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Tra la potenza dell’Essere e l’abisso della Volontà

Spinoza e Schopenhauer di fronte al destino dell’uomo

 

 

 

 

Due filosofi. Due visioni opposte della vita. Per Spinoza, dentro ogni essere vive una forza che tende alla realizzazione, alla gioia, alla potenza dell’esistere. Per Schopenhauer, quella stessa forza è una Volontà che condanna l’uomo al desiderio e alla sofferenza. Tra il conatus e la Volontà si gioca una delle più grandi sfide della filosofia moderna: la vita è affermazione o dolore? Libertà o prigionia del desiderio? Un viaggio intenso tra metafisica, etica e natura umana, dove Spinoza e Schopenhauer ci costringono ancora oggi a guardare dentro ciò che realmente ci muove.

 

 

Il confronto tra il conatus di Baruch Spinoza e la Volontà di Arthur Schopenhauer costituisce uno dei nodi teorici più affascinanti della filosofia moderna e contemporanea. I due concetti, pur appartenendo a sistemi filosofici molto diversi, sembrano inizialmente descrivere una medesima intuizione: al fondo della realtà e dell’esistenza umana non vi è la ragione ma una forza originaria, un impulso fondamentale che anima ogni essere. Tuttavia, approfondendo le rispettive prospettive, vien fuori una distanza estrema, non soltanto sul piano metafisico ma anche su quello antropologico, etico ed esistenziale.
Spinoza e Schopenhauer partirono, infatti, da una domanda comune: che cosa muove realmente gli esseri viventi? Qual è il principio più profondo della vita? Le loro risposte, però, condussero a esiti quasi opposti. In Spinoza il conatus rappresenta l’espressione della potenza positiva della natura, il principio attraverso cui ogni essere tende a conservarsi e a realizzare la propria essenza. In Schopenhauer, invece, la Volontà è una forza cieca, irrazionale e insaziabile, che condanna tutti gli esseri a una sofferenza continua. Da una parte vi è una filosofia della necessità razionale e dell’armonia cosmica; dall’altra una metafisica tragica dominata dal dolore e dal desiderio inappagabile. Per comprendere il significato del conatus bisogna partire dalla struttura generale del pensiero spinoziano. Spinoza sviluppa una filosofia rigorosamente monistica: esiste una sola sostanza infinita, eterna e necessaria, che egli chiama indifferentemente Dio o Natura (Deus sive Natura). Questa sostanza possiede infiniti attributi, anche se l’uomo ne conosce soltanto due: il pensiero e l’estensione. Tutto ciò che esiste non è altro che una modificazione della sostanza unica. Questa impostazione elimina ogni separazione radicale tra Dio, uomo e natura. Dio non è un creatore trascendente posto al di sopra del mondo; coincide, invece, con l’ordine stesso della realtà. Tutto avviene secondo necessità, perché ogni evento deriva inevitabilmente dalla natura divina. In questo universo non esiste il caso, né il libero arbitrio inteso come facoltà assoluta di scegliere indipendentemente dalle cause. All’interno di questa struttura metafisica si colloca il conatus. Nell’Etica (Parte III, prop. 6). Spinoza scrive: “Ogni cosa, per quanto è in sé, si sforza di perseverare nel suo essere”. Questa affermazione è importantissima perché il conatus non è presentato come una caratteristica accidentale degli esseri viventi ma come la loro essenza stessa. Esistere significa tendere a continuare a esistere. Non vi è alcuna differenza sostanziale tra l’essere e lo sforzo di conservarsi. Il conatus attraversa tutta la realtà. Una pietra continua nel proprio stato di quiete o movimento; una pianta cresce verso la luce; un animale cerca nutrimento e difesa; l’uomo desidera ciò che aumenta la sua potenza vitale. In ogni caso, agisce la medesima legge fondamentale dell’autoconservazione. Tuttavia, nell’essere umano il conatus assume una forma più complessa perché si accompagna alla coscienza. Quando il conatus viene riferito soltanto alla mente, prende il nome di volontà; quando coinvolge insieme mente e corpo, si manifesta come appetito; e quando l’appetito diventa consapevole, si chiama desiderio. Il desiderio non è, dunque, una deviazione dalla natura razionale dell’uomo ma la sua struttura fondamentale.
