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L’universo in un libro

La filosofia totale di Athanasius Kircher

 

 

 

 

 

Athanasius Kircher, nato nel 1602 nella regione di Fulda, in Germania, e morto a Roma nel 1680, è stato uno dei protagonisti più singolari del panorama intellettuale del Seicento. Gesuita, poligrafo, inventore, collezionista, linguista, filosofo della natura, egittologo ante litteram, la sua figura sfugge a ogni classificazione moderna. Più che un filosofo “di sistema”, come sono stati Cartesio o Spinoza, Kircher è stato un architetto di connessioni: un organizzatore instancabile di conoscenze disparate, che riusciva a far dialogare teologia, scienze naturali, filologia e arti meccaniche all’interno di una visione unitaria del mondo. La sua filosofia non è dunque una costruzione rigidamente deduttiva ma un metodo per dare ordine alla molteplicità del reale, attraverso un intreccio di analogia, osservazione, autorità testuale e invenzione tecnica.
Il contesto gesuitico fu decisivo per la sua attività. La Compagnia di Gesù, con la sua vasta rete di missioni, collegava l’Europa a tutte le principali regioni del globo. Kircher seppe sfruttare questa rete come un vero sistema di raccolta dati. Missionari, studiosi e viaggiatori gli inviavano oggetti, manoscritti, reperti naturali, testimonianze etnografiche e osservazioni scientifiche dalla Cina, dalle Americhe, dall’India, dall’Africa e dal Medio Oriente. Tutto confluiva nel suo laboratorio e nel celebre Museum Kircherianum, che non era solo una collezione di curiosità, quanto un vero dispositivo filosofico: un luogo in cui la disposizione degli oggetti e la loro presentazione visiva diventavano un argomento in sé, un modo per mostrare la varietà del mondo come articolazioni di un ordine superiore.


