Tornare

 

 

A quarantatré anni sono un uomo perfettamente (e tragicamente) diviso tra il pessimismo catastrofista indotto dalla crudeltà cieca del mondo in cui vivo e una più ottimistica, ingenua tensione verso il buono che posso essere in grado io per primo di generare con le mie sole mani. Così, sapete, spesso la sera rientro dal lavoro e immagino che alla fine non creperò di stenti o di una malattia devastante o accoltellato in un vicolo senza uscita da un rumeno marchettaro a cui soffio i vecchi nonni perduti. E poi però mi ripeto che forse non ho fatto bene abbastanza, che ho disprezzato un sacco di gente, e ogni tanto mi compiaccio dei nemici che ho oggi, ché chi trova un amico trova un tesoro e chi un nemico, la misura di sé. E allora, tra i fari rossi del traffico, nell’imbrunire che cresce, mi scuso per tutto e mi dico che sarebbe da stronzi ingrati non dichiararmi una persona tutto sommato compiuta. Uno insomma che ha capito che la vita è bella solamente quando si può tornare. Esatto, tornare.

Patrick Gentile

 

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