Archivi tag: Eros

L’amore e il labirinto dell’anima

I greci e le dodici forme del desiderio

 

 

 

Non chiamavano l’amore con una sola parola. Per gli antichi greci esistevano dodici modi diversi di amare, desiderare, perdere, attendere, appartenere. Da Eros, il fuoco che divora, ad Agape, l’amore che si sacrifica. Da Philia, il legame delle anime, a Pothos, la nostalgia di ciò che non possiamo trattenere. I greci avevano compreso una verità che ancora oggi ci attraversa: l’amore non è un sentimento semplice. È un labirinto. Un (breve) viaggio tra mito, filosofia e passioni umane per scoprire come la Grecia antica abbia decifrato il cuore dell’uomo meglio di qualsiasi epoca moderna.

 

 

Gli antichi greci furono i primi a intuire che l’uomo è un essere inquieto, sospeso tra terra e infinito, tra istinto e ragione, tra il desiderio di possedere il mondo e la consapevolezza della propria fragilità. Prima ancora di costruire templi e città, costruirono parole. E attraverso quelle parole tentarono di dare ordine al caos dell’esistenza.
La civiltà greca nacque, infatti, da una domanda profonda: che cosa significa essere umani?
È una domanda che ha attraversato tutta la loro cultura. Viveva nei versi di Omero, nelle tragedie di Sofocle, nei dialoghi di Platone, nelle speculazioni dei presocratici. I greci non separarono mai davvero filosofia, poesia e mito. Per loro il mito era una forma simbolica di verità. Gli dèi dell’Olimpo erano immagini amplificate delle passioni umane: Zeus incarnava il potere e l’eccesso, Atena la sapienza lucida, Dioniso l’ebbrezza e la dissoluzione dei confini, Afrodite la seduzione irresistibile della bellezza.
In questo universo simbolico, l’amore aveva una funzione preminente: era forza cosmica capace di mettere in movimento il mondo stesso.
Secondo alcune antiche cosmogonie greche, Eros nacque all’origine dell’universo, insieme al Caos e alla Notte. Prima ancora degli uomini e degli dèi olimpici, esisteva, dunque, il desiderio. Questo è un pensiero straordinariamente profondo: il mondo nasce perché qualcosa desidera unirsi a qualcos’altro. L’esistenza stessa è tensione verso ciò che manca.
Per questo i greci non considerarono mai l’amore come un’esperienza unitaria. Sarebbe stato riduttivo. L’anima umana appariva loro troppo complessa per essere contenuta in una sola definizione. Distinsero, quindi, molteplici forme d’amore, ciascuna capace di rivelare una parte diversa dell’essere umano.

Agape: l’amore che trascende l’io

Tra tutte le forme d’amore, Agape è la più vicina al sacro. È un amore che rompe la logica dello scambio e del merito. Non ama perché l’altro è bello, utile o degno. Ama e basta. Nella cultura cristiana questo termine avrebbe assunto un’importanza fondamentale, fino a diventare l’amore stesso di Dio verso l’umanità. Ma la sua radice greca è ancora più antica e filosofica: Agape rappresenta il superamento dell’ego. Per i greci, l’essere umano vive costantemente nella mancanza. Desidera, teme, cerca. Agape interrompe questa fame incessante. È l’amore di chi dona senza impoverirsi, di chi si apre all’altro senza volerlo controllare. In un certo senso Agape è il contrario della paura. È l’amore del maestro verso il discepolo, del sapiente verso l’umanità, del genitore che continua ad amare anche quando viene dimenticato. È un amore che non dipende dal ritorno. Ed è forse proprio per questo che appare quasi sovrumano.

Eros: il fuoco della mancanza

Se Agape è quiete spirituale, Eros è incendio. Nel Simposio Platone fa raccontare a Socrate il mito narrato dalla sacerdotessa Diotima: Eros non è né un dio perfetto né un semplice mortale. È figlio di Penìa, la Povertà, e di Pòros, l’Ingegno. Da sua madre eredita il bisogno; da suo padre la tensione verso ciò che desidera. L’amore nasce, quindi, dalla mancanza. Non desideriamo ciò che possediamo pienamente ma ciò che sentiamo assente. Eros è fame di bellezza, ricerca di completezza, nostalgia di qualcosa che l’anima avverte di aver perduto. Per questo l’amore erotico possiede sempre una componente tragica. L’amante tenta disperatamente di colmare il vuoto attraverso l’altro. Ma nessun essere umano può davvero eliminare la nostra incompletezza. Da qui nasce il tormento amoroso, l’oscillazione continua tra estasi e dolore. I greci conoscevano bene questa vertigine. Nelle tragedie l’amore passionale conduce spesso alla rovina: Fedra si consuma per Ippolito, Medea distrugge tutto per Giasone, Elena fa scatenare una guerra per il suo desiderio. Eros può elevare verso il sublime oppure precipitare nella follia. Per Platone, però, esiste anche un Eros filosofico. L’attrazione per la bellezza fisica può diventare il primo gradino verso una forma più alta di contemplazione. Amando la bellezza di un corpo, l’anima impara lentamente ad amare la bellezza dell’intelligenza, della giustizia, dell’armonia universale. L’amore diventa, così, un ponte tra umano e divino.

