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Sì come rota ch’igualmente è mossa

Il tributo di Dante ad Aristotele

 

 

 

 

 

Quando Dante chiude il Paradiso con l’immagine della ruota che gira nel modo più regolare possibile, raggiunge uno dei punti più alti della poesia occidentale. Quel verso è il risultato di un percorso lungo migliaia di versi, costruito sostenendo una tesi precisa: l’universo ha un ordine. E quell’ordine è comprensibile attraverso un pensiero che unisce ragione e fede. Al centro di questa operazione c’è Aristotele, il filosofo che più di ogni altro ha dato forma al modo in cui Dante immagina il cosmo e l’essere umano.
Il tributo non è mai esplicito. È diffuso ovunque. È un fondamento che spesso non si vede ma regge tutto l’edificio della Commedia. Per capirlo, bisogna guardare non solo alle citazioni dirette di Aristotele ma anche ai modelli concettuali che Dante assorbe e trasforma. La presenza del “Filosofo” nel Convivio e nella Commedia nasce da una scelta culturale: Dante riconosce in Aristotele il pensatore che ha saputo organizzare la realtà con più chiarezza. Non è il filosofo che “ha visto Dio”, ma è quello che ha dato alla ragione gli strumenti per avvicinarsi al vero. Dante studia Aristotele attraverso le traduzioni latine e i commentatori medievali, soprattutto Tommaso d’Aquino. Ma l’impronta non è scolastica. È personale. Aristotele diventa la fonte di una mentalità ordinatrice. Dove il mondo sembra scomposto in frammenti, Dante cerca la forma. Dove il pensiero sembra disperso, Dante cerca la causa. Questa spinta nasce dal pensiero aristotelico. Nel Canto IV dell’Inferno, Aristotele (’l maestro di color che sanno, v. 131) siede al centro dei sapienti. Il gesto vale più di molte pagine di commento. Dante riconosce in lui il culmine della ragione naturale. L’ordine stesso del cerchio è aristotelico: gerarchia, armonia, rispetto dei diversi gradi di sapere. La topografia dell’Inferno deriva dal modello aristotelico delle azioni morali. Gli incontinenti rappresentano chi cede alle passioni senza malizia. I violenti rappresentano chi agisce contro natura. I fraudolenti rappresentano chi usa la ragione per il male, violando l’essenza stessa dell’essere umano. Questa ripartizione nasce nell’Etica Nicomachea e nella Retorica. Nessun filosofo prima di Aristotele aveva classificato con questa precisione la responsabilità morale. Dante non solo la riprende ma la traduce in spazio: i peccati non sono idee, diventano paesaggi. La selva dei suicidi riprende l’idea che la forma dell’anima informa il corpo. La pena è un paradosso aristotelico messo in scena: chi ha negato la propria forma ora non può riavere il proprio corpo. I seminatori di discordia sono la negazione dell’unità sostanziale. Gli usurai forniscono il caso più chiaro: per Aristotele la ricchezza nasce dalla natura, non dall’artificio. Nell’Inferno, l’usura è peccato proprio contro la natura e contro Dio che l’ha creata. Dante usa Aristotele per determinare il grado di distanza dalla razionalità. L’Inferno è l’esito della ragione smarrita.
Nel Purgatorio, Virgilio spiega a Dante che ogni peccato deriva da un amore mal diretto, carente o eccessivo. Questa dottrina è il prodotto di un incontro tra Aristotele e Agostino: la spinta dinamica di Aristotele unita alla centralità cristiana dell’amore. La triade che sostiene la struttura del Purgatorio è aristotelica nell’impianto: amore naturale, amore eletto, amore disordinato. Ogni anima della montagna è impegnata a ritrovare l’equilibrio tra volontà e desiderio, concetto che deriva dalla teoria aristotelica delle passioni e della virtù. I penitenti diventano via via più leggeri. L’immagine nasce dall’idea che la forma domina la materia. Nel Purgatorio la forma si purifica e diventa più coerente con la sua natura. Il moto spirituale di chi sale risponde alla legge aristotelica secondo cui ogni essere tende naturalmente al suo fine. Anche la figura di Virgilio è aristotelica. Rappresenta la ragione ordinatrice, potente ma non sufficiente. Può indicare la via ma non può portare al compimento. È la logica aristotelica nella sua funzione più alta. Tutto il Paradiso è costruito seguendo la fisica aristotelica. Ogni cielo ha un movimento, un’intelligenza motrice e un grado di perfezione. Dante accoglie questa struttura ma la orienta verso un fine cristiano. L’universo è un corpo vivo governato dall’amore divino, che svolge il ruolo del Motore Immobile aristotelico ma in una prospettiva teologica. L’idea degli angeli come motori dei cieli deriva dall’interpretazione medievale del De Caelo. Per Aristotele, ogni sfera celeste è mossa da un’intelligenza separata. Dante prende questa visione e la trasforma nell’ordine angelico. Non è una semplice trasposizione. È una ricomposizione spirituale di una teoria fisica. Nel Paradiso Dante mette in scena anche l’intelletto possibile e l’intelletto agente. Quando Beatrice corregge errori filosofici, si muove in un terreno aristotelico. L’uomo non può comprendere tutto con le sue forze ma può essere elevato dalla grazia. Aristotele è il limite più alto della ragione e proprio per questo il punto da cui Dante deve partire. Qui il tributo diventa evidente. Il movimento perfetto del cielo, per Aristotele, è circolare, perché l’eterno non può avere inizio né fine. Dante prende questa immagine, la porta al punto di saturazione simbolica e la usa per descrivere la visione di Dio. La ruota che gira “igualmente” non rappresenta solo la perfezione del moto ma la quadratura di ragione e fede. È la poesia che completa ciò che la filosofia non può compiere.
Il rapporto tra Dante e Aristotele non è imitazione ma trasformazione. Aristotele fornisce la struttura logica. Dante la riempie di storia, di volti, di sentimenti. L’Inferno nasce dalle categorie morali di Aristotele, il Purgatorio dalla sua teoria dell’anima e delle passioni, il Paradiso dalla cosmologia e dalla metafisica. Ma il risultato non è filosofia in versi. È una visione totale dell’essere umano.
La chiusa della Commedia è il gesto con cui Dante ringrazia Aristotele senza dirlo apertamente. La ruota perfetta è il sigillo di un percorso che parte dalla fisica, passa per l’etica e termina nella metafisica. È l’immagine di un ordine che non cancella il pensiero umano ma lo compie. È il riconoscimento che la ragione di Aristotele, pur insufficiente da sola, è stata una guida necessaria per arrivare al punto in cui l’intuizione poetica può finalmente dire ciò che nessun trattato potrebbe descrivere.

