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Le cicale

 

    Da mesi, Bashir e Antonio avevano programmato, su insistenza del primo, una visita al tempio di Minerva sito sull’estrema punta della Penisola Sorrentina, di fronte a Capri, approntando sulle carte l’itinerario per giungervi. Del culto della dea della sapienza e della notte, in quel luogo ultimo della penisola, noto fin dall’antichità perché posto a protezione della navigazione, delle rotte e dell’accesso marittimo al Golfo di Napoli, Bashir aveva sentito parlare fin da bambino e, durante un soggiorno nell’isola sacra di Delos, aveva appreso, altresì, che il santuario della dea fosse stato fondato dallo stesso Odisseo. Antonio ne aveva approfondito, con l’aiuto di padre Torquato, stupito da tanta curiosità dell’allievo per la mitologia greco-romana, i riferimenti storici, consultando gli scrittori classici, come Stazio e Strabone, dai quali aveva era venuto a conoscenza di come a quel famoso santuario fossero addirittura preposti dei magistrati di Minerva. Questi erano deputati ad appaltare e collaudare gli approdi che portavano al santuario, nel quale si svolgevano riti propiziatori alla dea, anche da parte di delegazioni del Senato romano, provenienti, via mare, da Ostia. Queste informazioni avevano stimolato al massimo, nei due, il desiderio di compiere quell’escursione.
     In un paniere molto capiente, sospeso alla sella di Bashir, erano state sistemate due torce, del pane, con formaggio e lardo, e due fiasche d’acqua. I due, usciti dalla porta verso Massa, si avviarono speditamente, attraverso sentieri conosciuti, in direzione del Capo di Santa Fortunata. Procedevano, in quel tardo pomeriggio estivo, tra uliveti e aranceti, in un silenzio rotto soltanto dal nitrito dei cavalli e da qualche domanda che, di tanto in tanto, il giovane rivolgeva a Bashir. Quando furono pervenuti nei pressi del casale di Marciano, il sole, calante tra le isole di Capri e di Ischia, indorava con abbaglianti riflessi la superficie marina.
    “Il sole ha trasformato questo sentiero in un nastro dorato, che cinge il verde della collina”, esclamò Antonio, confortato dal sorriso compiaciuto di Bashir.
    “Hai ragione, Antonio. La potenza del sole è come quella di Allah. Come Dio non finirà mai, così il sole non si esaurirà mai. Allah gli ha conferito il potere di allungare la sua vita all’infinito”.
    “Ma il sole, allora, perché tramonta?”, lo interrogò.
    “Il sole tramonta soltanto ai nostri occhi, ma poi ritorna, perché Allah è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella nicchia in cui si trova una lampada. La lampada è posta in un cristallo. Il cristallo è come un astro brillante. Il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco. Luce su Luce. Allah guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore. Allah è onnisciente”, gli rispose, recitando un versetto del Corano.
    I due cavalieri, intanto, raggiunsero un agglomerato di capanne, circondato da un lussureggiante limoneto, da un’aia ancora affollata di animali da cortile e da un orto ben coltivato, i cui confini erano segnati da peracciole. Legarono i cavalli ad una staccionata e si avviarono, a piedi, al tempio di Minerva. Vi giunsero scendendo, con grande prudenza, lungo il sentiero scosceso. La prima impressione fu sconfortante: nulla dell’antico edificio era rimasto in piedi, se non un mucchio di pietre che ne delimitavano la pianta. In ginocchio, Bashir, deposto il cesto, esaminò pietra su pietra, finché non diede un grido di gioia. Aveva individuato l’uccello notturno sacro alla dea, la Athenae noctua, scolpito, a dimensione naturale, su un pezzo di marmo. Così, come per compensare, con quel rinvenimento, la delusione di non aver potuto vedere il tempio in piedi, ripose il prezioso cimelio nel cesto, dopo averlo svuotato del cibo. Bashir e Antonio, allora, ammutoliti e immersi nel tramonto incombente, si fermarono a godere della sublimità di quell’incantato scenario, che si manifestava lentamente nello sfolgorio dei riflessi solari: a destra il Golfo di Napoli, a sinistra lo specchio d’acqua antistante la Baia di Jeranto e, di fronte, come un’improvvisa magia, sorta dalle acque, l’isola di Capri. Lo stupore e l’estasi venivano ampliati da una lieve brezza, che scendeva, dall’alto, mescolata ai profumi dei cisti, dei mirti e dei rosmarini e dal frinire delle cicale sparse tra le fronde gli ulivi, che crescevano su quegli scoscesi pendii.
    Quel tardo pomeriggio Bashir ebbe la conferma della suggestione, quasi da incantesimo, che l’occaso suscitava in Antonio, come dialogo dell’anima con il principio della Natura. Percepì le emozioni sognanti, molteplici e mutevoli, che dominavano l’animo del giovane e decise di non profferire parola.
    “Queste cicale sembrano tutte uguali e sembrano frinire allo stesso modo”, sussurrò, dopo un lungo intervallo, Antonio, quando riemerse dal rapimento del tramonto.
    “Non sono uguali”, mormorò Bashir.
