Archivio mensile:aprile 2015

Giosuè Carducci

 

Nacque a Valdicastello, un borgo di Pietrasanta, in Versilia, quando questa, però, non era ancora famosa per i locali notturni e la movida, il 27 Luglio 1835. Trascorse l’infanzia tra prati, colline e boschi, lunghe passeggiate nel verde e le calde serate estive a giocare all’aperto col fratello e gli amichetti. Ma anche tra i libri, che il papà Michele gli faceva leggere. Michele Carducci, medico condotto e uomo di buona cultura, aveva idee liberali e non disdegnava l’azione.carducci Per questo, fu accusato di attività antigovernative e dovette trasferirsi con la famiglia a Firenze. Nella città dell’Arno Giosuè continuò i suoi studi e, nel 1853, entrò alla Scuola Normale Superiore di Pisa, laureandosi, in soli tre anni, in Filosofia e Filologia. Dopo la laurea e il primo insegnamento in un ginnasio di San Miniato, la vita gli si cominciò a presentare in tutta la sua durezza: il fratello Dante si suicidò o, molto più probabilmente, fu ammazzato involontariamente dal padre dopo una lite, e lo stesso genitore, poco dopo, forse per la disperazione, forse per il rimorso, volle volontariamente raggiungere il figlio morto. Il futuro poeta dovette farsi carico della madre e dell’altro fratello, arrangiandosi come poté. Nel 1859, sposò Elvira Menicucci e parve trovare un po’ di sollievo alla sua tristezza. L’anno successivo, ottenne la cattedra di Eloquenza italiana alla prestigiosa Università di Bologna e, anche se tra mille difficoltà e pochi soldi, si dedicò con passione all’insegnamento. Nel 1870, altre sciagure si abbatterono sulla sua vita: la morte della madre e del figlio Dante. Tentò di consolarsi, allora, con una relazione amorosa con Carolina Cristofori Piva, donna intellettualmente molto vogliosa, e si mise a far politica, candidandosi al Parlamento per le elezioni del 1876. Conobbe personalmente i sovrani, dedicò alla regina Margherita, moglie di Umberto I, l’ode Alla regina d’Italia e non perse mai occasione per lodare e celebrare la reale coppia. Nel 1890, fu nominato senatore del Regno e nel 1906, fu il primo italiano a ricevere il premio Nobel per la letteratura. Morì nel 1907.

Le opere

Per meglio comprendere l’opera di Carducci, è necessario raccontare ciò che gli capitò durante gli studi all’Università: insieme con un gruppo di colleghi, costituì la società degli 09_grAmici Pedanti, una sorta di accademia in cui si riunivano poeti o quanti ambivano ad esserlo, che avevano la poesia del romanticismo sulle scatole. Di più, ne erano proprio oppositori! Contro Manzoni, contro gli scapigliati, contro la poesia moderna, essi predicavano un ritorno al classicismo, alle forme di una volta. La maggior parte della produzione poetica di Carducci, quindi, è proprio orientata in questo senso: classicismo, classicismo, classicismo! Effettivamente, questo rigore nel suo modo di verseggiare si mostra bene già soltanto guardando un suo ritratto: il volto austero, lo sguardo severo, sembra sempre arrabbiato, senza ridere mai, pronto a sgridare. Certo, i suoi alunni dovettero sudarseli i bei voti, pare che non mettesse mai più di 6 e ben volentieri meno di 5. A scuola, poi, lo chiamavamo il mietitore, perché a fine anno falciava con le bocciature che era un piacere, anzi, un dispiacere, per chi ci incappava.

Nella sua prima raccolta di versi, “Juvenilia” (cose di gioventù), i modelli poetici antichi sono ben riconoscibili, per lui che si definì “lo scudiero dei classici”.

“Qual sovra la profonda
pace del glauco pelago
uscì Venere, e l’onda
accese e l’aer e l’isole,
quando al ciel le divine
luci alzò raccogliendo il molle crine;

(“Juvenilia”, Canto di primavera, vv. 1 – 6)

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A questa, seguì il florilegio intitolato “Levia Gravia” (cose leggere e cose pesanti), che, però, non è l’apice della sua creatività. Poi, “Giambi ed Epodi“, la raccolta delle polemiche, dove, ispirandosi alla satira del poeta greco antico Archiloco e a quella del latino Orazio, distribuisce la sua dose di rimbrotti a tutte quelle cose le quali, secondo lui, non vanno affatto bene. Le “Rime nuove” invece, contiene alcune tra le sue più belle e famose liriche. Il poeta è ormai maturo, ha un proprio stile e la consapevolezza di essere riconosciuto come grande verseggiatore. Questa, di seguito, è “Pianto antico“, dedicata del figlioletto Dante, morto di tifo a soli tre anni:

L’albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da’ bei vermigli fior,

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l’inutil vita
estremo unico fior.

Sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor“.

Le “Odi barbare” sono il curioso tentativo dell’Autore di riproporre i metri della poesia classica, adattati a quelli della poesia italiana. Il titolo gli venne in mente pensando a come le sue odi sarebbero state giudicate dagli antichi greci e latini, barbare, appunto. Non soddisfatto di queste prima serie di “barbarie”, ne volle comporre ancora e le inserì, insieme ad altri versi, nella raccolta “Rime e Ritmi“.

“La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.
Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar
tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

(“Rime e Ritmi”, San Martino)

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Quando frequentavo la quarta elementare, ricordo di aver passato un intero pomeriggio ad imparare a memoria questa poesia, di essermi svegliato un’ora prima la mattina dopo per ripassarla e, comunque, di aver pianto davanti alla maestra perché non la rammentavo tutta. Ho sempre odiato il dover imparare le cose a memoria. Che utilità c’è a conoscere il testo di una poesia senza, poi, riconoscerne e capirne i temi? Questo vorrei chiederlo al professor Carducci. Chissà cosa mi risponderebbe!

 

 

Giovanni Della Casa e il “Galateo”

 

“Amanti delle buone maniere, gente per la quale l’apparenza è tutto, voi che vi industriate per far bella figura ogniqualvolta vi troviate in compagnia di uomini e donne perbene, voi che avete a cuore l’esser composti ed educati, voi che vorreste una guida per non far la figura degli zotici quando siete invitati ad una cena di gala, aprite bene le orecchie, anzi gli occhi, e leggete con attenzione quanto segue: vi parlerò del Galateo, ovvero di quell’insieme di regole che vi permetteranno di presentare voi stessi quali degni membri della società civile civilizzata!”.

Giovanni Della Casa nacque, forse al Mugello, forse a Firenze, nel 1503. Studiò nel capoluogo toscano e a Bologna, intraprendendo, poi, la carriera ecclesiastica, dellac01l’unica che, allora come oggi, gli permise di vivere da vero signore senza far praticamente nulla. Per dar valore a questa sua scelta scrisse pure un trattatello, An uxor sit ducenda (Se sia buono prender moglie), con risposta, ovviamente, scontata. Fu arcivescovo di Benevento e nunzio apostolico a Venezia, dove se la spassò alla grande, nel suo palazzo sul Canal Grande, in cui si circondò di nobili, poeti, artisti e belle donne, da una delle quali ebbe anche un figlio, in barba dell’arcivescovato. Per fare ammenda dei suoi peccati, espiandoli, però, sulla pelle dei poveruomini, introdusse i Tribunali della Santa Inquisizione in Veneto e si occupò personalmente dei primi processi contro i protestanti. Aspirò per tutta la vita alla porpora cardinalizia, che non ottenne mai, probabilmente a causa dei suoi trascorsi troppo salottieri, festaioli e goderecci. Morì a Roma nel 1556.

Il Galateo

Data la sua vicenda esistenziale, quindi, chi meglio di quest’uomo avrebbe potuto scrivere un saggio sul comportamento da tenere in società?galateo  Quest’opera fu composta tra il 1551 e il 1556 ed ebbe immediatamente  grande successo – i “fissati” e i “vacui” esistevano già a quell’epoca! Il titolo completo è: “Trattato di Messer Giovanni Della Casa, nel quale sotto la persona d’un vecchio idiota ammaestrante un suo giovinetto, si ragiona dei modi che si debbono o tenere o schifare nella comune conversazione, cognominato Galateo ovvero dei costumi“. Il titolo “Galateo” deriva dal nome del vescovo di Sessa Aurunca, Galeazzo (in latino Galatheus) Florimonte, il quale, stimata l’esperienza del Della Casa in quell’ambito, gli consigliò di scriverci un trattato. Eccovi alcune regole:

(III) Percioché non solamente non sono da fare in presenza degli uomini le cose laide o fetide o schife o stomachevoli, ma il nominarle anco si disdice; e non pure il farle et il ricordarle dispiace, ma eziandio il ridurle nella imaginazione altrui con alcuno atto suol forte noiar le persone. E perciò sconcio costume è quello di alcuni che in palese si pongono le mani in qual parte del corpo vien lor voglia. Similmente non si conviene a gentiluomo costumato apparecchiarsi alle necessità naturali nel conspetto degli uomini; né, quelle finite, rivestirsi nella loro presenza; né pure, quindi tornando, si laverà egli per mio consiglio le mani dinanzi ad onesta brigata, conciosiaché la cagione per la quale egli se le lava rappresenti nella imaginazion di coloro alcuna bruttura. E per la medesima cagione non è dicevol costume, quando ad alcuno vien veduto per via (come occorre alle volte) cosa stomachevole, il rivolgersi a’ compagni e mostrarla loro. E molto meno il porgere altrui a fiutare alcuna cosa puzzolente, come alcuni soglion fare con grandissima instanzia, pure accostandocela al naso e dicendo: “Deh, sentite di grazia come questo pute!” Anzi doverebbon dire: “ Non lo fiutate, percioché pute”.

