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Cino da Pistoia e la discriminazione territoriale contro i napoletani

 

 

Esistesse una Commissione Disciplinare anche nella Letteratura Italiana, Cino da Pistoia dovrebbe essere sanzionato pesantemente per discriminazione territoriale! Guittoncino, detto Cino, della nobile famiglia dei Sighibuldi, nacque a Pistoia nel 1270. Studiò legge all’estero, prima a Bologna (per un pistoiese del XIII secolo, Bologna era all’estero!), poi, a Orleans, in Francia. Tornato in patria, esercitò l’avvocatura ma pochissimo tempo dopo, nel 1303, fu costretto a lasciare Pistoia perché i guelfi avevano cacciato i ghibellini dalla città. 2Rientratovi dopo tre anni, si dedicò alla scrittura di opere giuridiche, guadagnandosi, così, molti apprezzamenti e la cattedra di diritto presso le Università di Siena, di Perugia e di Napoli. All’ombra del Vesuvio conobbe e frequentò Giovanni Boccaccio, col quale, molto probabilmente, ragionava di donne e di poesia d’amore. L’insegnamento accademico, comunque, non gli impedì di celebrare, in versi, la sua amata, Selvaggia. Compose venti canzoni, undici ballate e centotrentaquattro sonetti (dopo Dante è lo stilonovista di cui ci sono giunte più rime). Quando morì, nel 1337, Francesco Petrarca, suo allievo di stile, gli dedicò un sonetto, Piangete, donne, e con voi pianga Amore. Se lo scontroso, geloso e un po’ invidioso letterato aretino si scomodò per Cino, è la prova che questi era stato un uomo e un poeta di grande valore. Quando lo incontrai al Liceo per la prima volta, mi fu subito simpatico perché il suo nome mi faceva tornare alla mente quello di un personaggio che ho molto amato durante la mia infanzia: il mago Zurlì, il cui vero nome è, appunto, Cino Tortorella. Mia madre aveva regalato a me e a mia sorella Tiziana un cofanetto di musicassette con le più famose fiabe, raccontate proprio dal mago dello Zecchino d’Oro. Ricordo ancora il mangianastri nero con i pulsanti rossi e i pomeriggi trascorsi insieme con Anna, la nostra babysitter, ascoltando Pollicino, La bella addormentata nel bosco, Cenerentola, Biancaneve e i sette nani, Heidi, Lutra la lontra e Raperonzolo. Quando, però, cominciai a ricercare materiali per la mia Storia della Letteratura Italiana, il pistoiese si rese antipatico perché scoprii che aveva scritto, non un semplice sonetto, ma una lunga canzone contro i napoletani, Deh, quando rivedrò ‘l dolce paese, in cui ci conciò davvero male:

“Deh, quando rivedrò ‘l dolce paese
di Toscana gentile,
dove ‘l bel fior si mostra d’ogni mese,
e partiròmmi del regno servile
ch’anticamente prese
per ragion nome d’animal sì vile?
Ove a bon grado nullo ben si face,
ove ogni senso fallace – e bugiardo
senza riguardo – di virtù si trova,
però ch’è cosa nova,
straniera e peregrina
di così fatta gente balduina.
O sommo vate, quanto mal facesti
(non t’era me’ morire
a Piettola, colà dove nascesti?),
quando la mosca, per laltre fuggire, i
n tal loco ponesti,
ove ogni vespa deveria venire
a punger que’ che su ne’ tocchi stanno,
come simie in iscranno – senza lingua
la qual distingua – pregio o ben alcuno.
Riguarda ciascheduno:
tutti compar’ li vedi,
degni de li antichi viri eredi.
O gente senza alcuna cortesia,
la cu’ ‘nvidia punge
l’altrui valor, ed ogni ben s’oblia;
o vil malizia, a te, perché t’allunge
di bella leggiadria,
la penna e l’orinal teco s’aggiunge.
O sòlo, solo voto di vertute,
perché trasforme e mute – la natura,
già bella e pura – del gran sangue altero?
A te converria Nero
o Totila flagello”.