    “Allora, se una non è uguale ad un’altra, non è affatto, non esiste. Eppure io le sento e, con un po’ di attenzione, posso anche vederle. Ricordo bene Parmenide di Elea, di cui abbiamo parlato qualche tempo fa: ciò che è, è, e non può non essere, ciò che non è, non è, e non può in alcun modo essere. È così, vero, Bashir?”.
    “Certo”, gli ribatté.
   “Se una cicala non è un’altra cicala, non è affatto neppure essa stessa, quindi, non esiste. Perché, dunque, io le vedo e le posso sentire?”, insistette Antonio.
“Devi ricordarti di Platone, il discepolo di Socrate, l’autore dei Dialoghi, il filosofo dell’Iperuranio e delle Idee”.
    “L’Iperuranio!”, sottolineò Antonio, quasi esaltato. “L’Iperuranio, dove Platone collocò le Idee, non potrebbe essere la nostra mente, unica misura delle cose, di quelle che sono, per ciò che sono, e di quelle che non sono, per ciò che non sono?”.
    “Stai citando Protagora di Abdera, un altro fondamento della filosofia greca”, lo riprese Bashir con affetto. “Platone, sempre Platone, potrà dare la risposta al tuo interrogativo e lo farà attraverso un atto criminale, un assassinio, un parricidio. Ammazzerà il padre! Non ti spaventare. I filosofi greci, come tutti i filosofi, amano usare parole disinvolte. Platone, in effetti, non ammazzò mai nessuno. Impressionato dalla ingiusta morte di Socrate, che era stata sanzionata da pavidi politici, timorosi che gli insegnamenti del suo maestro spingessero i giovani a ragionare con la propria testa, si decise ad assassinare, dialetticamente, Parmenide. Nel dialogo sul Sofista, il nostro Platone riporta un dibattito tra i seguaci di Democrito, i materialisti, e gli idealisti, che appella simpaticamente gli amici delle Idee. I primi sostenevano l’esistenza solo delle cose materiali, quelle che sono davanti ai nostri occhi e che si possono vedere con gli occhi e ascoltare con le orecchie, come queste cicale; i secondi, al contrario, asserivano anche l’esistenza delle cose non materiali, cioè delle Idee, in quanto esse vengono pensate e, quindi, conosciute. Gli idealisti, pertanto, mettevano in crisi la concezione delle Idee, come di qualcosa di immobile, di eternamente fisso nell’Iperuranio. Esse, invece, esistono nella misura in cui subiscono l’azione di essere conosciute, che comporta il movimento! Ti risparmio l’esame su tre delle cinque Idee più importanti, ma non posso sottrarmi dal raccontarti delle ultime due, le più significative: l’Idea di Identico e l’Idea di Diverso. Ogni Idea è identica a sé stessa e diversa dalle altre, pur non identificandosi nell’Idea di Identico e di Diverso. L’Idea stessa dell’essere partecipa all’Idea del non essere, perché l’essere è se stesso e, al contempo, non è alcun’altra Idea. Da qui, il parricidio: il non essere, è; il non essere, esiste. Questa cicala non è, lo hai detto poc’anzi, quell’altra cicala oppure non è un cavallo, non è un fiore, non è il sole. Non hai voluto dire, dunque, che questa cicala non esiste, perché la vedi e la senti, ma hai voluto significare che quella cicala non è questo piuttosto che quell’altro, in quanto essa è diversa da questo o da quell’altro. Dire che la cicala non è un cavallo, vuol significare che la cicala è diversa da un cavallo, non che quella cicala non esista. Il non essere, come diversità dall’essere, non come non esistenza: ecco il risultato del parricidio di Parmenide”.
    Antonio assentì e rimase in silenzio a riflettere sulla sorprendente disquisizione di Bashir. Poi, di nuovo rapito, ritornò a fissare il sole.
    “Sempre bello, ma sempre diverso, al tramonto. Mi rapisce anche perché il suo calare è il preannunzio del buio e al buio le cose non sono colte nella loro pienezza, ma appaiono con contorni non definiti”.
    “La notte che segue il crepuscolo è il regno della fantasia, dell’immaginazione e del sogno”, sentenziò Bashir. “Regno anche dell’errore, che soccorre, anch’esso, la conoscenza umana. Platone riteneva più perfetta e sicura la conoscenza intellegibile, l’epistéme, ma non negò valore a quella sensibile, la doxa. La doxa è proprio come la notte, dove le cose percepite non appaiono del tutto chiare nella loro luminosità, in quanto non sono rischiarate dal sole della perfetta conoscenza. Risultano soltanto ombre delle Idee”.
    “Le ombre delle Idee!”, ripeté Antonio. “Chissà se le nostre esistenze siano realmente una proiezione imperfetta di qualcosa che dovrebbe essere, invece, perfetto. Chissà se non abbia ragione il mio precettore, padre Torquato, con tutti quei suoi discorsi su Dio e sull’anima. Io non lo so, ma nelle sue parole non avverto lo spirito, né la poesia, mentre l’universo mondo mi appare tutto poesia, Dio stesso è poesia e l’ha usata, con l’armonia, per creare il mondo. Se così non fosse, il mondo e la vita sarebbero uno stonato ritornello”.
    “Dio non ha colpa se il mondo, che ha così mirabilmente costruito, è governato da uomini che hanno perduto l’idea della poesia e dell’armonia! Ma ora basta, Antonio, riprenderemo il nostro dialogo in futuro. Sta scendendo la notte, dobbiamo ritornare a casa. I tuoi genitori saranno in apprensione”.

