Archivi tag: Democrito

L’horror vacui in filosofia

Genealogia di un concetto tra ontologia, scienza ed esistenza

 

 

 

 

 

Il concetto di horror vacui, che significa letteralmente “paura del vuoto”, accompagna la storia del pensiero umano in modo sotterraneo e costante. È un’idea che si è trasformata nel tempo, assumendo valenze fisiche, metafisiche, teologiche ed esistenziali. Postulare l’horror vacui significa, infatti, confrontarsi con il problema del nulla, di ciò che appare come assenza e mancanza e che, tuttavia, esercita una forza tanto concettuale quanto emotiva. Dalla filosofia antica fino alle riflessioni contemporanee, passando per il Medioevo e la rivoluzione scientifica, il vuoto si presenta come una sfida alla ragione e al linguaggio: qualcosa che sembra impossibile da pensare ma che continuamente ritorna come esigenza ineludibile.
Già nel mondo greco la questione del vuoto aveva diviso radicalmente i filosofi. Parmenide, nella sua celebre dottrina dell’essere, sosteneva l’impossibilità di pensare il non-essere. L’essere, diceva, è uno, eterno e immobile: non c’è spazio per il nulla, poiché il nulla non è e non può essere nemmeno pensato. In questa prospettiva, parlare di vuoto equivale a cadere in contraddizione. In opposizione a tale posizione si sviluppò l’atomismo di Leucippo e Democrito, che teorizzarono l’esistenza del vuoto come condizione necessaria del movimento. Secondo loro, il mondo era costituito da atomi indivisibili che si muovono in uno spazio vuoto: senza il vuoto gli atomi rimarrebbero fermi, incastrati in un continuum impenetrabile. Il vuoto, per gli atomisti, non era dunque un puro nulla quanto una realtà positiva e indispensabile. Questo primo grande scontro tra l’ontologia eleatica e l’atomismo segnò l’inizio di un dibattito destinato a ripresentarsi in forme diverse lungo tutta la storia della filosofia.
Con Aristotele la questione ricevette una sistematizzazione che avrebbe segnato i secoli successivi. Nei suoi scritti, in particolare nella Fisica e nel De caelo, affermò che la natura “ha orrore del vuoto”. Ciò non va inteso come un semplice dato fisico, bensì quale principio cosmologico: lo spazio non è un contenitore indipendente ma la somma delle relazioni tra i corpi. Parlare di vuoto significherebbe introdurre il non-essere all’interno dell’essere, cosa per lui logicamente impossibile. La natura, per Aristotele, non lascia mai spazi vuoti ma tende a colmarli immediatamente. Il movimento non avviene nel vuoto ma attraverso lo scorrere dei corpi gli uni sugli altri, in un continuum privo di interruzioni. L’horror vacui aristotelico divenne così una legge universale, fisica e metafisica insieme, destinata a dominare il pensiero occidentale per quasi due millenni.
Nel Medioevo, la questione del vuoto si intrecciò con la teologia cristiana. La dottrina della creazione ex nihilo poneva, infatti, interrogativi radicali: che cosa significava quel “nulla” da cui Dio avrebbe creato il mondo? Era un vero vuoto, una realtà in sé o, piuttosto, un’assenza di forma e di sostanza? Tommaso d’Aquino, fedele al modello aristotelico, negò che potesse esistere un vuoto reale. Dio non creò un contenitore vuoto da riempire ma fece esistere direttamente la sostanza e la forma. Altri pensatori medievali, più vicini al nominalismo, erano invece disposti ad ammettere che, in virtù della sua onnipotenza, Dio avrebbe potuto creare anche spazi privi di materia. Il dibattito non era puramente teorico: metteva in gioco l’immagine stessa di Dio e il rapporto tra la sua libertà e la razionalità del creato. Negare il vuoto significava difendere un ordine armonico e necessario; ammetterlo voleva dire sottolineare l’assoluta libertà divina, capace di oltrepassare qualsiasi vincolo naturale o logico.
Con la rivoluzione scientifica dell’età moderna l’autorità aristotelica sull’horror vacui cominciò a vacillare. Galileo avviò la demolizione delle vecchie concezioni del moto, aprendo la strada a una spiegazione matematica dei fenomeni. Evangelista Torricelli, nel 1643, con il celebre esperimento del barometro a mercurio, dimostrò che era possibile produrre artificialmente uno spazio privo d’aria, confutando l’idea che la natura non tollerasse il vuoto. Blaise Pascal, proseguendo le sue ricerche, mostrò che la pressione atmosferica spiegava i fenomeni che Aristotele attribuiva a un presunto orrore naturale. Il principio dell’horror vacui si rivelava, dunque, come un residuo metafisico non come una legge di natura. Tuttavia, la filosofia moderna rimase divisa: Cartesio respinse l’esistenza del vuoto, proponendo un universo interamente riempito di materia che si muoveva in vortici; Newton, invece, concepì lo spazio assoluto come un grande vuoto omogeneo e immobile, all’interno del quale i corpi si muovono obbedendo a leggi matematiche.