Per Kircher la filosofia era innanzitutto una scienza dei segni. Natura e Scrittura erano, ai suoi occhi, due libri scritti dalla stessa mano divina. La conoscenza nasceva dall’intreccio di tre elementi: l’autorità della tradizione biblica e classica, l’esperienza diretta ottenuta tramite esperimenti, viaggi e osservazioni e l’uso dell’analogia come strumento per mettere in relazione fenomeni apparentemente distanti. Questa impostazione gli permetteva di abbracciare campi di indagine oggi separati – dalla vulcanologia alla linguistica comparata, dalla medicina alla musica – mantenendo sempre l’idea che dietro la molteplicità fenomenica si celasse un disegno unitario.
Uno dei terreni in cui Kircher sviluppò con più coerenza questa visione fu la filosofia della natura. Nel Mundus subterraneus del 1664, ad esempio, la Terra è descritta come un organismo animato, dotato di un sistema di vene e arterie sotterranee attraverso cui scorrono correnti d’acqua e di fuoco. Questa concezione organicista non si limitava a spiegare singoli fenomeni ma cercava di inserirli in un quadro globale, in cui le forze visibili e invisibili cooperano secondo un ordine prestabilito. Nonostante gli errori inevitabili dovuti alle limitate conoscenze del tempo, la sua attenzione per i meccanismi unificanti e per la lettura sistemica della Terra anticipò una sensibilità che oggi definiremmo ecologica.
Un’altra chiave del suo pensiero era il magnetismo. Nel Magnes, sive de arte magnetica del 1641, prende il magnete come modello per comprendere sia fenomeni fisici che i processi chimici, medici e perfino morali. Il magnetismo diventa, così, un paradigma di relazioni invisibili, un principio che spiega l’attrazione e la repulsione tra elementi diversi. Questo modo di ragionare riflette la sua idea che la natura agisca per legami e corrispondenze e che l’analogia sia non solo uno strumento retorico ma un principio strutturale del reale.
L’interesse per la luce e l’ombra, sviluppato nell’Ars magna lucis et umbrae in mundo (1646), è un’altra espressione di questa filosofia unitaria. Qui Kircher esamina le proprietà ottiche, la camera oscura, gli specchi, le proiezioni e, soprattutto, perfeziona la lanterna magica, trasformandola in strumento di educazione e meraviglia. Anche la scienza della visione diventa un mezzo per ordinare la conoscenza: le immagini proiettate non sono soltanto intrattenimento ma veicoli per rendere visibile l’ordine nascosto delle cose.
L’acustica e la musica occupano un posto di rilievo nella sua produzione, come dimostrano la Musurgia universalis (1650) e la Phonurgia nova (1673). La musica, per Kircher, è il riflesso sensibile di un’armonia universale che collega microcosmo e macrocosmo. Lo studio della propagazione del suono, delle eco, degli strumenti musicali e persino degli automi sonori è parte di un’indagine più ampia sulla mediazione tra ordine naturale e percezione umana.
L’indagine sulle lingue e le scritture antiche rappresenta uno degli ambiti in cui la sua filosofia si fa più ambiziosa. In opere come Polygraphia nova et universalis ex combinatoria arte directa (1663) e Turris Babel, sive archontologia (1679) affronta il problema della diversità linguistica, postulando l’esistenza di una lingua primordiale, vicina all’ebraico biblico, da cui deriverebbero tutte le altre. Il tentativo di decifrare i geroglifici egizi nell’Oedipus Aegyptiacus (1652-1655) fu un fallimento dal punto di vista moderno ma non privo di risultati indiretti: Kircher intuì correttamente il valore del copto come chiave storica per comprendere l’egiziano antico, anticipando una direzione che avrebbe portato, secoli dopo, a risultati concreti con Champollion.
La sua filosofia si estendeva anche alla religione comparata. In opere come China monumentis del 1667, raccolse e rielaborò informazioni sulle civiltà asiatiche, confrontando il confucianesimo, i culti antichi e le tradizioni cristiane. Pur mantenendo una prospettiva teologica che collocava il cristianesimo al vertice, mostrò una curiosità sincera per altre culture e una volontà di integrare elementi diversi in un quadro provvidenziale.
Anche la medicina e le politiche sanitarie furono parte del suo orizzonte. Durante le epidemie di peste, combinò teorie mediche allora correnti – che mescolavano concetti miasmatici e ipotesi sulla presenza di “semi” del contagio – con misure pragmatiche di contenimento, come quarantene e fumigazioni. In questo campo, la sua filosofia si traduceva in un approccio prudenziale: agire per ridurre il danno anche in assenza di una teoria completamente verificata.
Il Museum Kircherianum, cuore visibile della sua opera, incarnava perfettamente la sua concezione del sapere. Ogni oggetto era collocato in un ordine preciso, accompagnato da descrizioni e spesso integrato con meccanismi, automi e dispositivi dimostrativi. La disposizione stessa della collezione diventava un discorso filosofico, un argomento che mostrava come la varietà delle cose potesse essere ricondotta a un principio di unità.