Philia: l’etica dell’amicizia

Nella nostra epoca l’amicizia viene spesso considerata un sentimento secondario rispetto all’amore romantico. Per i greci era l’opposto. Aristotele dedicò pagine sterminate alla Philia, considerandola essenziale per una vita buona. Nessuno, diceva, sceglierebbe di vivere senza amici, anche possedendo ogni altra ricchezza. Philia non nasce dall’impulso ma dal riconoscimento reciproco. È l’amore tra esseri che scelgono di camminare insieme nella verità. Non c’è dominio, né possesso, né dipendenza assoluta. L’amico è “un altro sé”, qualcuno nel quale riconosciamo una parte della nostra anima. La Philia possiede una profondità politica oltre che emotiva. La polis greca poteva esistere solo se i cittadini erano capaci di fiducia reciproca. Senza amicizia civile, la comunità degenera in conflitto permanente. Oggi questa intuizione appare ancora attuale: una società incapace di Philia è una società destinata alla solitudine collettiva.

Storge: la memoria del sangue

Storge è l’amore silenzioso delle radici. Non ha bisogno di essere dichiarato continuamente perché vive nell’abitudine, nella protezione, nella continuità. È il legame tra madre e figlio, tra fratelli, tra chi appartiene alla stessa storia. I greci attribuivano enorme importanza alla genealogia. Sapere da chi si provenisse significava sapere chi si fosse. Perdere il legame con la famiglia equivaleva quasi a perdere sé stessi. Eppure, la tragedia greca mostra anche il lato oscuro di Storge. Pensiamo a Edipo, inconsapevolmente intrappolato nel destino della propria stirpe, o a Oreste, perseguitato dal sangue versato all’interno della famiglia. L’amore familiare può diventare anche prigione, eredità di colpe, catena invisibile che attraversa le generazioni. I greci sapevano che nessun amore è completamente innocente.

Philautia: il difficile equilibrio con sé stessi

“Conosci te stesso”, era inciso sul tempio di Apollo a Delfi. Philautia nasce proprio da qui. Amare sé stessi non significa idolatrarsi ma riconoscere il proprio valore senza cadere nella distruzione interiore. I greci diffidavano tanto dell’eccessiva superbia quanto dell’autodisprezzo. Narciso rappresenta la degenerazione di Philautia: un uomo incapace di amare altro che il proprio riflesso. Ma esiste anche una Philautia sana, necessaria, luminosa. Chi non riesce ad abitare sé stesso con equilibrio finirà per cercare negli altri una salvezza impossibile. Molti drammi amorosi nascono proprio da questo: si pretende che l’altro riempia vuoti che appartengono alla nostra interiorità. Per i filosofi greci la vera armonia nasce invece da un’anima capace di dialogare serenamente con sé stessa.

Mania: la possessione amorosa

I greci temevano profondamente l’eccesso. Lo chiamavano hybris: la tracotanza che porta l’uomo a superare il limite. Mania è una forma di hybris del cuore. È l’amore che diventa ossessione, dipendenza, annullamento della ragione. L’individuo non desidera più incontrare l’altro ma possederlo completamente. In Mania l’amore smette di essere relazione e diventa fame. È significativo che i greci associassero spesso la follia amorosa agli dèi: chi perde il controllo sembra essere abitato da una forza estranea, superiore, incontrollabile. La passione assoluta appare quasi come una maledizione sacra.

Charis: la grazia dell’armonia

Le Cariti, compagne di Afrodite, erano dee della bellezza armoniosa, della gioia condivisa, dell’eleganza dell’anima. Da loro deriva Charis. È un amore raro perché fondato sull’equilibrio. Nessuno domina, nessuno si sacrifica completamente. Entrambi i partner crescono insieme, riconoscendo reciprocamente corpo, spirito e libertà. Charis è forse la forma più vicina all’ideale greco della misura. Per i greci la bellezza non era soltanto estetica: era armonia tra le parti. Un amore bello era quindi un amore equilibrato.

Himeros: l’urgenza del desiderio

Himeros è la febbre del corpo. Non contempla, non riflette, non aspetta. È il desiderio improvviso che irrompe come una tempesta e pretende soddisfazione immediata. Nell’arte greca, Himeros accompagna spesso Afrodite ed Eros, quasi come una loro ombra più impulsiva e pericolosa. È l’amore dell’istante, dell’attrazione irresistibile, della perdita temporanea del controllo razionale. I greci non demonizzavano il desiderio fisico. Ma sapevano che, senza equilibrio, esso può trasformare l’essere umano in schiavo delle proprie passioni.

