Archivi categoria: Poesia

Sossio Giametta. La Ginestra di Leopardi
La solidarietà spirituale tra gli uomini

 

da

raicultura.it

 

 

Secondo Sossio Giametta, intervistato nel maggio 2021, La ginestra parla della filosofia pessimistica di Giacomo Leopardi. Leopardi può dirsi l’antitesi di Dante, perché Dante pur avendo avuto una vita difficilissima ha sempre conservato una visione positiva della vita a differenza di Leopardi…

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Sossio Giametta (1929 -)

 

 

 

 

Il Romanticismo. Il mondo come necessità di sentimento

 

di

Luca De Vincentiis

 

 

«Il mondo va romanticizzato – scrisse Novalis – Se ne ritrova così il senso originario. Romanticizzare non è altro che un potenziamento qualitativo. […] Quando io conferisco al comune un senso più elevato, all’ordinario un aspetto misterioso, al noto la dignità dell’ignoto, al finito un’apparenza infinita, allora io lo romanticizzo»… 

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Novalis (Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg) 1772–1801

 

 

 

 

Cosa rimane dell’anima

 

di

Antonio Martini

 

 

Nel Fedone di Platone, tra i vari concetti presi in esame, c’è quello di anima. Per chi non si occupa di filosofia questo termine potrebbe risultare obsoleto o mistico, in quanto nella nostra società non viene più usato, se non in alcune religioni. Ma perché non si parla più di anima e da che altra idea è stata rimpiazzata?

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Platone (428/427 a.C.–348/347 a.C.)

 

 

 

 

Auguri “santagatesi” a Raffaele Lauro per la ricorrenza
del suo 77° compleanno

 

 

In occasione del settantasettesimo compleanno, che ricorrerà domani, 10 febbraio, interrompendo la mia nota riservatezza, voglio rivolgere degli auguri pubblici al professor Raffaele Lauro, per tutti il “prof”, come è stato più volte ricordato. Non mi soffermerò sulle sue qualità umane, intellettuali e culturali (sarebbe troppo lungo!), tantomeno sulla sua prestigiosa carriera istituzionale e di scrittore, ma non posso sottacere il mio consapevole orgoglio per averlo assistito sia nell’impegno parlamentare, in Senato, che nell’attività narrativa. Da lui ho appreso, innanzitutto – e non solo – il metodo e il rigore negli studi, nella ricerca e nel lavoro. Con un principio: non lasciare mai a metà un qualsivoglia compito, indefinito o irrisolto! I miei, pertanto, sono auguri speciali, auguri “santagatesi” di buona salute e di felice prosieguo nei suoi molteplici impegni. So bene che gli saranno graditi, in quanto sono testimone dei suoi legami affettivi e amicali con Massa Lubrense e, in particolare, con Sant’Agata sui Due Golfi. A Sant’Agata i suoi amati genitori, Luigi e Angela, hanno trascorso anni sereni e meravigliosi, assistiti dalla fedele Michelina, prima di trasferirsi a Roma. Qui, da noi, ha coltivato la sua grande amicizia con Alfonso e Livia Iaccarino, i miei zii, con la mia famiglia, in particolare con mia sorella Tiziana, con mia zia Rosa, con Tommaso Staiano e la figlia Giovanna, con Lello Staiano e il figlio Giuseppe, con Salvatore, suo figlioccio, e Paola Ravenna, con Luigi Poi, con Giulio Iaccarino, con i priori e i confratelli della Confraternita del SS. Rosario, della quale è membro onorario, con Pina, Francesco e Firminia di Peppino Francischiello, con Lorenzo Balducelli e con Lello Acone. Ha dedicato, inoltre, un romanzo straordinario al nostro paese, all’epopea di don Alfonso Costanzo Iaccarino, mio bisnonno materno, e al legame tra la nostra terra e il grande poeta Salvatore di Giacomo, aiutato, nei ricordi, da un santagatese di eccellenza, Tonino Siniscalchi. Ha descritto magistralmente il tragico sacco turco di Massa Lubrense e di Sant’Agata nel suo romanzo storico, “Sorrento The Romance”. Due libri che dovrebbero leggere tutti i massesi e i santagatesi, a cominciare dai giovani, le cui pagine sulle nostre bellezze naturali sono emozionanti e irripetibili. E mi fermo qui, perché l’elenco dei suoi legami, santagatesi e massesi, sarebbe interminabile. Auguri, caro prof., e ritorna sempre a Sant’Agata sui Due Golfi, una terra che non tradisce e non delude mai chi ha imparato ad amarla e a celebrarla, come hai fatto tu. PROSIT!

