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Giovanni Botero e la fondazione morale
della “ragion di Stato”

 

 

 

 

Giovanni Botero occupa un posto di grande rilievo nella storia della filosofia politica europea tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento. La sua riflessione nacque in un contesto segnato da profonde fratture: le guerre di religione, la crisi dell’unità cristiana dopo la Riforma protestante, il rafforzamento degli Stati monarchici e la progressiva professionalizzazione dell’arte di governo. In questo scenario instabile, la politica appariva sempre più come un ambito autonomo, regolato da proprie leggi. È proprio contro una lettura radicalmente autonoma della politica che Botero costruì il suo pensiero, tentando di tenere insieme l’efficacia del potere e la sua legittimità morale.
Botero si formò all’interno della cultura della Controriforma. Gesuita per molti anni, ne assimilò l’impostazione disciplinare e il rigore dottrinale, pur allontanandosene in seguito. Questo retroterra è essenziale per comprendere la sua filosofia politica. A differenza di Machiavelli, che separò nettamente l’analisi politica dalla morale tradizionale, Botero riteneva che tale separazione fosse non solo pericolosa ma anche inefficace sul lungo periodo. Il problema non era ignorare la realtà, bensì comprenderla senza sacrificare i princìpi fondamentali della giustizia cristiana.
L’opera Della ragion di Stato (1589) rappresenta il cuore teorico del suo pensiero. Botero definì la ragion di Stato come “notitia di mezzi atti a fondare, conservare, e ampliare un dominio”. Questa dichiarazione, apparentemente neutra, è subito qualificata da un limite decisivo: tali mezzi devono essere leciti. La ragion di Stato non giustifica qualsiasi azione in nome della necessità politica ma solo quelle compatibili con la legge divina e naturale. In questo modo, Botero tentò di sottrarre il concetto di ragion di Stato all’uso cinico e strumentale che se ne faceva in molti ambienti politici del tempo.
Il confronto con Machiavelli è implicito ma costante. Botero riconobbe il valore dell’osservazione realistica del potere, pur rifiutando l’idea che il fine della conservazione dello Stato potesse legittimare la frode, il tradimento o la crudeltà sistematica. Un principe che governa contro la giustizia mina la fiducia dei sudditi e crea le condizioni della propria rovina. La politica, secondo Botero, non è solo un’arte tecnica ma una pratica che incide profondamente sull’ordine morale e sociale. Per questo motivo, il sovrano deve essere non solo abile ma anche virtuoso.
Un tema centrale della filosofia politica boteriana è il ruolo della religione. Botero attribuiva alla religione una funzione strutturale nella vita dello Stato. Essa educa all’obbedienza, rafforza la coesione sociale e fornisce un fondamento trascendente all’autorità politica. Tuttavia, non si tratta semplicemente di un uso strumentale della fede. La religione vincola anche il principe, ricordandogli che il potere non è assoluto e che egli è responsabile davanti a Dio delle proprie azioni. In questo senso, la religione funge da limite interno al potere politico.