Uno dei tratti più peculiari della filosofia di Kircher è che non vive solo nelle parole ma si manifesta nei libri come oggetti e nelle immagini come dispositivi di pensiero. I suoi volumi, stampati per lo più a Roma nella tipografia del Collegio Romano, sono imponenti in ogni senso: grandi formati, pagine fitte, decine o centinaia di tavole incise, frontespizi allegorici complessi, dediche solenni a sovrani e cardinali. Ogni libro è una costruzione scenografica in cui il testo e l’immagine si sostengono a vicenda, e in cui l’atto di voltare pagina diventa parte di un percorso conoscitivo.
Prendiamo il caso dell’Ars magna lucis et umbrae in mundo. Il frontespizio non è un semplice biglietto da visita: è una scena teatrale in cui il Sole e la Luna, strumenti ottici e figure mitologiche, compongono un’allegoria della luce come principio di conoscenza. Per Kircher, l’illustrazione iniziale orienta già il lettore verso un’interpretazione filosofica: la luce è la metafora primaria del divino che illumina la mente ma è anche un fenomeno fisico indagabile, manipolabile e riproducibile attraverso specchi, lenti e camere oscure. Kircher concepiva le illustrazioni come vere e proprie macchine cognitive. Nel Mundus subterraneus, le incisioni che raffigurano il “cuore” della Terra, con fiumi sotterranei e canali di fuoco, non vogliono essere semplici rappresentazioni “realistiche”: funzionano come modelli concettuali, diagrammi viventi che aiutano a visualizzare processi altrimenti invisibili. Allo stesso modo, nelle sue opere linguistiche come l’Oedipus Aegyptiacus o la Turris Babel, le tavole di alfabeti, glifi, simboli e combinazioni servono da strumenti di confronto visivo immediato, capaci di far emergere somiglianze e differenze che il solo testo scritto renderebbe meno evidenti. La Polygraphia nova, dedicata ai sistemi di scrittura e alla comunicazione universale, è quasi un atlante di codici. Le tavole con ruote combinatorie e griglie di corrispondenze permettono di tradurre parole in simboli e viceversa. È un progetto che oggi potremmo definire “interfaccia di traduzione”: un dispositivo per rendere interoperabili lingue e alfabeti diversi, radicato in una filosofia dell’unità originaria del linguaggio. Ogni volume di Kircher è anche un museo portatile. Il China monumentis, ad esempio, raccoglie vedute di Pechino, mappe della Cina, illustrazioni di piante medicinali e di strumenti scientifici importati dai gesuiti. Il testo intreccia storia, religione, geografia e aneddoti, ma sono le immagini a dare un senso di immediata realtà a un lettore europeo che non avrebbe mai visto con i propri occhi quelle terre. Lo stesso principio vale per la Musurgia universalis: organi, strumenti a corde, esperimenti acustici, diagrammi dell’armonia delle sfere riempiono le tavole, trasformando la teoria musicale in un’esperienza visiva e quasi tattile.
Kircher non si limitava a disegnare. Molti dei meccanismi descritti nei suoi libri erano reali e funzionanti, conservati e mostrati nel Museum Kircherianum. Fontane musicali, automi idraulici, camere oscure e lanterne magiche erano parte dell’esperienza di visita e riflettevano il principio che la filosofia non si deve solo leggere, ma anche vedere e sperimentare. Questo approccio prefigura quello che oggi chiameremmo “public science”: un sapere che si comunica attraverso la messa in scena e la spettacolarità.
La strategia visiva di Kircher aveva anche una funzione epistemologica. Nel Seicento, l’illustrazione era parte della dimostrazione: vedere era credere. Ma per Kircher non bastava mostrare; bisognava mostrare in modo ordinato, composito, allegorico. Le sue tavole non fotografano la realtà, la interpretano. Ogni immagine è una tesi visiva, un’ipotesi resa intuitiva. In questo senso, l’apparato iconografico è un prolungamento del ragionamento filosofico e ne diventa un canale autonomo.
L’insieme di testo, immagini, frontespizio e formato materiale produce un’estetica della totalità. Ogni libro di Kircher è un microcosmo che riflette il macrocosmo del sapere. L’ordine delle sezioni, la sequenza delle tavole, la disposizione dei capitoli costruiscono un percorso che va dalla meraviglia alla comprensione, dalla curiosità iniziale alla dimostrazione finale.
È una filosofia che rifiuta la frammentazione e che, anche nei dettagli editoriali, persegue un ideale di unità: il mondo, come il libro, è un’opera divina in cui ogni parte è collegata alle altre.
Se oggi guardiamo alla sua opera, possiamo riconoscere limiti evidenti, come la tendenza a sovrainterpretare i dati attraverso corrispondenze simboliche e la scarsa attenzione alla falsificabilità delle ipotesi. Tuttavia, proprio questi limiti si intrecciano con i suoi punti di forza: la capacità di costruire visioni sistemiche, di sfruttare infrastrutture di raccolta e diffusione delle informazioni, di tradurre la complessità in artefatti visivi e meccanici. Kircher appare così come un ingegnere del sapere, un progettista di macchine concettuali e materiali per rendere leggibile l’unità del creato nella molteplicità dei fenomeni. Anche quando sbagliava, apriva sentieri di ricerca; e quando riusciva, dimostrava che la filosofia non è solo speculazione astratta ma anche un’arte di costruire strumenti per pensare.

