Archivi tag: Scuola siciliana

De arte venandi cum avibus di Federico II

Capolavoro medievale tra natura, scienza e potere

 

 

 

 

Il De arte venandi cum avibus è un documento straordinario, che testimonia l’intelligenza eclettica, la curiosità scientifica e la visione politica di Federico II di Svevia. Quest’opera, scritta in latino, unisce la precisione della ricerca empirica con la raffinatezza culturale di un sovrano che si considerava non solo legislatore e condottiero ma anche filosofo e scienziato.
In un’epoca in cui la conoscenza era spesso subordinata all’autorità religiosa, Federico II si pose come un pensatore indipendente, assetato di sapere fondato sull’esperienza diretta. Il De arte venandi cum avibus è il risultato tangibile di questo approccio ed è considerato uno dei più importanti trattati scientifici del Medioevo.
Federico II nacque nel 1194, figlio dell’imperatore Enrico VI e di Costanza d’Altavilla. Cresciuto in Sicilia, in un ambiente culturalmente pluralista, entrò precocemente in contatto con le culture latina, greca, araba ed ebraica. Questa formazione multiculturale gli fornì gli strumenti intellettuali per elaborare una visione del mondo aperta, razionale e profondamente laica, in netto contrasto con l’ortodossia cristiana dominante.
Federico fu un sovrano innovativo: promosse l’uso del volgare nella poesia (la Scuola siciliana ne è un chiaro esempio), fondò l’Università di Napoli nel 1224, per formare una classe dirigente fedele alla corona, e riformò il diritto con il Liber Augustalis. Ma fu anche un uomo di scienza, appassionato di astronomia, medicina, zoologia, filosofia naturale. Il De arte venandi cum avibus nacque all’interno di questa tensione tra potere, sapere e natura. Non è un’opera scritta per passatempo: è il riflesso di una visione del mondo in cui il sovrano deve conoscere profondamente la realtà per poterla dominare e ordinare.

L’opera originale di Federico era composta da sei libri, ma solo il primo ci è giunto nella sua versione autentica. I restanti sono stati completati e ampliati dal figlio Manfredi. Tuttavia, anche solo il primo libro basta a rivelare la portata intellettuale dell’impresa.
La struttura del trattato segue un rigoroso ordine logico. Comincia classificando gli uccelli, distinguendo con precisione le specie adatte alla caccia, come falchi, aquile e astori, da quelle non impiegabili. Passa poi all’anatomia e alla fisiologia, dedicando ampio spazio allo studio del corpo degli uccelli, dei sensi, del piumaggio e del volo. Analizza, quindi, il comportamento animale, soffermandosi su abitudini alimentari, aggressività e istinti predatori. Prosegue con un’esposizione dettagliata dei metodi di allevamento e addestramento, spiegando come addomesticare, nutrire ed esercitare i rapaci. Esamina, poi, le tecniche di caccia, adattate all’ambiente, alle prede e alle stagioni. Conclude con un’ampia trattazione sulla cura delle malattie, basata su un sapere che unisce l’esperienza empirica alle conoscenze medico-scientifiche greco-arabe. Ogni parte è trattata con sistematicità e precisione. Federico annota variazioni comportamentali, differenze tra individui della stessa specie, reazioni agli stimoli. Il tono è quello di un naturalista che sperimenta sul campo, non di un autore che ripete nozioni altrui.
Uno degli aspetti più sorprendenti del De arte venandi cum avibus è il suo metodo scientifico, che anticipa in modo stupefacente i criteri della ricerca moderna. Federico non si limitò a raccogliere informazioni: le verificò sperimentalmente. Quando afferma, ad esempio, che gli avvoltoi non sentono gli odori da lontano ma si affidano alla vista, lo fa perché ha condotto esperimenti precisi con carcasse e coperture visive.