La riflessione sul consenso è un altro punto decisivo. Botero insisteva sul fatto che la forza, da sola, non bastasse a garantire la stabilità di uno Stato. Un potere fondato esclusivamente sulla paura è fragile e costoso da mantenere. Molto più solido è un dominio che si regge sulla stima dei sudditi. La reputazione del principe, costruita attraverso giustizia, moderazione e rispetto delle leggi, diventa una vera e propria risorsa politica. Qui Botero mostrò una fine comprensione delle dinamiche psicologiche e sociali del potere: governare significa anche saper orientare le percezioni e le aspettative dei governati, senza però scivolare nella pura simulazione.
Accanto alla dimensione morale e simbolica del potere, Botero dedicò grande attenzione ai fattori materiali della forza statale. Nell’opera Delle cause della grandezza e magnificenza delle città (1588), analizzò il ruolo della popolazione, del lavoro e delle attività economiche. La grandezza di una città, e più in generale di uno Stato, dipende dalla quantità e dalla qualità degli abitanti, dalla loro capacità produttiva e dalla circolazione delle ricchezze. Botero osservò che le città prosperano quando offrono sicurezza, giustizia e opportunità, attirando uomini e capitali, mentre decadono quando il governo è oppressivo o inefficiente.
Questa attenzione alla demografia e all’economia rappresenta uno degli aspetti più innovativi del suo pensiero. Pur muovendosi ancora entro categorie pre-moderne, Botero intuì il legame tra popolazione numerosa, sviluppo economico e potenza politica. Il governo deve, quindi, favorire il lavoro, limitare gli sprechi, evitare tassazioni eccessive e promuovere attività utili al bene comune. In questo quadro, la politica non è solo comando ma anche amministrazione razionale delle risorse.
La concezione del potere sovrano in Botero è fortemente improntata al principio di responsabilità. Il principe non è padrone dello Stato ma suo custode. Egli deve perseguire il bene comune, non l’interesse personale o dinastico. Pur sostenendo forme di governo forti e centralizzate, Botero rifiutava l’arbitrio. Il potere è legittimo solo se esercitato secondo giustizia e orientato alla conservazione dell’ordine sociale. Questa posizione lo collocò all’interno di una tradizione che cercava di giustificare l’autorità politica senza trasformarla in dominio assoluto e incontrollato.
La filosofia politica di Giovanni Botero può dunque essere letta come un tentativo consapevole di rispondere alla crisi del suo tempo senza accettare una separazione netta tra politica e morale. Il suo pensiero combinò osservazione realistica, attenzione ai fattori economici e demografici e un forte ancoraggio etico-religioso. Botero non elaborò una teoria astratta del potere ma una riflessione concreta sull’arte di governare, vòlta a costruire Stati stabili, prosperi e moralmente legittimi. Proprio questa tensione tra realismo e normatività rende la sua opera un passaggio fondamentale nella formazione della moderna filosofia politica.

 

 

 

 

 

 

Utopia di Thomas More

L’isola che non c’è

 

 

 

 

Utopia, pubblicata nel 1516 da Thomas More, è un’opera che non solo ha introdotto un nuovo genere letterario, quello della letteratura utopica, ma ha anche offerto uno spaccato profondo delle tensioni politiche e filosofiche del Cinquecento inglese ed europeo. Attraverso la descrizione di un’isola immaginaria e della sua società ideale, More esplora temi di giustizia sociale, organizzazione politica e morale individuale.
L’Autore scrive Utopia nel contesto dell’Inghilterra del XVI secolo, un periodo di grandi cambiamenti e di instabilità politica. L’Europa è attraversata dalle prime ondate di Riforma protestante e dalla dissoluzione dei monopoli ecclesiastici, mentre i regni si trovano a navigare le complesse dinamiche del capitalismo nascente. In questo quadro, More, uomo di legge e Lord Cancelliere sotto Enrico VIII, propone un modello di convivenza che critica tanto le monarchie assolute quanto le tensioni economiche prodotte dall’emergente mercantilismo.
Il libro è diviso in due parti: la prima contiene una critica pungente delle politiche europee dell’epoca, specialmente quelle inglesi, mentre la seconda descrive l’isola di Utopia. Questa divisione riflette la doppia visione di More che, da un lato, denuncia le ingiustizie del suo tempo e, dall’altro, propone un modello alternativo basato su principi di equità e comunanza delle risorse.
Utopia è rappresentata come una società che ha abolito la proprietà privata, dove i beni sono condivisi e l’avidità è vista come un vizio non solo morale ma anche sociale. Il lavoro è obbligatorio per tutti, garantendo che nessuno possa accumulare ricchezze a discapito di altri. More introduce anche un sistema educativo avanzato e inclusivo, mirato al miglioramento morale oltre che intellettuale.
L’opera è ricca di implicazioni filosofiche che non solo delineano una critica sociale, ma invitano anche a un esame delle basi etiche e dei principi su cui si potrebbe costruire una società ideale.
La nozione di bene comune è centrale in Utopia. More immagina una società dove la proprietà privata non esista; tutti i beni sono di proprietà comune e gestiti dallo Stato. Ciò elimina non solo la povertà, ma anche l’invidia e il crimine che, secondo l’Autore, sono spesso prodotti dalla disuguaglianza economica. Questa visione utopica riflette influenze platoniche, in particolare l’idea della proprietà comune tra i guardiani nel dialogo Repubblica. More utilizza questo modello per criticare le ingiustizie del capitalismo nascente, proponendo un’alternativa radicale che oggi potremmo associare al comunismo utopico.