A partire da lì, il vuoto cominciò a trasformarsi in simbolo dell’angoscia esistenziale. Ancora Pascal, contemplando l’universo infinito rivelato dalla scienza, confessava che “il silenzio eterno di questi spazi infiniti” lo sgomentava. Non si trattava più soltanto di una questione fisica ma del sentimento di smarrimento dell’uomo di fronte a una realtà smisurata e indifferente. L’horror vacui assumeva, così, una valenza psicologica ed esistenziale: la paura non del vuoto fisico ma di un vuoto di senso.
Con Kant il problema del vuoto cambiò ancora prospettiva. Lo spazio e il tempo, nella sua filosofia, non sono realtà indipendenti né contenitori vuoti ma forme a priori della nostra sensibilità. Non esiste uno spazio vuoto “in sé”: lo spazio è piuttosto la condizione attraverso cui organizziamo le percezioni. Il vuoto come realtà oggettiva perde consistenza; ciò che resta è un orizzonte trascendentale che struttura la nostra esperienza.
Nel Novecento, il pensiero esistenzialista e fenomenologico riprese la questione del nulla in termini nuovi. Heidegger, in Che cos’è metafisica?, sostenne che il nulla non fosse semplice negazione ma apertura: è ciò che consente all’essere di apparire. Senza nulla non ci sarebbe esperienza dell’essere. Sartre, in La nausea e in L’essere e il nulla, definì il nulla come dimensione costitutiva della coscienza: la coscienza introduce il non-essere nella realtà, lo sperimenta ogni volta che percepisce un’assenza, una mancanza, un “non più” o un “non ancora”. In questo senso, l’horror vacui si rovescia: il nulla non è solo ciò che temiamo ma anche ciò che rende possibile la libertà, perché è attraverso il nulla che possiamo negare, immaginare, progettare.
La scienza contemporanea ha ulteriormente trasformato il concetto. La fisica quantistica descrive il vuoto non come uno spazio totalmente privo di realtà ma come un campo brulicante di fluttuazioni energetiche, un potenziale di particelle virtuali che appaiono e scompaiono. Il vuoto non è il nulla quanto una pienezza invisibile, una dimensione che contiene possibilità ancora non attuate. Paradossalmente, la fisica moderna sembra avvicinarsi a una forma di atomismo radicale, in cui il vuoto è condizione del movimento e della creazione, ma non è mai davvero assoluto.
Anche l’arte e la cultura hanno espresso un loro horror vacui. Nell’arte medievale e barocca la tendenza a riempire ogni spazio con decorazioni, motivi e simboli rispondeva a un impulso simile: il vuoto era percepito come una minaccia, un’assenza che andava colmata. L’ornamento diventava una forma di esorcismo, un modo per trasformare il vuoto in pienezza visiva.
Lungo tutta la storia, il vuoto ha dunque costretto l’uomo a misurarsi con i limiti del pensiero e della vita. Da problema ontologico a questione teologica, da nodo scientifico a simbolo esistenziale, si è mostrato come un enigma ineliminabile. L’horror vacui, in definitiva, non è soltanto paura del vuoto fisico ma paura del nulla che esso rappresenta: paura della mancanza, dell’assenza, del non-senso. Allo stesso tempo, esso ha spinto il pensiero umano a creare concetti, teorie, opere d’arte, mondi simbolici. Il vuoto, proprio in quanto minaccia, è anche stimolo: ciò che obbliga a cercare un senso, a riempire, a pensare. È forse in questo movimento che si rivela il suo significato più profondo: non tanto ciò che manca ma ciò che rende possibile l’esperienza stessa dell’essere.