 

 

 

 

 

La Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica

 

A Napoli abbiamo un detto: “La vacca si è tirata le zizze”, quando vogliamo significare la fine di una qualsiasi situazione che provocava profitto, godimento o felicità. Lo strapotere della Chiesa Cattolica Romana, che durava sin dai primi secoli del Medioevo, dovette pur finire e l’inizio della fine cominciò in Germania, detta, dagli inizi del ‘500, la mucca personale del papa, perché nei suoi territori, grazie alla vendita delle indulgenze, i successori di San Pietro e i loro dipendenti, stavano raccogliendo la maggior parte dei danari per la costruzione dell’imponente Martin_Lutherbasilica, dedicata al principe degli apostoli, a Roma. Ecco perché, il richiamo al detto napoletano. Chi fu, dunque, a tirare le zizze alla vacca? Fu un monaco agostiniano, chiamato Martin Lutero. Martin Luther (immagine a destra), questi il nome e cognome in tedesco, nacque a Eisleben, l’1 novembre 1483. Studiò all’Università di Erfurt e, a 22 anni, entrò in convento. Qui, si fece subito notare per l’acume e la vis polemica e fu segnalato dai suoi superiori al principe di Sassonia Federico III, che cercava professori per la nuova Università a Wittenberg. Lutero vi insegnò dialettica e fisica fino a che, inviato a Roma per risolvere questioni interne al suo ordine, ebbe modo di constatare quanto fosse in rovina la Chiesa, nel senso che sembrava tutto tranne un’istituzione quale sarebbe dovuta essere agli occhi di Dio e degli uomini e, consapevolmente o inconsapevolmente, cambiò la storia sociale, politica e religiosa del mondo. La goccia che fece traboccare il vaso fu la questione delle indulgenze. Cosa era successo: per racimolare i soldi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma, i papi promettevano la remissione dei peccati per i vivi e gli sconti in Purgatorio per i morti, a quanti avessero pagato somme di danaro in proporzione alle proprie colpe. L’affare era molto redditizio, perché la raccolta delle indulgenze era data in appalto ai potenti locali, che ingaggiarono predicatori molto furbi e abili a raggirare i fedeli. Il caso più eclatante fu quello di Alberto di Hohenzollern, principe di Brandeburgo, il quale aveva pagato diecimila ducati al papa per avere l’arcivescovato di Magonza e che, dalla vendita delle indulgenze, avrebbe ricavato il necessario venditada restituire a chi gli aveva prestato i soldi, più un’altra consistentissima offerta per la basilica. Questi, poté contare sul più abile ciarlatano e truffatore di tutta la Germania del tempo, migliore di Vanna Marchi e della figlia messe insieme: il frate domenicano Johann Tetzel. Fu così bravo a vendere “perdoni su misura” che i principi confinanti con il regno del suo datore di lavoro gli impedirono di entrare nei loro territori, perché anch’essi stavano allattando alla grande la mucca delle indulgenze. Un giorno, il domenicano raggiunse alcune parrocchie vicine a quella di Lutero per vendere le indulgenze ai suoi parrocchiani. Quando questi si presentarono da lui con la pergamena benedetta, dicendogli che non avrebbero dovuto più pentirsi e confessarsi, perché tanto era stato messo tutto a posto con qualche soldo, Lutero non ci vide più e, il 31 ottobre 1517, affisse sulla porta della Cattedrale di Wittenberg le famose 95 Tesi contro le indulgenze. Guai, però, a interferire negli affari della Chiesa Cattolica!, Nonostante le Tesi luterane fossero soltanto contro le indulgenze e non contro il papa o la Chiesa, i tuoni da Roma non tardarono ad arrivare. Sulle prime, papa Leone X fece solo un richiamo ufficiale ai superiori di Lutero, affinché lo tenessero buono e lasciassero che i traffici proseguissero in santa pace ma, poi, qualche tempo dopo, lo fece chiamare a Roma per discutere, de visu, delle sue idee.Pope-leo10 Per intervento del principe Federico, che lo proteggeva, il processo al monaco fu trasferito in Germani. Le cose, tuttavia, non cambiarono, perché Lutero non ritrattò un bel niente davanti al vicario del papa. Leone X (immagine a destra) non perse tempo e, nel 1520, emanò una bolla, Exurge Domine, con la quale invitava Lutero a ritrattare e a presentarsi a Roma, pena la scomunica. Il riformatore, per tutta risposta, la bruciò pubblicamente, insieme con libri di diritto canonico. La miccia era stata accesa e la Germania era in subbugli. Il nuovo imperatore Carlo V appoggiò la politica del papa, il quale, nel frattempo, aveva scomunicato Lutero, e, nella dieta di Worms, lo giudicò eretico, nemico del popolo, mise al bando tutte le sue dottrine e, in più, chi l’avesse ucciso non sarebbe andato in galera. La situazione, per lui, si fece pericolosissima, tanto