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Goffredo di Monmouth

L’invenzione della Britannia

 

 

 

 

Goffredo di Monmouth (circa 1100-1155) è un personaggio chiave per comprendere i meccanismi attraverso cui la letteratura medievale ha contribuito a costruire identità politiche, mitologie nazionali e strutture narrative di lungo corso. Autore colto, probabilmente di origine gallese, e parte della cultura clericale normanna che dominava l’Inghilterra dopo la conquista del 1066, operò in un contesto di forti tensioni culturali: tra tradizione celtica e potere normanno, tra oralità autoctona e scrittura latina, tra storia e leggenda.
L’opera che lo ha reso celebre, Historia Regum Britanniae (Storia dei re della Britannia), è un testo complesso, che si finge cronaca storica ma è, nei fatti, una narrazione epico-leggendaria. Scritto in latino attorno al 1136, copre un arco temporale vastissimo, dalla mitica fondazione dell’isola da parte di Bruto, discendente di Enea, fino all’arrivo dei Sassoni e al declino del potere britannico.
Goffredo sostiene di aver tradotto un antico manoscritto in lingua britannica, che gli sarebbe stato affidato da un certo Walter, arcidiacono di Oxford. È molto probabile che questo non sia mai esistito e che si tratti di un espediente retorico per conferire autorità e legittimità alla sua narrazione. Tale elemento, però, è cruciale: l’opera si presenta come tradizione ma è in realtà costruzione, un’invenzione che si maschera da riscoperta.


Il racconto vero e proprio comincia con l’eroe troiano Bruto, pronipote di Enea, il quale, esiliato e guidato dalla dea Diana, giunge in un’isola abitata solo da giganti. Dopo averli sconfitti, fonda una nuova città sulle rive del Tamigi: Troia Nova, destinata a diventare Londra. L’isola, inizialmente chiamata Albion, viene ribattezzata Gran Bretagna in suo onore. Alla morte di Bruto, i suoi tre figli si dividono il regno: Locrino ottiene Loegria (Inghilterra), Kamber la Kambria (Galles) e Albanactus l’Alba (Scozia). Il racconto procede con una rapida carrellata di discendenti, tra cui Bladud, che pratica la magia e muore tentando di volare. Segue la storia di re Leir, che decide di spartire il regno tra le tre figlie: Goneril, Regan e Cordelia. Le prime due, lusinghiere, ricevono le terre; Cordelia, sincera e sobria nelle parole, viene diseredata. Goneril e Regan tradiscono il padre, che finisce esiliato. Pentito, Leir trova rifugio presso Cordelia, ora regina dei Franchi. Con il sostegno di Aganippus, marito di Cordelia, Leir riconquista il trono, regna altri tre anni e muore. Cordelia sale al trono ma viene rovesciata dai nipoti Margano e Cunedagio, che si dividono il regno prima di entrare in conflitto. Cunedagio prevale e unifica il potere. La storia prosegue con lotte dinastiche, tradimenti e guerre civili. Il re Gorboduc lascia due figli, Ferrex e Porrex, che si uccidono a vicenda. Ne segue una guerra intestina che porta alla divisione del potere. Da questo caos viene fuori Dunvallo Molmuzio, re di Cornovaglia, che sconfigge gli altri pretendenti, unifica l’isola e istituisce le “leggi mulmotine”, ancora celebri tra gli inglesi. Dopo di lui, i figli Belino e Brennio combattono una guerra civile prima di riconciliarsi grazie alla madre. Insieme saccheggiano Roma; Brennio rimane in Italia, Belino torna a governare la Gran Bretagna. Il regno passa poi a re Lud. Alla sua morte, il fratello Cassivellauno governa in vece dei nipoti ancora minori, nominando Androgeus duca di Kent e Trinovantum, e Tenvantius duca di Cornovaglia. Cassivellauno affronta l’invasione di Giulio Cesare, che tenta per due volte di sottomettere la Gran Bretagna ma viene respinto. Dopo un conflitto interno tra Cassivellauno e Androgeus, quest’ultimo si allea con Cesare, che invade di nuovo. Alla fine, Cassivellauno si arrende e firma la pace. Gli succede il nipote Tenvantius, padre di Cunobelino, a sua volta padre di Guiderio. Quest’ultimo rifiuta di sottomettersi a Claudio e viene ucciso. Suo fratello Arvirargo resiste, ma poi si arrende, ottenendo in sposa Genvissa, figlia dell’imperatore. Il governo dell’isola resta nelle mani britanniche, anche se sotto influenza romana. Segue una lunga sequenza di re, tra cui Lucio, il primo sovrano cristiano, e altri legati al potere romano. Quando i Romani si ritirano, i Britanni si ritrovano indifesi contro le invasioni di Pitti, scozzesi e danesi. In assenza di rinforzi, chiedono aiuto al re di Bretagna (Armorica), che invia suo fratello Costantino. Dopo la morte di Costantino, il potere viene usurpato da Vortigern, che elimina il giovane erede Constante e chiama i Sassoni (Hengist e Horsa) come mercenari. Questi ultimi si ribellano e conquistano parte dell’isola. A questo punto appare Merlino. Goffredo interrompe la narrazione per riportare una raccolta di profezie enigmatiche, che anticipano eventi futuri e alludono anche alla realtà politica normanna. La narrazione riprende con Aurelio Ambrosio e Uther Pendragon, figli di Costantino, che crescono al sicuro in Armorica. Tornati da adulti, uccidono Vortigern e riconquistano il regno. Dopo l’avvelenamento di Ambrosio, Uther prende il potere. In battaglia si innamora di Igerna, moglie del duca Gorlois. Con l’aiuto magico di Merlino, la possiede sotto mentite spoglie: nasce così Artù. Alla morte di Gorlois, Uther sposa Igerna. Dopo nuove guerre contro i Sassoni, Uther vince ma muore a sua volta, avvelenato. Artù diventa re e schiaccia i Sassoni. Conquista la maggior parte del Nord Europa e stabilisce un lungo periodo di pace. Ma Roma, guidata da Lucio Tiberio, pretende tributo. Artù invade la Gallia e lo sconfigge. Mentre è via, il nipote Mordred usurpa il trono e sposa Ginevra. Artù torna, lo uccide nella battaglia di Camlann ma resta ferito a morte. Viene portato ad Avalon e affida il regno a Costantino, figlio del duca di Cornovaglia. Dopo Artù, i Sassoni tornano. La stirpe reale sopravvive fino a Cadwallader, ultimo re britannico, costretto a fuggire e poi ritirarsi a Roma dopo aver ricevuto una rivelazione divina: i Britanni non governeranno più. Muore in esilio, mentre i Sassoni prendono definitivamente il controllo e i Britanni si rifugiano in Galles.