Concluse, poi, passando la palla agli juventini, ai milanisti, agli interisti, agli atalantini e ai veronesi, anche se, oggi, da Roma in su, non c’è tifoseria, tranne quella genoana, che non canti, quasi ogni domenica, “Noi non siamo Napoletani!” o “Vesuvio lavali col fuoco!”:

“Vera satira mia, va’ per lo mondo,
e de Napoli conta
che ritén quel che ‘l mare non vole a fondo”.2

Ad ogni modo, a parte la discriminazione territoriale contro i miei conterranei dell’epoca, Cino fu un rimatore molto bravo che seppe cantare il dolore e l’inquietudine per la mancanza d’amore, in uno stile dolce e armonioso, malinconico e mesto, espresso con un’accuratezza linguistica da grande poeta. Il pistoiese era capace di arrivare al cuore delle donne, di tutte le donne, tranne, evidentemente, a quello della donna bramata (succede sempre così!).

“La dolce vista e ‘l bel guardo soave
de’ più begli occhi che lucesser mai,
c’ho perduto, mi fa parer sì grave
la vita mia ch’i vo traendo guai”.

E ancora:

“Angel di Deo simiglia in ciascun atto
questa giovane bella
che m’ha con gli occhi suoi lo cor disfatto”.

Che tenerezza, poi, la canzone Oïmè lasso, quelle trezze bionde, composta quando l’amata Selvaggia morì. Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi… il viso, il suo sorriso, la morte s’era portata via tutto, pure le sue calzette rosse (W Mogol-Battisti!).

Rifatevi gli occhi!!!

 

 

               

E allora sì

 

 

 

E allora sì,
sì, ca t’abbraccio forte,
t’astregno accussì forte
a te fa ‘mmanca’ ‘o ciato,
ma me l’aie chierere tu
pecchè ‘a quanno te ne si’ ghiuta
so’ addiventato scemo,
e tanta cose nun ‘e capisco cchiu’.
Nun ave’ paura.
Stiennele ‘sti braccia,
io stongo ‘cca’
nun me ne vaco.
Io c’aggio sempe stato.
Vieni, vieni ccà,
fatte leva’ sti capille ‘e oro
annanze all’uocchie,
ca te voglio guarda’ ancora.
M’aggio sfasteriato ‘e te sunnà sultanto.
Io voglio sta’ scetato!

E allora sì,
sì, ca t’abbraccio forte.
Stiennele ‘sti braccia,
fatte ‘na risata
e arape ‘o core,
io stongo ‘cca’
nun me ne vaco.
Io c’aggio sempe stato,
pecchè tu, nenne’, si’ troppa bella,
‘o ‘bbuo’ cape’ o no
ca over si’ ‘a cchiu’ bella,
e chesto m’è abbastato
pe’ me fa ‘nnammura’.

(Novembre 2018)

 

 

 

               

Ed è già domani

 

 

 

Ho provato a inventare
i modi più diversi

per farti brillare,
te, già bella e terribile
come un angelo,
ballando sugli oceani cupi,
torcendomi nell’acqua spumosa,
senza paura d’affogare.
Sono stato lì per giorni,
muovendo le labbra
soltanto per respirare il tuo nome
e restare vivo.
Ho riaperto gli occhi
e mi son trovato solo,
sopra il mare in tempesta
e t’ho annegata nel profondo di me.
Ed è già domani.

(Novembre 2018)

 

 

 

               

Ninnananna per il mio bellissimo amore

 

 

 

Le poesie sono l’unico posto in cui
posso chiamarti amore
senza che tu ne porti il peso.
E allora ti canto questa ninnananna
soltanto per averti
ancora un po’ accanto.
 
Avvicinati, ti prego.
Lasciami carezzare i tuoi capelli
e ascolta queste mie parole
mentre con le labbra
sfiori i miei occhi chiusi:
riposa la tua mente spaventata.
Questo amore
è l’unica cosa che posso offrirti.
Custodiscilo con cura.

Buona notte,
mio bellissimo amore…

(Ottobre 2018)

 

🔈Lullaby – Johannes Brahams 

 

 

 

               

Guido Cavalcanti

 

 