 

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Il recinto della vanità

 

C’è sempre un epilogo per queste storie, per questi racconti e quest’ultimo ne racchiude il senso, la verità sapete qual’è? La verità è che non siamo ancora stati salvati. Sì, siamo stati addomesticati tutti quanti e oggi viviamo tutti in una specie di recinto, di parco protetto e custodito. Siamo guardati a vista sempre, ogni giorno, tutti i giorni, C’è chi si illude di volersi bene e di auto gratificarsi, chi insegue il sogno di essere sempre giovane e scattante anche a settant’anni, con piccole punturine e parrucchini vari, chi insegue progetti di lavoro, ma l’unica realtà è che siamo tutti dentro un recinto che non è neanche più un hortus conclusus. Tutti su un treno in corsa, tra stazioni diverse, si sale si scende, non ci si guarda in faccia, ci si urta, si impreca l’uno contro l’altro e il treno sferraglia rumoroso in un recinto chiuso: abbiamo tutti l’illusione di andare da qualche parte, ma in realtà nessuno va da nessuna parte. Se per molti solo un dio poteva salvarci, io, guardando tutti i visi che ho incontrato in questi anni, ne ho dedotto che non siamo ancora stati salvati, ma che, forse, non è più neanche il caso di attendere, perché non c’è nessuna salvezza, tranne l’illusione di coltivare la propria vanità. Si chiamava Domenico, lo trovavo nel treno già seduto al suo posto, minuto, femmineo nei modi, un libro tra le mani tutte le mattine. Conoscevo il suo nome perché una mattina una signora lo aveva salutato chiamandolo: ecco, quell’uomo femmineo coltivava compiaciuto le sue vanità: era talmente preso di sé che pensava di essere superiore a tutti quelli che gli stavano intorno, ma, nello stesso tempo, dai discorsi che gli sentii fare con la signora – una biondona molto cheap – ostentava una finta umiltà edificante e un finto altruismo e una finta bontà che lui praticava compiaciuto e con compunzione: ecco, Domenico si compiaceva di se stesso metodicamente. Tutte le mattine lui dava il buon giorno a tutti, regalando sorrisi fioriti e buoni propositi, ma, in realtà, era solo a lui che pensava. Bastava un nonnulla in quel vagone sgangherato per smascherare quel minuetto che lui inscenava tutte le mattine. Come una mattina che aggredì violentemente un signore un po’ goffo, che inavvertitamente aveva fatto gocciolare il suo ombrello sulle sue scarpe, o un’altra mattina, con fare disgustato, aveva sbattuto in faccia ad una poverina un: “Signora! Ma lei non si lava e che diamine! Si vendono tanti deodoranti e profumi, potrebbe pure usarne qualcuno!”