Lo scopo di Goffredo è chiaro: offrire alla Britannia (intesa come isola e come concetto identitario) una storia nobile e coerente, fondata su origini troiane, legami imperiali e una dinastia regale autoctona che precede, anzi anticipa, la grandezza di Roma. In questo senso, Goffredo non è solo un narratore ma un ideologo della nazione ante litteram. In un’epoca in cui l’Inghilterra era divisa da tensioni etniche e linguistiche (anglosassoni, normanni, gallesi), l’Historia consegna una visione unificata e glorificata del passato.
Il più potente lascito dell’opera è senz’altro la figura di Re Artù. Goffredo non inventa il personaggio, che era già presente nella tradizione gallese orale e in testi come gli Annales Cambriae e la Historia Brittonum attribuita a Nennio, ma ne realizza la canonizzazione narrativa. Lo trasforma da eroe tribale a re universale, da guerriero locale a imperatore cristiano. Nel suo racconto, Artù non solo difende la Britannia dai Sassoni ma conquista l’Irlanda, l’Islanda, la Norvegia, la Gallia, arrivando a minacciare direttamente l’autorità di Roma. La narrazione arturiana di Goffredo è intrisa di elementi imperiali e cavallereschi: l’ordine, la giustizia, la magnificenza della corte, la lealtà dei cavalieri. L’Artù di Goffredo è la risposta britannica a Enea, ad Alessandro Magno, a Carlo Magno.
Tuttavia, è importante notare che nella Historia non si trovano ancora alcuni elementi che oggi associamo al ciclo arturiano: la Tavola Rotonda, la ricerca del Graal, la storia d’amore tra Lancillotto e Ginevra. Questi aspetti verranno sviluppati più tardi da autori come Chrétien de Troyes, Wace, Layamon e, nel XV secolo, Thomas Malory. Ma senza la Historia Regum Britanniae, questo universo narrativo non avrebbe preso forma. Goffredo fornisce lo scheletro, saranno altri a rivestirlo di carne, sentimenti e simbolismo.
Altro personaggio fondamentale dell’opera è Merlino (Merlinus), figura ambigua e carismatica che incarna il sapere magico e la profezia. Goffredo gli dedica una sezione specifica (Prophetiae Merlini), che circolò anche come testo autonomo. Le profezie di Merlino sono spesso oscure, ricche di simbolismi animali e metafore e hanno avuto una notevole influenza nella cultura medievale, soprattutto nella politica dinastica. In epoca medievale, le profezie non erano meri giochi letterari: erano strumenti di potere. Monarchi, cronisti e chierici le utilizzavano per legittimare pretese dinastiche o delegittimare avversari. Le profezie di Merlino furono interpretate, rimaneggiate e adattate per secoli: basti pensare al loro uso durante la Guerra delle Due Rose e nei testi di John Dee durante l’epoca elisabettiana.
La fortuna dell’Historia Regum Britanniae fu enorme. In pochi decenni dalla sua redazione, l’opera divenne un bestseller medievale. Ne esistono oltre 200 manoscritti, molti dei quali splendidamente miniati. Il testo fu tradotto e rielaborato in diverse lingue: francese, inglese, gallese, e perfino islandese. Robert Wace, con il Roman de Brut (circa 1155), la rielaborò in versi francesi, introducendo per la prima volta l’idea della Tavola Rotonda. Layamon, nel suo Brut in inglese antico (fine XII secolo), ne ampliò il respiro epico, intrecciando la narrazione arturiana con le tradizioni sassoni. In Galles, la tradizione profetica di Merlino si fuse con quella del bardo Myrddin, generando una nuova letteratura pseudo-profetica. Nel tardo Medioevo, la leggenda arturiana si integrò nei grandi cicli cavallereschi continentali: il Lancelot-Graal, la Vulgata, il Mort Artu. In epoca rinascimentale, Artù fu ripreso da Edmund Spenser (The Faerie Queene) e celebrato come simbolo della continuità britannica sotto la regina Elisabetta. Nel Romanticismo, fu riscoperto come figura nostalgica e ideale, protagonista dei versi di Alfred Tennyson nei Idylls of the King (XIX secolo).
A partire dal XIV secolo, e con l’avvento della storiografia critica rinascimentale, l’autorità storica della Historia fu messa in discussione. Umanisti e antiquari come Polidoro Virgili iniziarono a denunciare la falsità delle origini troiane della Britannia. Gli storici moderni concordano nel ritenere l’opera una costruzione letteraria priva di fondamento fattuale. Eppure, la potenza culturale del testo ha resistito. Goffredo di Monmouth ha avuto un impatto paragonabile a quello di Omero per i greci o di Virgilio per i romani: non per la verità storica ma per la capacità di plasmare un immaginario collettivo.
Goffredo non è uno storico nel senso moderno del termine ma è stato uno dei più ragguardevoli narratori politici del Medioevo. La sua opera non solo ha creato una mitologia nazionale per la Britannia ma ha generato un intero universo narrativo che continua a vivere nei romanzi, nei film, nei giochi, nei fumetti e nella cultura popolare globale. Ha saputo intrecciare mito e potere, leggenda e propaganda, costruendo un passato che non era mai esistito ma di cui milioni di persone, per secoli, hanno sentito il bisogno di credere.

