Archivio mensile:settembre 2015

19 settembre 2015. Sorrento. Libreria Indipendente

 

In ricordo di Giancarlo Siani e di Peppino Impastato.
Chi frequenta abitualmente le nostre presentazioni alla Libreria Indipendente sa che io, in queste occasioni, sono solito vestire in modo alquanto elegante, con camicia e cravatta. Questa sera non presentiamo alcun libro. Celebriamo. Celebriamo due eroi! Ma lo facciamo senza pompa, senza solennità. Ecco perché sono venuto in jeans e maglietta. Per far venir meno anche quella ufficialità che sarebbe potuta trasparire dal mio abbigliamento. Giancarlo Siani e Peppino Impastato non hanno bisogno della commemorazione di Stato. Quello Stato, se non complice, quantomeno incapace di preservare loro la vita!” (Riccardo Piroddi).
Conduzione e relazione sulla storia della camorra e della mafia ai tempi degli assassinii di Giancarlo Siani e Peppino Impastato di Riccardo Piroddi. Lettura di due brevi testi di Benedetta De Nicola dell’Autrice. Commento e interventi dialogici col pubblico giovanile di Benedetta De Nicola. Letture scelte di Marilena Altieri e Mimmo Bencivenga. Organizzazione generale e musiche di Mimmo Bencivenga, proprietario della Libreria Indipendente.
Io non amo parlare di successo o insuccesso di un’iniziativa. Preferisco parlarne in termini di bellezza. E la bellezza, anzi, la grande bellezza di questa serata, dedicata alla lotta alle mafie e a due figure di giovani eroi e martiri, Peppino Impastato e Giancarlo Siani, è stata nei ragazzi giovanissimi che hanno affollato la libreria. E nel loro modo di esserci. Nessuno si è mosso dalla sedia, erano curiosi, attenti e quando Benedetta gli ha rivolto delle domande, giustamente non sapevano cosa rispondere. Ma a domande più dirette “Cosa ti piace? Che cosa è bello per te? Dimmi una cosa bella”, rispondevano e parlavano di legalità e del mondo che vorrebbero trovare fra qualche anno, quando saranno grandi. Questa è stata la Grande Bellezza della serata!” (Mimmo Bencivenga).

 

I testi di Benedetta De Nicola

 

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Siani e Impastato: due uomini a confronto
Articolo da www.sommariamente.it

 

Quel che si trova in mezzo

 

I momenti più belli del giorno? Il mattino presto, così ripulito delle scorie della notte prima. E l’imbrunire. Coi rumori delle cucine che si perdono tra i balconi, quel ritrovarsi a luci accese, il blu che sopraggiunge dai tetti, il vento.
Cos’altro conta? Quel che si trova nel mezzo? No. Quel che si trova nel mezzo è il tempo perso, mucchi di cose che in fondo tutti ci dimentichiamo in fretta.

Patrick Gentile

 

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Buon compleanno, Killer!

 

Se devo andare all’inferno, ci andrò col mio pianoforte!” (J. L. Lewis)

Oggi, 29 settembre, Jerry Lee Lewis compie ottant’anni. Pochi avrebbero scommesso che sarebbe vissuto così a lungo, visti gli eccessi che si concedeva.
Musicalmente è (perché fa ancora tournèes) un concentrato di ego e presunzione, oramai seppellite dall’età, ma, soprattutto, di genio e di talento ancor più grandi. Si fosse “prostituito” come tanti suoi colleghi…

Remigio Colonna

 

Scena dal film “Great Balls of Fire! – Vampate di fuoco”, di Jim McBride, 1989
(guarda)

 

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Back home

 

La luce del sole attraversa i cancelli di Villa Paganini e si fionda sull’erba a squadrature larghe e recise. Ed ecco, come vedi di buono alla fine c’è questo. La Nomentana che punta dritta verso casa come una lama che non ti lacererà, sono i percorsi che ti sei sudato, Sade nelle cuffie, l’immaturità di questi pomeriggi di fine estate. Che sembra non se li fili nessuno. E invece di buono c’è questa brezza che sa come tornare. Il tuo ritrovare la strada, un mazzo di chiavi, la doccia, il cane, il divano. Come fai a sentirti solo. Con questo sole, dico. Come fai a non sorridere. Non lo capisci che di buono alla fine c’è questo? Che tu forse non sai come partire ma sai sempre come tornare. Alla sera. Nel traffico che piano piano ricomincia. Nel vento fresco che soffia dallo spazio aperto e coraggioso. Nelle innumerevoli cose che ancora farai. In questo sei il numero uno. In questo non ti batteranno. Mai.

