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I Papi, la guerra e la pace: Giovanni XXIII e l’enciclica Pacem in Terris, dell’11 aprile 1963

 

 

Giuseppe Angelo Roncalli, asceso al soglio pontificio col nome di Giovanni XXIII, è stato il 261° papa della Chiesa Cattolica Romana. Nato a Sotto il Monte, il 25 novembre 1881, fu eletto papa nel 1958. In meno di cinque anni di pontificato, riuscì ad avviare il rinnovato impulso evangelizzatore della Chiesa Universale. Morì il 3 giugno 1963.

 

 

La lettera enciclica Pacem in Terris è, insieme con la Rerum Novarum di Leone XIII, il documento pontificio più universalmente noto. Essa fu rivolta oltre che ai Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi e altri Ordinari, aventi pace e comunione con la Sede Apostolica, al clero e ai fedeli di tutto il mondo, nonché a tutti gli uomini di buona volontà. Nella traduzione italiana fu pubblicata col titolo Sulla pace fra tutte le genti nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà. L’enciclica riprese e sviluppò l’approccio metodologico, già presente nell’altra importante enciclica di Giovanni XXIII, Mater et Magistra, del 1961. Si collocò nel contesto della politica mondiale, fortemente connotata dalle personalità di John Fitzgerald Kennedy, negli Stati Uniti d’America, e Nikita Chrusciov, in URSS, protagonisti di una nuova stagione di distensione internazionale, che la crisi dei missili di Cuba, nel 1962, aveva rischiato di compromettere, portando il mondo intero sull’orlo di uno scontro apocalittico. In quell’occasione, papa Roncalli aveva voluto e saputo svolgere un ruolo coraggioso e vincente di mediazione internazionale. L’enciclica è, ancora oggi, nota e apprezzata anche per il ricorso al metodo induttivo, per la distinzione tra errore ed erranti e per l’utilizzo della categoria dei segni dei tempi, nella lettura dei fatti storici. La Pacem in Terris pose il messaggio del pontefice su un piano essenzialmente umano, più che religioso, senza condanne di alcun tipo. Il documento fu il testamento spirituale del papa e riassunse, così, tutto il suo pontificato: combattere il peccato, non il peccatore; soltanto parlando di ciò che unisce, si può superare ciò che divide. Non fu una enciclica teologica, ma, piuttosto, una illuminazione politica, offerta soprattutto ai potenti della Terra. Essa fu accolta nel mondo con entusiasmo, ma in un clima di tensione interno alla Chiesa, per la diffidenza verso quella ventata di novità e di ottimismo, suscitata dalle parole profetiche del pontefice, che sarebbe morto due mesi dopo l’emanazione di quel documento. Nella Pacem in Terris si ritrovava una teologia così poco papale che non è dato rintracciarla in altre encicliche precedenti. Per questo, alcuni accusarono l’enciclica e, con essa, il Concilio Vaticano II (1962-1965), di sconvolgere la tradizione cattolica ortodossa. In un momento storico di confusione e di paura, l’uscita della Pacem in Terris divenne la voce di tutta la famiglia umana, oppressa dall’incubo minacciosamente incombente di una guerra atomica. La Pacem in Terris introdusse novità rinnovatrici per il magistero della Chiesa: l’inaugurazione di un nuovo modo di comunicare, nel senso dei destinatari del messaggio; la concessione di parità umana a tutti gli uomini di buona volontà; l’evoluzione dello stesso concetto di guerra nei rapporti internazionali, dando base teologica alla pace; aver assunto i segni dei tempi come discrimine; la definizione della inseparabilità dei diritti della persona e, quindi, una sorta di assimilazione di fatto tra la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e la Teoria del Diritto Naturale propria del tradizionale insegnamento della Chiesa Cattolica Romana; le distinzioni tra uomini, ideologie, errori ed erranti. Con la Pacem in Terris, papa Giovanni e la sua Chiesa ruppero il monologo degli appelli riservati al solo mondo cattolico, per rivolgersi, per la prima volta, a tutto il mondo, anzi a tutti gli uomini di buona volontà, fossero essi credenti o non credenti. “Sulla fronte dell’enciclica batte la luce della divina rivelazione, che è la sostanza viva del pensiero. Ma le linee dottrinali scaturiscono altresì da esigenze intime della natura umana e rientrano per lo più nella sfera del diritto naturale. Ciò spiega un’innovazione propria di questo documento, indirizzato non solo all’episcopato della chiesa e ai fedeli di tutto il mondo, ma anche a tutti gli uomini di buona volontà. La pace universale è un bene che interessa tutti, indistintamente; a tutti quindi abbiamo aperto l’animo nostro“. Per quanto riguarda la pace, il documento inaugurò una nuova posizione, fortemente innovativa, nonostante la tradizione millenaria della Chiesa, che riconosceva legittimità della guerra giusta. Quando trattò della guerra, non elencò una casistica, per conoscere o scoprire se la si potesse giustificare, nel caso in cui le circostanze obbligassero a farla. Essa partì da tutt’altro punto di vista: dalla pace, intesa come valore assoluto, come anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi. Il papa riconobbe che la guerra non fosse inevitabile, né la pace soltanto un dono, ma entrambi fossero prodotti di un operare umano, cioè di un operare di cui gli uomini fossero responsabili. La guerra non era fatale, come fosse un evento scatenato da forze cieche