 

 

 

 

I Canti di Giacomo Leopardi

 

 

 

Per anni, ho tenuto questa sublime raccolta poetica sul comodino accanto al mio letto, leggendone, ogni sera, qualche verso, prima di addormentarmi. tumblr_mibi5ajPwA1s2cwoio1_1280In copertina dell’edizione che posseggo, vi è raffigurato un particolare del quadro di Giuseppe Pietro Bagetti, Notturno con effetto di luna (immagine a destra), bellissimo. È stato il libro che in assoluto ho regalato di più, ovviamente, alle donne. Tutte quelle che, finora, sono state importanti per me, ne hanno una copia, con la mia dedica in prima pagina. Ad ogni modo, comunque, nulla di meglio degli stessi versi di Leopardi potrebbero dare spiegazione di se stessi, ma, se riportassi qui di seguito, verso dopo verso, tutti i componimenti inclusi nei Canti, commetterei un plagio maldestro, nonostante non debba diritti d’autore a nessuno. Il rimando al testo leopardiano, qui, è d’obbligo, altrimenti, qualsiasi mio sforzo sarebbe inutile. Quindi, consiglio vivamente, una volta terminata la lettura di questo articolo, di giacomo-leopardi-ragazzoaprire una qualsiasi edizione dei Canti, oppure, di digitare Canti in un qualsiasi motore di ricerca su internet, e leggere. Solo così, l’arte del grandissimo Giacomo Leopardi (immagine a sinistra) potrà far breccia nei cuori dei lettori. Ciò, tuttavia, non mi esenta dal compito di raccontarne i tempi della composizione, i temi e tutte quelle altre utili notizie che possano essere preparatorie alla lettura vera e propria. Bene, i testi poetici contenuti in questa cassaforte di preziosi preziosissimi furono composti dall’autore lungo quasi tutta la sua vita e pubblicati man mano, prima di finire nelle due principali edizioni dei Canti, del 1831 e del 1835. Il tramonto della luna e La ginestra, invece, furono aggiunti nella definitiva edizione postuma del 1845. Ora, se qualcuno mi chiedesse: “Di cosa parla l’Infinito?”. Io risponderei: “Questo idillio è una proiezione della mente dell’autore, una mente infinita, a beautiful mind, direbbero gli americani. Solo, sul colle dell’Infinito, non lontano da casa, a Recanati, al poeta non è possibile ammirare il panorama, a causa della siepe che da tanta parte de l’ultimo orizzonte il guardo esclude (vv. 2-3). E, allora, lui immagina, con la sua mente percorre l’infinità dello spazio e del tempo, l’eternità, e, per una volta felice, il naufragar gli è dolce in questo mare. “E il Bruto minore?”. “Questa canzone ha un significato molto profondo. Bruto, uno degli assassini di Cesare, è a Filippi, sul campo di battaglia, dove, insieme con Cassio, è stato sconfitto da Antonio. L’uomo, assassinando Cesare il dittatore, in cuor suo sa di aver agito per difendere la Repubblica e la libertà di Roma e, per questo, non è soltanto la sconfitta in battaglia a rattristarlo, quanto piuttosto il fatto che il suo gesto e il suo amore per la libertà non siano stati compresi. cetraCosì, si uccide, sicuro di non essere ricordato da nessuno”. “E’ vero che L’ultimo canto di Saffo tratta un tema simile al Bruto minore?”