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Oltre le visioni del mondo

Il confronto filosofico tra Heidegger e Jaspers sull’essenza dell’esistenza

 

 

 

 

Il saggio Anmerkungen zu Karl Jaspers’ «Psychologie der Weltanschauungen» (Note sulla «Psicologia delle visioni del mondo» di Karl Jaspers), composto da Martin Heidegger nel 1920, segna uno dei momenti inaugurali del dialogo tra due dei pensatori più influenti della filosofia contemporanea: Martin Heidegger e Karl Jaspers. Questo scritto, più che un semplice commento critico all’opera di Jaspers, è il punto di partenza di un confronto filosofico che toccherà questioni centrali dell’esistenzialismo, della fenomenologia e dell’ontologia, mettendo in luce affinità e divergenze metodologiche e concettuali tra i due autori. Il confronto tra Heidegger e Jaspers non è un mero esercizio accademico, ma un momento cruciale nello sviluppo della filosofia del XX secolo. In esso emergono due approcci distinti all’indagine dell’esistenza umana: da un lato, la prospettiva psicologica e filosofica di Jaspers, orientata alla comprensione delle “visioni del mondo” come espressioni dell’individualità; dall’altro, l’ambizione di Heidegger di fondare un’ontologia fondamentale, che si interroghi sulle condizioni di possibilità dell’esperienza e dell’Esser-ci (Dasein). L’opera Psychologie der Weltanschauungen di Karl Jaspers, pubblicata nel 1919, nasce all’interno del dibattito filosofico e scientifico della Germania post-bellica. Jaspers, inizialmente formatosi come psichiatra, cerca in questo testo di superare i limiti della psicologia empirica positivista, per approdare a una “psicologia filosofica” capace di cogliere le strutture profonde che danno forma alle visioni del mondo individuali. L’ambizione di Jaspers è duplice: mantenere un legame con la concretezza dell’esperienza psicologica ed elevare l’analisi psicologica a una riflessione filosofica sull’esistenza. Le “visioni del mondo” (Weltanschauungen) non sono, per Jaspers, mere teorie astratte, ma espressioni profonde della soggettività e della libertà dell’uomo di orientarsi nel mondo. Heidegger, che in questo periodo è ancora immerso nella fenomenologia husserliana, si confronta con l’opera di Jaspers cogliendone l’originalità ma anche le potenziali aporie. Egli apprezza l’intento di Jaspers di andare oltre la scienza oggettivante, ma evidenzia la necessità di radicalizzare l’indagine filosofica per arrivare a un fondamento ontologico che Jaspers, secondo Heidegger, non raggiunge pienamente.
Nonostante le differenze metodologiche, Heidegger riconosce in Jaspers un pensatore che ha colto un punto essenziale: la centralità dell’esistenza come problema filosofico. In un’epoca dominata dalle scienze naturali e dalla psicologia positivista, Jaspers rivendica l’irriducibilità dell’esistenza alle categorie della causalità e della meccanicità. 
Le “situazioni limite” (Grenzsituationen), concetto cardine nell’opera di Jaspers, esprimono l’esperienza dell’uomo di fronte alle dimensioni ineludibili della vita: la morte, la colpa, il dolore, la lotta, la libertà. Questi momenti estremi rivelano l’essenza dell’esistenza umana, ponendo l’individuo di fronte alla finitezza e al bisogno di trascendenza. Heidegger riconosce l’importanza di questo approccio e ne farà tesoro nello sviluppo del suo concetto di essere-per-la-morte (Sein-zum-Tode) in Essere e tempo. Entrambi i filosofi rifiutano la concezione dell’uomo come semplice oggetto di studio scientifico. L’uomo è, per Jaspers, un essere che si autodetermina nel confronto con il limite e l’assoluto; per Heidegger, l’Esser-ci è l’unico ente che ha la capacità di interrogarsi sul senso del proprio essere. Il punto di frattura