Patrick Gentile

 

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Ti Jean

A Jack Kerouac

Videopoesia

(guarda)

 

Quanto è stata
lunga Ti Jean
la strada
che da Lowell
ti ha portato
dove non ci sono
più strade
e quanto sarà
lunga Ti Jean
la strada sulla quale io dovrò
correre per provare
a raggiungerti
correre
sì correre
come il ritmo
sincopato di una partitura
jazz che striscia
tra i tasti di un sassofono
nero in un locale
stretto e fumoso giù
a New Orleans
come le parole
spontanee
su un rotolo
per telescrivente
senza punti
né pause
libere
senza freni nude
e senza coscienza parole
bruciate troppo
in fretta benzina
nel carburatore
dell’automobile che sfrecciava
per le highways
d’America da Est
a Ovest
a Est irrequieta
battuta
affamata di vita
e beata
il suo rumore è arrivato
dovunque ha corso
per tutte le strade
del mondo e
non si è finora ridotto
né può continua
è possibile ascoltarne
il rombo limpido
e chiaro come le notti passate
a dormire sui prati
e nei boschi nel sacco
a pelo fatto
di stelle
e una bottiglia
di bourbon. 

 

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Social

 

Mi ci sono voluti cinque anni. Cinque anni buoni. Cinque anni di Facebook. Ma alla fine credo di aver capito. Il regno del vuoto sterminato. Il sommo paradigma del nulla. Ecco cos’è. Un’umanità che si parla addosso, che si specchia in pubblico perché a farlo in solitudine le farebbe troppa paura. Incapaci di interagire nei sapori e negli odori, ci muoviamo in chat imbarazzanti e imbarazzate. Ché oggi se telefoni a qualcuno sei uno stalker. Allora faccine e poi faccine e poi di nuovo faccine. Siamo emoticon sgrammaticate. Tento con sforzi disumani di costruire qualcosa di nuovo, qualcosa di buono. Di uscire da questa griglia artificiale. Ma non ce la faccio. Che beffa. Incroci di belle occasioni che temono per il loro stesso fiorire. Meglio seguitare a farci selfie sperando in un paio di “likes”. Meglio vagare per chat armati di copia e incolla. Meglio le tette, i culi, i tatuaggi, i cibi, le spiagge. Tanto è in questo che ci siamo specializzati. Ciascuno un banco, ciascuno la propria merce. E sarebbe perfino struggente se poi non ci illudessimo che qui si fa sul serio. Meglio battere le mani che parlare. Ma sì. Dopotutto questo è un concerto rock. Noi sul palco, giù la claque.

Patrick Gentile

 

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Confidenza

 

La conquista della confidenza richiede spazio e durata, necessita di abbrivi, tanti, e di mete. Di una ricerca che viaggi come l’uncinetto tra molti fili di cotone. Di un impasto. Che approdi alla massa, che chiuda le falle. Di uno stucco buono e solido. Che tappi i fori bui che si aprono nei nostri muri come ferite. Cosa pensate che accada altrimenti? Un cazzo di niente. Ascisse senza ordinate, polvere verbale che non ci porta da nessuna parte. Serve sudare, serve fare a pugni, prendersi a parolacce. Serve scopare. Ma non scopare col cazzo il culo la fica. Serve scoparsi più profondamente. E senza farsi male. Mettendo in piedi una casa dove abitare. La conquista della confidenza ha bisogno di risate e di pianto, ha urgenza di vita vissuta. Di un mucchio enorme di ricordi. Sennò è ciarpame, balle, stronzate, folclore.

Patrick Gentile

 

imagesAntonio Boatto, “Uomo metafisico”, 2006

 

Baustelle

 