. “In un certo senso sì. La poetessa Saffo (immagine a destra) è innamorata di Faone, che la respinge, perché, nonostante sia molto colta e compita, non è bella. La Natura maligna ha fatto sì che gli uomini preferissero la bellezza del corpo alle virtù dell’intelletto e, nell’impossibilità di trovare un senso a queste cose, Saffo si uccide”. “Quali sono gli argomenti della canzone Alla Primavera o delle favole antiche?”. “Beh, il riferimento a questa stagione, simbolo della natura che ogni anno si rinnova, è inteso dal poeta in contrapposizione alla primavera della storia, vale a dire a quell’età originaria in cui gli uomini vivevano in armonia con la Natura avvertendone, grazie alla forte potenza immaginativa di cui erano dotati, aspetti nascosti e spirituali in ogni sua creatura. Purtroppo, però, a causa dell’evoluzione delle civiltà, essi hanno perso tutto ciò, conoscendo il vero delle cose, ovvero la tristezza e l’infelicità.” “Chi era Silvia e che cosa fece per meritarsi la splendida canzone a lei dedicata?”. “Silvia, in realtà, si chiamava Teresa Fattorini ed era figlia del cocchiere di casa Leopardi. Non è facile stabilire se il poeta ne fosse stato innamorato, tanto da dedicarle questa lirica. In essa, infatti, il rapporto tra i due giovani si risolve in un altro modo: dal balcone di casa sua, Giacomo sente Silvia cantare la speranza nel domani. Insieme, sognano l’avvenire, quell’avvenire che, giunto, vedrà la fanciulla morta nel fiore degli anni, così come tutte le speranze in essa riposte”. “E su La quiete dopo la tempesta?”. “I temi di questa canzone, il cui titolo è diventato anche un comune modo di dire, sono riconducibili ai concetti di piacere e dolore nel pensiero di Leopardi. Passata una tempesta, la vita riprende con una certa gioia, si riguadagnano le consuete attività. Questo piacere però, è effimero e momentaneo. E’ soltanto una piccola interruzione del dolore, rappresentato dalla tempesta. La vita continua, inesorabilmente dolorosa ed infelice, aspettando solo di aver fine con la morte”. “I contenuti de La quiete dopo la tempesta sono simili a quelli de Il sabato del villaggio?”. 365196-800x535-500x334“Sì. La felicità di poter avere l’indomani, una giornata di riposo, è presto annullata dal pensiero che, comunque, tutto tornerà com’è, passato quel giorno festivo. Il piacere dura un momento, non di più”. “La ginestra o il fiore del deserto è tra le ultime composizioni dell’autore: vi è concentrato il suo pensiero? Rappresenta, quindi, una sorta di testamento spirituale?”. “Decisamente  sì.  Fu  scritta  proprio con  questo intento. Da Torre del Greco, Leopardi poteva ammirare quotidianamente il Vesuvio, sulle cui pendici spoglie e riarse crescevano soltanto ginestre. Queste piante, nella simbologia leopardiana, rappresentano l’uomo: esse resistono alla furia del Vesuvio – Natura, ricrescono sulla lava pietrificata, nonostante le continue eruzioni. È contro la Natura crudele che gli uomini devono combattere, non contro loro stessi. Anzi, unendosi, essi possono affrontare insieme i dolori della propria condizione”. Credo che a questo punto l’interrogazione sia finita. Chissà che voto mi darebbe il mio professore di Letteratura Italiana Guido Arbizzoni, semmai leggesse questo articolo. Un altro 30 e lode? Forse. Magari, un giorno, glielo mando.