della natura. Essa poteva e doveva essere evitata, purché ci si impegniasse seriamente ad evitarla. E la pace autentica poteva essere realizzata, a condizione che ci si impegnasse seriamente a realizzarla. Non esistevano più, quindi, guerre giuste, ma solamente guerre che uccidevano e, alla pace fondata sull’equilibrio degli armamenti, c’era l’alternativa di una pace in piena armonia con le profonde aspirazioni degli esseri umani di tutti i tempi. Giovanni XXIII prese, così, radicalmente le distanze dal sistema di deterrenza e sostenne la necessità di un disarmo simultaneo e reciproco e della messa al bando delle armi nucleari, per pervenire a un disarmo integrale, anche degli spiriti, in modo che, al criterio della pace reggentesi sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisse il principio secondo cui la vera pace si potesse costruire soltanto nella reciproca fiducia. Quanto emerse dalla Pacem in Terris era una concezione complessa della pace; essa non era, né poteva essere riconducibile alla pura astensione dai conflitti armati: “In questa nostra età, che si gloria della forza atomica, è alieno dalla ragione, pensare che la guerra sia atta a riparare i diritti violati“. L’aspirazione alla pace poteva essere realizzata soltanto nel pieno rispetto dell’ordine di Dio e solo osservando i principi fondamentali di questo ordine naturale. Principali e insostituibili fondamenti etici della pace, rappresentavano la dignità della persona umana, senza distinzioni di fedi e di convinzioni e i diritti dei popoli. Questi diritti andavano tutelati internazionalmente da un’autorità mondiale che non fosse l’ONU dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, ma l’ONU della comunità dei popoli. La grande novità dell’enciclica fu la teologia dei segni dei tempi, cioè l’accettazione di Dio attraverso l’opera di una Chiesa che doveva operare nel mondo e per il mondo, ma, soprattutto, nella storia, senza pregiudizi e false retoriche. Non si sarebbe dovuto mai confondere l’errore con l’errante, il quale era sempre e, anzitutto, un essere umano, e conservava, in ogni caso, la sua dignità di persona. Gli incontri e le intese, nei vari settori dell’ordine temporale, fra credenti e quanti non credevano o credevano in modo non adeguato, perché aderivano ad errori, potevano diventare occasione per scoprire la verità, perché in ogni essere umano non si spegne mai l’esigenza, congenita alla sua natura, di spezzare gli schemi dell’errore per aprirsi alla conoscenza della verità. La Santa Sede, per la prima volta, assumeva, nei confronti dei due blocchi, una posizione al di sopra delle parti. Essa appariva più disoccidentalizzata, rispetto al passato, anzi, sembrava che il pontefice, con l’enciclica, indirizzasse le sue ammonizioni più verso l’Occidente che verso l’Oriente. Giovanni XXIII non revocò il patrimonio teologico della Chiesa, ma insistette sui diritti dell’uomo, sulla libertà religiosa, sui problemi sociali. Volle presentare la sua Chiesa come uno strumento di dialogo e di cooperazione, offrendo l’assicurazione che la stessa Chiesa avrebbe contribuito al progresso sociale, all’emancipazione degli oppressi, al disgelo dei due blocchi. Le sue ultime parole, però, furono ascoltate con sospetto. Il sospetto, anzi, aumentò e divenne dissenso, da parte dei più conservatori, intransigenti a certe aperture liberali, quando papa Giovanni, clamorosamente, giustificò la collaborazione tra credenti e non credenti.  Con questa enciclica la Chiesa cattolica, per la prima volta nella sua lunga storia, concesse parità umana a tutti gli uomini di buona volontà. Certo, molti dei temi trattati dalla Pacem in Terris erano già stati oggetto di interventi di Pio XII, ma, per la prima volta, si offriva un tale rilievo ad un documento secolare come la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo. Furono messi da parte gli antichi toni inquisitori, per far posto a moderni concetti, come quello dei diritti dell’uomo. L’incubo della guerra atomica fu una costante della Pacem in Terris. Il pontefice, non solo rivolse la sua attenzione verso questa grave preoccupazione, sotto cui viveva la società internazionale, ma mise anche in guardia gli Stati dalle conseguenze fatali per la vita sulla Terra, che gli stessi esperimenti nucleari, a scopi bellici, avrebbero creato. La corsa agli armamenti assorbiva una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche, imponendo sacrifici non lievi agli stessi cittadini di quelle comunità politiche. Pertanto, giustizia, saggezza e umanità domandavano che fosse arrestata la corsa agli armamenti; si riducessero simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti; si mettessero al bando le armi nucleari e si pervenisse, finalmente, al disarmo, integrato da controlli efficaci. Occorreva, però, riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione e, a maggior ragione, la loro eliminazione, fossero possibili o quasi, se, nello stesso tempo, non si fosse proceduto ad un disarmo integrale; se, cioè, non si fossero smontati anche gli spiriti, adoperandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica, il che avrebbe comportato, a sua volta, che, al criterio della pace che si reggeva sull’equilibrio degli armamenti, si fosse sostituito il principio che la vera pace si potesse costruire soltanto nella vicendevole fiducia.