(V) Dèe adunque l’uomo costumato guardarsi di non ugnersi le dita sì che la tovagliuola ne rimanga imbrattata, perciò che ella è stomachevole a vedere; et anco il fregarle al pane che egli dèe mangiare, non pare polito costume.

(VI) Per che non si dèe dire né fare cosa per la quale altri dia segno di poco amare o di poco apprezzar coloro co’ quali si dimora.

(XI) Nel favellare si pecca in molti e varii modi, e primieramente nella materia che si propone, la quale non vuole essere frivola né vile, perciò che gli uditori non vi badano e perciò non ne hanno diletto, anzi scherniscono i ragionamenti et il ragionatore insieme.

(XVIII) D’altrui né delle altrui cose non si dèe dir male, tutto che paia che a ciò si prestino in quel punto volentieri le orecchie, mediante la invidia che noi per lo più portiamo al bene et all’onore l’un dell’altro; ma poi alla fine ogniuno fugge il bue che cozza, e le persone schifano l’amicitia de’ maldicenti, facendo ragione che quello che essi dicono d’altri a noi, quello dichino di noi ad altri.

(XXX) Non si dèe alcuno spogliare, e spetialmente scalzare, in publico, cioè là dove onesta brigata sia, ché non si confà quello atto con quel luogo, e potrebbe anco avenire che quelle parti del corpo che si ricuoprono si scoprissero con vergogna di lui e di chi le vedesse.

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Nonostante il comportamento perfetto sia, in ogni caso, difficile da realizzare, a monsignor Della Casa va riconosciuto almeno il merito di aver provato a ingentilite i suoi contemporanei e quanti, nei secoli a venire, si siano accostati alla sua opera, traendone modelli da seguire per essere più chic.

 

Cocteau Twins

 