Anteros: il miracolo della reciprocità

Esiste qualcosa di profondamente umano nel desiderio di essere ricambiati. Anteros rappresenta proprio questo: il ritorno dell’amore. Se Eros è slancio, Anteros è risposta. È la conferma che il nostro sentimento non si perde nel vuoto. Per i greci la reciprocità aveva quasi un valore sacro. Un amore non corrisposto rischiava di trasformarsi in sofferenza infinita o ossessione. Solo quando il sentimento viene accolto nasce la possibilità di stabilità. Anteros è, dunque, equilibrio emotivo, riconoscimento reciproco, pace.

Pragma: la saggezza del tempo

La modernità esalta spesso l’intensità, il colpo di fulmine, l’emozione travolgente. I greci, invece, ammiravano anche la durata. Pragma è l’amore che resiste al tempo e alle trasformazioni. Non vive soltanto di passione ma di scelta quotidiana. È il sentimento che attraversa crisi, malattie, silenzi, cambiamenti. È la consapevolezza che amare significa anche sopportare, perdonare, ricostruire. In Pragma c’è una saggezza quasi filosofica: comprendere che nessun essere umano resterà identico per sempre. Amare davvero significa continuare a riconoscere l’altro anche mentre cambia.

Pothos: la nostalgia dell’inaccessibile

Tra tutte le forme d’amore greche, Pothos è forse la più malinconica e poetica. È il desiderio di ciò che è lontano, assente o irraggiungibile. Non coincide semplicemente con la nostalgia: è una mancanza che diventa parte dell’identità stessa. Molti eroi greci vivono nel Pothos. Ulisse desidera Itaca per anni ma quando finalmente torna comprende che nessun ritorno può cancellare il tempo trascorso. Pothos è il dolore della distanza, ma anche la bellezza dell’attesa. Esiste qualcosa di profondamente umano nel desiderare ciò che non possiamo trattenere.

Thelema: l’amore come volontà creatrice

Infine, Thelema. Non riguarda necessariamente una persona ma il rapporto con il proprio destino, con il proprio fare, con la propria opera nel mondo. È il desiderio di creare, conoscere, costruire. Per i greci, l’uomo veramente vivo non è passivo. Cerca di lasciare un segno, di trasformare la realtà attraverso il proprio talento. Il poeta ama la parola, il filosofo ama la verità, l’artigiano ama la perfezione del gesto. Thelema è l’amore che ci impedisce di esistere inutilmente.

Alla fine, ciò che rende straordinaria la visione greca dell’amore è la sua profondissima complessità. I greci non cercavano definizioni semplici perché avevano compreso una verità fondamentale: l’essere umano è una creatura molteplice. Dentro ciascuno convivono desiderio e paura, tenerezza e ossessione, nostalgia e speranza, egoismo e sacrificio. L’amore non è mai una linea retta. È un labirinto. E, forse, non è un caso che proprio i greci abbiano inventato il mito del Labirinto: un luogo nel quale ci si perde cercando qualcosa di essenziale. Come nell’amore, anche nella vita non esiste una via completamente sicura. Si avanza tra ombre, intuizioni e smarrimenti. Ma è proprio questo il senso più profondo della loro eredità filosofica: non eliminare il mistero dell’esistenza, bensì imparare ad attraversarlo con consapevolezza.

 

 

 

“La Signora”

Il potere del nome, l’eros del silenzio: il lato più inquieto
della monaca di Monza

 

 

 

 

Perché Manzoni chiama la monaca di Monza “la Signora”? Dietro quell’appellativo, solo in apparenza formale, si nasconde un mondo. Non è un semplice titolo di rispetto. È potere, aristocrazia, distanza. Ma è anche desiderio represso, tensione, ambiguità. In una parola che suona mondana dentro le mura di un convento, Manzoni lascia filtrare una carica erotica sottile, mai dichiarata eppure sempre presente. Queste riflessioni mettono in luce proprio quella crepa: il punto in cui autorità e fragilità si incontrano, dove il velo religioso non riesce a cancellare il corpo, il rango, la passione. Un viaggio dentro una delle figure più inquietanti de I promessi sposi, attraverso il peso di una sola parola: “Signora”.

