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The Kills

 

 

La parabola artistica dei Kills è certamente tra le più singolari degli ultimi anni. Per gli amanti del rock puro, quello allo stato brado, senza se e senza ma, i Kills hanno rappresentato una vera e propria boccata d’ossigeno all’inizio del nuovo millennio. Ascoltandoli si ha l’impressione di una band senza tempo, figlia di nessun genere musicale, ma non per indexquesto priva di personalità e di sound originale. Il loro è un rock essenziale, nel suo sound volutamente scarno, senza astrusi ritocchi decorativi e virtuosismi strumentali. Ciò che principalmente cattura è il ritmo incalzante dei loro brani e quella rabbia sempre presente sullo sfondo. Le loro canzoni sono tutte di facili ascolto, pur non seguendo la definizione comunemente nota di “pezzi orecchiabili”. La storia dei Kills si potrebbe definire figlia del caso. Alison VV Mosshart iniziò la carriera di cantante e chitarrista in una punk band nella sua città natale, in Florida. Non ancora maggiorenne, la talentuosa ragazza partì per un tour europeo con la sua band. Fu proprio durante quel tour, mentre era in un appartamento di Londra, che udì della musica provenire dalla stanza accanto. Così avvenne il primo incontro con Jamie Hinche, il quale era, a sua volta, membro di spicco di una rock-band locale. Secondo la leggenda, Alison avrebbe avuto un colpo di fulmine così intenso per la musica di Jamie, da avviare una corrispondenza intercontinentale, finalizzata allo scambio di registrazioni musicali. Inizialmente, i due si mantennero in contatto solo a distanza. Poi, Alison lasciò la sua band e prese un volo per l’Inghilterra, allo scopo di collaborare di persona con Jamie e incidere un disco. Il duo vide la luce nel 2000, con le prime esibizioni in alcuni locali londinesi. Coi nomi d’arte di VV e Hotel, i futuri Kills, grazie al loro sound volutamente scarno ma, al contempo, The-Kills-the-kills-20193618-601-389trascinante, contraddistinto dalle straordinarie capacità vocali di lei e compositive di lui, conquistarono subito una buona parte di pubblico londinese. Passò poco tempo e la stampa inglese iniziò a interessarsi dei due ragazzi. In un articolo, furono addirittura paragonati ai primi Velvet Underground. Paragone probabilmente un po’ azzardato, ma giusto o errato che fosse, contribuì al loro successo. Nel 2002, la band pubblicò il primo EP, intitolato “Black Rooster“, Domino Records. Nel 2003, finalmente, il primo disco: “Keep On Your Mean Side“, Domino Records. E’ un album dal sound estremamente semplice, nel quale si possono ritrovare certe attitudini punk, evidentissime radici blues e strizzatine d’occhio all’elettronica minimale. Il successo non fu enorme, ma il disco ottenne svariate recensioni positive da parte della stampa e fu distribuitokills-midnight-boom anche negli Usa. Bisognerà attendere il 2005, con la pubblicazione di “No wow“, Domino Records (copertina a destra), per il successo planetario. “No wow” è un disco dall’atmosfera piuttosto cupa, spesso claustrofobica. La musica sembra essere perennemente trattenuta, sempre in procinto di esplodere ma mai in grado di farlo. La maturità artistica arriverà solo nel 2008, con la pubblicazione di “Midnight boom“, Domino Records, che è sicuramente il disco meglio riuscito della loro carriera. L’album apre in gran stile col singolo “U.R.A. Fever” (ascolta), in cui le voci dei due talentuosi musicisti si mescolano in un crescendo martellante ma per certi aspetti sensuale. La seconda traccia, “Cheep and cheerfull“(ascolta), è sfegatatamente dance, una filastrocca semplice e immediata, come nel prosieguo saranno anche “Hook and line” (ascolta) e “Alphabet pony” (ascolta). Ma il momento più alto del The_Kills_Heaven_March_2011disco, lo si raggiunge con “Last day of magic” (ascolta), una canzone dal sound gradevolissimo e accattivante, con la voce di Alison (e quella di Jamie che si presta sullo sfondo in un riuscitissimo inserto) che lascia di stucco, così suadente ma aggressiva al tempo stesso. In conclusione, “Midnight boom” non è di certo un capolavoro e di certo non passerà alla storia per aver creato generazioni di proseliti o inventato un nuovo sound, ma è un disco da ascoltare, un disco che ha comunque il grande merito di risultare godibile, trascinabile e mai stucchevole. Un disco che, nella sua semplicità, non scade mai nella banalità, da ascoltare per rilassarsi e trascorrere mezz’ora lontani dai troppi pensieri della quotidianità.