. La malcapitata, che, poverina, io vedevo tutte le mattine, come tanti su quel treno, lo guardò con commiserazione, evidenziando il pensiero, come in un fumetto sulla sua testa che conteneva queste parole: “Ci tocca pure questo al mattino, non basta tutto il resto!”, cambiò posto e andò a dormicchiare su un altro sedile. In realtà, Domenico odiava il mondo e tutti quelli che gli stavano intorno. Le sue abitudini, cresciute nel segreto, coltivavano una oscura avversione per l’umanità che lo circondava, a meno che non si trattasse di un bel giovanotto: se ne adocchiava uno, erano tutte mossettine e gentilezze e ammiccamenti, trascurando anche la biondona, che manifestava tutto il suo disappunto serrando le labbra in una smorfia, che come una ferita gli tagliava il viso. Lui era un costruttore identitario di egoismo puro. Tutte le mattine, tranne il sabato, con la signora bionda tutto il mondo era passato al setaccio, tra raccapriccianti luoghi comuni e leziosismi stomachevoli. Erano insegnanti entrambi. Una mattina, con discrezione, ma in cuor mio non ne potevo più di ascoltare quelle scemenze sull’amore per tutti gli essere viventi, sull’azzurro del cielo e su quanto fosse bella la Penisola Sorrentina e i suoi scorci, azzardai un intervento del tipo: “Mi scusi, sono sinceramente colpito dalle cose che lei dice con tanta certezza, ma non le viene qualche volta il dubbio che forse il mare non è sempre azzurro e il cielo non è sempre blu, che la Penisola Sorrentina sta affogando nel cemento, che amare tutti gli essere viventi incondizionatamente è una enunciazione di principio ma che riesce difficile da realizzare e dunque non la realizza nessuno, a parte di non essere San Francesco o Gesù (cha amava solo l’umanità, ma non l’animalità) o Buddha (che amava di più l’animalità e meno l’umanità)?”. La biondona che era con lui, si girò di scatto, con fare stizzito, quasi a dire: “Ma come si permette? Ma non si rende conto di quello che ha detto?”. Lui, con uno sguardo che sembrò lanciasse saette, girandosi lentamente sul sedile, a gambe strette e piedi uniti, accennando ad un sorriso finto e contenendo tutta la rabbia che avrebbe voluto fare esplodere contro di me che avevo osato distruggergli tutti gli oggetti della sua vanità, disse, come se stesse distillando  perle di saggezza: “Piacere a tutti, del resto, significherebbe non piacere a nessuno. Ma la cosa fondamentale è piacere a se stessi, volersi bene”. Questa frase, che forse sarebbe stata credibile se pronunciata con un altro tono, evidenziò tutta la vistosa stonatura di quell’uomo dai modi femminei e tutta la sua rabbia dall’esser stato contraddetto da me. In fondo, chi ero io se non un tizio qualsiasi che viaggiava su un treno sgangherato come lui? Ma, soprattutto, fece venir fuori la sua vanità e il suo egoismo praticato con metodo: lui, tutte le mattine, voleva solo piacere a se stesso e voleva bene solo a se stesso.

Franco Cuomo

 

foto (30)Franco Cuomo, “Lady Goldenberg”

 

 

Buon compleanno!

 

Nota: scrissi questo racconto quando ero all’Università. Sono trascorsi circa quindici anni. Pubblicandolo qui, per la prima volta, desidero dedicarlo a ciò che ero a vent’anni, al meraviglioso tempo trascorso, ad Urbino, durante gli studi universitari, ai miei carissimi amici e ai miei miti letterari di quel periodo e, soprattutto, a tutte quelle donne, come Francesca, ovunque esse siano adesso, per il cui affetto e amore mostratomi, ne sono divenuto, oggi, cantore!