 

 

 

L’appellativo “Signora” con cui Alessandro Manzoni designa la monaca di Monza ne I promessi sposi è una scelta lessicale di straordinaria precisione, che racchiude in sé un intero sistema di potere, ambiguità e tensioni irrisolte. È una parola carica di implicazioni sociali, psicologiche e simboliche. E, in controluce, possiede anche una sottile ma evidente carica erotica.
Per comprendere la forza di quell’appellativo bisogna partire dalla figura storica che lo ispira: Marianna de Leyva, la nobildonna milanese costretta al convento, poi coinvolta in una relazione con Giampaolo Osio. Manzoni non la chiama mai semplicemente “Gertrude”, se non in momenti ben calibrati. La comunità la conosce come “la Signora”. Questo nome è prima di tutto un segno di distinzione sociale. Nel Seicento lombardo, “signora” indicava una donna di rango elevato, una figura che incarnava autorità, prestigio, superiorità.
Gertrude è in convento, ma non è una suora qualsiasi. È figlia di un principe. È stata educata a sentirsi superiore. Anche tra le mura claustrali conserva un’aura aristocratica. “La Signora” la separa dalle altre religiose, crea distanza, suggerisce che il convento non ha annullato la sua identità nobiliare ma l’ha semplicemente confinata. L’appellativo funziona, quindi, come un residuo del mondo mondano dentro lo spazio sacro.
Eppure, proprio qui nasce la tensione. Perché “Signora” è un termine che appartiene al mondo laico, non a quello religioso. Non dice “suor Gertrude”. Non dice “madre”. Dice “Signora”. È un titolo che porta con sé l’idea di una donna pienamente inserita nel gioco delle relazioni sociali, delle gerarchie, perfino delle seduzioni. È una parola che vibra di mondanità.
In questo scarto si inserisce la sua carica erotica.
L’eros ne I promessi sposi non è mai esplicito. Manzoni non descrive mai in modo diretto il desiderio. Eppure, lo lascia filtrare attraverso sguardi, silenzi, posture. La monaca di Monza è una figura attraversata dal desiderio represso, dall’insoddisfazione, dal senso di colpa. Il suo corpo è nascosto dall’abito religioso ma la narrazione insiste sulla sua bellezza inquieta, sui suoi occhi, sul pallore che tradisce passioni non domate.
Chiamarla “Signora” significa ricordare al lettore che quella donna non è solo un’anima consacrata ma anche un corpo nobile, una presenza femminile che esercita un fascino. Il termine evoca un’immagine di femminilità adulta, autorevole, non annullata dalla clausura. È una parola che contiene un sottotesto di dominio e di attrazione. Quando i personaggi si rivolgono a lei come “Signora”, il rispetto si mescola a una certa soggezione, a una tensione non del tutto spirituale.


La relazione con Egidio, cui Manzoni allude senza descrivere, acquista ulteriore rilievo proprio alla luce di questo appellativo. “Signora” suggerisce una donna che è abituata a essere guardata, servita, desiderata. Anche nel convento, il suo ruolo la colloca al centro di dinamiche di potere. Il desiderio non nasce nel vuoto: nasce dentro una struttura di privilegi e frustrazioni. L’eros della monaca non è un semplice impulso carnale ma una ribellione silenziosa contro un destino imposto.
C’è poi un aspetto linguistico interessante. “Signora” è una parola sonora, aperta, che richiama “signore”, cioè il padrone, il dominatore. Contiene l’idea di sovranità. Ma, nel caso di Gertrude, questa sovranità è illusoria. È stata costretta alla vita religiosa. È stata educata a desiderare ciò che non poteva avere. L’appellativo, allora, diventa ironico. La chiama “Signora”, ma la sua vita è segnata dalla mancanza di libertà.
Questa ambivalenza contribuisce alla dimensione erotica del personaggio. L’eros qui non è solo attrazione fisica. È tensione tra potere e sottomissione, tra autorità esteriore e fragilità interiore. “Signora” è una maschera sociale che copre una donna inquieta, desiderante, divisa. Proprio questo contrasto produce un’energia narrativa intensa.
Inoltre, il lettore percepisce un continuo scarto tra ciò che il titolo promette e ciò che la vicenda rivela. L’appellativo costruisce un’aura quasi teatrale attorno al personaggio. La “Signora” entra in scena come figura dominante, ma progressivamente si scopre la sua vulnerabilità, la sua complicità nel male, la sua debolezza. Questa oscillazione tra grandezza e caduta accentua la dimensione sensuale del personaggio, intesa come forza magnetica, capacità di attrarre e inquietare.
Manzoni, da cattolico rigoroso, non indulge mai nella descrizione sensuale. Tuttavia, proprio la reticenza aumenta l’intensità. L’eros non detto diventa più potente. E l’appellativo “Signora” funziona come un segnale discreto, un indizio che invita il lettore a percepire ciò che non viene nominato apertamente.
In definitiva, “Signora” è una parola che condensa aristocrazia, potere, mondanità e desiderio. È il segno di una femminilità non pacificata, che sopravvive sotto il velo della clausura. Attraverso questa scelta lessicale, Manzoni costruisce uno dei personaggi più complessi del romanzo: una donna divisa tra vocazione imposta e pulsione vitale, tra prestigio sociale e caduta morale.
E proprio in quella parola, così semplice e apparentemente formale, si avverte il battito nascosto di una tensione erotica che attraversa l’intera vicenda della monaca di Monza, rendendola una delle figure più sconvolgenti e memorabili della letteratura italiana.