 

 

 

 

 

L’essere infinito e immutabile

La visione di Melisso di Samo

 

 

 

 

Melisso di Samo (V secolo a.C.) è stato uno dei principali esponenti della scuola eleatica, seguace di Parmenide e contemporaneo di Zenone. La sua riflessione filosofica si concentra sull’essere e sulla sua natura, sviluppando e ampliando le intuizioni di Parmenide con alcune differenze significative. Egli è noto soprattutto per il suo tentativo di dimostrare razionalmente che l’essere è unico, eterno, immutabile e infinito.
Melisso riprende l’idea parmenidea secondo cui l’essere è uno e non può derivare dal nulla né dissolversi nel nulla. Tuttavia, a differenza di Parmenide, che concepiva l’essere come finito e sferico, Melisso sostiene che esso debba essere infinito. Egli giustifica questa affermazione con il seguente ragionamento: se l’essere fosse finito, dovrebbe avere un limite, ma ciò implicherebbe la presenza di qualcosa al di là di esso, il che sarebbe una contraddizione, poiché nulla può esistere al di fuori dell’essere.
Questa concezione dell’infinità dell’essere rappresenta un significativo sviluppo rispetto alla visione di Parmenide e introduce un elemento che influenzerà alcune correnti successive del pensiero filosofico, come il neoplatonismo.
Melisso afferma con forza che l’essere è immutabile e che ogni forma di mutamento o di diversità è un’illusione. La sua argomentazione si basa sul principio di non contraddizione: se l’essere cambiasse, significherebbe che una parte di esso diventerebbe non-essere, il che è logicamente impossibile. Quindi, tutto ciò che appare come trasformazione, nascita o distruzione è solo un inganno dei sensi. Questo porta Melisso a negare la realtà del divenire e del tempo stesso: se l’essere è eterno e immutabile, il tempo non può esistere come qualcosa di reale, ma è solo un’illusione della percezione umana.

Un altro punto chiave della filosofia di Melisso è la negazione del vuoto. Egli sostiene che il vuoto non può esistere, poiché ciò equivarrebbe a postulare la presenza del non-essere, il che è impossibile. Senza il vuoto, però, il movimento non è possibile, poiché il movimento richiede uno spazio libero in cui potersi realizzare. Questa conclusione si oppone frontalmente alle teorie atomistiche di Leucippo e Democrito, i quali sostenevano che il movimento e la diversità della realtà derivassero dall’esistenza del vuoto tra gli atomi. Il rifiuto del vuoto da parte di Melisso si allinea invece con la tradizione eleatica, rafforzando l’idea dell’essere come un tutto continuo e senza divisioni.
La filosofia di Melisso ha avuto un impatto significativo nella storia del pensiero, anche se è stata oggetto di numerose critiche. Aristotele, ad esempio, lo accusa di commettere errori logici nelle sue dimostrazioni e di trarre conclusioni che non tengono conto dell’esperienza sensibile. Tuttavia, le sue riflessioni sulla natura dell’essere hanno contribuito a plasmare il dibattito metafisico nei secoli successivi.
Platone e Aristotele, pur criticandolo, non possono ignorarne il rigore logico e le implicazioni del suo pensiero. La sua visione di un essere eterno e immutabile influenzerà anche lo stoicismo e alcune correnti del neoplatonismo, in particolare per quanto riguarda l’idea di un principio unico e assoluto che governa la realtà.
Melisso di Samo rappresenta un’estensione radicale della filosofia eleatica, portando alle estreme conseguenze le idee di Parmenide. La sua concezione dell’essere come infinito e immutabile, il rifiuto del vuoto e del movimento, e la negazione del tempo fanno della sua filosofia una delle più rigorose espressioni del monismo ontologico. Sebbene la sua visione sia stata superata dalle teorie pluraliste e dinamiche del mondo naturale, il suo contributo rimane essenziale per la storia della metafisica. Le sue argomentazioni hanno costretto i filosofi successivi a confrontarsi con il problema dell’essere e del divenire, dando impulso a nuove sintesi e sviluppi nel pensiero occidentale.