 

I Papi, la guerra e la pace: Pio XII e i radiomessaggi, Ecco alfine terminata, del 9 maggio 1945, e La coesistenza nel timore, nell’errore e nella verità, del 24 dicembre 1954

 

 

Eugenio Pacelli, asceso al soglio pontificio col nome di Pio XII, è stato il 260° papa della Chiesa Cattolica Romana. Nato a Roma, il 2 marzo 1876, fu eletto papa nel 1939. Segretario di Stato di Pio XI, tentò, in tutti i modi, di scongiurare la Seconda guerra mondiale. Morì il 9 ottobre 1958.

 

 

Il breve radiomessaggio Ecco alfine terminata fu trasmesso dalla Radio Vaticana due giorni dopo la resa della Germania nazista (7 maggio 1945) e la fine della guerra in Europa. Nel mondo, invece, essa si sarebbe conclusa soltanto nell’agosto successivo, dopo lo sganciamento delle prime bombe atomiche in Giappone, evento apocalittico, sul quale Pio XII non si pronunciò pubblicamente. Il messaggio costituì un sintetico bilancio delle distruzioni e degli orrori della guerra. Mancò un riferimento esplicito al dramma dell’Olocausto. Di qui, anche la polemica, mai spenta, sui silenzi e i dilemmi di Pio XII. La guerra, finalmente, era finita. Essa aveva accumulato un caos di rovine, materiali e morali. Bisognava, da quel momento, riedificare il mondo. Il primo elemento della restaurazione sarebbe dovuto essere il ritorno a casa, pronto e rapido, di tutti i prigionieri, degli internati, dei combattenti e dei civili. Ognuno si sarebbe dovuto mettere al lavoro per la ricostruzione, animato dal generoso e indistruttibile amore per il prossimo. Se ci si fosse limitati a considerare soltanto l’Europa, ci si sarebbe ritrovati dinanzi a problemi e difficoltà giganteschi, che era necessario superare, per aprire il cammino ad una pace vera, la sola che potesse essere duratura. Essa, infatti, non sarebbe potuta fiorire, se non in un’atmosfera di giustizia e di lealtà, congiunte con la fiducia e la comprensione reciproche. Il mondo avrebbe evitato il ritorno della guerra, vi avrebbero regneranno la vera e stabile fratellanza universale e la pace soltanto se gli uomini avessero avuto un cuore nuovo e un nuovo spirito, seguendo i precetti della legge di Dio e mettendoli in pratica. Il radiomessaggio natalizio La coesistenza nel timore, nell’errore e nella verità rappresentò una delle riflessioni più approfondite e coerenti di Pio XII sulla guerra fredda, in cui, talvolta, fu accusato dalla stampa socialcomunista di essere coinvolto, e, più in generale, sui rapporti tra i due blocchi. Il radiomessaggio, pur senza espliciti riferimenti, tenne conto del passaggio dalla guerra fredda alla pace fredda, cioè, dalla prima timida distensione internazionale, a seguito della morte di Stalin, nel 1953. Il pontefice rivendicò il compito di offrire un ponte spirituale e cristiano di collegamento fra le due opposte sponde dell’Europa. Criticò, con decisione, la coesistenza nel timore, così come la coesistenza nell’errore, che finivano per pregiudicare la possibilità stessa di una coesistenza nella verità. Nel sedicesimo Natale del proprio pontificato, secondo quanto era assicurato da molti, alla guerra fredda si era sostituito un periodo di distensione chiamato, non senza ironia, pace fredda. Questo, però, rappresentava soltanto un breve passo, nella faticosa maturazione della pace. Nel mondo della politica, per pace fredda si intendeva la mera coesistenza di popoli diversi, sostenuta dal vicendevole timore e dal disinganno reciproco. La semplice coesistenza non meritava il nome di pace. La pace fredda rappresentava soltanto una calma provvisoria, la cui durata era condizionata dalla sensazione mutevole del timore e dal calcolo oscillante delle forze presenti. Esaminando le manchevolezze, che impedivano alla pace fredda di essere pace vera e duratura emergevano:
La coesistenza del timore: il fondamento su cui poggiava lo stato di relativa calma era il timore. Ciascuno dei gruppi nei quali era diviso il mondo, tollerava che esistesse l’altro, perché non voleva perire egli stesso. Evitando, così, il rischio di una guerra totale, ambedue i gruppi non convivevano, ma esistevano. Non era uno stato di guerra, ma neppure di pace: una fredda calma. In ciascuno dei due gruppi era assillante il timore per la potenza militare ed economica dell’altro, e vivissima l’apprensione per gli effetti catastrofici delle nuovissime armi. L’assurdo più evidente, che emergeva da questa situazione era che la prassi politica, pur paventando la guerra, le concedeva tutto il credito, come se fosse l’unico espediente per sussistere e l’unica regolatrice dei rapporti internazionali. Appariva assurda quella dottrina secondo la quale la guerra fosse lo sbocco necessario degli insanabili dissensi tra due Paesi. Essa era stata considerata come un dado, da giocare con maggiori o minori cautela e destrezza, non come un fatto morale, che impegnava la coscienza e le superiori responsabilità. Occorsero le rovine prodotte dalla Seconda guerra mondiale perché mostrasse il suo vero volto. La coesistenza nel timore aveva soltanto due prospettive dinanzi a sé: o si sarebbe contratta sempre di più in una paralisi glaciale della vita internazionale, i cui gravi pericoli erano immediatamente prevedibili, oppure si sarebbe innalzata a coesistenza nel timore di Dio, e, poi, a pace vera, ispirata e vagliata dal suo ordine morale.
La coesistenza dell’errore: nonostante la guerra fredda, e, allo stesso modo, la pace fredda, mantenessero il mondo in una dannosa scissione, ciò non impedì che pulsasse, in esso, un intenso ritmo di vita, che si svolgeva, quasi esclusivamente, nel campo economico. Era innegabile che l’economia, avvalendosi dell’incalzante progresso della ricerca moderna, avesse raggiunto sorprendenti risultati, tali da far prevedere una trasformazione profonda della vita dei popoli. Ma era altrettanto vero che essa, con la sua capacità apparente di produrre beni illimitati, esercitasse sui contemporanei un fascino superiore alle sue possibilità. L’errore di una simile fiducia, riposta nella moderna economia, accomunava, ancora una volta, le due parti in cui era diviso il mondo. In una di esse si insegnava che, se l’uomo aveva dimostrato tanto potere da creare il meraviglioso complesso tecnico-economico di cui si vantava, avrebbe avuto anche le capacità di organizzare la liberazione della vita umana da tutte le privazioni e da tutti i mali di cui soffriva; dall’altra parte, invece, guadagnava terreno la concezione che dall’economia e, in particolare, dal libero scambio, si dovesse attendere la soluzione del problema della pace. Entrambe le dottrine apparivano, a Pio XII, infondate e il corso degli eventi aveva dimostrato quanto fosse ingannevole l’illusione di confidare la pace al solo libero scambio. In una delle parti coesistenti nella pace fredda, la libertà economica, tanto esaltata, ancora non esisteva; nell’altra, era addirittura rigettata come principio assurdo. A prescindere da queste considerazioni, però, era necessario persuadersi che le relazioni economiche sarebbero stati fattori di pace, in quanto obbedienti alle norme del diritto internazionale.
La coesistenza nella verità: benché fosse triste notare come la frattura della famiglia umana si fosse prodotta, dall’inizio, tra uomini che conoscevano e adoravano il medesimo Salvatore, nondimeno c’era fiducia che nel Suo nome, si potesse gettare un ponte di pace tra le opposte sponde e ristabilire il vincolo comune spezzato. Il pontefice sperava che la coesistenza avvicinasse l’umanità alla pace e, per giustificare questa attesa, dovesse essere, in qualche modo, una coesistenza nella verità. Non si poteva costruire, nella verità, un ponte tra questi due mondi separati, se non appoggiandosi sugli uomini che vivevano nell’uno e nell’altro, e non sui loro regimi e sistemi sociali. Molti si offrivano per preparare la base dell’unità umana, ma, poiché essa sarebbe dovuta essere di natura spirituale, non erano certamente qualificati per questa opera gli scettici e i cinici, che riconducevano le più anguste verità e i più alti valori spirituali alla scuola di un materialismo, più o meno velato. Né lo erano quelli che non riconoscevano verità assolute e non accettavano obblighi morali,  sul terreno della vita sociale. Nell’attesa che il ponte spirituale cristiano, già esistente tra le due sponde, prendesse più efficace consistenza, i cristiani dei Paesi dove si godeva ancora del dono della pace, dovevano fare il possibile per affrettare l’ora del suo ristabilimento universale. Essi dovevano persuadersi che la verità dovesse essere vissuta e applicata in tutti i campi della vita, non restare chiusa in loro stessi. Più gravi conseguenze, concluse Pio XII, avrebbe causato all’ordine sociale e politico, la condotta dei cristiani che non avessero osservato i propri obblighi sociali nel maneggio dei loro affari economici.

