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In nome di Dio si può uccidere?

 

 

In nome di Dio si può uccidere? Dio può comandare agli uomini di uccidere in suo nome?
Dio non ha esistenza propria. Dio non esiste, almeno se lo si considera come figurato dalle religioni rivelate. Dio altro non è che una rappresentazione proiettata dell’uomo, creata dal suo stesso cervello. Ce lo ha dimostrato Ludwig Feuerbach, il cui pensiero in merito può essere concentrato nell’assunto: “Non è strato Dio a creare l’uomo, ma l’uomo a creare Dio”. Dio è una idealizzazione oggettiva dell’essenza stessa dell’uomo. Il filosofo tedesco continua: “Attribuendo a Dio l’onniscienza, l’onnipotenza, l’amore incommensurabile, l’uomo esprime l’infinità delle proprie possibilità conoscitive, del proprio potere sulla natura e dell’amore. L’uomo, quindi, proietta in Dio e nei suoi attributi, i di lui bisogni e desideri. La religione è la prima, seppure indiretta, coscienza che l’uomo ha di sé”.
Ciò detto, la risposta alle domande di apertura è affermativa. L’uomo può uccidere in nome di Dio perché uccide in nome di se stesso e della sua propria natura. Questa, infatti, è portata alla conservazione di sé, perseguibile con qualunque mezzo, anche e, spesso, soprattutto, con la prevaricazione fisica. L’adagio latino “Mors tua, vita mea” è molto illuminante in questo caso. Uomini e popoli che portano guerra e uccidono in nome del loro Dio applicano soltanto le condizioni atte alla loro conservazione. Il resto, lo fa la letteratura e, consentitemelo, gli intelletti alquanto deboli!

 

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Michelangelo Buonarroti “La creazione di Adamo” (1511), Cappella Sistina, Roma

 

Venere, la Dea Madre e la Donna Madre

 

 

Quanto è poco materna la donna, oggi! È nella maternità che essa sublima la sua natura superiore, non negli smalti o nei belletti, nei tacchi e nelle silhouette filiformi. Bisognerebbe tornare ai tempi in cui Tiziano dipingeva le sue Veneri o, molto più indietro, al matriarcato delle società delle origini, quando gli uomini veneravano, nella Dea Madre, il grembo della Donna Madre.

 

downloadTiziano Vecellio, “Venere d’Urbino”, 1538
Firenze, Galleria degli Uffizi

 

tumblr_muob3ekL681qc7fmjo3_1280“Venere di Willendorf” (Dea Madre)
Austria, XXII millennio a.C.

 

 

Sulla superstizione

 

In Europa, negli ultimi 600 anni circa, abbiamo avuto l’Umanesimo, il Rinascimento e l’Illuminismo, ovvero il trionfo della ragione e del suo libero uso sugli istinti che rendevano l’uomo più simile alle bestie rispetto all’essere autonomamente pensante come si converrebbe fosse, eppure, ancora oggi, sono costretto ad essere rimproverato, spesso veementemente: “Non si augura buone vacanze, porta male, né buona pesca. All’in bocca al lupo si risponde con crepi e non con grazie”, e potrei continuare con tanti altri esempi. Beh, a questi/e prototipi/e auguro di tornare a vivere nel Medioevo che, comunque, non è affatto stato quel periodo buio, così tuttora dipinto da tanta storiografia, anche ufficiale. Altroché. Quindi, nemmeno nel Medioevo. Auguro loro di rimanere in questa condizione di inferiorità intellettuale perché, certo, la superstizione è un chiaro sintomo di interiorità intellettuale!!!

 

 

 

Alle Donne. Sempre!

 

Di che colore è l’anima di una Donna?
Non è bionda, rossa o mora, come i suoi capelli. Non è azzurra, verde o nera, come i suoi occhi. Non è cremisi, come il suo rossetto, né pastello come il suo ombretto. L’anima di una Donna ha il colore del fiore della vita, il colore della storia del mondo, del ciclo delle stagioni. L’anima di una Donna non ha tinte che possano essere percepite distintamente. Ha il colore di una coppa di luce, dalla quale bere fino a ubriacarsi e perdere i sensi e, al risveglio, trovarsi di fronte a una porta spalancata, dietro la quale c’è uno specchio. L’anima di una Donna è uno specchio. Lo specchio non ha colore, riflette ciò che ha davanti. Guardate una Donna e vedrete voi stessi, la vostra vita, la storia del mondo e del tempo.
Non solo oggi, 8 marzo, ma sempre!