 

 

 

 

 

Amore e Follia

Platone e la dialettica tra ragione e caos nel Simposio

 

 

 

 

Il Simposio di Platone è, senza dubbio, uno dei dialoghi più complessi e affascinanti del filosofo ateniese, poiché affronta il tema dell’amore (Eros) in una prospettiva che mette in discussione la rigidità del pensiero razionale e accoglie l’irruzione dell’irrazionale, della follia, come elemento essenziale per comprendere la natura dell’essere umano e della conoscenza. Platone, attraverso il dialogo tra i vari personaggi, in particolare Socrate, indaga l’idea che la ragione non sia autosufficiente, ma debba confrontarsi con l’abisso del caos e dell’ineffabile, incarnato nella follia, che egli definisce: “più bella della saggezza d’origine umana”. Questo concetto segna uno dei punti più vertiginosi del pensiero platonico, poiché allude a una dimensione del sapere che eccede i confini della logica e dell’ordine razionale.
Platone è riconosciuto come uno dei padri del pensiero razionale occidentale. Il suo contributo all’elaborazione di un sistema filosofico che pone al centro la ragione e l’ordine logico è indiscutibile, tuttavia, nei suoi dialoghi, egli non dimentica mai il substrato da cui la ragione emerge. La razionalità, secondo Platone, non è un punto di partenza, ma un risultato di un processo di ordinamento, che si innalza da un caos originario. Questo caos è rappresentato dalle passioni, dalle pulsioni e dalle tensioni, che la tragedia greca ha espresso con forza. Platone non ignora l’apertura minacciosa verso ciò che egli chiama “la fonte opaca e buia di ogni valore sociale”, un abisso che mette in discussione la stabilità stessa della polis, la città-stato. La polis, infatti, trova il proprio ordine grazie alla ragione, ma questo equilibrio non è stabile, essendo continuamente minacciato dalle forze caotiche e imprevedibili che si agitano al suo interno.
Per garantire la stabilità della città, Platone riconosce la necessità di espellere il katharma, che rappresenta tutto ciò che non può essere integrato nell’ordine razionale. Tuttavia, egli non nega che sia necessario sacrificare agli dèi, ovvero riconoscere che esiste una dimensione irrazionale e misteriosa da cui la stessa ragione trae origine. Le parole della ragione, per quanto ordinate e non oracolari, devono la loro esistenza a quella fonte divina e caotica che rimane fuori dal dominio della comprensione umana. Questa tensione tra ordine e caos, tra razionale e irrazionale, attraversa tutto il pensiero platonico e il Simposio ne è una delle espressioni più emblematiche.
Platone riconosce la follia come un’esperienza fondamentale dell’anima, non una malattia da cui guarire, ma un dono divino. Egli afferma che “i beni più grandi ci vengono dalla follia naturalmente data per dono divino”. Questa frase esprime la consapevolezza che la follia non è solo una rottura dell’ordine razionale, ma anche una via d’accesso a verità più profonde, che sfuggono alla comprensione ordinaria. Per Platone, la follia non è semplicemente il caos, ma una forma di conoscenza che va oltre la saggezza umana e razionale.
L’anima, infatti, non è completamente contenibile entro i limiti del pensiero razionale. Le esperienze dell’anima sono sfuggenti e non possono essere completamente ordinate o fissate in una sequenza logica. Questo perché, al di là dell’ordine razionale, l’anima sente che la totalità della realtà è sempre in qualche modo elusiva. Il non-senso contamina il senso, il possibile supera il reale, e ogni tentativo di comprensione totale emerge sempre da uno sfondo abissale che è caos, apertura, possibilità infinita.