Uno degli aspetti più originali della filosofia spinoziana consiste nel rifiuto della tradizionale opposizione tra ragione e passioni. Nella cultura filosofica precedente, soprattutto in quella stoica e cristiana, le passioni erano spesso considerate elementi negativi da reprimere. Spinoza adotta, invece, una prospettiva profondamente diversa: le passioni sono fenomeni naturali e devono essere comprese, non condannate moralmente. L’uomo è inevitabilmente mosso dagli affetti, cioè dalle modificazioni che aumentano o diminuiscono la sua potenza di agire. Gli affetti fondamentali sono tre: il desiderio, la gioia e la tristezza. La gioia corrisponde al passaggio a una maggiore perfezione, cioè a un aumento della potenza vitale; la tristezza coincide, invece, con una diminuzione di tale potenza. Bene e male non esistono in senso assoluto ma dipendono dal rapporto tra gli eventi e il nostro conatus. È bene ciò che favorisce la nostra capacità di esistere; è male ciò che la ostacola. La ragione non elimina il desiderio, lo orienta. Quanto più l’uomo comprende le cause che determinano le sue passioni, tanto meno ne è schiavo. La libertà, in Spinoza, non implica indipendenza dalle cause naturali ma comprensione della necessità. L’uomo libero è colui che riconosce il proprio posto nell’ordine della natura e agisce secondo la propria essenza razionale. Questa concezione produce una forma di ottimismo filosofico. Anche se tutto è determinato, l’uomo può raggiungere una condizione di serenità attraverso la conoscenza adeguata della realtà. Il punto culminante di questo percorso è l’“amore intellettuale di Dio”, cioè la gioia derivante dalla comprensione dell’unità necessaria di tutte le cose.
La prospettiva di Schopenhauer, invece, nacque in un contesto completamente diverso. Filosofo dell’Ottocento, influenzato da Kant ma anche dalla cultura romantica e dalle filosofie orientali, sviluppò una visione profondamente pessimistica dell’esistenza. Nella sua opera principale, Il mondo come Volontà e rappresentazione, egli distingue due livelli della realtà: il mondo come rappresentazione e il mondo come Volontà. Il mondo della rappresentazione è quello che appare alla coscienza: gli oggetti, lo spazio, il tempo, la causalità. Esso dipende dalle forme attraverso cui il soggetto organizza l’esperienza. In questo, Schopenhauer riprende la lezione kantiana: noi non conosciamo la realtà in sé ma soltanto il fenomeno. Tuttavia, Schopenhauer ritiene di poter oltrepassare il limite imposto da Kant. Secondo lui l’uomo possiede un accesso privilegiato alla cosa in sé attraverso il proprio corpo. Il corpo non viene percepito soltanto dall’esterno come oggetto ma anche dall’interno come impulso, desiderio, tensione. Questa esperienza immediata rivela la vera essenza della realtà: la Volontà. La Volontà schopenhaueriana non coincide con la volontà razionale o cosciente. È una forza metafisica universale, priva di scopo e di intelligenza, che si manifesta in tutti i fenomeni naturali. Ogni processo della natura ne costituisce un’espressione: la crescita delle piante, l’istinto degli animali, la gravità, la sessualità, la lotta per la sopravvivenza. A differenza del conatus spinoziano, la Volontà non è armonica né razionale. È cieca, incessante