 

I Papi, la guerra e la pace

 

Cominciano, con questo articolo introduttivo, una serie di mie riflessioni storiche, politiche e culturali, sugli atteggiamenti di alcuni papi della Chiesa Cattolica Romana, nei confronti della guerra e della pace, attraverso la meditazione di encicliche, di lettere pastorali, di allocuzioni e di messaggi radiofonici, in quell’arco di tempo che va dal pontificato di Leone XIII (1878-1903) a quello di Giovanni XXIII (1958-1963).

 

Tra gli “inventori” della pace, come è stato definito dallo storico militare Michael Howard, bisogna certamente annoverare Leone XIII, il cui insegnamento, per la universale notorietà dell’enciclica Rerum Novarum, è spesso riduttivamente limitato alle questioni sociali. Un documento di grande rilevanza, nell’ambito che interessa alla mia riflessione, è la lettera apostolica Principibus populisque universis, del 1894, nella quale furono rappresentate forti perplessità sul semplice possesso delle armi, prima ancora del loro uso. Il pontefice scrisse come, da molti anni, si vivesse una pace più apparente che reale e le nazioni, colte da mutui sospetti, potenziassero febbrilmente i propri armamenti. La gioventù era spinta alla vita militare,leonepa il dispendio di risorse economiche, immenso, e stremava le ricchezze nazionali. Lo stato di pace armata era divenuto intollerabile. Leone XIII (immagine a sinistra) definì un concetto di grande attualità: la pace non può essere armata, implica una discussione del sistema di guerra e, per essere positiva, ma anche possibile, deve rinviare ad un ordinamento sociale e politico che sia giusto e venga percepito come tale. L’idea di fondo era che la pace non potesse essere soltanto un periodo in cui la guerra non fosse effettivamente combattuta o imminente. Non pace negativa, ma positiva, interiorizzata. Non semplice aspirazione di idealisti, ma programma di governo desiderabile e praticabile, che implicasse la costruzione di un ordinamento sociale e politico percepito dai più come giusto. A partire da Leone XIII, sul terreno politico-sociale, il messaggio cristiano non poté sottrarsi al confronto con le ideologie, pur correndo il rischio di degenerare anch’esso in ideologia. Benedetto XV, nell’enciclica Ad Beatissimi Apostolorum Principis, del 1914, rilevò come l’Europa in guerra offrisse lo spettacolo più tetro e luttuoso nella storia dei tempi. Le grandi carneficine in atto erano conseguenza del fatto che grandi e fiorenti nazioni fossero ben fornite di quegli orribili mezzi che il BENEDETTO-XVprogresso dell’arte militare aveva inventato. Nel 1917, nella Nota ai capi dei popoli belligeranti, il pontefice ricordò che si fosse rigorosamente attenuto ad una linea di perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti, sforzandosi di fare a tutti il maggior bene. Già in una allocuzione del gennaio del 1915, Benedetto XV (immagine a destra) aveva espresso il fondamento della neutralità della Chiesa, la quale era vista come presupposto e condizione indispensabile per portare avanti vaste iniziative umanitarie, per intraprendere passi diplomatici, al fine di circoscrivere il conflitto, e ripristinare la pace. Non mancavano motivazioni interne: nella guerra erano coinvolti due terzi dei cattolici del tempo. 124 milioni dalla parte dell’Intesa e 64 milioni dalla parte degli Imperi Centrali. La neutralità era la prima condizione per non pregiudicare non solo la pace, ma anche l’unità della Chiesa. Con l’entrata in guerra dell’Italia, la Santa Sede evitò di impegnare il clero e le organizzazioni del laicato cattolico in iniziative di propaganda o mobilitazione pacifista ma non evitò di portare avanti un intenso e riservato lavorio diplomatico, per cercare soluzioni di compromesso. Il pontificato di Pio XI si dipanò tutto nel periodo comunemente detto di “crisi tra le due guerre mondiali”. Il ventennio compreso tra la fine della Prima guerra mondiale e l’inizio della Seconda, fu condizionato dalle tensioni internazionali, che la pace imposta dal Trattato di Versailles (giugno 1919) non riuscì a sanare, dalla rivoluzione bolscevica in Russia e dall’affermarsi di regimi totalitari in Italia, Germania, Spagna e Giappone. Nell’enciclica Ubi Arcano Dei, del 1922, Pio XI dichiarò che la pace, sottoscritta tra i belligeranti dell’ultima guerra, fosse stata scritta soltanto nei trattati, ma non ricevuta nei cuori degli uomini, che ancora continuavano a desiderare di combattersi l’un l’altro. La vera pace, la pax Christi in regno Christi, voluta dalla Chiesa, si sarebbe potuta stabilire solo all’interno della Papst_Pius_XI._1JSvera comunità delle nazioni, offerta dalla Chiesa Cattolica. Nel Novecento, nell’age of extremis, comparve un altro terribile modello di società e di Stato, il totalitarismo fascista e nazista. L’esaltazione, la