 

 

 

 

Le cicale

 

Racconto filosofico

 

Il racconto narra di una escursione dei due personaggi, Bashir e Antonio, al tempio di Minerva, situato sull’estrema punta della Penisola Sorrentina, di fronte Capri. La narrazione si immerge profondamente nelle tematiche filosofiche, attingendo a conversazioni che intrecciano riflessioni sulla natura dell’esistenza, la percezione della realtà e l’interpretazione delle idee platoniche. Attraverso il viaggio verso il tempio, simbolo di sapienza e di conoscenza antica, i protagonisti si confrontano con le nozioni di identità, diversità ed esistenza, dialogando sulle concezioni di Parmenide e Platone riguardo l’essere e il non essere.
Antonio, guidato dalla curiosità e dal desiderio di comprensione, pone a Bashir domande che sfociano in una riflessione sulle idee di luce e oscurità, esistenza materiale e concettuale, culminando nella discussione sull’Iperuranio platonico e sull’importanza delle Idee come fondamento della realtà. La contrapposizione tra il mondo sensibile (doxa) e il mondo delle idee (epistéme) serve da metafora per esplorare i limiti della conoscenza umana e il ruolo dell’immaginazione, dell’errore e della fantasia nella formazione della nostra comprensione del mondo.
Il racconto si arricchisce di momenti di profonda contemplazione della natura e dell’universo, attraverso i quali i personaggi riflettono sul significato della vita, sul ruolo del divino e sulla ricerca di armonia e bellezza. La vista del tempio di Minerva, benché ridotto a rovine, diventa occasione per meditare sul trascorrere del tempo e sull’eredità culturale e spirituale trasmessa dalle civiltà passate.
Il racconto offre una ricca tessitura di temi filosofici, incastonati in una narrativa che celebra il viaggio come metafora dell’esplorazione intellettuale e spirituale. La bellezza del paesaggio, la curiosità verso il passato e la riflessione sulle grandi domande dell’esistenza umana si intrecciano, offrendo al lettore un breve viaggio simbolico attraverso la storia, la filosofia e la ricerca di senso.

 

Da mesi, Bashir e Antonio avevano programmato, su insistenza del primo, una visita al tempio di Minerva sito sull’estrema punta della Penisola Sorrentina, di fronte a Capri, approntando sulle carte l’itinerario per giungervi. Del culto della dea della sapienza e della notte, in quel luogo ultimo della penisola, noto fin dall’antichità perché posto a protezione della navigazione, delle rotte e dell’accesso marittimo al Golfo di Napoli, Bashir aveva sentito parlare fin da bambino e, durante un soggiorno nell’isola sacra di Delos, aveva appreso, altresì, che il santuario della dea fosse stato fondato dallo stesso Odisseo. Antonio ne aveva approfondito, con l’aiuto di padre Torquato, stupito da tanta curiosità dell’allievo per la mitologia greco-romana, i riferimenti storici, consultando gli scrittori classici, come Stazio e Strabone, dai quali aveva era venuto a conoscenza di come a quel famoso santuario fossero addirittura preposti dei magistrati di Minerva. Questi erano deputati ad appaltare e collaudare gli approdi che portavano al santuario, nel quale si svolgevano riti propiziatori alla dea, anche da parte di delegazioni del Senato romano, provenienti, via mare, da Ostia. Queste informazioni avevano stimolato al massimo, nei due, il desiderio di compiere quell’escursione.
In un paniere molto capiente, sospeso alla sella di Bashir, erano state sistemate due torce, del pane, con formaggio e lardo, e due fiasche d’acqua. I due, usciti dalla porta verso Massa, si avviarono speditamente, attraverso sentieri conosciuti, in direzione del Capo di Santa Fortunata. Procedevano, in quel tardo pomeriggio estivo, tra uliveti e aranceti, in un silenzio rotto soltanto dal nitrito dei cavalli e da qualche domanda che, di tanto in tanto, il giovane rivolgeva a Bashir. Quando furono pervenuti nei pressi del casale di Marciano, il sole, calante tra le isole di Capri e di Ischia, indorava con abbaglianti riflessi la superficie marina.
“Il sole ha trasformato questo sentiero in un nastro dorato, che cinge il verde della collina”, esclamò Antonio, confortato dal sorriso compiaciuto di Bashir.