La voce dei sogni. È probabilmente questa la definizione più adatta per la voce di Elizabeth Fraser, leader indiscussa dei Cocteau Twins, band scozzese che stupisce ed emoziona all’insegna di un dream pop genuino e maledettamente romantico, di cui sono stati i pionieri. zap_cocteauLa loro musica è uno strano flusso sonoro, fatto di echi, dissonanze, richiami psichedelici, riverberi, che si lascia amare e ascoltare facilmente, salendo in alto libero e maestoso, raggiungendo traguardi sconosciuti a tanti altri musicisti. Pochissime band sono riuscite a creare una formula musicale personale e svincolata da ogni tempo. Partiti da suoni cupi e depressi, sulla scia del dark punk britannico, i Cocteau Twins hanno presto sviluppato un sound personalissimo, approdando a un pop etereo, visionario e onirico. A un primo e superficiale ascolto, le loro possono sembrare, a tutti gli effetti, canzoni regolari, orecchiabili e melodiche. Ma, in realtà, la loro musica è quanto di più sperimentale sia stato concepito negli anni ‘80, specialmente per quel che riguarda l’aspetto vocale. Una voce cristallina, sognante, ipnotica, eretica ma, allo stesso tempo angelica, quella della Fraser. E proprio da qui, da questa straordinaria voce, che nasce la definizione di dream pop, detto anche ethereal wave. CocteauTwins1990La storia dei Cocteau Twins ha inizio in Scozia, sul finire dei ‘70, quando due ragazzi, Robin Guthrie (chitarra, tastiere e drum machine) e Will Heggie (basso), sognano di metter su una band con una voce femminile. Di lì a poco, l’incontro fatale, in una discoteca, con la giovane Elizabeth Fraser. Dopo una chiacchierata, i tre decidono di fare una prova insieme e, nonostante la Fraser non abbia mai avuto esperienze in band, le sue straordinarie doti vocali sono evidenti dal primo momento. I tre ragazzi hanno anche gusti musicali affini: adoratori dei Sex Pistols, ma anche del post punk firmato Siouxsie, Bauhaus e Joy Division. La Fraser, in particolare, è una grande fan di Siuoxsie, la regina della notte, da cui eredita alcune interpretazioni vocali da posseduta. La carriera discografica dei Cocteau Twins prende subito il volo grazie all’invio di una demotape all’etichetta indipendente 4AD. La band viene contattata e invitata a comporre altre canzoni per l’album d’esordio. E così, nel 1980, nasce “Garlands“, primo lavoro in studio. L’opera, seppure ancora un po’ immatura e chiaramente influenzata dal dark punk che stava dominando le scene musicali dell’epoca, mette subito in chiaro le cose e fa capire al pubblico di che pasta siano fatti i tre ragazzi. Il sound è distorto e ossessivo, il clima cupo e alienante, la voce della Fraser anarchica e libera, spettrale. A differenza della psichedelica, che cerca paradisi artificiali, i Cocteau Twins scavano nell’inconscio, inseguendo le emozioni più nascoste dell’animo umano.cocteau_twins-treasure Col secondo disco, “Head Over Heels“, datato 1983, i Cocteau Twins affinano la loro formula, raggiungendo un perfetto equilibrio tra le radici dark e il dream pop dei futuri lavori. Ma è nel 1984, con la pubblicazione di “Treasure“, 4AD (copertina a sinistra), che la band arriva al successo e alla maturità artistica, divenendo, assieme ai Dead Can Dance, la punta di diamante dell’etichetta 4AD. “Treasure” è un lavoro dalla sconfinata eleganza, ma tremendamente complesso, in cui la Fraser punta alto e gioca a fare la vocalist d’avanguardia, tirando fuori dal cilindro magico un repertorio da vera fuoriclasse. I due musicisti la assecondano, realizzando per lei delle trame di una bellezza più unica che rara, costituite da arrangiamenti barocchi e alieni, gioiosi e surreali. Dietro questo disco c’è sicuramente una ricerca sonora e sperimentale, ma anche una sorta di irrefrenabile anarchia. “Libertà totale”, questa la parola d’ordine che si sono dati i Cocteau Twins prima di entrare in studio e concepire il loro capolavoro. In quest’album non esistono testi, perché sono sostituiti da suoni e vocalizzi inventati al momento dalla Fraser, che usa la sua voce a mo’ di strumento musicale, sentendosi libera di improvvisare quel che le passa per la mente, l’emozione del momento. In questo modo, ogni brano si evolve completamente libero e in autentici spettacoli di suoni, CocteauTwins11come “Lorerei” (ascolta), forse il momento più alto del disco, una filastrocca gioiosa e infantile, una sorta di danza visionaria in cui la cantante la fa da padrona, innalzando le sue doti vocali a livelli quasi inimmaginabili. Poi c’è “Amelia” (ascolta), dalle atmosfere soffuse e quasi inquietanti, e “Aloysius” (ascolta), un pezzo molto intimo, dolce e sognante. Non mancano momenti chiaramente rock, in pezzi come “Ivo” (ascolta) o “Persephone” (ascolta), in cui riemergono le sonorità dark dei primi tempi. Da segnalare anche la tenebrosa “Cicely” (ascolta) e “Beatrix” (ascolta), la più sperimentale del disco. “Treasure” è, in definitiva, un prezioso gioiello, un’opera dal valore immenso, raffinata ed elegante, surreale e visionaria.Treasure” è pura magia, è introspezione, genuinità, semplicità. Un disco costruito sulle emozioni e su impalpabili evocazioni. Un disco senza tempo e dall’inestimabile bellezza. Da perdere la testa.

Pier Luigi Tizzano

 

 

25 aprile 2015. Sorrento. Libreria Indipendente

 

In occasione della ricorrenza del 25 Aprile, lettura drammaturgica del racconto di Mimmo BencivengaStoria di una notte del ’43”, liberamente ispirato a “Le cinque storie ferraresi” di Giorgio Bassani e ai libri di storia.
Il drammatico ed emozionante testo ha fornito la chiave per alcune riflessioni:
Cosa ne abbiamo fatto noi, oggi, del regalo della libertà? Quanti ci hanno consegnato questo immenso dono erano ragazzini che, in molti casi, avevano appena vent’anni. Forse non sapevano nemmeno cosa stessero andando a fare tra quelle montagne e cosa rischiassero, ma sembrava loro giusto e bello farlo. E molti di quei ragazzini persero la loro vita ma, chissà, se ne andarono contenti. Hanno lasciato un’eredità immensa a noi che ancora dovevamo nascere. Una nazione libera e bellissima. Sarebbe bastato che l’avessimo difesa. Sarebbe stato, non solo nel nostro diritto, ma anche un nostro dovere. Cosa ne abbiamo fatto di questo dono? A chi l’abbiamo affidata? A chi abbiamo consentito e, ancora adesso, consentiamo di governarci? Chi ci ha portati fin sull’orlo del burrone e perché noi glielo abbiamo permesso? La rivoluzione, adesso, quella che dovrebbe scatenarsi ma che, forse, non lo farà, dovrebbe essere una rivolta pacifica, di penna, di luoghi liberi dove poter parlare, di piattaforme, anche virtuali, dove poter far transitare informazioni non manipolate che permettano a ciascuno crearsi proprie opinioni. Recuperare questi spazi per la mente, solo questi spazi, almeno questi spazi, sarebbe già una rivoluzione!
Lettura drammaturgica di “Storia di una notte del ‘43” di Marilena Altieri e Mario Mongiovì. Disegni estemporanei di Maria Teresa Violeta Vitiello. Accompagnamento musicale, con suoni in distorsione, di Frenk Tortora. Interventi e riflessioni di Riccardo Piroddi. Organizzazione di Mimmo Bencivenga, proprietario della Libreria Indipendente.