 

 

Chiusi con forza la portiera della macchina e mi avviai con Luca verso casa. Il suo appartamento era al piano terra, con camere abbastanza grandi, tranne la cucina, che era piccola, ma, a causa del costante disordine, sembrava essere più spaziosa. Entrati, posai due bottiglie di vino bianco sul tavolo, cercando un cavatappi. L’accozzaglia di oggetti e utensili sparsi nei cassetti mi rendeva difficile la ricerca. Lo trovai, poi, e aprii una delle due bottiglie. Luca si allontanò.
Versai due bicchieri e cominciai a bere. Improvvisamente, sopraggiunse Cibi salutandomi. Risposi e mi alzai per prendere un altro bicchiere. Lo riempii e lui bevve.
“Allora, sarà una bella festa stasera?”, dissi.
“Si”. Rispose Cibi continuando a bere.
“Quanta gente verrà?”.
“Boh! Oggi pomeriggio Luca ha chiamato un po’ di persone, credo dieci, dodici, quindici. Non me ne frega un cazzo, sto benissimo anche da solo basta che…”
“Ho capito, ho capito”, lo interruppi. “Sei sempre il solito coglione!”.
“Come?”.
“Ho detto che sei sempre il solito coglione e io lo sono più di te. Ma alla fine che c’importa, mentre quei fessi si divertono con le loro stronzate, per noi stasera sarà soltanto un’altra sbronza, solita fottuta sbronza”.
Tornò anche Luca.
“Bastardi”, tuonò. “Così si fa adesso? Bevete senza neppure aspettarmi? Ma come siete messi? Avete quasi finito la bottiglia e io non ho ancora bevuto!”.
“Non rompere, ecco il tuo bicchiere”, sbottai. “E invece di lamentarti, dimmi quanta roba da bere abbiamo stasera perché, se non c’è niente dopo le due bottiglie di bianco, ti apro quella testa di cazzo che hai e ti ci ficco dentro il cavatappi! Anzi, apri l’altra bottiglia, ché questa è finita!”.
“Calma, calma”, rispose. “C’è n’è da bere, c’è n’è. C’è altro vino, birra, vodka.”
“Ah, bene! Prendi la vodka e portami un po’ d’acqua, allora”.
“Ma che cazzo ci devi fare con l’acqua, già non ce la fai più dopo mezza bottiglia di vino? Sei una sega!”. Sorrise.
“Vodka con acqua, coglione! La bevo per Hank”.
“Chi è Hank?”. Chiese.
“Ma sei proprio una capra! Non conosci Hank?”.
“No”.
“Cibi, spiegagli tu chi è Hank!”.
“E che ne so, chi lo conosce!”.
“Come? Hank, Chinaski, Bukowski”.
“Ah sì, Bukowski”. Risposero quasi in coro.
“Io so”, aggiunse Luca, “che ci dava dentro alla grande, ma la vodka con acqua…”
“Allora, la porti questa vodka o no, cazzo!”.
Portò la vodka e bevemmo tutti. Poi, aprii l’altra bottiglia di vino, che finì in pochi minuti.
Era il compleanno di Luca quella sera e noi eravamo lì, seduti a bere intorno al tavolo in una cucina disordinata. Aspettando cosa? Per noi sarebbe stata soltanto un’altra sbronza, una solita fottuta sbronza.
Poco dopo, già alticci, cominciammo a preparare da mangiare per la festa. Luca bollì il riso e lo condì con del tonno, prezzemolo e limone. Nel frattempo, io e Cibi portammo due tavoli ed una decina di sedie sotto la tettoia, dopo aver sistemato in alcuni vassoi delle tartine farcite alla buona. Quando Luca ebbe finito in cucina, venne fuori ad accendere il barbecue.
Erano quasi le nove e nessuno era ancora arrivato. Chiesi a Cibi di portare le bottiglie da mettere sui tavoli. Si presentò con una strana scatola color rosso scuro tra le braccia:
“Ma che ci fai con quell’affare in mano?”, urlai.
“E’ vino, bisogna aprirlo, ma non so come fare!”.
“Ci fosse una cosa che tu sai fare! Da’ a me, fammi vedere”.
“Ci sono le istruzioni”, gridò Luca. “Apri il cartone dove c’è il buco e infilaci quella specie di spina”.