Il ruolo di Eros, l’amore, in questo contesto è cruciale. Nel Simposio, l’amore è descritto come un intermediario tra il mondo della ragione e quello della follia. L’amore non è semplicemente un sentimento che unisce due individui, ma un’esperienza che permette all’anima di dislocarsi dal recinto della razionalità e di entrare in contatto con l’ineffabile. Per accedere a questa dimensione dell’anima, Platone afferma che è necessaria una sorta di a-topia, uno “spostamento” o una “dislocazione”, che porta l’individuo fuori dai confini dell’io razionale.
Questo movimento è pericoloso, poiché rischia di condurre l’anima nella follia incontrollata, ma è anche essenziale per accedere a una comprensione più profonda della realtà. Per non perdersi in questo processo, è necessario che l’anima sia accompagnata dall’amato. L’amato, infatti, riflette in qualche modo la nostra stessa follia, il nostro desiderio di andare oltre i limiti dell’ordine razionale. L’amore, dunque, è un evento che mette in comunicazione non solo due persone, ma due dimensioni dell’essere umano: l’ordine razionale e l’abisso della follia.
In Platone, la relazione tra amore e sapere non è mai semplice. L’amore è sì desiderio di bellezza e verità, ma è anche consapevolezza della propria mancanza e incompletezza. L’amore ci spinge a cercare ciò che ci manca, ma allo stesso tempo ci espone al rischio del fallimento e della perdita. Questa dinamica rende l’amore una forza dialettica, che mette continuamente in tensione il nostro desiderio di ordine e il nostro confronto con il caos.
In questa prospettiva, il Simposio non è solo una riflessione sull’amore, ma anche una meditazione sulla natura stessa del sapere. Il sapere, per Platone, non è mai una conquista definitiva, ma un processo che si sviluppa tra la luce della ragione e l’ombra della follia. Eros, l’amore, è il motore di questo processo, poiché ci spinge a cercare oltre i confini del conosciuto, ad accettare la nostra vulnerabilità e a riconoscere che ogni ordine razionale è sempre accompagnato da un residuo di irrazionalità e mistero.
Il Simposio di Platone, quindi, ci invita a riflettere su una delle più profonde verità del pensiero filosofico: la razionalità, che, pur essendo fondamentale per la vita umana, non può mai esaurire la totalità dell’esperienza. Il caos, la follia e l’irrazionale sono componenti essenziali dell’esistenza e ignorarli significherebbe rinunciare a una parte fondamentale della nostra umanità. Platone ci insegna che solo riconoscendo la follia come una parte integrante della nostra anima possiamo accedere a una conoscenza più profonda e autentica. L’amore, in questo contesto, diventa la via attraverso cui possiamo attraversare l’abisso del caos e, al contempo, non smarrirci, poiché è nell’amato che troviamo il riflesso della nostra stessa follia, della nostra stessa sete di infinito.

 

 

 

 

La poetica della luna: Giacomo Leopardi e Lucio Dalla

 

 

 

Giacomo Leopardi e Lucio Dalla. Un poeta-filosofo e un cantautore. Cosa possono avere mai in comune? Lo scoprirete presto! Voglio, però, condurvici pian piano, cominciando da un elemento naturale, visibile, di notte, da qualche parte nel cielo: la luna. La luna ha eccitato la fantasia dei poeti sin dalla notte dei tempi. Gli antichi greci la deificarono, arrivando a conferirle una triplice personificazione: Proserpina, moglie di Ade e regina degli Inferi (simbolo della luna calante); Artemide, dea della caccia (simbolo della luna crescente), e Selene, la luna propriamente detta (la luna piena). Anche Dante Alighieri cedette al fascino di questa triplice personificazione e, nel canto X dell’Inferno, ai versi 79-81, mise in bocca a Farinata degli Uberti, fiero capo ghibellino, una profezia post eventum, scritta, cioè, quando gli eventi predetti erano già accaduti: “Ma non cinquanta volte fia raccesa/ la faccia de la donna che qui regge/ che tu saprai quanto quell’arte pesa”. Dante si riferiva proprio alla luna (Proserpina, la donna che qui regge, in una commistione tra mitologia classica, dottrina cristiana e astronomia medievale), e le cinquanta volte in cui si sarebbe “riaccesa” rappresentavano i cinquanta mesi mancanti alla sua condanna all’esilio. Più vicino a noi, come non citare i tenerissimi versi di uno dei miei migliori conterranei: il principe De Curtis, Totò, il quale, nella poesia “A cunsegna”, esplora il topos poetico della luna quale benevola protettrice degli innamorati: “’A sera quanno ‘o sole se nne trase/ e dà ‘a cunzegna a luna p’ ‘a nuttata/ lle dice dinto ‘a recchia: I’ vaco ‘a casa:/ t’arraccumanno tutt’ ‘e nnammurate”. La luna, quindi, è il trait d’union tra i due protagonisti di questo mio breve scritto.