 

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Le foto sono state scattate e gentilmente concesse da Nino Casola

 

La banda ultra larga in Italia

 

Occorre pensare, fin da adesso, alle infrastrutture sulle quali costruire il nostro futuro prossimo. In questo scenario, la banda ultra larga sarà quella portante dell’intero sistema economico e sociale. Sarà la risorsa con cui sviluppare la competitività del Paese e misurare la nostra capacità di rimanere tra le nazioni più avanzate del pianeta. 1418654818_speedtest-10dic2014Qualcuno, comprensibilmente scettico, potrebbe chiedersi: sono davvero necessarie le autostrade informatiche a banda ultra larga, se, oggi, non ci sono applicazioni che possano sfruttare i 100 Mbps che queste mettono a disposizione? Le metafore, talvolta, ingannano. Le autostrade informatiche, in particolare quelle in fibra ottica, più che essere veloci, garantiscono prestazioni maggiormente sicure. La frequenza dei loro guasti è di due ordini di grandezza inferiore rispetto al rame, con costi di manutenzione sensibilmente più bassi. Le si definisce ultra veloci, ma, in realtà, sono ultra larghe: è come se fossero strade a 100 corsie, lungo le quali è molto difficile trovare un ingorgo, e, per questo, le informazioni viaggiano più speditamente. Ma sono anche più spedite in senso intuitivo: hanno la velocità di risposta più celere disponibile oggi sul mercato, la quale è sempre utile e che, in alcune applicazioni, come la videocomunicazione e il lavoro a distanza, è fondamentale. Per queste ragioni, ma anche perché la fibra ha una vita economica utile molto più lunga del rame il quale, ossidandosi, invecchia più rapidamente e diminuisce le sue prestazioni, le reti di telecomunicazione del futuro viaggeranno su fibra ottica e gli investimenti saranno capitalizzati in un arco di tempo più esteso. fibraSi potrà, poi, decidere, a seconda delle necessità, se all’ultimo tratto si accederà wireless o con un cavo, ma sarà sempre la fibra ottica a permetterlo. L’Italia è indietro in tutte le classifiche europee relative alla digitalizzazione e ultima per diffusione di banda ultra larga. È un dato che deve allarmare perché può essere l’origine di altri, e sempre più ampi, divari, che saranno, poi, difficilmente colmabili se protratti nel tempo. Dotare l’Italia di reti a banda ultra larga è altresì la premessa per avere, un giorno, un’Italia più veloce, più agile, meno burocratica. Per questo, la strategia per la banda ultra larga non è la risposta all’ennesima richiesta che perviene dall’Unione Europea. Al contrario, è il primo tassello di un progetto più ampio, che ingloba le infrastrutture digitali e gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea, ma va oltre. È il punto di appoggio di una nuova visione dell’Italia del futuro, che, grazie alla digitalizzazione, ma non solo perché si sarà digitalizzata, sarà migliore. Per raggiungere questo obiettivo c’è bisogno dell’impegno comune: non bastano i soli sforzi dell’Amministrazione Pubblica, centrale o locale. Serve l’impegno dell’intero settore ICT (Information and Communication Technology), delle imprese, delle associazioni e dei cittadini. È necessario che tutti lavorino insieme ad una strategia unitaria e non di breve respiro. 1-banda-largaE’ nato il primo strumento pubblico per conoscere, comune per comune, quale sia lo stato della banda ultra larga e come procedano i lavori per estenderla, con i fondi pubblici. È una piattaforma presente sul nuovo sito di Infratel Italia, società del Ministero dello Sviluppo Economico, deputata ad eseguire il piano banda ultra larga. Piano che, finora, ha potuto usufruire di fondi pubblici solo nel Sud Italia ma che, verso fine anno, sarà esteso anche al Centro-Nord, per un totale di 6,2 miliardi di euro, fino al 2020. Il sito (www.infratelitalia.it) mostra, poi, nell’area selezionata dall’utente, quali siano i progetti in corso. Lo strumento rivela anche quanti giorni necessitino agli enti pubblici per accordare il permesso a procedere con gli scavi e l’istallazione della rete. Che questo nuovo sito serva a sollecitare gli enti competenti, lo dimostra lo strumento “Vuoi internet più veloce?”, un pulsante che appare dopo la ricerca per comune o regione. L’utente che ancora non è coperto, può segnalare, tramite un modulo, dove vorrebbe avere la banda ultra larga.