Pier Luigi Tizzano

 

 

 

               

Scorpions

 

Chi non conosce gli Scorpions? Forse in pochissimi. Sono una vera e propria leggenda del rock e, con ogni probabilità, dopo Led Zeppelin, Pink Floyd e Queen seguono proprio loro per fama e milioni di dischi venduti in tutto il mondo (oltre cento milioni). Purtroppo, però, non tutti, anzi, forse in pochi, li conoscono veramente bene. Per la maggior parte delle persone, gli scorpions-546614ff8e615-lScorpions sono quelli di “Wind of change” (ascolta), storica hit del 1991, che scalò le classifiche europee e non. Alcuni, poi, giusto un po’ più colti musicalmente, conoscono anche “Still loving you” (ascolta), storica ballata che, ancora oggi, continua a mettere i brividi. Per la maggior parte delle persone gli Scorpions sono soltanto una band hard rock degli anni ‘80. Ma non è così. Gli Scorpions, infatti, sono ben altro. La loro carriera comincia nei primi anni ‘70 e proprio nei ‘70 hanno dato alla luce i dischi più belli della loro saga (senza voler sminuire assolutamente quanto fatto negli ’80, nei ‘90 e tutt’ora). Essendo io un loro fan sin dall’adolescenza, voglio rendere giustizia a questa band e recensire il loro secondo semisconosciuto lavoro in studio (il mio preferito), datato 1974. Prima, però, voglio raccontare la storia del gruppo. Gli Scorpions sono una hard rock band, fondata nel 1965 ad Hannover (Germania), dal chitarrista Rudolf Schenker. Rimase nell’anonimato per circa quattro anni, poi, nel 1969, Rudolf ingaggiò suo fratello minore Micheal e il cantante Klaus Meine. La scelta si Scorpions-3-¸-Udo-Wegerdimostrò più che giusta e la band iniziò a riscuotere un discreto successo nei locali rock e nei circoli underground. Dopo svariati concerti e ore passate in sala prova, la band sembrò essere pronta per l’esordio. Nel 1972, il loro primo disco: “Lonesome crow“, Rhino Entertainment (ascolta). L’album, purtroppo, non è dei migliori, l’esordio passa inosservato e snobbato dalla critica. Il disco è piuttosto immaturo e chiaramente ispirato ai primi Led Zeppelin, anche se ci sono dei momenti di puro genio, che lasciano capire chiaramente di che pasta siano fatti i ragazzi. E’ chiaro, sin dal primo momento, che la band è composta da ottimi musicisti, ma ha solo bisogno di un po’ di tempo per affinarsi e mettere in chiaro le idee sullo stile da adottare. Gli Scorpions non si danno Scorpions-Fly_To_The_Rainbowper vinti e nel 1974 lanciano sul mercato il loro secondo (capo)lavoro: “Fly to the rainbow“, RCA Records (copertina a destra). Il disco (ascolta), a differenza del primo, viene accolto con molto entusiasmo da pubblico e critica, tanto che la band tedesca guadagna il titolo di “gruppo rock emergente dell’anno”. L’album è sicuramente uno dei migliori della band, ma sarà destinato a rimanere nell’ombra, soprattutto grazie al successo planetario che il gruppo