pratica e la codificazione della violenza, il ricorso alla guerra d’aggressione costituirono parte essenziale della loro identità. Pio XI (immagine a sinistra), che pure cercò, con essi, tramite la politica concordataria, spazi di presenza e di manovra per la Chiesa, sottolineò, nell’enciclica Mit Brennender Sorge, del 937, come il principio secondo cui diritto fosse ciò che è utile alla nazione, staccato dalla legge etica, avrebbe significato, per quanto riguarda la vita internazionale, un eterno stato di guerra. Nell’enciclica Divini Redemptoris, del 1937, il tema della guerra era presente in un paragrafo sul falso pacifismo, allorquando il pontefice sostenne che i capi del comunismo fingessero di essere i più zelanti fautori del movimento per la pace mondiale, ma, allo stesso tempo, eccitassero ad una lotta di classe, che fece correre fiumi di sangue e, sentendo di non avere garanzia di pace, ricorressero agli armamenti illimitati. Pio XII, quando la Seconda guerra mondiale era già iniziata, nell’enciclica Summi Pontificatus, del 1939, mostrò come la radice dei mali della società moderna fosse la negazione e il rifiuto di una norma di moralità universale, fondamento sia della vita individuale che di quella sociale e delle relazioni internazionali. L’azione del pontefice si sviluppò lungo quattro direttrici: attraverso la diplomazia vaticana, guidata dai monsignori Domenico Tardini e Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, e tramite gli episcopati nazionali, per convincere i singoli paesi a non passare tra quelli belligeranti, al fine di limitare il conflitto; enunciando le condizioni e i principi ispiratori di un possibile ritorno alla pace, che non assumesse le connotazioni vendicative del Trattato di Versailles; formulazione di una dottrina ben articolata e capace di offrire punti di arroccamento ai popoli e agli individui per il futuro ordinamento del mondo postbellico.download I tratti fondamentali di questa dottrina sono esposti in messaggi radiofonici natalizi. In quello del 1941, sull’ordine internazionale il papa (immagine a destra) affermò che il nuovo ordinamento internazionale dovesse essere innalzato sulla cima della legge morale, manifestata da Dio stesso, per mezzo dell’ordine naturale e scolpita nei cuori degli uomini con caratteri incancellabili. Legge che doveva essere promossa da tutte le Nazioni, in modo che nessuno potesse porla in dubbio o non rispettarla. In quello del 1942, sull’ordinamento interno, furono presentati cinque punti fondamentali per l’ordine e la pacificazione della società umana: dignità e diritti della persona umana; difesa dell’unità sociale e della famiglia; dignità e prerogativa del lavoro; reintegrazione dell’ordine giuridico; concezione dello Stato secondo lo spirito cristiano. Nel discorso del 1944 sulla democrazia, il pontefice sostenne che l’esperienza della guerra avrebbe fatto in modo che gli uomini si opponessero ai poteri dittatoriali e che richiedessero sistemi di governo più compatibili con la dignità e la liberà dei cittadini. La tendenza democratica avrebbe investito i popoli e ottenuto largamente il suffragio e il consenso di coloro che aspirassero a collaborare più efficacemente ai destini degli individui e della società. Terminata la Seconda guerra mondiale, con le bombe atomiche sul Giappone, cominciarono la Guerra fredda e la corsa agli armamenti. Nel radiomessaggio natalizio del 1955, Pio XII auspicò che si giungesse, per via negoziale, alla sospensione degli esperimenti delle bombe nucleari, alla rinuncia al loro uso e Papa-Giovanni-XXIIIall’avvio di un generalizzato controllo degli armamenti. Giovanni XXIII (immagine a sinistra), nel contesto del pur contraddittorio nuovo clima di dialogo e di apertura di John Fitzgerald Kennedy e Nikita Krusciov, rilanciò il tema della pace come motivo centrale del magistero della Chiesa. L’enciclica Pacem in Terris, del 1963, costituì il punto più alto del suo magistero, in materia non strettamente ecclesiastica o teologica. Scomparve, nel pensiero papale, la nozione di guerra giusta, desunta in parte da Sant’Ambrogio e da Sant’Agostino, come diritto di difendere il prossimo debole e che avrebbe dovuto prevedere: una causa giusta; un’autorità competente che la dichiarasse; una retta intenzione che la giustificasse; essere un rimedio estremo; la probabilità di successo. Nella Pacem in Terris, l’abbandono della teoria della guerra giusta non comportò la semplice rassegnazione nei confronti della violenza e dell’ingiustizia. La pace non rappresentava più l’assenza di guerra, implicava il superamento dei rapporti di dominio tra gli uomini e tra gli Stati, individuava tre interlocutori privilegiati nei lavoratori, nelle donne e nei diseredati del Terzo Mondo, e, infine, si affidava all’ottimismo della Provvidenza.