“Hai ragione, Antonio. La potenza del sole è come quella di Allah. Come Dio non finirà mai, così il sole non si esaurirà mai. Allah gli ha conferito il potere di allungare la sua vita all’infinito”.
“Ma il sole, allora, perché tramonta?”, lo interrogò.
“Il sole tramonta soltanto ai nostri occhi, ma poi ritorna, perché Allah è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella nicchia in cui si trova una lampada. La lampada è posta in un cristallo. Il cristallo è come un astro brillante. Il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco. Luce su Luce. Allah guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore. Allah è onnisciente”, gli rispose, recitando un versetto del Corano.
I due cavalieri, intanto, raggiunsero un agglomerato di capanne, circondato da un lussureggiante limoneto, da un’aia ancora affollata di animali da cortile e da un orto ben coltivato, i cui confini erano segnati da peracciole. Legarono i cavalli ad una staccionata e si avviarono, a piedi, al tempio di Minerva. Vi giunsero scendendo, con grande prudenza, lungo il sentiero scosceso. La prima impressione fu sconfortante: nulla dell’antico edificio era rimasto in piedi, se non un mucchio di pietre che ne delimitavano la pianta. In ginocchio, Bashir, deposto il cesto, esaminò pietra su pietra, finché non diede un grido di gioia. Aveva individuato l’uccello notturno sacro alla dea, la Athenae noctua, scolpito, a dimensione naturale, su un pezzo di marmo. Così, come per compensare, con quel rinvenimento, la delusione di non aver potuto vedere il tempio in piedi, ripose il prezioso cimelio nel cesto, dopo averlo svuotato del cibo. Bashir e Antonio, allora, ammutoliti e immersi nel tramonto incombente, si fermarono a godere della sublimità di quell’incantato scenario, che si manifestava lentamente nello sfolgorio dei riflessi solari: a destra il Golfo di Napoli, a sinistra lo specchio d’acqua antistante la Baia di Jeranto e, di fronte, come un’improvvisa magia, sorta dalle acque, l’isola di Capri. Lo stupore e l’estasi venivano ampliati da una lieve brezza, che scendeva, dall’alto, mescolata ai profumi dei cisti, dei mirti e dei rosmarini e dal frinire delle cicale sparse tra le fronde gli ulivi, che crescevano su quegli scoscesi pendii.
Quel tardo pomeriggio Bashir ebbe la conferma della suggestione, quasi da incantesimo, che l’occaso suscitava in Antonio, come dialogo dell’anima con il principio della Natura. Percepì le emozioni sognanti, molteplici e mutevoli, che dominavano l’animo del giovane e decise di non profferire parola.