avrà negli 80’ con un hard rock tanto duro quanto ballabile. Il brano di apertura, “Speedy’s coming” (ascolta), canzone breve e veloce, riassume tutto ciò che fanno gli Scorpions: un hard rock duro e fulmineo, ricco di assoli chitarristici, estremamente tecnici e virtuosi. In “They need a million” (ascolta), la band si calma un pochino e tira fuori atmosfere arabe ed esotiche, strizzando l’occhio alla psichedelia floydiana. La canzone racconta dell’irrefrenabile voglia delle persone di accumulare soldi, demonizzando e quasi indicando il denaro come il peggior male dell’umanità (in linea con l’ideologia hippie dominante all’epoca). “Drifting sun” (ascolta), permette al chitarrista di mostrarsi grande fan e allievo di Jimi Hendrix, usando tantissimo la leva del vibrato e vari pedali effettati. Non è sicuramente un brano di facile comprensione, soprattutto perché le ritmiche sono complesse ed elaborate. Molto interessante anche “Fly peolpe fly” (ascolta), ballata quasi strappalacrime, che parla di libertà e voglia di volare, volare verso l’infinito e in luoghi lontani dalla Terra e dai suoi abominevoli peccatori. Altra grande ballata è “Far away” (ascolta), dal ritmo lento e vagamente spagnoleggiante. In “This is my song” (ascolta)compare uno dei primi esempi di chitarra incrociata tra Schenker e Roth, tecnica che la band riproporrà in tantissime canzoni del futuro e ispirerà la musica di gruppi scorpionsimportanti come Judas Priest e Thin Lizzy. Il testo è quasi una filastrocca, basato su due singole frasi che si ripetono in continuazione per tutta la durata del brano e cantate da Klaus in maniera impeccabile. Il momento più alto del disco si ha alla fine, con “Fly to the rainbow“, capolavoro della band e del rock tutto. “Fly to the rainbow” (ascolta)inizia con un intro di chitarra acustica per poi sfociare in una vera e propria cavalcata, in cui dominano chitarre affilate come rasoi e distorte fin quasi all’inverosimile. Il tutto si chiude con un outro psichedelico che sembra un vero e proprio omaggio ai Pink Floyd e al kraut rock suonato da tanti connazionali della band e che proprio in quegli anni viveva in Germani il suo periodo d’oro. “Fly to the rainbow” è sicuramente uno dei capolavori degli Scorpions, un disco da ascoltare con la massima attenzione per non perdere nessun passaggio. Un disco da ascoltare se non altro per poter comprendere a pieno l’inizio della magnifica saga Scorpions. Al suo interno è custodito gelosamente il segreto per capire quella irrefrenabile voglia della band di fare musica “pensata” ma che, al tempo stesso, riesca ad entrare nella testa delle persone la prima volta che la si ascolta. Dopo “Fly to the rainbow” la band produrrà altri ottimi dischi (“In trance“, “Virgin Killer“, “Taken by force“) destinati, più o meno, a rimanere nell’ombra. Tutto il resto, dagli anni ‘80 ad oggi, è leggenda.