 

 

 

 

 

Una particolare interpretazione dei peccati e dei peccatori nell’Inferno di Dante Alighieri

 
 

Il luogo della dannazione infinita, tra burroni, precipizi, ripe e dirupi, è diviso in nove cerchi, nei quali i dannati pagano per le loro colpe: quanto più grossa l’hanno combinata durante la vita, tanto più giù scendono. Si comincia dall’antinferno, in cui sono quelli che vissero tanto per vivere, forse solo perché erano nati (gli ignavi). Oltrepassata la porta dalla scritta terribile (“Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate”) della Città Dolente e il fiume Acheronte, dove il nocchiero Caronte prende a remate sulla schiena le animacce che non sono svelte a salire sulla sua barca, si trova il Limbo, nel quale bambini e persone perbene nate prima di Cristo sospirano e si struggono. Da lì, passando davanti a Minosse, il giudice infernale, il quale attorciglia la coda tante volte quante il numero del cerchio dove lo spiritaccio deve andare a scontare la sua pena, si trovano i veri e propri maledetti da Dio. Nei primi sei cerchi ci sono i cosiddetti incontinenti: quelli che pensavano sempre alla stessa cosa (i lussuriosi); quelli che stavano sempre a masticare qualcosa e ad ingozzarsi (i golosi); quelli che avevano la mano corta, i genovesi e gli scozzesi (gli avari) e quelli che ce l’avevano bucata (i prodighi); quelli che si incazzavano per un nonnulla e quelli che, per tutta la vita, se ne fregavano di ogni cosa (gli iracondi e gli accidiosi). Nel settimo cerchio Dante trova i violenti contro il prossimo, i violenti contro se stessi e i violenti contro Dio, l’arte e la natura: quelli che dicevano la verità contro le bugie della Chiesa (gli eretici); quelli che avevano il grilletto facile e quelli che ti scamazzavano per rubarti pure le mutande e i calzini (gli assassini e i briganti); quelli che l’avevano fatta finita prima del tempo e quelli che guadagnavano duemila euro al mese e ne spendevano cinquemila (i suicidi e gli scialacquatori); quelli che nominavano Dio, la Madonna e i santi senza motivo, specialmente all’interno di volgari e colorite espressioni (i bestemmiatori); quelli che ti prestavano ventimila euro e dopo un mese ne volevano cinquantamila, sennò ti facevano incendiare il negozio (gli usurai); quegli uomini col vizio di andare con gli altri uomini (i sodomiti). Nell’ottavo cerchio, invece, ci sono i fraudolenti contro chi non si fida: quelli che cercavano di fregarti con il loro bell’aspetto (i seduttori); quelli che volevano imbrogliarti con le belle parole (i lusingatori); quelli che vendevano o compravano cose sacre fuori dalle sagrestie (i simoniaci); quelli che predicevano il futuro, pure se ci azzeccavano (gli indovini); quelli che vivevano facendo imbrogli e pacchi vari (i barattieri); quelli che davanti ti dicevano che eri bravo e dietro che non eri buon a niente (gli ipocriti); quelli che avevano le mani lunghe (i ladri); quelli che con i loro consigli ti sgarrupavano (i cattivi consiglieri); quelli che ti facevano fare a botte con tutti (i seminatori di discordia); quelli che stampavano e spacciavano soldi e monete false (i falsari). Infine, il nono cerchio, l’ultima zona, divisa in quattro parti, proprio la peggiore, patibolo eterno dei fraudolenti contro chi si fida: la Caina, con i traditori dei parenti, da Caino, uccisore del fratello Abele; l’Antenora, con i traditori della patria, da Antenore, che aveva venduto la città di Troia ai greci; la Tolomea, con i traditori degli ospiti, da Tolomeo, un sacerdote biblico che aveva fatto uccidere il suocero e i cognati dopo averli invitati a pranzo a casa sua; la Giudecca, con i traditori dei benefattori, da Giuda, il traditore di Cristo, sommo benefattore dell’umanità. Tutti questi disgraziati sono affogati nel fiume ghiacciato Cocito. E, nell’ultimo posto possibile, il buco del c..o del mondo, inficcatovi come un pecorone, Lucifero, mostro con le ali di pipistrello e tre teste, nelle cui bocche maciulla i tre più schifosi peccatori di tutta la storia dell’umanità: Giuda, Bruto e Cassio, responsabili della morte dei due veri rappresentanti di quei poteri che, all’epoca di Dante, si contendevano il mondo: il religioso (Gesù) e il civile (Giulio Cesare).

 
Pubblicato il 15 giugno 2017 su La Lumaca