Edoardo Morvillo

 

 

NASpI: stangata quasi certa ai lavoratori stagionali

 

Dal 1° Maggio 2015 entrerà in vigore la NASpI (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego), la nuova indennità di disoccupazione prevista dal Jobs Act, che andrà a sostituire i tre-giornivecchi sussidi, ASpI (Assicurazione Sociale per l’Impiego) e mini-ASpI, introdotti con la Legge n. 92 del 2012 (Riforma Fornero). A cambiare è praticamente tutto: la platea dei destinatari, i requisiti d’accesso, il calcolo e la durata dell’indennità, i termini di presentazione della domanda e le regole sulla compatibilità con un nuovo lavoro o attività. Il nuovo assegno sarà esteso a tutti coloro che perderanno il lavoro (ad esclusione di dipendenti a tempo indeterminato della P.A. e operai agricoli a tempo determinato o indeterminato), quindi, anche a precari e collaboratori a progetto che non potevano accedere alle vecchie prestazioni ASpI e mini-ASpI, a patto che posseggano tutti e tre i seguenti requisiti:

  • siano in stato di disoccupazione (ai sensi dell’articolo 1, comma 2, lettera c, del decreto legislativo 21 aprile 2000, n. 181, e successive modificazioni);
  • possano far valere, nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione, almeno tredici settimane di contribuzione;
  • possano far valere trenta giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei dodici mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.

Il testo, inoltre, specifica che il lavoratore deve partecipare ai percorsi di riqualificazione professionale previsti e prender parte alle iniziative di ricollocazione. La misura dell’indennità sarà rapportata alla retribuzione imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni, divisa per il numero di settimane di contribuzione e moltiplicata per 4,33. In quei casi in cui la retribuzione mensile sia pari o inferiore, nell’anno 2015, all’importo di 1.195 euro (rivalutato annualmente sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo intercorsa nell’anno precedente), la nuova disoccupazione è pari al 75% della retribuzione mensile. 54793-bigNei casi in cui la retribuzione mensile sia superiore all’importo di cui sopra, l’indennità è pari al 75% del predetto importo, incrementato di una somma pari al 25% della differenza tra la retribuzione mensile e il predetto importo stesso. Nuovi anche i massimali: nel 2015, l’assegno mensile non potrà superare l’importo di 1.300 euro, anch’esso rivalutato annualmente sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo. Diversa anche la progressione nel tempo: la NASpI si riduce del 3% ogni mese successivo al terzo, l’ASpI, di contro, scendeva del 15% dopo i primi sei mesi e di un ulteriore 15% dopo il primo anno. Venendo alla nota dolente della riforma, soprattutto per i lavoratori stagionali che risultano essere i più penalizzati dalla stessa, il decreto legislativo che introduce la NASpI prevede, all’art. 5, che il nuovo sussidio di disoccupazione sia corrisposto “mensilmente, per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi quattro anni. Ai fini del calcolo della durata, non sono computati i periodi contributivi che hanno già dato luogo ad erogazione delle prestazioni di disoccupazione. Per gli eventi di disoccupazione verificatisi dal 1° gennaio 2017 la NASPI è corrisposta per un massimo di 78 settimane”. Come si comprende limpidamente, la durata della nuova NASpI è pari alla metà delle settimane lavorate durante l’anno precedente al momento della disoccupazione. In tale calcolo, tuttavia, non si tiene conto dei periodi contributivi per i quali è già stata erogata una prestazione di disoccupazione. Nel caso dei lavoratori stagionali, ciò implica (assumendo come esempio di riferimento il caso di un lavoratore che risulta occupato per soli sei mesi in un anno) che saranno considerati utili ai fini del calcolo per la durata del sussidio, i soli sei mesi lavorati nel 2015 e non anche quelli precedentemente lavorati nel 2014 i quali, nella maggior parte dei casi, sono già stati utilizzati l’anno precedente per accedere al sussidio della mini-ASpI. In tal modo, per i lavoratori stagionali si prevede una sensibile riduzione del sussidio di disoccupazione che diventerà pari alla metà dei soli mesi lavorati nel 2015 e, quindi, sarà erogato per tre mesi, mentre, con la mini-ASpI, il sussidio poteva essere percepito per sei mesi, poiché il calcolo delle settimane lavorate era spalmato sugli ultimi due anni di contribuzione.stg A seguito del sollevarsi delle prime polemiche, legate ai lavoratori stagionali come destinatari di NASpI, è arrivata una ulteriore precisazione da parte del Ministero del Lavoro: i periodi senza contribuzione, da parte del datore di lavoro o di cassa integrazione a zero ore, sono considerati “neutri e determineranno un ampliamento, pari alla loro durata, del quadriennio all’interno del quale ricercare il requisito necessario di almeno tredici settimane di contribuzione”. Lo stesso principio del valore neutro vale anche per il requisito delle trenta giornate di lavoro effettive negli ultimi dodici mesi. Il Ministero conclude informando che tutti gli aspetti controversi saranno chiariti nella circolare attuativa della NASpI che sarà emanata a breve dall’INPS. Ciò che è indubbio, per il momento, è che i lavoratori stagionali perderanno tre mesi di sussidi di disoccupazione, una penalizzazione che, considerato anche lo specifico settore lavorativo, richiede una revisione urgente da parte del legislatore o, comunque, della Previdenza. Ancora più certa è la direzione presa da questo Governo, cosi come dai precedenti: nonostante gli apparenti buoni propositi, si continuano a fare giochetti contabili sulla pelle dei ceti meno abbienti, smantellando, un pezzetto alla volta, quel che resta del nostro Stato sociale. “Ci pisciano in testa e ci dicono che piove!”.