Pier Luigi Tizzano

 

               

Mercury Rev

 

Il percorso artistico dei Mercury Rev, eroi della psichedelia contemporanea, è stato tanto poliedrico quanto spericolato, iniziato, coi primi lavori, all’insegna di una psichedelia caotica e delirante e continuato con la riscoperta di un certo pop genuino e orchestrale, condito con atmosfere barocche. I Mercury Rev rappresentano una delle più importanti mercuryrev_1_1354103595realtà dell’underground negli ultimi due decenni. La loro musica affonda le radici nel più glorioso passato. In essa, sono riconoscibili sicuramente influenze beatlesiane, tenue psichedelia stile Velvet Underground e atteggiamenti tipici del progressive. I Mercury Rev nascono nel 1989 a Buffalo, Stati Uniti, e, dopo qualche anno di gavetta e creazioni di colonne sonore per film minori, si ritrovano con la formazione definitiva. Il nucleo iniziale comprende l’originale ed eccentrico David Baker alla voce, il chitarrista Sean “Grasshopper” Mackiowiak, la flautista Suzanne Thorpe, Jimmy Chambers alla batteria, Jonathan Donahue alla chitarra e seconda voce e il bassista Dave Fridmann, già produttore e ingegnere del suono per i Flaming Lips. La storia del gruppo può essenzialmente suddividersi in due grandi fasi: una prima, in cui a farla da padrone è certa psichedelia delirante e drogata, a tratti demente e spesso molto caotica, e una seconda, in cui la band “riscopre” la canzone classica, fatta di strofa e ritornello, e condita da orchestre barocche e atmosfere degne del pop più genuino. Capolavoro della prima fase è “Yerself is steam“, Columbia Records, 1991. Il disco è talmente originale che riesce ad emanciparsi da qualsiasi forma di rock in voga all’epoca. E’ naturalmente lontano anni luce dal grunge (genere che non mai avuto nulla a che vedere con la psichedelia), ma anche da certa psichedelia tipicamente statunitense e dal sound shoegaze. “Yerself is steam” (ascolta) è essenzialmente un disco anarchico, che gioca tutto, o quasi, sulle dissonanze delle chitarre e su dolci melodie di flauto, che creano una atmosfera stralunata e delirante, a volte persino romantica. Dal disco viene Mercury+Revestratto come singolo “Chasing a bee” (ascolta), una ballata malata e decadente, in cui chiaramente si intuisce il devastante uso di droga della band. Da menzionare anche “Blue and black” (ascolta), agghiacciante melodia, retta da piano e orchestra, e cantata da un Baker più stravolto che mai. Degna di nota, anche “Sweet oddysee of a Cancer Cell T’ Th’ Center Of Yer Heart” (ascolta), pura sinfonia di rock psichedelico che accumula, per tre minuti, una tensione in grado di snervare l’ascoltatore, per poi esplodere in uno tsunami di distorsioni ululanti. Il pezzo è uno dei capolavori della band, una sintesi perfetta e cinica del loro modo di fare musica. L’apoteosi del loro rock è, però, nel pezzo finale, “Very sleepy rivers“, (ascolta) una ballata spettrale, dall’atmosfera opprimente e claustrofobica, dove la chitarra ripete in