che il suo protettore ne inscenò il rapimento, nascondendolo nel suo castello e facendolo stare tranquillo per un po’. Le idee di Lutero contagiarono anche principi, nobili senza feudo, cavalieri senza cavallo e morti di fame. Ci furono guerre e battaglie, con numerosissimi morti e feriti. Lutero, dal canto suo, disapprovò queste violenze, si dedicò alla scrittura, abbandonò l’abito monacale, sposò una ex suora, ebbe sei figli e costruì tutto l’impianto dottrinale del luteranesimo o protestantesimo. La rottura con la Chiesa di Roma fu definitiva. Questa, però, tentò di riorganizzarsi e, alla Riforma Protestante, fece seguire la Controriforma Cattolica. Come si dispose, quali misure adottò, come cercò di contrastare i protestanti? L’atto più importante e significativo fu la convocazione del Concilio di Trento. Nel 1545, papa Paolo III aprì questa commissione di cardinali, riunitasi per cambiare tutto quello che non andava e per riaffermare quello che a loro parere doveva rimanere com’era. In prima istanza, il Concilio sconfessò tutte le dottrine dei protestanti, giudicandoli eretici e dichiarando loro guerra. concilio-trento-quadro.1200Per quel che riguardava se stessa, serrò i ranghi, pretese una maggiore istruzione, a cominciare dai preti di campagna che spesso non conoscevano il latino e, in materia teologica, erano molto debili, obbligò i vescovi a risiedere nelle proprie diocesi, confermò l’assolutezza di alcuni dogmi, come la transustanziazione, ovvero quel miracolo secondo cui l’ostia e il vino nel calice diventano veramente il corpo e il sangue di Cristo, ribadì il valore dei sacramenti, che pure erano stati messi in dubbio da Lutero, e rinvigorì il culto dei santi, delle reliquie e della Madonna. Cercò, poi, di porre fine alle oscenità che erano perpetrate alla corte dei papi, come durante il periodo di papa Borgia e altri. Il successore, papa Paolo IV, fu molto più pratico, rafforzò l’Inquisizione, diretta da sei cardinali e presieduta dal pontefice stesso, con i suoi tribunali sparsi dovunque, e stilò il primo Indice dei libri proibiti nel 1559: in questo catalogo furono inseriti il Decameron di Giovanni Boccaccio, il De Monarchia di Dante, tutte le opere di Niccolò Machiavelli e Pietro Aretino, le novelle di Masuccio Salernitano, tutte le Bibbie tradotte in volgare, le poesie di Luigi Pulci e Francesco Berni eccetera, eccetera, eccetera. Ho citato solo alcuni tra i più famosi ma, in verità, la lista dell’Indice era più lunga di quella degli iscritti alla P2. Torture e roghi furono distribuiti in tutta Europa con precisione scientifica. Un’altra importante misura fu la creazione di nuovi ordini monastici: i Cappuccini, i Teatini, i Somaschi, i Barnabiti, le Orsoline e i Gesuiti, ordine fondato da Ignazio di Loyola, con l’intento di essere da modello di vita per i fedeli, di istruirli e di essere più vicini alle loro esigenze. Per quanto riguarda la letteratura, chi si mise a scrivere da quel momento in poi dovette stare molto attento. Bastava, infatti, soltanto possedere un libro proibito, che le bestie dell’Inquisizione intentavano un processo, torturavano e bruciavano vivi. L’elenco dei martiri sarebbe troppo lungo, ma vorrei ricordare Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei, assassinati o torturati per le loro idee. Galileo_Inquisizione_480Il mestiere di esprimere le proprie idee le quali, guarda caso, il più delle volte erano contrarie, se non antitetiche, a quelle di Santa Romana Chiesa, divenne più pericoloso di quello del soldato, come se quasi si morisse più facilmente pensando e scrivendo che combattendo, ma, nonostante ciò, ci fu ci continuò a usare la ragione, a voce o per iscritto. A questi uomini, che furono e sono i veri santi, devono andare le nostre preghiere e le nostre lodi. In questa cupa, tremenda, terribile, infame e angosciosa desolazione culturale voluta dalla censura della Chiesa Cattolica, contrapposta all’oro e alle decorazioni barocche degli edifici sacri, che si andavano costruendo in quegli anni, vi sono stati autori dei quali vi parlerò certamente in qualche altra occasione. Queste mie ultime parole, sicuramente forti, non devono, però, essere prese alla lettera: la desolazione culturale non vi fu neppure nel Medioevo, figuratevi nel Rinascimento. Ma, come ho già detto, il Vaticano condizionò così tanto la vita culturale europea di quel periodo, che, per lo meno, tardò l’esplosione delle nuove idee, quelle che saranno il lievito della Rivoluzione scientifica e, più tardi, dell’Illuminismo. Come vedete, per fortuna, il corso del pensiero e della ragione non poté essere arrestato, neppure da una mappata di… beh, lasciamo perdere!