Guido Guinizzelli è stato il teorico del Dolce Stil Novo, l’altro Guido, come lo chiamò Dante (Purg. XI, v. 97) ne ha rappresentato il maggiore esponente. Fiorentino, nacque più o meno nel 1260, dalla nobile famiglia Cavalcanti, mercanti molto ricchi. Notissime erano, a Firenze, quasi fossero un punto cardinale, le terre e le case dei Cavalcanti, situate non lontane dalla Chiesa di Santa Maria in Campidoglio, nei pressi del Mercato Vecchio. Da giovane, era stato mandato dal padre a studiare la filosofia da Brunetto Latini e proprio lì aveva conosciuto il futuro sommo poeta, divenendone amico fraterno. imageGuelfo bianco convinto, per dare il buon esempio, cercando, in tal modo, di calmare un po’ le tormentatissime acque in città, aveva sposato Bice degli Uberti, figlia del famoso Farinata, il segretario comunale del PGF, Partito Ghibellino Fiorentino. Tutto questo, comunque, era servito a poco o niente. La tensione, a Firenze, era sempre altissima, tanto che quando non si riuscivano ad eliminare gli avversati in casa, si mandavano i sicari a raggiungerli in trasferta. Durante un pellegrinaggio al santuario di Santiago di Compostela, infatti, nei pressi di Tolosa, Guido prese una coltellata alla schiena, inflittagli da un assassino mandato da Corso Donati, il capo dei guelfi neri. Si salvò per miracolo! Incurante dei numerosi pericoli e della sua incolumità fisica, si fece eleggere al Consiglio Generale. Solo pochi anni dopo, però, ne fu escluso, quando Giano della Bella, un aristocratico passato a sinistra, fece approvare la riforma degli “Ordinamenti di Giustizia”, vietando, ai nobili non iscritti ai sindacati, l’accesso alle cariche pubbliche. Il 24 giugno del 1300, dopo aver preso parte ad una mega rissa in cui guelfi bianchi e neri se le erano suonate di santissima ragione, fino a quando non erano rimaste in piedi che due-tre persone, essendo lui un capo fazione, fu punito con l’esilio a Sarzana, oggi ridente centro in provincia di La Spezia, ma, nel XIII secolo, zona paludosa e insalubre. Fu proprio l’amico Dante, divenuto, nel frattempo, Priore, a firmare, con le lacrime agli occhi, la sua condanna. In poche settimane, a causa dei miasmi mortiferi esalati dagli acquitrini sarzanesi, Guido contrasse la malaria. Tornò a Firenze giusto in tempo per morire, nelle case dei Cavalcanti, il 29 agosto. Fiero nel carattere e altero nell’aspetto, è il più “tragico” dei poeti stilnovisti. L’amore, spesso, gli provocava sbigottimento, lasciandolo dubbioso, destrutto e desfatto:

L’anima mia vilment’è sbigotita
de la battaglia ch’ell’ave dal core
che s’ella sente pur un poco Amore:
più presso a lui che non sòle, ella more.

(L’anima mia vilment’è sbigotita, vv. 1-4)

Forte e nova mia disaventura
m’ha desfatto nel core
ogni dolce penser, ch’i’ avea, d’amore.

(Forte e nova mia disavventura, vv. 1-3)

Allo steso modo, la sua donna pare non essere così celeste e luminosa come quelle esaltate dagli altri poeti, tanto che il suo valore è difficilmente conoscibile dall’uomo. Se Guido fosse stato un trovatore avrebbe accompagnato le sue canzoni con una musica malinconica e angosciosa:

Se Mercé fosse amica a’ miei desiri,
e l’movimento suo fosse dal core
di questa bella donna e’l su’ valore
mostrasse la vertute a’ mie’ martiri.

(Se Mercé fosse amica a’ miei disiri, vv. 1-4)

dante_01

La canzone Donna me prega, per ch’eo voglio dire, i cui versi sono di difficile comprensione perché volutamente astrusi, è lo specimen della sua poesia. In essa, filosofia, metafisica, psicologia, tristezza, guai, lamenti e spiriti,  introdotti nella sua lirica per spiegare il funzionamento dei sensi e dei sentimenti dell’uomo, mostrano la donna non come una guida che renda l’anima perfetta, quanto come creatura la cui bellezza costringa a meditare, ad almanaccare, a scervellarsi, ad elucubrare e a rimuginarvi. Però, rimuginandovi troppo a lungo, il povero Guido correva il rischio di andare fuori di testa.

Donna me prega, – per ch’eo voglio dire
d’un accidente – che sovente – è fero
ed è sì altero – ch’è chiamato amore:
sì chi lo nega – possa ’l ver sentire!
Ed a presente – conoscente – chero,
perch’io no spero – ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza – natural dimostramento
non ho talento – di voler provare
là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l’essenza – poi e ciascun suo movimento,
e ’l piacimento – che ’l fa dire amare,
e s’omo per veder lo pò mostrare.