continuazione una melodia svogliata e Baker, come in preda a un bad trip, canta in modo delirante, prima biascicando, poi urlando come un indemoniato. Il disco è un fulmine a ciel sereno, una sorta di anomalia nel panorama rock dell’epoca. Poche band riescono a suonare un rock così rumoroso ma condito da arrangiamenti curatissimi nei dettagli e melodici. Purtroppo, per una serie di vicissitudini discografiche, e a causa di Baker, che suona sempre imbottito di droghe, rovinando spesso le esibizioni live, l’album non avrà un gran successo e sarà snobbato da gran parte della critica. Dopo “Yerself is stem“, è la volta di “Boces” Beggars Banquet Records, 1993, secondo disco del primo corso psichedelico della band. “Boces” è, però, meno estremo e più dolce nelle melodie, ben lontano, quindi, dall’essere il clone del primo disco.Mercury_Rev_Lo_Res_Album_Art Dopo “Boces“, inizia la seconda fase della loro carriera musicale, all’insegna della riscoperta della canzone classica e del pop barocco e orchestrale. Simbolo per eccellenza di questo nuovo corso è “Deserter’s song“, V2 Records, 1998 (copertina a destra). “Deserter’s song” è un album elegante e dall’orchestrazione magniloquente, dalle atmosfere che richiamano la Belle Époque e dal cantato dolce e aggraziato. In quasi ogni pezzo del disco è presente una sorta di progressione per accumulazione, in base alla quale le canzoni iniziano con arrangiamenti scarni, eseguiti da pochi strumenti, per sfociare, pian piano, in un’apoteosi di suoni, che creano atmosfere sognanti. L’apertura è affidata a “Holes” (ascolta), canzone fiabesca e incantata, che sembra quasi aver la capacità di fermare il tempo. Poi, il capolavoro “Tonite it shows” (ascolta), introdotto da xilofono e fiati, cui seguono arie fantasy che accompagnano l’ascoltatore in un mondo di fiabe e folletti. “I collect coins” (ascolta), invece, spiazza tutti. Dopo aver messo in mostra la loro abilità di arrangiatori classici, i Mercury Rev, con questa mini ballata di piano, sembrano portare indietro nel tempo, per far assaporare la bellezza della musica anni ‘30. “Opus 40” (ascolta) è il pezzo più melodico del disco, un’orgia di suoni, colori e vitalità, un ritornello dalla spontaneità disarmante. “Hudson line” (ascolta) è una melodia hqdefaultingenua e infantile, puntellata dal sassofono e da sporche chitarre elettriche. “Goddess on a Highway” (ascolta) è il pezzo più rock del disco, anche se mantiene costante spensieratezza e ingenuità. “Deserter’s song” è, in conclusione, un capolavoro in cui tutto è perfetto, lussuoso e trasognante. Un’opera maestosa che non si può ascoltare con leggerezza, ma viverla e starci dentro. E’ un disco che chiede intimità, da ascoltare in solitudine, per poter essere apprezzato a fondo e capirne la grandezza. “Deserter’s song” è un disco assolutamente privo di tempo e avulso dal suo tempo, che si eleva fino ad altezze irraggiungibili per la maggior parte delle band anni ‘90. E’ forse la più bella esperienza musicale dei ‘90.