Il lavoro, poi, è obbligatorio per tutti i cittadini e si basa su un’etica che valorizza il contributo individuale al bene comune. Questo non solo assicura che ogni individuo contribuisca alla società, ma promuove anche un senso di solidarietà e cooperazione. L’obbligo di lavorare riduce la dipendenza da servitù o schiavitù, concetti molto presenti nell’Europa del XVI secolo. La visione di More sul lavoro come dovere sociale e fonte di realizzazione individuale anticipa discussioni moderne sull’etica del lavoro e sul suo ruolo nell’autorealizzazione.
L’approccio di More alla legalità è notevolmente progressista. Le leggi sono poche e semplici, progettate per essere facilmente comprensibili da tutti i cittadini, evitando così la corruzione e l’abuso di potere, che spesso accompagnano sistemi legali complessi e arcuati. Inoltre, il sistema giuridico di Utopia è orientato più alla prevenzione del crimine e alla rieducazione del criminale che non al suo semplice castigo. Questa visione riformista della legge come strumento di giustizia sociale riflette le idee dell’Autore sulla moralità applicata alla legislazione, dove le pene severe sono rare e considerate contrarie all’etica della rieducazione.
More, inoltre, propone un modello di tolleranza religiosa che è eccezionale per il suo tempo. L’isola accoglie una varietà di credenze religiose e i conflitti teologici sono risolti attraverso il dialogo e la persuasione piuttosto che la coercizione. Questo pluralismo non solo critica la tendenza dell’Europa coeva di risolvere le differenze religiose attraverso la violenza, ma propone anche un modello di coesistenza pacifica che prefigura le moderne società laiche.
Le proposte di More, pertanto, sebbene idealizzate, fungono da critica alle strutture di potere del suo tempo e offrono spunti ancora rilevanti per le discussioni contemporanee su come costruire società più giuste e equilibrate. Utopia, quindi, non è solo un’opera di critica sociale, ma un manifesto filosofico che interroga i fondamenti stessi della società umana. Sebbene l’isola di Utopia possa apparire come un’ideale irraggiungibile, le questioni che solleva sono di straordinaria attualità. L’opera invita a un esame critico delle strutture di potere e delle disuguaglianze, mostrando come la letteratura possa fungere da catalizzatore per il cambiamento sociale e culturale. La visione di More non offre solo una fuga dall’iniquità, ma una mappa per una rifondazione della società basata su principi di equità e giustizia condivisa.

 

 

 

 

Gotescalco d’Orbais

Pensatore scomodo della cristianità carolingia

 

 

 

 

Gotescalco d’Orbais, attivo nella prima metà del IX secolo, è una delle figure più controverse e intellettualmente affascinanti del Medioevo carolingio. Monaco, teologo, poeta e polemista, fu protagonista di un acceso conflitto dottrinale sulla predestinazione, che mise in discussione l’ortodossia del suo tempo e anticipò alcuni temi fondamentali della riflessione religiosa occidentale. A lungo dimenticato o distorto dalla storiografia ecclesiastica, è oggi rivalutato come esempio di rigore intellettuale e coraggio teologico in un’epoca di consolidamento istituzionale della Chiesa.
Gotescalco nacque intorno all’anno 805, probabilmente in Sassonia, da una famiglia nobile. Ancora fanciullo, fu affidato come oblato all’abbazia benedettina di Fulda, uno dei centri spirituali e culturali più importanti dell’Impero carolingio. L’oblazione era una pratica che prevedeva la consacrazione di un bambino alla vita monastica, spesso decisa dai genitori. Questo atto, pur riconosciuto dall’autorità ecclesiastica, divenne in seguito oggetto di critiche da parte dello stesso Gotescalco, che rivendicò la libertà personale come prerequisito per una vera vocazione religiosa. Il suo rifiuto dell’oblazione forzata, affrontato come una questione giuridica e teologica, è emblematico del suo carattere: non un semplice ribelle ma un uomo guidato da una visione coerente dell’autorità, della libertà e della fede. Dopo aver perso la disputa legale contro Rabano Mauro, abate di Fulda, Gotescalco si trasferì nell’abbazia di Orbais, in Neustria, dove fu ordinato sacerdote e approfondì i suoi studi di teologia, filosofia e letteratura classica.
L’elemento centrale e più clamoroso del pensiero di Gotescalco è la dottrina della “predestinazione gemina”: l’idea che Dio, nella sua onnipotente prescienza, abbia eternamente predestinato alcuni alla salvezza e altri alla dannazione. Secondo lui, questa doppia predestinazione non è condizionata dalle opere né influenzata dal libero arbitrio umano ma è inscritta nel disegno eterno e immodificabile della volontà divina.