(Donna me prega, – per ch’eo voglio dire, vv. 1-14)

Tra le sue composizioni più famose, infine, è la ballata Perch’i’non spero di tornar giammai. Il poeta, fuori dalla Toscana, chiese a questa sua ballatetta di raggiungere l’amata per dirle, tra pianti, sospiri e accidenti:

Questa vostra servente
viene per star con vui,
partita da colui
che fu servo d’Amore.

(Perch’i’ non spero di tornar giammai, vv. 33-36)

 

 

               

The pharmacist

 

 

 

When I was a child
I was dreaming of run into a pharmacist
which could create a potion
to make me fall in love with her.

Make a magic potion for me,
my lovely pharmacist,
and put in it your eyes, your hair,
your mouth, your hands.
But don’t care about love:
I’ll put it by myself
along with the way to repair
that damn broken shell.

Some time ago
I finally met a pharmacist.
She made the potion
and I fell in love with her.

Make a magic potion for me,
my sweet pharmacist,
and put in it your eyes, your hair,
your mouth, your hands.
But don’t care about love:
I’ll put it by myself
along with the way to repair
that damn broken shell.

Her potion has now become a deadly poison
slowly killing me
but before I die
I’ll tell her, with my slight last breath, once again:

Make a magic potion for me,
my beautiful pharmacist,
and put in it your eyes, your hair,
your mouth, your hands.
But don’t care about love:
I’ll put it by myself
along with the way to repair
that damn broken shell.

The way to repair
that damn broken shell…

(End of October, 2018)

 

 

 

               

The lady from North Naples

 

 

 

I fell in love
with a lady from North Naples,
her copper colored hairs,
white glittering teeth,
thin waist.

I am alone,
far away from her,
on the piano
trying to compose
the finest song
while she washes,
with her delicate hands,
a precious silk clothes.

I fell in love
with a lady from North Naples,
her copper coloured hairs,
white glittering teeth,
thin waist.

The notes of my piano are flying away
trying to reach her.
Who knows if she’ll ever listen to them,
who knows if she will understand.
On this cold night
they will dim
until become mute
stopping to cry out that…

I fell in love
with a lady from North Naples,
her copper coloured hairs,
white glittering teeth,
thin waist.

The lady from North Naples.

(End of October, 2018)

 

 

 

               

Lily’s freckles in the sky

 

 

 

Last night
I gazed at the moon
and looking at her face
I saw golden tears
to gush from her eyes
and so were born
Lily’s beautiful freckles in the sky.

Lily’s freckles in the sky.
Lily’s freckles in the sky.

I don’t know what to do
with the moon, the stars,
the light wind that caresses
my cheeks in the night,
the wide open horizon.
Nothing makes sense for me
if I can’t tell her.

Lily’s freckles in the sky.
Lily’s freckles in the sky.

My world was only in her embrace
an embrace lasted a few moments
but endless to me.
I’ve been unable to prove her my love
so she has deserted me.
Now I can only look up to see
Lily’s freckles in the sky.

Lily’s freckles in the sky.
Lily’s freckles in the sky.
Beautiful freckles in the sky…

(End of October, 2018)

 

 

 

               

Ho combattuto un milione di guerre

 

 

Ho combattuto un milione di guerre
col silenzio,
per tacere le parole,
e col rumore assordante,
per coprirle.

Ho combattuto un milione di guerre
con la notte più buia,
per velare i tuoi lampi
proteggendo così
i miei occhi dalla cecità.

Ho combattuto un milione di guerre
coi respiri ansimati,
per rianimare le tue rose appassite.

Ho combattuto un milione di guerre
non con le armi ma con le pietre,
perché lanciandole nell’acqua immobile
facessero risuonare,
come i cerchi concentrici,
il tuo bellissimo nome!

(ottobre 2018)

 

 

               

Le bellezza delle forme commuove

 

 

Per te,
che avevi gli occhi spalancati

mentre i miei si rifiutavano di vedere,
mi son perso nel campo
delle margheritine della mia fanciullezza,
i cui piccoli petali parlano
ma non si toccano.
Si lamentano, ridono e,
sebbene muoiano,
raramente si commuovono.
 
Un inno con qualsiasi altro titolo
potrebbe essere più dolce.
Forse il sole non splenderà mai più
sul campo di margheritine.
Di quelli troppo malati,
troppo malati per vedere,
nonostante non appaia nulla,
qualcuno sa, sì.
E sarei voluto essere io.

(Giugno 2014)