La nascita, nell’Europa medievale, delle scuole laiche e delle Università, interpretata in maniera molto singolare

 

 

Quanto segue, è tratto dalla mia “Storia (non troppo seria) della Letteratura Italiana”, Il Filo, Roma, 2011, pag. 36

“…Verso la metà dell’XI secolo, tuttavia, qualcosa cominciò a cambiare. Qualcuno, infatti, decise di mettersi in concorrenza con la Chiesa. “Perché devono essere solo loro a insegnare, a scegliere le materie e i programmi? Perché la Bibbia deve rappresentare l’unico manuale di storia, geografia, letteratura, lingua, psicologia, fisica, chimica, architettura, ingegneria, astronomia, religione e pure educazione fisica?”. Molti uomini, allora, totalmente estranei ai ranghi ecclesiastici (questi ultimi avevano l’esclusivo controllo del sapere e lo trasmettevano come a loro più aggradava), quando si incontravano all’osteria, la sera, dopo cena, cominciarono a discutere di filosofia aristotelica la quale, anche attraverso le traduzioni e i commenti dei dotti arabi Avicenna e Averroè, era giunta in Occidente. Così, parla oggi, discuti domani, approfondisci un libro per dopodomani, i conversanti aumentavano sempre di più. Gli osti facevano affari d’oro, perché avevano messo la consumazione obbligatoria e, quando si faceva tardi, fittavano pure qualche camera per la notte con la prima colazione la mattina dopo. Ma la cuccagna, per i gestori di osterie e taverne, non durò troppo a lungo. Ben presto, in tanti decisero di riunirsi in luoghi più adatti alle discussioni, alla lettura e allo studio. Ed ecco che nacquero le prime scuole laiche e le Università che, in due secoli, dall’XI al XIII, sorsero in tutta Europa. Ogni città importante aveva la propria o le proprie. Vi si poteva studiare la filosofia, le lettere, il diritto e le cosiddette arti liberali, fondamento di tutta l’istruzione dei secoli precedenti: la grammatica, la retorica, la dialettica, la musica, l’astronomia, l’aritmetica e la geometria. Tutto era molto ben organizzato: gli studenti, dopo aver letto i testi consigliati dai maestri, sceglievano quale corso seguire e in che materia diventare dotti (da cui, l’odierno dottori). Essi, inoltre, erano liberi di discettare con i docenti, senza dover sostenere esami, né scritti, né orali, ma, semplicemente, confrontando il loro pensiero con quello delle auctoritates antiche, come, ad esempio, Aristotele e tanti altri, e con i compagni di banco. Era, dunque, un metodo di insegnamento e apprendimento molto particolare. Se oggi fosse ancora così, molti studentelli ne approfitterebbero e non imparerebbero un bel niente!…”.

 

Pubblicato l’1 dicembre 2016 su La Lumaca

 


 

               

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