Inoltre, si confrontò direttamente con Aristotele, Avicenna e altri autori antichi, non temendo di confutare le loro teorie se l’osservazione lo portasse a conclusioni diverse. Questa tensione tra autorità e osservazione fa del De arte venandi un manifesto dell’approccio empirico. L’osservazione del reale non serve solo a comprendere la natura ma a rimettere in discussione l’intero impianto del sapere tradizionale.
Uno degli aspetti più affascinanti dell’opera è il suo apparato illustrativo. Il Codice Palatino, conservato presso la Biblioteca Vaticana, contiene oltre 500 miniature a colori che rappresentano in modo accurato numerose specie di uccelli. Le illustrazioni non sono decorative: sono strumenti di conoscenza. Raffigurano uccelli in volo, in caccia, in pose anatomiche che mettono in evidenza dettagli fisiologici. Alcune immagini mostrano falchi con prede, altre ne descrivono le fasi di addestramento. L’approccio iconografico è coerente con la logica scientifica dell’opera: l’immagine non è un simbolo allegorico (come nei bestiari medievali) ma un dato oggettivo, da osservare e studiare. È il segno di un nuovo modo di guardare alla realtà: con gli occhi della ragione e dell’esperienza.

Il De arte venandi cum avibus è anche un’opera politica. La falconeria, nel Medioevo, non era solo uno sport aristocratico: era un simbolo di dominio e controllo. L’uccello rapace, libero e fiero, che si sottomette all’uomo, rappresentava il potere del sovrano sulla natura, sulla società, sul mondo. Federico II fece della falconeria una vera e propria metafora del suo modo di regnare: razionale, strategico ma anche implacabile. Governare, per lui, è un atto di intelligenza e di pazienza, proprio come addestrare un falco. L’uomo che sa dominare l’istinto animale è lo stesso che può governare gli uomini.
L’imperatore scienziato si presentava, così, come il legislatore della natura, l’uomo che, conoscendo i suoi meccanismi profondi, può esercitare su di essa un’autorità superiore. La sua scienza non è neutra: è uno strumento di legittimazione del potere imperiale, in contrapposizione all’autorità religiosa della Chiesa.
Dopo la morte di Federico, nel 1250, l’opera circolò soprattutto negli ambienti della corte sveva e in quelli legati alla falconeria aristocratica. Tuttavia, fu riscoperta e valorizzata pienamente solo nei secoli successivi, quando il pensiero scientifico iniziò a rivalutare l’osservazione sperimentale come base del sapere. Nel Rinascimento, l’ammirazione per l’opera crebbe e diversi naturalisti la citarono o ne trassero ispirazione. Ma è con la scienza moderna che il De arte venandi cum avibus acquisì la sua vera statura epistemologica. Federico è stato riconosciuto come uno dei primi pensatori occidentali ad aver adottato un metodo di indagine rigoroso, indipendente dall’autorità religiosa o filosofica. Oggi, il trattato è oggetto di studio da parte di storici della scienza, zoologi, filologi e filosofi. È stato tradotto in numerose lingue e resta un punto di riferimento per comprendere le radici della scienza occidentale, in un’epoca che ancora cercava di separare il sapere dall’ideologia.

 

 

 

 

 

Qualche breve considerazione sulla lingua italiana e quella napoletana, suscitatami da alcune domande di un amico

 

 

Perché l’italiano è diventato la lingua ufficiale dell’Italia dopo l’Unità? C’entra qualcosa Alessandro Manzoni?