e insaziabile. Vuole semplicemente continuare a volere. La conseguenza più importante della teoria schopenhaueriana è il pessimismo. Se l’essenza della realtà è Volontà, allora la vita è inevitabilmente dominata dal desiderio. Ma ogni desiderio nasce da una mancanza, e ogni mancanza è sofferenza. L’uomo desidera continuamente qualcosa: il cibo, il successo, l’amore, il riconoscimento, il potere, il piacere. Quando ottiene ciò che desidera prova un piacere temporaneo, ma subito vengono fuori nuovi bisogni. Il soddisfacimento non elimina il desiderio; lo rinnova. Per questo Schopenhauer sostiene che la vita oscilla continuamente tra dolore e noia: dolore quando desideriamo qualcosa che non possediamo, noia quando il desiderio momentaneamente si spegne e lascia un vuoto interiore.
Qui appare la differenza fondamentale rispetto a Spinoza. In Spinoza il desiderio può diventare fonte di gioia e perfezionamento; in Schopenhauer esso è la radice stessa dell’infelicità. Per Spinoza l’individuo cerca naturalmente di aumentare la propria potenza di esistere e tale processo può condurre a una vita più ricca e razionale. Per Schopenhauer, invece, ogni affermazione della Volontà rafforza il ciclo della sofferenza. Anche la visione della natura è radicalmente diversa nei due pensatori. La natura di Spinoza è ordine necessario e perfetto. Nulla è inutile o privo di senso, perché ogni cosa deriva logicamente dalla sostanza divina. L’uomo soffre non perché il mondo sia malvagio ma perché possiede idee inadeguate e comprende solo parzialmente la realtà. Schopenhauer vede, invece, la natura come un immenso campo di battaglia. Ogni individuo combatte contro gli altri per sopravvivere. Gli animali si divorano a vicenda; gli uomini competono incessantemente; il dolore è ovunque. La Volontà universale si lacera continuamente nelle sue manifestazioni individuali. Questa concezione è influenzata anche dalla riflessione sulla sessualità. Schopenhauer considera l’istinto sessuale come una delle espressioni più potenti della Volontà di vivere. L’amore romantico, che gli uomini idealizzano poeticamente, sarebbe in realtà uno strumento attraverso cui la specie garantisce la propria conservazione biologica. Dietro l’illusione sentimentale agisce la Volontà impersonale della vita. Spinoza, invece, interpreta gli affetti amorosi all’interno della dinamica generale degli aumenti e delle diminuzioni di potenza. L’amore nasce dalla gioia accompagnata dall’idea della sua causa e può diventare positivo quando è guidato dalla ragione.
Il tema della libertà evidenzia ulteriormente la distanza tra i due filosofi. Spinoza nega il libero arbitrio tradizionale ma non elimina la possibilità di emancipazione. La conoscenza razionale permette, infatti, di passare dalla passività all’attività. L’uomo dominato dalle passioni è schiavo; l’uomo guidato dalla ragione è libero perché comprende le cause che lo determinano. In Schopenhauer la situazione è più tragica. L’individuo non può liberarsi realmente dalla Volontà attraverso la ragione, perché l’intelletto stesso è subordinato alla Volontà. La ragione non governa gli impulsi, li serve. Le uniche vie di liberazione sono temporanee o ascetiche: l’arte, la compassione, l’ascesi. Nell’esperienza estetica l’individuo contempla il mondo senza desiderarlo, sospendendo momentaneamente la Volontà; nella compassione riconosce il dolore universale che accomuna tutti gli esseri. Nell’ascesi, infine, tenta di negare radicalmente la Volontà di vivere attraverso il distacco dai desideri. Qui l’influenza del buddhismo è evidente. Schopenhauer ammira le tradizioni orientali che indicano nel desiderio la causa della sofferenza e nella rinuncia la via verso la liberazione.