I Baustelle sono una piccola rivoluzione tutta italiana. Sono la pop band che più di tutte ha fatto e continua a fare pop nel belpaese, quello con la P maiuscola, vero, genuino, ispirato principalmente ai grandi compositori degli anni ‘60 e ben lontano dalle logiche commerciali delle case discografiche, che sfornano fenomeni da baraccone e ritornelli demenziali dell’estate al mare e nelle disco. La band nasce nel 1994 a Siena, come classica formazione di studenti universitari, che cercano di suonare in qualche locale per sbarcare il lunarioBaustelle - XL e finanziarsi gli studi. Sin dal primo momento, è chiaro che l’anima del gruppo sia Francesco Bianconi, talentuoso e passionale musicista toscano, innamorato dei grandi autori degli anni ‘60 e ‘70, in primis De Andrè, ma anche Piero Ciampi, Battisti, Battiato e soci. Gli altri membri sono Rachele Bastreghi, cantante e tastierista, Fabrizio Massara, arrangiatore e tastierista, e Claudio Brasini, chitarrista. Dopo vari ep piuttosto noiosi e snobbati dal pubblico, la svolta avviene nel 2000, con il primo disco autoprodotto, dal titolo “Il sussidiario illustrato della giovinezza” Baracca&Burattini. Si tratta di un album molto particolare, quasi una sorta di concept, che narra di un’adolescenza spensierata e tutta italiana. Il disco ha immediatamente successo, anche grazie ai duetti vocali Bianconi – Rastreghi, divenendo in breve un vero e proprio album di culto per quella generazione che non si rispecchia nelle classifiche nazionali e cerca nella musica indipendente la sua identità perduta. Nel 2003, arriva “La moda del lento”, Mimo Sound Records, in un momento molto particolare per la band, che sta quasi per sciogliersi per problemi economici e per le incertezze sul futuro. “La moda del lento” è un disco accattivante e un po’ diverso rispetto al primo. Meno Baustelle-La_Malavita-Frontalchitarre elettriche e più elettronica e atmosfere dal gusto retrò, per un pop ben più raffinato rispetto al “Sussidiario”. Dopo “La moda del lento”, la band ottiene finalmente un contratto con la Warner Records e dà in pasto al pubblico “La malavita”, 2005 (copertina a sinistra). “La malavita(ascolta) è l’album per eccellenza dei Baustelle, non solo per via del loro passaggio ad una major (la Warner), ma perché segna le definitive scelte stilistiche e musicali della band. Nel disco si avverte, innanzitutto, una decisa svolta in senso cantautoriale. Bianconi abbandona il carattere personale dei testi per gettarsi su temi esistenziali e ben più profondi. “La malavita” è un disco drammaticamente romantico e dal gusto dolce-amaro. Tema dominante di tutte le tracce è il mal di vivere. Su 11 brani, infatti, due parlano di suicidio e i restanti nove narrano degli esclusi della società. “La malavita” inizia con una intro strumentale, “Cronaca nera(ascolta), in cui la Bastreghi si cimenta in un lungo assolo sul suo strumento, a cui seguono basso chitarra e batteria. Un’apertura che si sposa perfettamente con la seconda traccia del disco, “La guerra è finita“, estratta, poi, come singolo. “La guerra è finita(ascolta) è in assoluto il capolavoro del disco e della band. La melodia pop è perfetta e orecchiabile, la voce di Bianconi retrò e il testo, di una bellezza disarmante e ricco di rime originali, narra la storia di un’adolescente che finisce col suicidarsi dopo essere caduta nella trappola Baustelle-verticaledella tossicodipendenza. “La guerra è finita” è una vera e propria anomalia nel panorama pop italiano, quasi una piccola rivoluzione. E’ il modo con cui Bianconi e soci annunciano al belpaese che la musica made in Italy non è morta, che ancora c’è spazio per testi profondi e realistici ed è possibile farli apprezzare al grande pubblico. Altra grande canzone è “Revolver” (ascolta), cantata da Rachele Batreghi, con voce fredda ma decisa. Poi, “I provinciali(ascolta), perfetto connubio tra elementi orchestrali e rock, che narra dell’alienazione e dell’arretratezza delle provincia italiana. “Un romantico a Milano(ascolta), invece, tratta dello smarrimento della figura del romantico nella fredda e apatica metropoli settentrionale. In “Sergio(ascolta), Bianconi racconta dello scemo del villaggio, mente in “Il corvo Joe(ascolta) il volatile diventa metafora degli esclusi e dei derelitti. Il finale del disco è affidato a “Cuore di tenebra“, lampante citazione del romanziere Joseph Conrad, in cui i Baustelle, forse un po’ banalmente, suggeriscono l’amore come il miglior antidoto al mal di vivere. “La malavita” è un ottimo disco pop, con canzoni ben fatte e dai temi affascinanti e profondi, in controtendenza rispetto al resto della musica italiana, che anno dopo anno cade sempre più in basso. I Baustelle sono musicalmente attivi tutt’ora e dopo “La malavita” hanno pubblicato diversi album validi e ottimi singoli (“Colombo“, “L’aereoplano“, “Gli spietati“, “La morte non esiste più“) cimentandosi con temi sempre più complessi e a volte schierandosi politicamente. L’ultimo album si intitola “Fantasma“, Warner Atlantic, datato 2013.

Pier Luigi Tizzano

Il blu e il verde

 

Un tempo conoscevo delle persone. E pur di tenermele vicino studiavo come compiacerle. Davo loro ciò che desideravano e allo stesso tempo prendevo anche io. Per riuscire in questo seguivo naturalmente un preciso schema. Se gli piaccio in blu, mi dicevo, allora indosserò il blu (e pazienza se nel profondo sono verde). Poi ho smesso. Ora vesto di verde. Solo che tenermi vicino le persone a cui voglio bene è molto più difficile. Do il vero e prendo quasi niente. Essere ciò che si è significa rischiare i rapporti. Tanto i potenziali quanto i fondamentali. Sempre.

Patrick Gentile

 

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