 

 

 

Vittoria Colonna, il volto femminile della poesia italiana del Cinquecento

 

di

Alessia Sanzogni

 

 

Ancora oggi, nei tanto democratici ed evoluti anni Duemila, parlare di una celebre poetessa e intellettuale italiana suonerebbe un tantino strano. Immaginate di parlarne facendo riferimento a una donna vissuta in pieno Cinquecento. Considerando che il numero delle autrici italiane di un certo calibro vissute negli ultimi secoli non supera le poche decine, il fatto ha quasi dello straordinario…

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Vittoria Colonna (1490 – 1547)

 

 

“Bomb” di Gregory Corso: un’ironia d’attualità

 

di

Vincenzo Corrado

 

“A volte l’inferno è un buon posto, se serve a dimostrare con la sua esistenza che deve esistere anche il suo contrario, cioè il paradiso. E cos’è questo paradiso? La poesia.”

Parola di Gregory Corso. Tra i più noti poeti dell’americana scena Beat, esplosa nella metà del Novecento. Di chiare origini italiani, Gregory, fu l’ultimo arrivato ed il più giovane in quel consolidato gruppo ribelle di amici meglio conosciuto come la Beat Generation a cui tutt’ora dobbiamo molto. Sicché infatti, l’effervescenza dei testi di Gregory…

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Gregory Corso (1930 – 2001)

 

Allen Ginsberg e Gregory Corso a New York (1973)

 

 

 

Rustico Filippi e la poesia comica (da morire dal ridere)

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

Rustico Filippi visse a Firenze tra il 1230 e la fine del secolo. Come i compagni poeti, gli stilnovisti, scrisse qualche poesia per celebrare la sua donna. Ebbe, tuttavia, maggiore fama di diffamatore del gentil sesso, sempre con intenti comici, però. Quando prendeva di mira qualcuno e gli dedicava i suoi versi, chi li ascoltava andava per terra dal ridere, dimenandosi come un indemoniato, tranne, ovviamente, gli interessati.carta_della_catena_showing_pa__br_hi Si diceva che durante i consigli comunali, a Firenze, l’opposizione inserisse qualche suo verso nell’ordine del giorno, in modo che i consiglieri di maggioranza abbandonassero la sala consiliare per andare a ridere nei corridoi attigui e, mancando il numero legale, non si approvassero i provvedimenti sgraditi alla minoranza. Per i vicoli e le strade della città, per il Lungarno o per i sestieri cittadini, ragazze magre e brutte, donne che non si potevano guardare manco a farsi pagare, rutti e scoregge, gente vanagloriosa e ingenua, uomini che pensavano solo a dove poterlo infilare, pernacchie e sberleffi, venivano catturati nelle sue rime. Quando il sonetto era confezionato non ce n’era per nessuno. Sentite un po’ qualche verso:

Ovunque vai, conteco porti il cesso
oi buggeressa vecchia puzzolente,
che quale – unque persona ti sta presso
si tura il naso e fugge inmantenente.

(Ovunque vai, con teco porti il cesso, vv. 1-4)

A confronto con questa vecchia, una discarica abusiva sarebbe un laboratorio per la distillazione di profumi.

Oi dolce mio marito Aldobrandino,
rimanda ormai il farso suo a Pilletto,
ch’egli è tanto cortese fante e fino
che creder non déi ciò che te n’è detto. […]

Nel nostro letto già mai non si spoglia.
Tu non dovéi gridare, anzi tacere:
ch’a me non fece cosa ond’io mi doglia.

(Oi dolce mio marito Aldobrandino, vv. 1-4 e 12-14)

Il buon Aldobrandino farebbe bene a controllare più spesso la bella e giovane mogliettina.

Lingerie Medievale 02

Ne la stia mi par esser col leone,
quando a Lutier son presso ad un migliaio,
ch’e’ pute più che ‘nfermo uom di pregione
o che nessun carname o che carnaio […]                                       
ed escegli di sopra un tal sudore,
che par veleno ed olio mescolato:
la rogna compie, s’ha mancanza fiore.

(Ne la stia mi par essere col leone, vv. 1-4 e 12-14)

Quasi certamente, a casa di Lutier devono aver staccato l’acqua corrente da qualche mese.

Se tu sia lieto di madonna Tana,
Azzuccio, dimmi s’io vertà ti dico;
e se tu no la veggi ancor puttana,
non ci guardar parente ned amico:
ch’io metto la sentenza in tua man piana,
e di neiente no la contradico,
perch’io son certo la darai certana;
non ne darei de l’altra parte un fico
.