Pier Luigi Tizzano

 

               

Slowdive

 

La straordinaria intuizione di fondere le atmosfere eteree del dream pop coi riverberi distorti degli shoegazer, ha fatto degli Slowdive una delle band più originali sulla scena underground dei primi anni ‘90. Il loro sound, suggestivo ed evocativo, pieno di colore e fantasia,slowdive_1 ha colpito dritto al cuore gli appassionati di rock e non solo. Gli Slowdive rappresentano, senza ombra di dubbio, l’ala più romantica del movimento shoegaze. Anzi, essi sono la band più significativa di questa particolare corrente, che caratterizzò la scena britannica, tra il finire degli ‘80 e gli inizi ’90, ancor più dei My Bloody Valentine (leggi articolo), band troppo originale e fuori dagli schemi, per poter essere inquadrata con facilità in qualsivoglia genere. Siamo nel 1989, quando tre ragazzi timidi, poco più che adolescenti, decidono di metter su una band e inseguire il loro sogno musicale. Si tratta di Neil Halstead e Rachel Goswell, al canto e alle chitarre, e di Nick Chaplin al basso. Sarà presto reclutato un batterista, Adrian Sell, e, infine, si unirà anche un terzo chitarrista, Christian Savill. Il nome della band si ispira a un sogno fatto dal bassista e non come erroneamente spesso si crede, alla famosa canzone dei Siouxsie. La prima demo tape, contenente due canzoni, in cui le voci sussurrate e sognanti vengono sommerse da distorsioni Slowdive-maindi chitarre lancinanti, li accosta subito al movimento degli shoegazer, che viveva in quegli anni il suo periodo di massimo splendore. Nel 1990, finalmente, un contratto discografico e la band dà vita al primo omonimo Ep. A far colpo sul pubblico ci pensa “Avalyn” (ascolta), una canzone lenta e rarefatta, in cui inizia ad emergere il loro stile personale e una visione piuttosto pessimistica della vita. La musica avanza lenta e, come in trance, le voci sono soffuse, eppure dal forte potere evocativo. E’ chiaro, ascoltando il brano, che il rock degli Slowdive è l’ideale punto d’incontro tra il dark dei primi anni ‘80, i rumori degli shoegazer e le atmosfere sognanti dei Cocteau Twins (leggi articolo). Con il secondo Ep, “Morningrise” (ascolta), la band perfeziona il suo stile e inizia a volare alto, tra un pubblico, che li segue, sempre più numeroso. La title track è una ballata di rara bellezza, disarmante, di quelle che lasciano col fiato sospeso. Just_For_a_DayPoi, c’è “Losing today” (ascolta), dalle atmosfere cupe e tenebrose, cantata con un filo di voce, quasi impercettibile. Ormai, tutto è pronto per il gran debutto e, nel 1991, la band crea “Just for a Day”, Creation Records (copertina a destra), il grande capolavoro della loro carriera musicale. Dopo gli splendidi Ep, l’attesa era forte e da loro ci si aspettava un gran disco. “Just for a Day” andò ben oltre le aspettative del pubblico più esigente. Ascoltarlo è un’esperienza che può segnare per la vita. E’ un po’ come entrare in quei quadri che ritraggono panorami solenni e incontaminati, avvolti, però, da una nebbia lattiginosa, che crea quell’atmosfera un po’ malinconica, In tal senso, si può citare come esempio “Catch the breeze” (ascolta), una canzone dominata da un ritmo irregolare, sul quale si inseriscono chitarre tintinnanti e una melodia triste, ma dal forte impatto emotivo, e con un ritornello di un romanticismo senza tempo. Poi, il finale strumentale, con le tre chitarre che intrecciano i loro feedback, creando una musica che è pura astrazione ambientale. Si può, inoltre, riportare “Ballad of sister Sue” (ascolta), una ballata tragica e struggente, maledettamente malinconica ma che non intristisce l’ascoltatore, bensì lo rapisce, per trasportarlo in un mondo dove malinconia è bellezza, pura, ingenua, incontaminata. Altrove, invece, prende il sopravvento la bellezza della melodia, celestiale e maestosa. maxresdefaultE’ il caso di “Celia’s dream” (ascolta) e dell’omaggio ai maestri Cocteau Twins, “Brighter” (ascolta). La band riesce anche ad evitare di essere ripetitiva, producendo canzoni ambiziose che vanno oltre il semplice concetto di strofa-ritornello. E’ il caso di “Spanish air” (ascolta), un pezzo possente ed orchestrale, ai limiti del progressive, una lunga cavalcata onirica con un ritornello medioevale e un arrangiamento tanto elegante quanto complesso. La chiusura del disco è affidata a “Primal” (ascolta), una canzone per certi versi devastante, ma avvolta in una sorta di trance mistica, che evoca la ricerca della pace interiore, almeno fino a quando non trova spazio un crescendo che sfocia in una magnifica psichedelia strumentale. Definire “Just for a Day” un capolavoro è forse riduttivo. “Just for a Day” è una vera e propria opera d’arte, firmata da ragazzi poco più che ventenni. Un’opera immensa, maestosa, incontaminata, visionaria e rivoluzionaria, onirica e sensuale. Un disco da ascoltare fino a perdere i sensi ed estraniarsi dalla realtà. Irripetibile e immortale.

Pier Luigi Tizzano

 

 

               

Sisters of Mercy

 