tra Jaspers e Heidegger si manifesta nella concezione della filosofia stessa. Jaspers rimane ancorato a un’idea di filosofia come chiarificazione dell’esistenza, uno strumento per comprendere la condizione umana nella sua tensione verso il trascendente. Per lui, la filosofia non ha il compito di fondare un sistema, ma di guidare l’uomo nella sua ricerca di senso. Heidegger, invece, mira a costruire una “ontologia fondamentale”, ponendo la domanda sull’essere (Seinsfrage) come questione primaria della filosofia. Egli critica l’approccio di Jaspers perché ritiene che questo rimanga legato a una prospettiva soggettivista e psicologistica, non riuscendo a cogliere l’apertura originaria dell’esserci all’essere. Heidegger sottolinea come l’analisi delle visioni del mondo rischi di limitarsi a una mera tipologia psicologica, senza affrontare la questione radicale del rapporto tra l’esserci e l’essere. L’uomo non è solo un interprete del mondo, ma è l’ente che in sé custodisce la domanda sull’essere. Per Heidegger, il senso dell’esistenza non si trova nelle rappresentazioni che l’uomo costruisce del mondo, ma nella struttura ontologica dell’Esser-ci stesso. Un ulteriore punto di divergenza riguarda la concezione della trascendenza e della libertà. Jaspers vede l’esistenza come un movimento costante verso l’assoluto, che rimane irriducibilmente trascendente rispetto all’uomo. La filosofia dell’esistenza è, quindi, una filosofia del limite e dell’apertura verso ciò che va oltre l’esperienza empirica. Heidegger, al contrario, rifiuta l’idea di un trascendente inteso in senso metafisico o teologico. Per lui, la trascendenza è il movimento stesso attraverso cui l’esserci si apre al mondo e all’essere. La libertà non è un concetto psicologico o morale, ma è la condizione ontologica che permette all’esserci di disvelare l’essere. Questa differenza di prospettiva porterà in seguito a un allontanamento tra i due pensatori. Jaspers accuserà Heidegger di aver abbandonato la dimensione etica e personale della filosofia, privilegiando un’analisi astratta dell’essere, mentre Heidegger criticherà la filosofia dell’esistenza di Jaspers come insufficiente nella radicalità del pensiero ontologico. Il confronto tra Heidegger e Jaspers non è stato un semplice episodio accademico, ma ha avuto implicazioni profonde nello sviluppo della filosofia contemporanea. Da un lato, la filosofia dell’esistenza di Jaspers ha influenzato profondamente il pensiero etico e la riflessione sul limite umano, mentre l’ontologia fondamentale di Heidegger ha dato vita a una delle analisi più radicali dell’esistenza umana e della questione dell’essere.
Il loro dialogo ha aperto percorsi che sarebbero stati ripresi e sviluppati da altri pensatori, come Jean-Paul Sartre, che avrebbe ripreso il concetto di Dasein heideggeriano adattandolo al proprio esistenzialismo, e Hans-Georg Gadamer, che avrebbe elaborato la sua ermeneutica filosofica partendo dalla lezione heideggeriana. Le Anmerkungen zu Karl Jaspers’ «Psychologie der Weltanschauungen» di Heidegger segnano l’inizio di un confronto che avrebbe lasciato un’impronta indelebile nella filosofia del Novecento. Il dialogo tra Heidegger e Jaspers, pur segnato da divergenze profonde, rappresenta un esempio significativo di come la filosofia possa svilupparsi attraverso il confronto critico e il riconoscimento reciproco. La tensione tra la filosofia dell’esistenza di Jaspers e l’ontologia fondamentale di Heidegger continua a offrire spunti di riflessione su temi cruciali come la libertà, la finitezza, il senso dell’essere e il rapporto tra individuo e mondo. In questo senso, il loro dialogo non si chiude nel passato, ma rimane aperto alle questioni filosofiche del presente.