“Hai visto?”, dissi. “E’ facile. Basta leggere le istruzioni. Fai presto a montare questo coso così ci facciamo due bicchieri”.
Appena fu pronto, versammo e bevemmo. Andai a prendere le birre e le portai sul tavolo.
“Adesso ci sono le birre. Quando saranno pronte le salsicce berremo altro vino. A proposito, Luca, quante ne hai comprate?”.
“Quaranta.”
“Quaranta? Sei peggio di un cinghiale, cristo! Chi le mangia tutte quelle salsicce? E c’è pure l’insalata di riso”.
“E le tartine”, aggiunse Cibi.
“Che me ne frega”, rispose. “Io le ho comprate. Chi vuole le mangia e se avanzano le butto nel cesso!”.
“Va bene”, dissi. “Fai come vuoi!”.
“Basta!”, aggiunse lui. “Beviamo invece di pensare a queste stronzate!”.
Riempimmo i bicchieri di birra e trangugiammo velocemente.
Che coglioni siamo. Una pancia ormai enorme, i risvegli mattutini con i postumi da smaltire, le pile di piatti da lavare, la casa che va a puttane, gli esami all’Università… E noi? Sempre a bere, sempre a cercare non so che cosa. Come se, poi, barcollare tra le persone o vomitare con la testa tra le gambe in qualche angolo maledetto o svegliarsi con un fottuto mal di testa o che altro so, ci desse la sensazione di essere diversi o migliori degli altri. Ma noi continuiamo, perché ci va così, perché ci piace, perché sì, cristo!
Finalmente, alla spicciolata, arrivarono tutti. Vidi una decina di persone ma non riuscii a riconoscere neppure un essere umano.
“Ciao Luca, ciao Luca”, starnazzavano avvicinandosi a lui. “Auguri, auguri!”.
“Grazie”. Rispondeva lui abbracciandoli.
Quando ebbero finito con i saluti, vennero verso di noi:
“Ciao Cibi, ciao Brik.”
“Ciao”. Rispondemmo, accompagnandoli verso il buffet.
“Servitevi come volete”, dissi. “C’è l’insalata di riso, le patatine, i pop corn e le tartine”.
“Sì, sì, grazie”.
Io e Cibi, incuranti degli altri, ci sedemmo vicino al tavolo dove c’erano le birre, versandoci da bere. Accesi una sigaretta e fumai in silenzio, un po’ osservando Cibi, un po’ osservando i nostri amici, i quali, come papere in uno stagno che seguono mamma papera, seguivano Luca zigzagante tra le sedie. Era già sbronzo. Eravamo tutti e tre sbronzi!
Quando finii di fumare, mi si avvicinò Francesca per salutarmi. Risposi:
“Se scrivessi un libro sulle belle donne, tu saresti la conclusione”.
“Grazie”, replicò arrossendo. “Già sei ubriaco, vero? Non cambi mai!”.
“Se mi incontrassi tra vent’anni e non fossi sempre lo stesso, mi sentirei fallito!”.
“Non dire stupidaggini!”, mi si rivolse affettuosamente. “Tu cambierai, ne sono sicura! Diventerai grande!”.
“Chi te lo dice?”.
“Ti ho detto che ne sono sicura!”.
“Mah! Se lo dici tu! Dai, bevi qualcosa con me. Vino, birra?”.
“Vino, grazie”.
Versai e bevemmo.
“Senti”, continuai. “Dopo mi fai vedere le mutandine, come quella volta due anni fa?”.
“Ma sei pazzo?”, si arrabbiò. “Le mie mutandine non le hai mai viste e non te le farò vedere mai!”.
“Perché no, dai! Ci conosciamo da tanto tempo”. E quasi le caddi addosso perché, per rendere più solenne la richiesta, mi ero alzato, ma le mie gambe, evidentemente, erano rimaste sedute.
“Basta Brik, basta! Smettila”.
La lasciai lì e andai con Cibi in cucina a bere un po’ di vodka e fumare qualche sigaretta.
“Che palle!”, disse Cibi. “Troppa gente! È l’ultima cosa che ci vuole quando sei ciucco duro”.