“Queste cicale sembrano tutte uguali e sembrano frinire allo stesso modo”, sussurrò, dopo un lungo intervallo, Antonio, quando riemerse dal rapimento del tramonto.
“Non sono uguali”, mormorò Bashir.
“Allora, se una non è uguale ad un’altra, non è affatto, non esiste. Eppure io le sento e, con un po’ di attenzione, posso anche vederle. Ricordo bene Parmenide di Elea, di cui abbiamo parlato qualche tempo fa: ciò che è, è, e non può non essere, ciò che non è, non è, e non può in alcun modo essere. È così, vero, Bashir?”.
“Certo”, gli ribatté.
“Se una cicala non è un’altra cicala, non è affatto neppure essa stessa, quindi, non esiste. Perché, dunque, io le vedo e le posso sentire?”, insistette Antonio.
“Devi ricordarti di Platone, il discepolo di Socrate, l’autore dei Dialoghi, il filosofo dell’Iper-uranio e delle Idee”.
“L’Iperuranio!”, sottolineò Antonio, quasi esaltato. “L’Iperuranio, dove Platone collocò le Idee, non potrebbe essere la nostra mente, unica misura delle cose, di quelle che sono, per ciò che sono, e di quelle che non sono, per ciò che non sono?”.
“Stai citando Protagora di Abdera, un altro fondamento della filosofia greca”, lo riprese Bashir con affetto. “Platone, sempre Platone, potrà dare la risposta al tuo interrogativo e lo farà attraverso un atto criminale, un assassinio, un parricidio. Ammazzerà il padre! Non ti spaventare. I filosofi greci, come tutti i filosofi, amano usare parole disinvolte. Platone, in effetti, non ammazzò mai nessuno. Impressionato dalla ingiusta morte di Socrate, che era stata sanzionata da pavidi politici, timorosi che gli insegnamenti del suo maestro spingessero i giovani a ragionare con la propria testa, si decise ad assassinare, dialetticamente, Parmenide. Nel dialogo sul Sofista, il nostro Platone riporta un dibattito tra i seguaci di Democrito, i materialisti, e gli idealisti, che appella simpaticamente gli amici delle Idee. I primi sostenevano l’esistenza solo delle cose materiali, quelle che sono davanti ai nostri occhi e che si possono vedere con gli occhi e ascoltare con le orecchie, come queste cicale; i secondi, al contrario, asserivano anche l’esistenza delle cose non materiali, cioè delle Idee, in quanto esse vengono pensate e, quindi, conosciute. Gli idealisti, pertanto, mettevano in crisi la concezione delle Idee, come di qualcosa di immobile, di eternamente fisso nell’Iperuranio. Esse, invece, esistono nella misura in cui subiscono l’azione di essere conosciute, che comporta il movimento! Ti risparmio l’esame su tre delle cinque Idee più importanti, ma non posso sottrarmi dal raccontarti delle ultime due, le più significative: l’Idea di Identico e l’Idea di Diverso. Ogni Idea è identica a sé stessa e diversa dalle altre, pur non identificandosi nell’Idea di Identico e di Diverso. L’Idea stessa dell’essere partecipa all’Idea del non essere, perché l’essere è se stesso e, al contempo, non è alcun’altra Idea. Da qui, il parricidio: il non essere, è; il non essere, esiste. Questa cicala non è, lo hai detto poc’anzi, quell’altra cicala oppure non è un cavallo, non è un fiore, non è il sole. Non hai voluto dire, dunque, che questa cicala non esiste, perché la vedi e la senti, ma hai voluto significare che quella cicala non è questo piuttosto che quell’altro, in quanto essa è diversa da questo o da quell’altro. Dire che la cicala non è un cavallo, vuol significare che la cicala è diversa da un cavallo, non che quella cicala non esista. Il non essere, come diversità dall’essere, non come non esistenza: ecco il risultato del parricidio di Parmenide”.
Antonio assentì e rimase in silenzio a riflettere sulla sorprendente disquisizione di Bashir. Poi, di nuovo rapito, ritornò a fissare il sole.
“Sempre bello, ma sempre diverso, al tramonto. Mi rapisce anche perché il suo calare è il preannunzio del buio e al buio le cose non sono colte nella loro pienezza, ma appaiono con contorni non definiti”.
“La notte che segue il crepuscolo è il regno della fantasia, dell’immaginazione e del sogno”, sentenziò Bashir. “Regno anche dell’errore, che soccorre, anch’esso, la conoscenza umana. Platone riteneva più perfetta e sicura la conoscenza intellegibile, l’epistéme, ma non negò valore a quella sensibile, la doxa. La doxa è proprio come la notte, dove le cose percepite non appaiono del tutto chiare nella loro luminosità, in quanto non sono rischiarate dal sole della perfetta conoscenza. Risultano soltanto ombre delle Idee”.
“Le ombre delle Idee!”, ripeté Antonio. “Chissà se le nostre esistenze siano realmente una proiezione imperfetta di qualcosa che dovrebbe essere, invece, perfetto. Chissà se non abbia ragione il mio precettore, padre Torquato, con tutti quei suoi discorsi su Dio e sull’anima. Io non lo so, ma nelle sue parole non avverto lo spirito, né la poesia, mentre l’universo mondo mi appare tutto poesia, Dio stesso è poesia e l’ha usata, con l’armonia, per creare il mondo. Se così non fosse, il mondo e la vita sarebbero uno stonato ritornello”.
“Dio non ha colpa se il mondo, che ha così mirabilmente costruito, è governato da uomini che hanno perduto l’idea della poesia e dell’armonia! Ma ora basta, Antonio, riprenderemo il nostro dialogo in futuro. Sta scendendo la notte, dobbiamo ritornare a casa. I tuoi genitori saranno in apprensione”.

 

14397010

Panorama sull’isola di Capri da Punta della Campanella, a Massa Lubrense (NA)