 

luna1

 

Nonostante tutto ciò, mi si potrebbe obiettare: “Cosa c’entra uno dei più grandi, se non il più grande poeta italiano con Lucio Dalla, un cantante, seppure famoso? Cosa possono avere in comune un uomo che, a 10 anni, aveva una cultura vasta quanto quella di un paio di centenari messi insieme con un personaggio che ha giusto terminato le scuole medie? Cosa c’entra, dunque, Giacomo Leopardi con Lucio Dalla? Posso assicurarvi che hanno molti punti in comune e cercherò, qui, di esporveli nel modo più breve ma più esauriente possibile. Il materialismo del pensiero marxista, dal punto di vista filosofico-letterario (ciò, in Italia, è avvenuto soprattutto grazie all’opera di Antonio Gramsci), ha avuto il merito di permettere ai critici di concentrarsi su problematiche, relative agli autori, non soltanto di poetica ma anche, e soprattutto, di vita reale, materiale. Ecco perché, allora, gli elementi biografici di un autore assumono una importanza fondamentale nel tentativo di imagesricostruire e motivare l’arte dello stesso. Detto questo, andiamo ad analizzare cosa successe nelle vite di questi due personaggi, Leopardi e Dalla, in quella fase delle loro vite dove, per usare una felice espressione, andò in scena, per entrambi, il “preludio del genio”. Giacomo Leopardi, il conte Giacomo Taldegardo Leopardi (immagine a destra), nacque a Recanati, il 28 giugno 1798. Era figlio di genitori molto particolari. Il padre Monaldo, nobile, intellettuale, era il responsabile del dissesto economico familiare. Un uomo che viveva con la testa tra le nuvole, o, meglio, tra i libri, e incapace ad amministrare i beni di famiglia, terreni, fattorie, campi. Fu scrittore anch’egli, eclissato, ovviamente, dalla fama del figlio. Fu lui ad istillare nel piccolo Giacomo l’amore per le lettere. Aveva una biblioteca prodigiosa, visitabile, ancora oggi, a Recanati. Era un brav’uomo, a modo suo affettuoso con i dieci figli, ma, ripeto, totalmente incapace nella gestione degli affari di famiglia. La madre, Adelaide dei marchesi Antici, fu l’amministratrice economica della casa, riuscendo anche ad assestare il patrimonio, a prezzo di grandi sacrifici. Una donna dura, che non mostrava affetto, arida, molto religiosa, ai limiti della superstizione. Una figura, quindi, tutt’altro che materna. Il rapporto di Leopardi con la madre è, ancora oggi, oggetto di studio. Vi è un solo luogo nella sua opera, nelle Operette morali, in cui il poeta identifica la cattiva Natura con la madre, ma è comunque troppo poco per ritenere che sia l’interpretazione preponderante del suo rapporto con donna Adelaide. Lucio Dalla nacque a Bologna, il 4 marzo 1943. Il padre, Giuseppe, era un commesso viaggiatore, poco impegnato nel suo lavoro, quanto piuttosto nelle sue passioni, la caccia e la pesca. Un bell’uomo, alto e prestante. Morì di tumore quando Lucio aveva solo 6 anni. Il dolore di quella perdita avrebbe accompagnato il cantante per tutta la vita, influenzandone anche la poetica. La madre, Iole, era una sarta, una donna energica e risoluta, che dovette farsi carico dell’educazione del figlio e della sua crescita, in una Italia che usciva devastata dalla guerra. Una figura fondamentale nella vita di Lucio. La balena bianca, come è stata spesso chiamata. Giacomo Leopardi trascorse l’infanzia e la prima giovinezza nel palazzo di famiglia a Recanati, più propriamente, nella biblioteca del palazzo, in lunghissime ore di studio. A quindici anni già conosceva il latino, il greco, l’ebraico, l’inglese e il francese. Componeva trattati di astronomia e di chimica. Era già un vero e proprio erudito. Aveva mostrato, quindi, a quell’età, le caratteristiche del genio letterario che lo avrebbero consacrato alla fama immortale. Lucio Dalla (immagine a sinistra) ebbe, in sua madre, il vero incentivo della sua carriera d’artista. La donna lo faceva esibire prima delle sfilate di moda che teneva d’estate, a Manfredonia, dove si recava per vendere i capi delle sue collezioni. A dieci anni, Lucio era un animale da palcoscenico. Ci sono delle bellissime fotografie nel libro di Angelo Riccardi, “Ti racconto Lucio Dalla” (2014), che lo ritraggono con gli abiti di scena. Fa tenerezza. Era davvero un bel bimbo, disinvolto, sicuro di sé. Gli insuccessi scolastici, l’abbandono della scuola al quinto ginnasio e l’amore per la musica, per quel clarinetto, che gli era stato regalato da un amico di famiglia, il forsennato studio dello strumento, da autodidatta, e l’arrivo a Roma, lo proiettarono nel mondo della musica, grazie anche alla protezione di Gino Paoli. Questi, infatti, gli aveva consigliato di affrancarsi da I Flippers e di intraprendere la carriera solista. Appare chiaro, quindi, come