Un ulteriore punto di confronto riguarda il valore dell’individuo. In Spinoza l’individuo è una modalità della sostanza divina ma conserva una funzione positiva. Gli uomini possono cooperare razionalmente e costruire una società fondata sull’utilità reciproca. La politica stessa nasce dalla necessità di aumentare la potenza comune degli individui. Schopenhauer attribuisce invece all’individualità un carattere quasi illusorio. Le differenze tra gli esseri appartengono al mondo fenomenico; al fondo esiste un’unica volontà universale. Tuttavia, questa unità metafisica non genera armonia, ma conflitto incessante. La compassione diventa allora il principio morale fondamentale perché permette di riconoscere negli altri la stessa sofferenza che abita noi stessi. L’etica schopenhaueriana non nasce dalla razionalità, ma dalla partecipazione emotiva al dolore universale.
Il confronto tra il conatus di Spinoza e la Volontà di Schopenhauer, in definitiva, non riguarda soltanto due teorie filosofiche ma due modi opposti di interpretare la vita e la condizione umana, perché, in fondo, ciò che divide i due pensatori è soprattutto il loro giudizio sull’esistenza. Spinoza vede nella natura una perfezione da comprendere; Schopenhauer vede nella vita una ferita da cui cercare di liberarsi. Il primo costruisce una filosofia della potenza e della gioia; il secondo una metafisica del dolore e della rinuncia. Eppure, entrambi condividono un’intuizione determinante: l’uomo non è padrone assoluto di se stesso. Sotto la superficie della coscienza agisce una forza più profonda, originaria e universale. Comprendere questa forza significa, per entrambi, comprendere la vera natura dell’esistenza umana.