 

 

 

 

 

Novant’anni dopo la pubblicazione di Essere e Tempo, cosa resta di Heidegger?

 

di

Marco Pacini

 

 

Metà degli anni Venti, Foresta Nera. Il figlio del sagrestano di Meßkirch trascorre le sue giornate nella hütte, la baita a 1000 metri di altitudine, fatta costruire nei pressi del paesino di Todtnauberg. Riordina appunti, passeggia, scrive. Spesso al lume di candela. Non c’è elettricità. Ha 36 anni e si è già fatto notare negli ambienti filosofici tedeschi per i suoi corsi a Friburgo. Ma non è ancora “Il mago di Meßkirch”, lo “sciamano del pensiero” che di lì a poco il mondo scoprirà. E il 1933, quando aderirà di slancio al nazismo, è ancora abbastanza lontano…

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Martin Heidegger (1889 – 1976)

 

 

La redenzione informale, ovvero, quando la filosofia diventa compostaggio

 

Diciamo che non mi va più di occuparmi di futilità, diciamo anche che non vale la pena spendere le proprie energie quando nessuno ti ascolta o quando, alle spalle ti parlottano dietro e allora, coltivo i miei amori di sempre: filosofia, letteratura, arte, mi danno molto di più e mi aiutano a volermi un po’ più bene che non è cosa da poco.

IMG_2941Giovanni Cuter, “Furore e Redenzione”

Dunque: “Come ci insegna Adorno, anche la filosofia contemporanea può invecchiare. Le opere filosofiche più significative, dopo la morte degli autori, attraversano uno stadio intermedio in cui non sono né attuali, né canoniche e fluttuano in una dissoluzione spettrale. I temi che una volta si raccoglievano sotto un nome proprio, ora si svincolano da questo rappresentante, si decompongono e attraversano uno stadio che è simile a quello del compostaggio. Cominciano così a moltiplicarsi radicalizzazioni arbitrarie di singoli temi e nuove diverse combinazioni dei singoli elementi scomposti, e il resto sprofonda in un passato irrecuperabile. Soltanto nell’attimo della sua dissoluzione sembra mostrarsi veramente il modo in cui è costruita una sintesi filosofica. Questa analisi, che procede attraverso lo smontaggio, funziona anche se l’autore, come ad esempio Adorno, tenta di sottrarre il proprio testo a un tale destino, professandosi antisistematico (come oggi fanno un poco tutti n.d.r.). La decomposizione difatti non riguarda soltanto i sistemi propriamente detti, ma anche il pensiero informale, che riflette la sua struttura allentata, nel costituirsi non come sistema, ma come un’écriture”. Questo passo di Peter Sloterdijk è tratto dal suo testo “Non siamo stati ancora salvati. Saggi dopo Heidegger”, pubblicato per Bompiani nel 2004, tradotto da Anna Calligaris e Stefano Crosare, citato a pag. 185, con una bella prefazione di Pier Aldo Rovatti, il titolo originale è “Nicht gerettet. Versuche nach Heidegger”. Dunque, la filosofia invecchia ed è caduca come tutto, Sloterdijk, però, ci dice pure come essa continua la sua missione, attraverso la trasformazione dei suoi elementi costitutivi, fino ad una “redenzione informale”. “Così accadde dopo Hegel, dopo Husserl […], dopo Heidegger”, lo stesso Theodor Adorno, e con lui parte della Scuola di Francoforte, che voleva ritenersi immune da questa decomposizione, è stato forse il primo ad essere stato dimenticato con gli altri appartenenti della famosa scuola che tanto peso ebbe per le generazioni di studenti negli anni ‘60 e ’70. Per Adorno però, proprio perché fortemente contestualizzato, la dissoluzione della sintesi non avviene per il contrasto con i suoi successori, ma per “perdita di pressione” storica. Se l’aver coniugato Heidegger, Freud e Marx insieme con Hegel e Nietzsche era già molto bizzaro e improbabile, ora, dopo un quarto di secolo dalla morte di Adorno tutta quella riflessione appare addirittura improponibile. Cosa reste allora di quel pensiero decomposto? Cosa resta della grande rappresentazione della caduta della metafisica raccontata nella Dialettica negativa e poi insieme a Max Horchkeimer nella Teoria critica? Rimangono i resti trasformati di una teoria dell’arte, rimane solo l’opera d’arte e le sue possibili interpretazioni filosofiche come unico rifugio contro gli eccessi della metafisica, ma rimane anche – adattata alla odierna reificazione dei corpi e delle coscienze  contemporanei – la lettura decostruita del suo capolavoro assoluto che, abbandonando il rigore della filosofia abbraccia l’ambigua doppiezza della letteratura: I “Minima Moralia“.  

Franco Cuomo