Ascoltare i Sisters of Mercy è un po’ come fare un viaggio dannato negli inferi del rock. Tra voci catacombali, cavalcate elettroniche e danze tribali, la band è riuscita nell’impresa di stregare l’intera generazione anni ‘80 e non solo. I Sisters of Mercy, assieme ad altre band sistersofmercy_1_1354922937importanti come i Bahuaus o la “regina della notte” Siouxsie, sono tra i principali protagonisti della stagione dei “darkettoni”, ragazzi vestiti rigorosamente di nero e adoratori di una musica tetra e depressa. Ma, in realtà, la band britannica è andata ben oltre gli stereotipi del genere, riuscendo a coniare un sound personalissimo, dato dalla combinazione tra chitarre distorte, in stile hard rock, e ossessive ritmiche elettroniche. Un sound maestoso e imponente, capace di evocare passioni violente, grazie anche al timbro vocale del “messia del gotico”, il cantante Andrew Eldritch, vero e proprio asso della band. Il gruppo si forma in Inghilterra, a Leeds. Sisters of Mercy (sorelle della misericordia) sono le prostitute dell’omonima canzone di Leonard Cohen. La band ama l’ambiguità tra il significato originale dell’espressione, che si riferisce ad un ordine di suore, e la prostituzione. latestL’esordio non è dei più facili. Partiti da un funk rock snobbato dal pubblico, il timone della nave è presto preso da Eldritch, il quale, col suo carisma e la sua voce cavernosa, riesce a conquistare i patiti del rock e, in particolare, della darkwave anni ‘80. Nel 1983, la band riesce a sfondare ed entrare nell’olimpo degli dei del dark, assieme a Siouxsie, Bahuaus, Cure e Joy Division. I Sisters of Mercy irrompono sulle scene con un sound rock molto elettronico, ossessivo e pieno di riferimenti esoterici. Con questa formula, arrivano i primi successi, come “Anaconda” (ascolta) e “Alice” (ascolta), destinata, poi, a diventare uno dei loro capolavori. “Alice” sembra il classico pezzo in stile Siouxsie, a cui si aggiunge, però, quel tocco di originalità, grazie alla voce lugubre del “messia del gotico”. I Sisters of Mercy sono ormai pronti per il grande passo e registrano il loro primo Ep, “The Reptile House“, Merciful Release, 1983 (ascolta). In questo Ep sono già presenti i primi gioielli della band, come la cover spettrale di “Gimme Shelter” (ascolta) e “Temple of Loveindex (ascolta), destinata a divenire leggenda, uno dei più grandi pezzi della storia del dark e del rock tutto. Subito dopo l’Ep, la consacrazione a dark band di culto con l’album “First and last and always“, Merciful Release, 1985 (copertina a destra). Il disco è, in assoluto, il più brillante della loro carriera. La band riesce a coniare, sin dall’esordio discografico, uno stile assolutamente unico. Le loro atmosfere sono tra le più macabre della stagione dark, grazie, soprattutto, al cantato catacombale di Eldritch. Ma ascoltandoli, il lato oscuro della loro musica passa a volte inosservato, perché i Sisters of Mercy riescono, nonostante tutto, a proporre canzoni ballabili e di una certa metodicità. “First and last and always” (ascolta) è una sintesi di tutto il loro modo di fare, e contiene, tra l’altro, la canzone più malata della band: “Marian” (ascolta), una spaventosa danza macabra, un cerimoniale tetro e di eterna perdizione, cantato dal “messia del gotico” in un tono così basso e cavernoso da incutere persino paura. “Marian” è una canzone che da sola vale un intero disco ed è, senz’altro, uno dei capolavori indiscussi del dark e, oserei dire, del rock tutto. Oltre “Marian“, nel disco spicca anche “Black Planet” (ascolta), una canzone depressa e ipnotica, con tanto di cori liturgici come da migliore tradizione del dark. “Walk away” (ascolta) è, invece, una canzone sfrenata e distruttiva, in cui si nota chiaramente l’influenza dei Cure. “Possession” (ascolta) è un vero e proprio rituale del male: TSOM85+-+1una canzone lenta e paranoica, dall’atmosfera tanto avvolgente quanto inquietante. Il disco chiude in bellezza, con un altro capolavoro, la lunga “Some kind of stranger” (ascolta), che sembra quasi voler evocare una marcia di dannati verso l’inferno. Dopo il primo disco la band pubblica altri due validi album, per poi sciogliersi. “First and last and always” rimane il loro capolavoro assoluto, un disco tetro e claustrofobico, depresso e pieno di paure. Un disco dominato da danze macabre e misteriose e che, grazie alle sue atmosfere da rituale occulto, mescolate a ritmi ballabili, sembra quasi voler invitare l’ascoltatore ad affrontare i propri demoni interiori e non aver paura dell’ignoto. Un disco che accompagna nelle tenebre e mostra che, in fondo, queste non sono così negative come abbiamo sempre creduto.

Pier Luigi Tizzano