).

Alcuni trovatori famosi

Guglielmo IX, duca d’Aquitania, fu il primo trovatore del quale è stata conservata l’opera. Amante della bella vita, partecipò alla Prima Crociata, dove fece figure, per così dire, marroni. Fu più volte scomunicato dalla Chiesa perché, per gli standard del tempo, si divertiva troppo. BER7Scrisse componimenti chiamati versi, molto sensuali e goderecci.
Bernard de Ventadorn (foto a sinistra), casanova ante litteram, esaltò la sua passione per molte donne, tra cui, la più nota, fu Eleonora d’Aquitania, sua protettrice e madre di Riccardo Cuor di Leone, re d’Inghilterra. Cacciato costantemente dai castelli, da mariti gelosi e feriti nell’onore, compose canzoni colme di notizie sulla sua vita e sui suoi guai, esprimendo, con linguaggio semplice, passioni molto intense. Era uno che andava al sodo!
Bertrand de Born, signore di un piccolo feudo in Dordogna, condottiero avido e senza troppi scrupoli, combatté contro suo fratello e contro diversi re dell’epoca. Finì i suoi giorni in convento, come un povero sconsolato. Scrisse soprattutto sirventesi, sulle virtù cavalleresche e sulle gesta d’armi. Dante lo avrebbe incontrato all’Inferno, nel Canto XXVIII, tra i seminatori di discordia. Vagava, anima perduta, reggendo la sua testa in mano, come una lanterna.
Arnaut Daniel fu uno di quei trovatori che ideavano combinazioni per casseforti. Redasse canzoni per sperimentarne forme metriche e linguistiche, piùttosto che lodare la sua donna. Un tecnico, insomma!
Raimbaut de Vaqueiras, primo tra i trovatori di una certa fama a soggiornare in Italia settentrionale, presso diversi signori locali, mostrò molta curiosità per le parlate italiane, tanto da inserirle in alcune sue poesie. In un contrasto, Donna, tant vos ai preiada (Donna, tanto vi ho pregata) lui parla in provenzale e la sua donna risponde in dialetto genovese.

Questa stupenda epoca di poeti e dame, di amore e devozione, di canto e passione, finì bruscamente quando papa Innocenzo III promise tutta la ricchezza della Linguadoca e della Provenza all’esercito che fosse riuscito a sottometterne i principi e ad annientare i catari e la loro eresia. Era il 1209. Fu un anno terribile, che pose fine alla cultura provenzale, alla sua poesia e alla sua cortesia. Di lì a poco, i decreti della Santa Inquisizione avrebbero proibito di cantare, e, persino, di parlarne, le canzoni dei trovatori.

 

 

Il legato di Innocenzo III e la soluzione ai problemi di oggi

 

 

 

Agli inizi del ‘200, in quella regione della Francia meridionale chiamata, all’epoca, Linguadoca, poiché vi si parlava la lingua d’oc, la lingua delle poesie dei trovatori e dell’amor cortese, imperversava, dal punto di vista della Chiesa Cattolica Romana, la tremenda eresia catara. Questa postulava il dualismo teologico, ovvero l’esistenza di due divinità, un Dio malvagio e un Dio buono. I catari ritenevano che il mondo materiale fosse l’inferno, che il corpo degli uomini fosse stato creato dal Dio malvagio e l’anima, invece, dal Dio buono. La salvezza, credevano, avvenisse attraverso Gesù Cristo: egli avrebbe rivelato la verità, liberato gli spiriti imprigionati nei corpi e indicato la via per giungere al Dio Buono. Codeste dottrine, unite al rifiuto in toto dei beni materiali e di tutte le espressioni della carne, risultarono terribilmente pericolose agli occhi di Sua Santità Innocenzo III (immagine a destra) e dell’establishment cattolico. Il papa, quindi, si prodigò alacremente per sterminare i catari ed estirpare, così, il loro credo velenoso. Dopo aver tentato invano di coinvolgere il re di Francia Filippo Augusto, riuscì ad armare un esercito, capeggiato da alcuni feudatari del sovrano, al comando di Simon de Montfort. Il 22 luglio del 1209, i mercenari del papa penetrarono dentro le mura  della città di Béziers, abbandonandosi agli assassinii più laidi e alle devastazioni più truci. Colà, però, non vi erano rifugiati solo i catari, ma anche cattolici fedeli al papa e alla santa dottrina della Chiesa. qIl legato pontificio Arnaud Amaury, interrogato da un soldato sul modo con cui distinguere gli eretici dagli altri, rispose: “Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi!”. Questa terribile storia fornisce il pretesto per una riflessione più che attuale: in quelle zone della Terra attanagliate da gravi problemi come la malavita organizzata, il terrorismo, le guerre civili, le prepotenze, i soprusi, quelle zone in cui, insomma, i problemi sono cagionati dagli uomini, se si potesse adottare il metro di Arnaud Amaury, probabilmente, si risolverebbe tutto, tanto, poi, Dio riconoscerà i suoi!