L’italiano che noi parliamo oggi non è una derivazione del “volgare” usato da Manzoni (lui già scriveva in italiano), ma, piuttosto, della lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio, raffinatasi, però, nei secoli. Sono state alcune delle opere letterarie, scritte nella lingua che si parlava a downloadFirenze nel ‘300 (lingua che non era dissimile da quelle parlate in tutte le zone d’Italia in quel periodo, proprio perché, anche i dialetti italici, derivavano comunque dal latino), a far diffondere quella lingua attraverso la lettura delle opere con cui erano state scritte. La lingua italiana si è diffusa grazie alla lettura di opere come la Divina Commedia, Il Canzoniere o il Decameron. Non solo i contenuti, quindi, ma anche la stessa forma! Ecco un esempio per mostrare come una lingua acquisti dignità e si diffonda attraverso le opere scritte con essa: Dante Alighieri, da uomo di cultura appassionato di poesia, nel De Vulgari Eloquentia, un’opera tutta sulle lingue, scrisse questo della lingua siciliana: “Indagheremo per primo la natura del siciliano, poiché vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri: ché tutto quanto gli Italici producono in fatto di poesia si chiama siciliano”. Il Sommo Poeta scrisse questo perché, all’epoca sua, i sonetti dei poeti della cosiddetta scuola siciliana (quelli raccolti intorno alla corte di Federico II, a Palermo) erano famosi e letti in tutta Italia. Anzi, sulla scorta delle poesie dei siciliani, proprio in Toscana, fiorirono, prima, i cosiddetti poeti siculo-toscani, e, poi, gli stilnovisti, cui Dante stesso, in gioventù. Se non ci fossero stati i poeti siciliani, probabilmente Dante non avrebbe sentito parlare nemmeno della lingua siciliana. È come se dicessi: conosco William Wallace solo perché ho visto il film Braveheart, famoso e diffuso in tutto il mondo, non perché io sia stato in Scozia o abbia studiato la sua storia! Ecco, pertanto, cosa è successo: grandi opere sono state scritte in una variante geografica dell’italiano (il fiorentino del ‘300); queste si sono diffuse perché belle e interessanti; a partire dal ‘500 molti letterati, tra cui Pietro Bembo, grazie a queste opere cominciarono a occuparsi di questioni di lingua, indicando quella di Petrarca specialmente, come la lingua (italiana) più pura e da adottarsi, prima nella comunità dei dotti, e, poi, come lingua di tutta la Penisola (i tentativi di unire l’Italia, almeno dal punto di vista linguistico, sono cominciati molto prima dei Savoia); da un lato i dotti, dall’altro il popolo, pian piano fecero sì che la comunicazione, scritta e orale, si uniformasse ad un unico registro linguistico, comprensibile da tutti, dalle Alpi alla Sicilia.

big_centro-storico-di-firenze-a-piedi-e-galleria-degli-uffizi-23-11-2012

E Alessandro Manzoni?

Manzoni compì soltanto un’operazione volta a purificare, dal suo punto di vista, l’italiano che si parlava nella prima metà dell’Ottocento. Lo scrittore milanese non elevò alcunché manzoni-01a lingua nazionale, raffinò soltanto quella parlata correntemente. Poi, si inventò la storiella di essere andato a sciacquare i panni in Arno, cioè, metaforicamente, di aver purificato la lingua italiana, facendola tornare alle origini, quelle fiorentine, per i motivi legati alle opere famose prodotte in fiorentino, di cui ho scritto sopra (anche la lingua, come i territori che, poi, sarebbero diventati Regno d’Italia, è stata sottoposta alle numerosissime dominazioni straniere, che hanno inevitabilmente lasciato tracce della loro lingua nell’italiano. Per questo Manzoni volle purificarla).

A proposito della nostra lingua napoletana?

Per quanto riguarda il napoletano, esso è una vera e propria lingua, oggi riconosciuta anche dall’UNESCO, che ha la stessa origine dell’italiano (dal latino) e che, come l’italiano, viene definito “idioma romanzo” (le mie pagine ti saranno d’aiuto a comprendere. Quando le leggerai, puoi riferire al napoletano tutte le caratteristiche e gli sconvolgimenti di cui io parlo a proposito dell’italiano). Quindi, tra italiano e napoletano, nessuna lingua è precedente all’altra. Sono, in definitiva, due varianti del latino che si parlavano in zone geograficamente contigue e, dunque, simili tra loro. Per quanto riguarda il glorioso Regno delle Due Sicilie, la lingua ufficiale, o, meglio, le lingue ufficiali, erano il napoletano, parlato a nord dello stretto di Messina, e il siciliano, che si parlava al di là dello stretto (il siciliano ha caratteristiche “storiche” simili al napoletano ed è anch’esso una lingua).

download-1

 

 

 

 

La Scuola siciliana

 