 

La Guerra fredda

 

 

INTRODUZIONE

Il termine guerra fredda è stato coniato dal giornalista americano Walter Lippman per descrivere la situazione, presente a livello mondiale, in seguito all’esplosione della bomba atomica ad Hiroshima. La fine della Seconda guerra mondiale segnò il declino dell’egemonia europea sul mondo. Le due reali potenze vincitrici, ciascuna detentrice di una propria ideologia e di una propria promessa di benessere universale, risultarono essere gli USA e l’URSS, destinate a dominare gli equilibri mondiali del dopoguerra. Il modello statunitense si fondava sul capitalismo e sull’affermazione dell’economia di mercato su scala mondiale, mentre il modello di origine sovietica (socialismo), basato sulla filosofia marxista, prevedeva una lotta di classe sul piano internazionale, ovvero, uno scontro fra Paesi proletari e Paesi capitalisti. Durante il periodo degli anni ’50, noto, appunto col termine di guerra fredda, i due modelli e i relativi progetti di egemonia si fronteggiarono su scala planetaria. Si definì guerra, per la contrapposizione tra i contendenti e la mobilitazione militare sviluppatasi all’interno dei Paesi coinvolti, fredda, perché le armi prodotte e accumulate in realtà non furono utilizzate. Ciascuna delle due potenze possedeva armamenti distruttivi e sofisticati, sia convenzionali che nucleari. La competizione nell’accumulo di tali armi sostituì il loro uso effettivo e garantì il mantenimento dell’equilibrio. Tali armi, quindi, ebbero, principalmente, una funzione di dissuasione: minacciare l’avversario in modo da impedirgli qualsiasi azione aggressiva. Come affermato dal politologo francese Raymond Aron, la guerra fredda, tuttavia, vide anche l’utilizzo di altre armi: strumenti di persuasione e di sovversione. I due strumenti di persuasione furono rappresentati dalla diplomazia e dalla propaganda, basata, quest’ultima, su un uso spregiudicato dei mezzi di comunicazione di massa, tra cui la radio, e finalizzata a condizionare l’opinione pubblica dei Paesi avversari. La sovversione, invece, utilizzò strumenti clandestini, per infiltrarsi imagesnell’area dell’avversario e minarne le capacità di controllo: ne sono esempi la CIA (agenzia americana di intelligence, cioè di spionaggio e controspionaggio), e il KGB (agenzia sovietica di spionaggio e controspionaggio, interno e internazionale). Il periodo compreso tra il 1945 e gli anni ‘70 fu contrassegnato da una situazione di mobilitazione psicologica, economica e politica, come in precedenza si era verificata solo in periodi di guerra. Nel blocco sovietico, la mobilitazione consistette in una restrizione permanente delle libertà fondamentali, al fine di contrastare la minaccia imperialista; nel blocco occidentale, invece, nell’anticomunismo, con pesanti misure repressive, che portarono all’estromissione dal pubblico impiego di tutti i sospetti simpatizzanti comunisti (una vera caccia alle streghe!) e alla repressione delle minoranze, a partire dai neri, potenzialmente sovversive. Il periodo della guerra fredda presentò diverse fasi: una prima fase di guerra fredda vera e propria, 1947 ai primi anni ‘60, una seconda fase di distensione, dagli anni ‘60 ai primi anni ’70, e una terza fase di tensione internazionale, successiva al 1973.

 

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IL BLOCCO SOVIETICO

Nel dopoguerra, l’URSS era presente, militarmente, nei Paesi dell’Europa orientale, distrutti dalla guerra e che aveva liberato dal nazismo, ma, nello stesso tempo, rappresentava il Paese maggiormente devastato economicamente e demograficamente. Quindi, per garantire la propria sicurezza e la propria ripresa economica, creò una sfera di influenza su quei Paesi, caratterizzati da un regime analogo al socialismo. Il piano sovietico, nel periodo 1945-48, si basò sull’idea delle cosiddette democrazie popolari. I Paesi interessati non passarono direttamente al socialismo (stato a partito unico, collettivizzazione dell’agricoltura, nazionalizzazione images (2)dell’economia) ma attraversarono una fase transitoria, che vide insediarsi governi di coalizione, nei quali, il partito comunista assumeva un’influenza superiore rispetto agli altri e avviava una progressiva introduzione di elementi di socialismo. Nel 1947, tale progetto gradualistico di controllo sui Paesi orientali subì una brusca svolta, dovuta all’offerta americana di estendere ad essi gli aiuti del Piano Marshall. Questo progetto di finanziamento alla ricostruzione dei Paesi distrutti dal conflitto, interessò numerosi governi dell’Europa orientale e, in tal modo, l’egemonia economica statunitense minacciò di estendersi oltre l’Elba. Andrej Zdanov, stretto collaboratore di Stalin e presidente del Soviet supremo (organo legislativo dell’URSS) definì il Piano Marshall, durante un discorso pronunciato a Varsavia, in occasione del convegno di fondazione del Cominform (organismo che prese il posto del Comintern, cioè la Terza Internazionale), “un’arma dei disegni imperialistici americani“. Invitò, pertanto, tutti i Paesi amici dell’URSS ad opporvisi. Nello stesso 1947, si verificò un grave dissidio tra URSS e Jugoslavia, la quale mirava alla costruzione di un regime socialista autonomo e non direttamente condizionato dall’influenza sovietica. Tale contrasto comportò una rottura clamorosa nella sinistra internazionale e nel blocco sovietico. Nel blocco sovietico nacquero regimi di tipo staliniano, in Cecoslovacchia fu soppresso, nel 1948, il governo di coalizione e il leader comunista Klement Gottwald assunse la presidenza della Repubblica, guidando la trasformazione del Paese in una images (3)democrazia popolare, in cui non era previsto il pluralismo dei partiti. In altri Paesi, il regime a partito unico si impose, di fatto, salvaguardando (Polonia e Ungheria) la facciata di partiti socialdemocratici o contadini. Tra il 1948 ed il 1953, si potenziò il controllo sovietico sui Paesi satelliti dell’URSS. Sul piano economico, si assistette alla nascita del Comecon (1949), un organismo centralizzato di coordinamento, che comportò la chiusura degli scambi con l’Occidente e favorì lo sviluppo dell’URSS. Sul piano politico, ebbe luogo il processo già avvenuto in URSS: in Ungheria (processo Rajk), così come in Cecoslovacchia (processo Slansky) si effettuarono grandi purghe di comunisti, che il regime reputava eccessivamente nazionalisti. Fu, così, negata, all’interno dei partiti comunisti, qualsiasi possibilità di dibattito. Nel 1953, si verificò la prima crisi politica del blocco sovietico, pochi mesi dopo la morte di Stalin, avvenuta nel mese di marzo. La prima rivolta in cui i lavoratori manifestarono contro le proprie misere condizioni di vita, fu a Pilsen (Cecoslovacchia), seguita da Berlino Est, capitale della Germania Orientale (Repubblica Democratica Tedesca). Nel 1955, il Patto di Varsavia comportò un potenziamento delle alleanze militari tra gli stati dell’Europa orientale, nei quali la leadership sovietica tentò una sorta di liberalizzazione. Si concesse, quindi, qualche spazio a leader emergenti (Imre Nagy, in Ungheria), si ridimensionarono i capi di stato più compromessi e si intraprese una graduale riconciliazione con la Jugoslavia.