 

 

Gli occhi di una donna

 

 

Ascoltate una donna quando vi guarda, non quando vi parla. Nei suoi occhi vedrete voi stessi e la vostra storia, velata dalla struggente malinconia del ricordo e della sua trasfigurazione in ideale. Ma, soprattutto, ravviserete la delicatezza della redenzione. Gli occhi di una donna sono il solo luogo in cui l’abisso conduce alla purificazione, all’empatia universale.

 

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Dalle molte domande

 

 

Se mi chiedessero a bruciapelo a quale momento della mia vita passata vorrei tornare, non avrei dubbi. Un sabato pomeriggio del 1978, ho sei anni e mi trovo coi miei in un cinema per una proiezione di “2001: Odissea Nello Spazio” (credo sia per il decennale). Vedo i miei che sono così giovani, e il film non lo capisco granché ma mi sta segnando indelebilmente. Ho questa percezione netta e precisa di uno scricchiolio vicino. E la sensazione che sarò uno dalle molte domande. Quando sarò diventato grande. Quando sarò un uomo.

Patrick Gentile

 

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Rarefazione affettiva

 

 

Nei periodi in cui sono più fragile non riesco a trattenere le cose che amo, prendo sentieri poco battuti, ho reazioni inusuali, diminuisce la mia proverbiale aggressività, sono più esposto. E vedo gli altri andarsene. Piano piano. Come se sbiadissero, si smaterializzassero. Io la chiamo rarefazione affettiva circostante. E mi fa paura, sapete? Giacché mi fa capire una cosa. E cioè che non è affatto vero che le cose durano indipendentemente dalla nostra volontà. E se le cose duravano solo perché c’eravamo noi a soffiare sul fuoco, e quando abbiamo smesso si sono spente, ebbene, credetemi, allora è dura. Cosa? Accettare il disinteresse degli altri. Il fatto che non siamo indispensabili, o necessari, od utili. E conviverci, farcene una ragione.

Patrick Gentile

 

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Unione

 

 

Nel tempo delle divisioni incoercibili, dei fili spinati e delle triple barriere atte a rattoppar la nostra geografia più prossima come punti di sutura cuciti da un macellaio miope. Nel tempo della massima sordità reciproca. Nel tempo in cui rivomitiamo noi stessi dopo esserci cucinati e mangiati. Nel tempo delle solitudini crude ed estreme. Degli isolamenti ottusi e tragicamente rinfrancanti. Nel tempo della massima incomunicabilità, al punto che a confronto Antonioni sembra un pivello. Nel tempo delle morti silenti e delle sparatorie piene di imbarazzo. Nel Far West della disunità. Nel festival delle discrepanze e delle voragini semantiche. Nel tempo del Non. Eccola qua. La parola nata male, la parola vecchia e stantia per eccellenza: unione.

Patrick Gentile

 

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A caso

 

 

Capisco sempre meno il mondo umano che ho intorno. Ogni volta che mi illudo di possedere strumenti sufficienti per interpretare e prevedere gli altrui comportamenti, puntualmente vengo disatteso. Su tutta la linea. Come non fossi perfettamente in grado di stabilire quanto grandi siano le croci sopra le altrui schiene. Come se mi pensassi un ottimo rimedio per l’altrui via crucis. Come mi fossi convinto, chissà in quale momento della mia vita, che sarei stato una fenomenale giacca a vento per proteggere gli altri dalle loro bufere. Invece non sono niente. Sono una talpa. Un pipistrello cieco. Vado a caso. E non so se esista qualcosa di più inquietante nella vita del dover andare a caso.

Patrick Gentile

 

Notte

 

 

 

Sulla morte

 

 

Non avevo mai avuto prima d’ora un periodo di così intensa riflessione sul senso della morte. Sarà per la storia che sto scrivendo. Sarà per i fatti che avvengono attorno a me. Sarà per le cose che sento. Ma, ecco, sapete, vedo morte ovunque. Morte nei discorsi, morte negli sguardi, morte nelle approssimazioni come nelle esattezze. Morte nei ricordi. I ricordi soprattutto. Che sono effigi sopra lapidi, sono gargolle. Vedo cimiteri, c’è vento nei cimiteri. Vedo quanto di me giace da tempo in quelle fosse. Prima non volevo accettarlo, non mi rassegnavo. Adesso invece è come se mi stessi arrendendo. Per brevi attimi, infinitesimali quanto decisivi. A ciò che è già sepolto. A ciò che lo sarà.

Patrick Gentile

 

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