Nei primi decenni del ‘200, Federico II di Svevia, preso pieno possesso del Regno di Sicilia, riunì, nel suo palazzo, a Palermo, funzionari, burocrati a lui fedeli e alti amministratori, annunziando loro: “È giunto il momento che io superi gli altri sovrani del mondo anche nella cultura!”. L’Hohenstaufen aveva chiaro in mente che per creare un vero Stato italiano e non soltanto “un’espressione geografica”, come avrebbe appellato l’Italia, seicento anni dopo, il principe austriaco Klemens von Metternich, avesse avuto bisogno, per prima cosa, di una lingua comprensibile a tutti i suoi sudditi. Il latino, infatti, seppure fosse la lingua franca dell’Europa medievale, restava oscuro alla quasi totalità delle genti sotto il suo imperio, le quali, tra loro, sapevano esprimersi soltanto in volgare o dialetto. Frederick_II_and_eagleLa lingua di Roma antica, inoltre, era quella dei preti e della Chiesa e allo Stupor mundi  (stupore del mondo), come i contemporanei chiamavano lo svevo, stavano entrambi sui due mondi. Anche per questo, quindi, il re operò per porre in essere le condizioni affinché, nell’uso quotidiano, il latino fosse definitivamente rimpiazzato dal volgare. Molti degli amministratori e dei funzionari di Federico (immagine a destra) non erano siciliani e, nelle terre di provenienza, avevano sentito dire che nelle corti del Nord Italia avessero bazzicato i trovatori, fuggiti dalla Provenza all’arrivo delle truppe di papa Innocenzo III, il quale, per ironia della sorte, fu anche tutore di Federico. Poiché Palermo era troppo lontana per invitarli a recitare colà le loro poesie, tutti insieme, re in testa, decisero che, per il maggiore prestigio della compagnia, del regno e della dinastia, avrebbero dovuto anche loro comporre versi. Fu proprio alla poesia, quindi, che il nipote del Barbarossa intese affidare il compito di veicolare la nuova lingua ufficiale. Così, tra una legge emanata e una battuta di caccia, qualche condanna a morte e un’esecuzione capitale, la redazione di documenti pubblici e una passeggiata per controllare come stessero le cose intorno al castello, alla corte di Palermo e in provincia si scrivevano poesie alle donne. La traccia fu fornita dalla lirica cortese della Provenza, lo svolgimento, invece, ebbe caratteri propri, con differenze anche notevoli. Innanzi tutto, rispetto ai trovatori, che erano di varia estrazione sociale, feudatari come cavalieri squattrinati, i poeti siciliani appartenevano tutti alla cerchia di Federico, quindi, erano persone istruite, professionalmente impegnate e vivevano agiatamente. Essi, poi, non erano musicisti (non sapevano suonare alcuno strumento) ma, semplicemente, diremmo oggi, parolieri, scrivevano, cioè, solo i versi. scuola_siciliana_02_nPer l’accompagnamento musicale, se la fortunata ascoltatrice avesse voluto il complessino, avrebbe dovuto chiamare i musicanti e pagarli a parte. Per quanto riguarda le tematiche, infine, i siciliani erano molto meno “platonici” e più efficaci dei provenzali. La donna era, sempre e comunque, signora e padrona, e il suo amante costantemente pronto a servirla, giorno e notte, in tutti i modi possibili. Nei componimenti dei siciliani, però, scompariva quella distanza incolmabile tra la dama e l’amante che, invece, era dolorosamente imprescindibile per i trovatori. Anzi, i primi celebravano proprio nel “vedere” la donna, il momento più bello di tutta la faccenda:

Meravigliosamente
un amor mi ristringe
e mi tiene ogn’ora.
Com’om che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc’eo
che’nfra lo core meo
porto la tua figura…

scriveva Giacomo da Lentini (immagine in basso a destra). Da quella visione, poi, si libravano in volo tutta una serie di immagini, di metafore, di tricche e di ballacche, di forze della natura, di pietre preziose, di animali reali e fantastici, di figure splendide e ideali, che certamente dovevano far molto piacere alle donne, anche se queste, in mezzo a tutte quelle parole difficili, ci capivano veramente poco. 01107Per questo, i poeti, spesso, prendevano il due di picche ed erano dolori e lamenti! Per non rimanere come dei fessi, si affrettavano a giustificarsi sostenendo che servire l’amata e impegnarsi ad esserle fedele li avrebbe resi più nobili e migliori di quanti, invece, arrivavano al sodo. Essi cantavano l’amore in quanto tale, più che un reale affaire, alla francese, o un intercourse, all’inglese (la corte di Federico era internazionale!). Le donne amate erano, prima di tutto, simboli ai quali indirizzare le proprie considerazioni su cosa fosse l’amore. C’era, tuttavia, un elemento che accomunava i siciliani ai provenzali: la paura delle malelingue, sempre in agguato, ad ogni angolo e in ogni occasione, per mettere in cattiva luce il poeta agli occhi della sua dama.