L’EUROPA NEL 1956:NATO E PATTO DI VARSAVIA. IL SISTEMA DI ALLEANZE AMERICANO

Durante gli anni ‘40 e i primi anni ’50, gli USA realizzarono un sistema di alleanze politiche, militari ed economiche, mirato a contrastare la minaccia comunista e a risolvere il problema del declino degli imperi coloniali e della trasformazione degli equilibri economici, presenti a livello mondiale. Nei primi anni del dopoguerra, gli USA diventarono il Paese-guida di uno dei due grandi blocchi, formatisi contemporaneamente durante quel periodo: il blocco sovietico e il blocco occidentale, entrambi aspiranti ad ottenere l’egemonia planetaria. A partire dal 1947, la politica di contenimento del comunismo, lanciata dal presidente Harry Truman, permise agli USA di abbandonare l’isolazionismo e fu ritenuta la più idonea a realizzare, nella migliore images (4)maniera, gli interessi economici e politici americani. Si aprì, così, una fase in cui, negli USA, politica estera e finanza si muovevano di pari passo. Il 5 giugno 1947, il Segretario di Stato americano, George Marshall, annunciò il Programma per la ripresa economica europea (ERP), destinato a fornire aiuti economici per i Paesi europei, per oltre 13 miliardi di dollari: tale Programma è conosciuto con il nome di Piano Marshall. Il piano, originariamente ideato per favorire anche l’Unione Sovietica e la sua crescente sfera di influenza, prevedeva che l’offerta di aiuto economico all’URSS fosse accompagnata da un cambio di politica, comportando, quindi, negli anni immediatamente successivi al lancio del piano, una netta rottura tra i due blocchi. Il Piano Marshall, tuttavia, non aveva soltanto un fine economico, quanto anche politico: mirava, infatti, a far crescere, all’interno dei Paesi europei, l’influenza dei gruppi politici moderati, a discapito di quelli comunisti, e auspicava di ottenere una riconciliazione con la Germania (privata della sua parte orientale). A distanza di due anni nacque un’alleanza militare tra gli USA e i Paesi Europei ad ovest di Trieste: l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). Con la progressiva fine del colonialismo e la conseguente dissoluzione degli imperi coloniali, si temeva un allargamento della sfera di influenza sovietica. Sulla base di questa situazione, la politica degli USA prevedeva di non intervenire nelle aree di rivolta considerate meno rischiose (Nordafrica e India), di convincere Gran Bretagna e Francia ad aprire le loro aree imperiali al commercio internazionale, a potenziare la propria influenza economica e politica a livello europeo e mondiale, come in Grecia e in America Latina, unita agli USA, dal 1948, nell’Organizzazione degli Stati Americani, e di sostenere il colonialismo nelle aree a rischio di espansione del comunismo (colonie francesi dell’Indocina). In seguito alla vittoria del comunismo in Cina, avvenuta alla fine degli anni ‘40, gli USA costruirono, in Asia orientale, un sistema di alleanze politico-militari più complesso e agguerrito di quello creato in Europa, finalizzato a contenere il comunismo. In Giappone, inizialmente occupato dalla potenza americana al fine di disarticolare le basi economiche, politiche e ideologiche del militarismo nipponico, e come forma punitiva per la guerra, si passò, dal 1948-49, durante il governatorato di Douglas MacArthur, ad una politica di incoraggiamento della ripresa economica analoga a quella prevista dal Piano Marshall. A cinque anni da Hiroshima, Giappone e USA passano da Paesi nemici a stretti partner economici e politici. In molti Paesi asiatici, attraversati dalla crisi del colonialismo, gli USA tentarono di sperimentare una soluzione analoga a quella adottata in Germania: la Corea fu divisa in una Repubblica Democratica Socialista (Nord) e in una Repubblica di Corea (Sud), fortemente sostenuta dall’aiuto economico e militare americano; il Vietnam, dopo il 1954, fu suddiviso in Repubblica Democratico-Socialista, al nord, e in uno stato filoamericano al sud; in Cina, dopo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, a Pechino, gli USA tentarono di sostenere economicamente la Repubblica Cinese, insediatasi nell’isola di Taiwan, come unica vera rappresentante del popolo cinese. Questa politica aveva l’obbiettivo di opporre al comunismo degli stati socialisti, nati per via rivoluzionaria nei Paesi colonizzati, un sano nazionalismo asiatico, ispirato ad un modello di Stato nazionale libero (in realtà, quasi sempre dittatoriale).