Giuseppe De Simone

Non appena sarà emanata la circolare dall’INPS, aggiornamenti sulla questione saranno immediatamente comunicati ai lettori del blog.

 

Francesco Guicciardini e la storiografia moderna

 

Terzo figlio di Piero di Jacopo e Simona Gianfigliazzi, ricchi e influenti cittadini fiorentini fedeli ai Medici, nacque il 6 marzo 1483 e fu tenuto a battesimo nientemeno che da Marsilio Ficino – chissà quale influenza esercitò su di lui questo padrino così illustre! Il giovane Francesco apprese il diritto a Firenze, presso uno degli insegnanti più alla moda del tempo, messer Francesco Pepi. francesco-guicciardiniFu, poi, a Ferrara e a Padova, dove concluse gli studi presso la celeberrima Università cittadina. Rientrato a Firenze non ancora laureato, cominciò ad esercitare la professione forense e l’insegnamento. Nel 1508, contro il volere del padre, sposò Maria Salviati, figlia di Alamanno, potente aristocratico che aveva le mani in paste un po’ dappertutto nella città dell’Arno. Grazie proprio alle amicizie del suocero poté avviarsi alla carriera politica, che lo condusse rapidamente al successo. Fu ambasciatore in Spagna e, al ritorno dei Medici a Firenze, governatore di Modena, Reggio Emilia, Parma e, in seguito, di tutta la Romagna, incarico nel quale dimostrò carattere e grande abilità diplomatica. Nel 1527, dopo la cacciata dei Medici, a causa dei sospetti dei repubblicani che non si fidarono di lui, decise di ritirarsi nella sua villa al Finocchietto, fuori Firenze. Colà si dedicò alla scrittura, aspettando tempi migliori che, però, non arrivarono. Nel 1529, gli furono perfino confiscati i beni, costringendo lui e la sua famiglia a trasferirsi a Roma, presso papa Clemente VII, un Medici. Quando il potente casato mediceo, per la terza volta, rientrò in città, fu consigliere del duca Alessandro ma poco ottenne dal suo successore Cosimo I. Scelse, quindi, di abbandonare definitivamente la vita politica. Pochi anni dopo, nel 1540, il 22 maggio, morì.

Ricordi politici e civili

Presso le famiglie di ricchi mercanti o, comunque, molto facoltose, era consuetudine, da parte dei membri culturalmente dotati, redigere e collezionare brevi pensieri, aforismi, raccomandazioni pratiche ed etiche, consigli, rivolti ai congiunti. Guicciardini elaborò sentenze e precetti lungo tutta la vita, sin dalla prima gioventù. Da essi si intuisce molto bene quali fossero i reali pensieri dell’Autore e il suo modo di rapportarsi alla realtà, alla vita civile e alla politica.Doria-Pamphilij-Metsys-Usurai Non esistono verità universali! Questo è il suo punto di partenza. La realtà è così multiforme e mutevole che ricercare regole di comportamento generali è una mera perdita di tempo. Importante è che ogni uomo riesca ad accrescere la propria riputazione e quella della sua famiglia. Una regola, tutto sommato, può essere seguita: orientarsi al meglio attraverso tutti gli innumerevoli casi della vita, cercando di cavalcare la fortuna quando essa arride. Proprio per questo, l’uomo di successo, ben conscio che i rapporti sociali siano condizionati da falsità, errori e illusioni, deve soltanto occuparsi di sé, aumentando, ad ogni costo, la propria posizione, agendo segretamente senza mai far intendere ad alcuno i suoi intenti, dissimulando e mascherando. In una parola, deve agire pensando esclusivamente ai fatti propri. 