 

 

 

 

 

 

 

 

I Canti di Giacomo Leopardi

 

 

 

Per anni, ho tenuto questa sublime raccolta poetica sul comodino accanto al mio letto, leggendone, ogni sera, qualche verso, prima di addormentarmi. tumblr_mibi5ajPwA1s2cwoio1_1280In copertina dell’edizione che posseggo, vi è raffigurato un particolare del quadro di Giuseppe Pietro Bagetti, Notturno con effetto di luna (immagine a destra), bellissimo. È stato il libro che in assoluto ho regalato di più, ovviamente, alle donne. Tutte quelle che, finora, sono state importanti per me, ne hanno una copia, con la mia dedica in prima pagina. Ad ogni modo, comunque, nulla di meglio degli stessi versi di Leopardi potrebbero dare spiegazione di se stessi, ma, se riportassi qui di seguito, verso dopo verso, tutti i componimenti inclusi nei Canti, commetterei un plagio maldestro, nonostante non debba diritti d’autore a nessuno. Il rimando al testo leopardiano, qui, è d’obbligo, altrimenti, qualsiasi mio sforzo sarebbe inutile. Quindi, consiglio vivamente, una volta terminata la lettura di questo articolo, di giacomo-leopardi-ragazzoaprire una qualsiasi edizione dei Canti, oppure, di digitare Canti in un qualsiasi motore di ricerca su internet, e leggere. Solo così, l’arte del grandissimo Giacomo Leopardi (immagine a sinistra) potrà far breccia nei cuori dei lettori. Ciò, tuttavia, non mi esenta dal compito di raccontarne i tempi della composizione, i temi e tutte quelle altre utili notizie che possano essere preparatorie alla lettura vera e propria. Bene, i testi poetici contenuti in questa cassaforte di preziosi preziosissimi furono composti dall’autore lungo quasi tutta la sua vita e pubblicati man mano, prima di finire nelle due principali edizioni dei Canti, del 1831 e del 1835. Il tramonto della luna e La ginestra, invece, furono aggiunti nella definitiva edizione postuma del 1845. Ora, se qualcuno mi chiedesse: “Di cosa parla l’Infinito?”. Io risponderei: “Questo idillio è una proiezione della mente dell’autore, una mente infinita, a beautiful mind, direbbero gli americani. Solo, sul colle dell’Infinito, non lontano da casa, a Recanati, al poeta non è possibile ammirare il panorama, a causa della siepe che da tanta parte de l’ultimo orizzonte il guardo esclude (vv. 2-3). E, allora, lui immagina, con la sua mente percorre l’infinità dello spazio e del tempo, l’eternità, e, per una volta felice, il naufragar gli è dolce in questo mare. “E il Bruto minore?”. “Questa canzone ha un significato molto profondo. Bruto, uno degli assassini di Cesare, è a Filippi, sul campo di battaglia, dove, insieme con Cassio, è stato sconfitto da Antonio. L’uomo, assassinando Cesare il dittatore, in cuor suo sa di aver agito per difendere la Repubblica e la libertà di Roma e, per questo, non è soltanto la sconfitta in battaglia a rattristarlo, quanto piuttosto il fatto che il suo gesto e il suo amore per la libertà non siano stati compresi. cetraCosì, si uccide, sicuro di non essere ricordato da nessuno”. “E’ vero che L’ultimo canto di Saffo tratta un tema simile al Bruto minore?”. “In un certo senso sì. La poetessa Saffo (immagine a destra) è innamorata di Faone, che la respinge, perché, nonostante sia molto colta e compita, non è bella. La Natura maligna ha fatto sì che gli uomini preferissero la bellezza del corpo alle virtù dell’intelletto e, nell’impossibilità di trovare un senso a queste cose, Saffo si uccide”. “Quali sono gli argomenti della canzone Alla Primavera o delle favole antiche?”. “Beh, il riferimento a questa stagione, simbolo della natura che ogni anno si rinnova, è inteso dal poeta in contrapposizione alla primavera della storia, vale a dire a quell’età originaria in cui gli uomini vivevano in armonia con la Natura avvertendone, grazie alla forte potenza immaginativa di cui erano dotati, aspetti nascosti e spirituali in ogni sua creatura. Purtroppo, però, a causa dell’evoluzione delle civiltà, essi hanno perso tutto ciò, conoscendo il vero delle cose, ovvero la tristezza e l’infelicità.” “Chi era Silvia e che cosa fece per meritarsi la splendida canzone a lei dedicata?”. “Silvia, in realtà, si chiamava Teresa Fattorini ed era figlia del cocchiere di casa Leopardi. Non è facile stabilire se il poeta ne fosse stato innamorato, tanto da dedicarle questa lirica. In essa, infatti, il rapporto tra i due giovani si risolve in un altro modo: dal balcone di casa sua, Giacomo sente Silvia cantare la speranza nel domani. Insieme, sognano l’avvenire, quell’avvenire che, giunto, vedrà la fanciulla morta nel fiore degli anni, così come tutte le speranze in essa riposte”. “E su La quiete dopo la tempesta?”. “I temi di questa canzone, il cui titolo è diventato anche un comune modo di dire, sono riconducibili ai concetti di piacere e dolore nel pensiero di Leopardi. Passata una tempesta, la vita riprende con una certa gioia, si riguadagnano le consuete attività. Questo piacere però, è effimero e momentaneo. E’ soltanto una piccola interruzione del dolore, rappresentato dalla tempesta. La vita continua, inesorabilmente dolorosa ed infelice, aspettando solo di aver fine con la morte”. “I contenuti de La quiete dopo la tempesta sono simili a quelli de Il sabato del villaggio?”. 365196-800x535-500x334“Sì. La felicità di poter avere l’indomani, una giornata di riposo, è presto annullata dal pensiero che, comunque, tutto tornerà com’è, passato quel giorno festivo. Il piacere dura un momento, non di più”. “La ginestra o il fiore del deserto è tra le ultime composizioni dell’autore: vi è concentrato il suo pensiero? Rappresenta, quindi, una sorta di testamento spirituale?”. “Decisamente  sì.  Fu  scritta  proprio con  questo intento. Da Torre del Greco, Leopardi poteva ammirare quotidianamente il Vesuvio, sulle cui pendici spoglie e riarse crescevano soltanto ginestre. Queste piante, nella simbologia leopardiana, rappresentano l’uomo: esse resistono alla furia del Vesuvio – Natura, ricrescono sulla lava pietrificata, nonostante le continue eruzioni. È contro la Natura crudele che gli uomini devono combattere, non contro loro stessi. Anzi, unendosi, essi possono affrontare insieme i dolori della propria condizione”. Credo che a questo punto l’interrogazione sia finita. Chissà che voto mi darebbe il mio professore di Letteratura Italiana Guido Arbizzoni, semmai leggesse questo articolo. Un altro 30 e lode? Forse. Magari, un giorno, glielo mando.