 

Pubblicato il 23 agosto 2011 su www.caravella.eu

 

 

Francesco d’Assisi: santo e letterato

 

 

Francesco di Pietro Bernardone dei Moriconi, l’uomo del secolo, anzi, del millennio, eletto non dal magazine americano Time, ma da tutti i cattolici del mondo, si sarebbe dovuto chiamare Giovanni. Questo il nome che gli aveva dato la madre, Pica Bourlemont, quando lo aveva portato a battezzare. Suo marito Pietro, però, di ritorno dalla Francia, dove si recava periodicamente per affari, era stato irremovibile: “Diletta moglie, pecunia non olet! Li danari non puzzano. Chiamerollo Francesco, dacché commerciamo grande co’ i franceschi! (così, gli italiani del Medioevo chiamavano i francesi). Pica dovette sottostare. Poco più che adolescente, Francesco fu avviato dal padre al commercio nella boutique di famiglia. Ne fu contento perché guadagnava bene e poteva spassarsela un sacco con gli amici. Bevute, fanciulle (rigorosamente maggiorenni!), divertimento sfrenato, non si faceva mancare proprio niente, fino a quando accadde qualcosa che gli cambiò la vita. Cosa, esattamente, bisognerebbe chiederlo a lui o a Dio! Nel 1202, scoppiò la guerra tra Perugia e Assisi. Il nostro baldo giovane, come tutti i rampolli di buona famiglia, andò a combattere. Nella battaglia di Collestrada il suo esercito le prese di santa ragione dai perugini e lui cadde prigioniero. Fu liberato dopo un anno, solo perché si era ammalato e dietro pagamento di un ingente riscatto. Tornato a casa, dimenticò gli amici e i loro stravizi e, per rimettersi prima possibile, si chiuse in camera, trascorrendo le giornate in completa solitudine. Proprio allora, cominciò a pensare che, forse, sarebbe stato meglio fare una inversione a U e percorrere altre strade nella sua esistenza. Da quel momento, a detta di chi lo conosceva (io non mi permetterei neppure di pensarlo!), principiò a manifestare segni di squilibrio mentale: raccolse le stoffe più preziose dal negozio paterno, le vendette e diede tutto ai poveri; lo stesso fece col suo bel cavallo, consegnando il ricavato al parroco; spesso parlava con i crocifissi nelle chiese; fu mandato, per affari, dal padre, a Roma, provvisto di un gruzzolo di monete, che, allegramente, distribuì ai bisognosi e, non ancora pago, scambiò i suoi vestiti con quelli di un mendicante, sedendosi, poi, accanto al portone principale della chiesa di San Pietro (l’imponente basilica che possiamo ammirare oggi non era stata ancora costruita!), a chiedere la carità. Il babbo, disperato, si vide costretto di denunciarlo alla pubblica autorità per rovina del patrimonio familiare, sperando, così, che la smettesse con quella sfrenata beneficenza e tornasse ad essere normale. Niente da fare. Il processo a Francesco si svolse nella piazza principale, ad Assisi. C’erano proprio tutti: il sindaco, i consiglieri comunali, il vescovo, il capo delle guardie, gli amici, le sue donne affrante. Pietro strillava che voleva giustizia e il rinsavimento del suo erede ma il figlio, appena il genitore smise di sbraitare, si tolse tutti i vestiti, glieli restituì, rimanendo come lo aveva fatto la mamma, cioè nudo, e gli disse: “Fino a oggi ho chiamato voi papà. Da questo istante, cambio genitore e mi affido al Padre che è in Cielo!”.Il povero Pietro dovette rassegnarsi. Francesco, così, cominciò il tour nella provincia di Perugia, confortando oppressi, curando lebbrosi, ammaestrando lupi, ricostruendo chiese, parlando a uccelli e augurando a tutti “pace e bene”. Tornò ad Assisi e, insieme con gli uomini che in quegli anni si erano uniti a lui, fondò un ordine di frati, chiamato Ordo fratrum Minorum (ordine dei frati minori), la cui regola fu approvata da papa Innocenzo III, nel 1210. Una sua cara amica, Chiara, anch’ella, poi, santa, gli chiese aiuto per organizzare un ordine femminile sul modello di quello suo: nacquero le Clarisse. Qualche anno avanti la morte, allestì il primo presepe vivente della storia, a Greccio, e, nel 1225, ricevette le stigmate sul Monte della Verna. Polverizzando ogni record precedente e seguente, soltanto due anni dopo aver raggiunto la casa del Padre, fu proclamato santo da papa Gregorio IX. Alla cerimonia parteciparono la madre Pica, il fratello Angelo, cardinali, vescovi e una folla interminabile. Durante la vita, Francesco scrisse poche cose, tutte in latino: la Regula non bullata cioè non approvata, la Regula bullata, le Admonitiones, consigli per un comportamento da buon cristiano, e il Testamentum, redatto qualche mese prima di morire, nel quale invitò i suoi frati a non aggiungere spiegazioni ridondanti alla regola dell’ordine ma ad osservarla semplicemente, come lui l’aveva scritta. Il motivo per cui lo troviamo anche nella storia della Letteratura Italiana, addirittura tra gli iniziatori, è il Cantico delle Creature o Laudes Creaturarum, scritto in volgare umbro, dopo una notte di fortissime sofferenze fisiche e dolori, nella cella invasa dai topi. In quest’inno Francesco loda la potenza e la grandezza di Dio, attraverso le sue opere meglio riuscite: le creature, il sole, la luna, le stelle, il vento, l’acqua, il fuoco e la madre Terra. Glorifica Dio per quegli uomini che sanno perdonare per amor suo, che sopportano tormenti e afflizioni. Un pensiero va anche alla morte, che arriva per tutti e distingue i buoni dai cattivi:

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: […]
 
Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba. […]
 
Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Una nota: avendo avuto come padrino un sant’uomo del genere, poteva la nostra Letteratura Italiana essere inferiore alle altre? Certo che no!