(Se tu sia lieto di madonna Tana, vv. 1-8)

Azzuccio, chiedi alla tua donna che perlomeno si faccia pagare!

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I cittadini “celebrati” nelle sue poesie erano facilmente riconoscibili da chi ne leggeva o ne udiva le “gesta” e si incazzavano così tanto che l’autore, di sicuro, avrà avuto, da questi, più di un “paliatone”. Il realismo poetico di Rustico è straordinario. I suoi sonetti, seppure sub specie della comicità, sono l’effettiva rappresentazione di una società in cui dilagavano corruzione, vizi carnali e scarsissima, se non inesistente, igiene personale.

 

 

 

Dante, Beatrice e… me!

 

 

Quanto riportato di seguito è soltanto un infinitesimo aspetto della maestà poetica di Dante Alighieri e della sua opera (tratto dalla mia “Storia (non troppo seria) della Letteratura Italiana”, capitolo “Dante Alighieri”):

Ci pensò proprio Dante a prendersi la rivincita, per sé stesso e per tutti i poeti amanti non corrisposti (me compreso!). Leggete questi versi:

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui.

(Inf., canto II, vv. 70-74)

Ci troviamo nel II canto dell’Inferno. È il tramonto. Superata la selva oscura e le tre fiere, il poeta è immobile, impaurito e ormai deciso a non intraprendere più il viaggio nell’aldilà, nonostante la presenza rassicurante di Virgilio, sua guida. A quel punto, l’autore dell’Eneide gli riferisce di non temere, poiché la sua salvezza sta a cuore a tre donne, la Madonna, Santa Lucia e, sì, proprio a lei, Beatrice: “Una donna beata e bella, con gli occhi più lucenti di una stella, si è rivolta a me, con voce soave e angelica, chiedendomi di soccorrerti, perché ella, dopo aver udito che ti eri smarrito, è arrivata troppo tardi. “Anima gentile e onesta – mi ha pregato – ti imploro di aiutarlo, affinché io ne abbia consolazione. Io sono Beatrice ed è per amore che te lo chiedo” (amor mi mosse, che mi fa parlare). La donna, infatti, dal Paradiso, era scesa nel Limbo, dove dimorava l’anima di Virgilio, per esortarlo a proteggere e seguire colui il quale, io, qui e adesso, secondo quanto riferiscono i suoi meravigliosi versi, posso finalmente definire il suo amato!!! Dopo essere stata celebrata lungo tutta la sua breve vita e molto oltre, seppure andata in sposa a un altro uomo, alla fine, Beatrice ricambia l’amore di Dante. Dante ce l’ha fatta! Vi giuro che, scrivendo questi ultimi righi, non sono riuscito a trattenere la commozione!  È una mia opinione, ma mi piace ritenere che tutto, proprio tutto lo slancio spirituale dal quale è nata la Divina Commedia, sia contenuto in questi cinque versi del canto II dell’Inferno, pronunciati da Beatrice.

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John William Waterhouse, “L’incontro di Dante con Beatrice”, 1915

C’è poco da fare. È stato il più grande di tutti. Al di là di quanto abbiate potuto conoscere di lui e delle sue opere sfogliando le pagine, a lui dedicate, in questo libro, vi consiglio di andare a prenderli i suoi libri e di leggerli voi stessi. Ho sempre pensato che la migliore storia della letteratura sia quella che ognuno di noi si “fa” da solo, semplicemente leggendone e meditandone le opere, senza la mediazione e i filtri interpretativi di quanti, seppure con competenza, esplicano i contenuti di ciò che è stato scritto da altri. Cominciate proprio con Dante. In fondo, sarebbe un bel modo per essergli grati, per esprimere riconoscenza a quella mente eccelsa, instillata in un uomo di mediocre statura, d’onestissimi panni sempre vestito, col volto lungo, il naso aquilino e gli occhi grossi, le mascelle grandi e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato, i capelli e la barba spessi, neri e crespi e sempre nella faccia malinconico e pensoso(Giovanni Boccaccio, Trattatelo in laude di Dante, XX), che io immagino ancora passeggiare lungo l’Arno e per i suoi ponti, nell’amata Firenze, immerso nei propri pensieri, tutti per Beatrice e per i versi che, di lì a poco, le avrebbe composto, solo, nella sua piccola stanza, attraverso il cui lucernario, ogni notte, rivolgendo lo sguardo sognante e incantato verso il cielo, avrebbe, poi, scorta, meravigliosa, risplendere tra le stelle.

 

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Henry Holiday, “Dante e Beatrice”, 1884