XIII. È molto utile el governare le cose sue segretamente, ma piú utile in chi si ingegna quanto può di non parere con gli amici; perché molti, come poco stimati, si sdegnono quando veggono che uno recusa di conferirgli le cose sue.

XVIII. È da desiderare piú l’onore e la riputazione che le ricchezze; ma perché oggidí sanza quelle male si ha e conserva la riputazione, debbono gli uomini virtuosi cercare non d’averne immoderatamente, ma tante che basti allo effetto di avere o conservare la riputazione e autoritá.

IL. Conviene a ognuno el ricordo di non comunicare e’ secreti suoi se non per necessitá, perché si fanno schiavi di coloro a chi gli comunicano, oltre a tutti gli altri mali che el sapersi può portare; e se pure la necessitá vi strigne a dirgli, metteteli in altri per manco tempo potete, perché nel tempo assai nascono mille pensamenti cattivi.

CLXXIV. Non mancate di fare le cose che vi diano riputazione, per desiderio di fare piacere e acquistare amici; perché a chi si mantiene o accresce la riputazione, corrono gli amici e le benivolenzie drieto; ma chi pretermette di fare quello che debbe, ne è stimato manco; e a chi manca la riputazione, mancano poi gli amici e la grazia. 

È chiaro come questa sia una vera lezione di opportunismo, egoismo e cinismo, comprensibile, certamente, se si tiene conto del contesto storico e familiare in cui visse l’Autore: per un aristocratico impegnato in politica, in un’epoca dove, d’improvviso, ci si poteva trovare con la testa avvoltolata in un cappio o con un pugnale piantato dietro la schiena, era necessario usare qualsiasi mezzo per riuscire a rimanere in auge, evitando di essere travolti dagli eventi.

Storia d’Italia

Quando Guicciardini cominciò a stendere quest’opera, era ormai in pensione. In gioventù, aveva scritto le Storie fiorentine dal 1378 al 1509, per cui, l’argomentazione storica e la sua metodologia non gli erano affatto sconosciute. 70231AnobilE’ stato questo il suo unico scritto elaborato per la pubblicazione, che, però, fu postuma, del 1561. L’esposizione include gli eventi compresi tra la morte di Lorenzo il Magnifico (1492) e quella di papa Clemente VII (1534). Lo scrittore ragiona della rovina dei principi e dei principati italiani, i quali sono passati dalla libertà della fine del ‘400 al dominio straniero, francese e spagnolo, del ‘500. Questi poco sagaci signori, a detta dell’Autore, credendo di essere assennati e prudenti, si sono fidati troppo degli stranieri, venendone, poi, travolti. Con impassibile distacco e cruda ironia, Guicciardini indaga le cause di questo decadimento italiano, il tutto seguito in maniera molto scrupolosa e dettagliata, grazie alle testimonianze di numerosi protagonisti e alla consultazione di materiali d’archivio (esaminò gran parte dell’archivio della Magistratura fiorentina). Proprio per questo, per il metodo che adoperò nella stesura della sua opera, Guicciardini può, a buon diritto, essere definito il padre della storiografia moderna.

 

18 aprile 2015. Sorrento. Libreria Indipendente

 

Presentazione del romanzo di Dany ApuzzoTanto rumore per nulla” (Edizioni Eracle, 2015). La protagonista di “Tanto rumore per nulla”, Rebecca, è una ragazza di 24 anni anni. Vive e lavora con la mamma e la sorella. Ha perso suo padre durante l’adolescenza, ma lui è ancora il centro del suo mondo. Altri eventi straordinari hanno sconvolto e cambiato la sua vita: un melanoma benigno e la perdita di un amico. Tali eventi l’hanno cambiata e resa più forte. Centro del libro è la sua storia d’amore con Antonio, apparentemente un banale narcisista. Oltre alla vita della protagonista vengono descritte anche le vite delle sue tre amiche. “Tanto rumore per nulla” è un viaggio visto con gli occhi della protagonista, sulla sua vita, su quella degli amici sempre con un tocco d’ironia.
Interventi di Riccardo Piroddi. Letture di Marilena Altieri, Maria Teresa Violeta Vitiello e Frenk Tortora. Organizzazione di Mimmo Bencivenga, proprietario della Libreria Indipendente.

 

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