entrambi, sin dall’infanzia, manifestassero quelle qualità che, poi, avrebbero sublimato nelle proprie creazioni artistiche. Vi ho già detto della luna. La poetica di Leopardi e di Dalla è una poetica naturalistica, in cui con gli elementi della natura è costante. Sono riuscito a contare almeno cinquanta occasioni in cui, nelle canzoni di Dalla, compaia la luna. Di meno nelle poesie e prose di Leopardi. Questo dialogo dei due, però, si compie in modi differenti. Dalla vi dialoga come un innamorato che si rivolge al garante del suo amore per la natura. Nella poetica dalliana la luce della luna illumina l’esistenza notturna degli uomini, nella notte della vita, quando le cose non appaiono ben chiare e definite nei loro contorni. La luna di Dalla ha anche una funzione salvifica e apotropaica. Pensate ai versi di Caruso: “Ma quando vide la luna uscire da una nuvola/ gli sembrò più dolce anche la morte”. In Leopardi, invece, le invocazioni alla luna sono disperate richieste di aiuto contro una Natura che il poeta giudica essenzialmente maligna e dannosa per gli uomini. Sono grida infelici di una grande mente che si sforza di ricercare qualche positività in un sistema di elementi che lui giudica pernicioso per l’uomo. Questa concezione viene fuori, principalmente, nel Canto notturno di un pastore errante per l’Asia e in Alla luna, opere al cui dialogo con l’astro l’autore affida lo svelamento delle proprie concezioni filosoficheScreen-shot-2011-10-22-at-1.26.05-AM-425x450 sulla natura, sulla vita e sulla condizione degli uomini. Un altro elemento che accomuna i due autori, è un concetto di derivazione classica: il binomio Eros-Thanatos, Amore e Morte. Esso sottintende al capolavoro di Dalla, Caruso, perché ha attraversato anche la sua vita. Lucio si è portato dietro, per sempre, il ricordo della tragica fine del padre e, altre volte nella vita, ha perso persone a lui care. Questi sentimenti sono presenti nella sua canzone più celebre. Il grande tenore Enrico Caruso, nell’ora della morte, è innamorato della fanciulla sorrentina, alla quale sta dando lezioni di canto. L’amore, Eros, nell’ora della Morte, Thanatos, la rende più dolce, in un binomio indissolubile. “Amore e morte”, invece, è il titolo di un canto di Leopardi, scritto all’epoca dello sfortunato amore per Fanny Targioni Tozzetti, per cui, certamente risente della delusione per la mancata corrispondenza amorosa. Anche per Leopardi, Amore e Morte rappresentano un binomio indissolubile: “Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte/ ingenerò la sorte”, recita il citato canto. Nella concezione leopardiana, tipicamente estremista, la morte non è soltanto un male a cui bisogna rassegnarsi, ma, vista in contrapposizione con il dolore, la malattia e le pene dell’esistenza, assume connotazioni positive, come una sorta di miglioramento rispetto allo stato abituale dell’uomo, una liberazione dai laceranti dolori dell’animo. La morte è un punto di arrivo, una soluzione finale, una meta verso cui tendere, un traguardo indolore e quieto, che rappresenta la fine di ogni tormento. Un ultimo, importante legame, che accomuna questi due personaggi straordinari: l’amore per Napoli. Quello di Lucio Dalla per Napoli, per Sorrento e per il Sud Italia, come è ormai noto, grazie anche alle recenti pubblicazioni di Raffaele Lauro (“Caruso The Song – Lucio Dalla e Sorrento”, 2015, “Lucio Dalla e San Martino Valle Caudina – Negli occhi e nel cuore”, 2016, e “Lucio Dalla e Sorrento Tour – Le tappe, le immagini e le testimonianze”, 2016), è stato un amore fatto di rapporti sinceri con le persone, di lunghe frequentazioni, Veduta-di-Napoli-e-del-Vesuvio-420di curiosità per gli aspetti della vita delle genti del Sud. Lucio era interessato alla vita del Sud. Aveva dei taccuini neri sui quali annotava sempre tutto. Era un curioso come il don Ferrante de I promessi sposi. Anche Leopardi amò Napoli, seppure di un amore bisbetico e insofferente, per un ambiente, soprattutto intellettuale, che considerava alquanto arruffato. Leopardi morì a Napoli, a 39 anni, più precisamente, a Villa delle Ginestre, a Torre del Greco, ospite del fidato amico Antonio Ranieri. A Napoli è, ancora oggi, la sua tomba. In quella villa aveva composto il suo testamento spirituale, quella La ginestra, che nel 2014, è stata protagonista della scena di chiusura del film di Mario Martone, Il giovane favoloso, dedicato proprio alla breve esistenza del poeta di Recanati. L’attore Elio Germano, che interpreta Leopardi, ne recita alcuni versi, mentre il Vesuvio, lo “sterminator Vesevo”, erutta. Pochi giorni prima di morire, a Torre, Leopardi aveva composto Il tramonto della Luna. Ancora una volta, la luna.