“Soprattutto, poi”, aggiunsi, “se non sono sbronzi come noi. Te li trovi davanti che ti guardano in modo strano, quasi a dirti: ma come cazzo sei messo? Ti ridacchiano alle spalle, loro, si fanno sorrisini, si dicono paroline del cazzo! Vai, torniamo fuori. Forse sono pronte le salsicce”.
“Lo spero, ho fame”.
Appena usciti, intravedemmo Luca avvolto nel fumo del barbecue che bestemmiava perché le salsicce gli scappavano dal forchettone. Andai a prendergli un bicchiere di vino e glielo portai.
“Sono pronte?”. Chiesi.
“Vaffan’culo”, rispose alzando la voce. “Non riesco ad infilzarle, cristo!”
“Sono pronte oppure no, cazzo?”, domandò Cibi.
“Non vedi? Sono pronte. Devo soltanto metterle nel vassoio”.
“E quanto tempo ti ci vuole?”.
“Il tempo che ci metto a farmi tua sorella!”
“Ma se non ti si alza nemmeno, coglione impotente!” replicò Cibi.
“Vaffan’culo!”. Lo liquidò Luca.
Siamo così. Burberi, per niente gentili, a volte triviali, quasi osceni, ma, in fondo, ci vogliamo bene. Tanto.
Finalmente la nostra cena era pronta.
Riempii un bicchiere di vino e mi avventai sulle salsicce. Con la mia forchetta riuscii ad infilzarne tre e pensai: “Quel coglione non era capace di tenerne una col forchettone. Dev’essere un bel po’ andato”.
Mangiai velocemente perché volevo prenderne delle altre. Trangugiai ancora salsicce e vino, con voracità che stupì chi mi guardava, ma io me ne fregavo: era il compleanno di uno dei miei migliori amici e io ero sbronzo, sbronzo per onorare la sua festa. Al diavolo tutti, cazzo!
Quando ebbi finito di mangiare riempii di nuovo il bicchiere e, con una certa felicità, mi accorsi che Francesca mi si avvicinava. Poiché spesso mi aveva parlato dei suoi progetti riguardanti il lavoro, le dissi:
“Io posso farti condurre il telegiornale, sai?”
“Io voglio scrivere sui giornali, invece”. Rispose.
“Non c’è problema! Conosco un tipo a Roma che è una specie di garante della carta stampata, può muovere qualsiasi cosa in quell’ambito e, quindi, figurati se non ti può aiutare”.
“Grazie Brik”, rispose con espressione soddisfatta, quasi come se credesse a tutte quelle cazzate.
“Grazie Brik una sega!”, ripresi io. “Un paio di giorni prima del colloquio col tipo, io e te ce ne andiamo a Roma nella suite di qualche albergo e ce la spassiamo tutto il giorno. Scusa, un tornaconto lo debbo pure avere, no? Tu mi tiri troppo! E, poi, dove lo trovi un altro come me, dove? Dove?”. Urlai.
“Tu sei pazzo!”.
“Basta Brik!”, si intromise Roberta, portandomi via. “Come al solito, stai esagerando!”.
Non risposi perché l’avrei mandata affan’culo e mi allontanai.
Luca portò la torta. Facemmo alcune fotografie, mentre lui spegneva le candeline, e aprimmo lo spumante. Quando i bicchieri di tutti furono pieni, farfugliai:
“Brindiamo a questo fottuto coglione che oggi compie ventitré anni. Che possa passarne altri cento ad ingozzarsi come un porco, a sbronzarsi come un cammello e a scopare come un riccio!”.
“Sì, sì”, risposero tutti in coro, con espressioni alquanto infastidite dalle mie parole. Alla tua, Luca, alla tua!”.
Io, Luca e Cibi finimmo il resto dello spumante.
Pian piano, gli invitati andarono via.
Entrammo in casa e ci sedemmo attorno al solito tavolo per bere un po’ di vodka. Luca aveva le mani quasi ustionate dal caldo della brace. Cibi andò a prendergli della pomata.
Accesi una sigaretta, li salutai e mi avviai verso casa.
Il vento mi schiaffeggiava il volto.
Appena arrivato, entrai in bagno, lavai i denti e mi buttai sul letto.
In cielo non c’erano stelle.