Gotescalco si basava principalmente su testi di Agostino d’Ippona, in particolare sulle sue opere anti-pelagiane. Tuttavia, radicalizzava l’agostinismo in una forma più estrema, avvicinandosi al determinismo. A suo avviso, la giustizia di Dio si manifesta sia nella salvezza degli eletti che nella punizione dei reprobi e la grazia non è distribuita equamente ma secondo un decreto divino misterioso e inappellabile.
Questa dottrina colpiva al cuore la visione teologica carolingia, che cercava di conciliare l’onnipotenza divina con la libertà e la responsabilità dell’uomo. Per Gotescalco, il libero arbitrio esiste solo in un senso secondario: l’uomo agisce ma la sua sorte è già fissata. Qualsiasi merito o demerito individuale è solo manifestazione visibile di una scelta eterna fatta da Dio.
La predicazione di Gotescalco attirò rapidamente l’attenzione dei vescovi. Il primo a reagire fu Rabano Mauro, suo antico avversario, che lo accusò di eresia per la sua interpretazione rigida della predestinazione. Il caso esplose nel sinodo di Magonza del 848, dove venne condannato, pubblicamente frustato e costretto a bruciare i suoi scritti. La sentenza ordinò la sua reclusione nel monastero di Hautvillers, con il divieto assoluto di insegnare o scrivere. Questa condanna non fermò la sua produzione intellettuale: continuò a scrivere trattati, lettere, inni poetici, mostrando una lucidità e una resistenza spirituale fuori dal comune. Le sue poesie (i Carmina) sono tra i documenti più suggestivi del periodo, non solo per il valore letterario ma anche per la forza della testimonianza interiore.
La polemica sulla predestinazione diede origine a un dibattito acceso nel mondo carolingio. L’imperatore Carlo il Calvo, interessato a mantenere la coesione ecclesiastica, convocò, nell’849, un altro sinodo, a Quierzy, che confermò la condanna di Gotescalco. Ma il caso era ormai diventato un affare teologico di primo piano.
Tra i principali oppositori del monaco figurava Giovanni Scoto Eriugena, uno dei massimi filosofi della scolastica primitiva. Eriugena scrisse un trattato intitolato De divina praedestinatione, in cui confutava radicalmente le tesi di Gotescalco, sostenendo che la dannazione non è oggetto di predestinazione, poiché Dio è bontà assoluta e non può volere il male. Tuttavia, la posizione di Eriugena – influenzata dal neoplatonismo – fu anch’essa giudicata sospetta da alcuni ambienti ecclesiastici, proprio perché sembrava negare la giustizia punitiva divina. Nel frattempo, altri teologi come Prudenzio di Troyes, Remigio di Auxerre e Floro di Lione tentarono una via intermedia: affermare che Dio predestina alla salvezza, ma solo prevede la dannazione dei reprobi in quanto frutto del libero arbitrio. Questa distinzione tra praedestinatio e praescientia fu il compromesso più largamente accettato dai sinodi successivi.
Gotescalco morì attorno all’868, ancora recluso, senza aver mai abiurato le sue convinzioni. Per secoli, fu ricordato come eretico e agitatore. A partire dal Rinascimento, però, e, soprattutto, dalla Riforma protestante, il suo pensiero fu riscoperto e rivalutato. Martin Lutero e Giovanni Calvino videro in lui un precursore della loro dottrina sulla grazia e la predestinazione.
Nel XX secolo, la storiografia critica ha restituito a Gotescalco la sua complessità: non un fanatico ma un teologo coerente, formatosi in una tradizione agostiniana e costretto a esprimersi in un’epoca in cui il potere ecclesiastico tendeva a reprimere ogni voce dissonante.
Gotescalco d’Orbais è stato un pensatore radicale. La sua concezione di Dio non lascia spazio a compromessi: o la grazia è totale oppure tutto è menzogna. Nella sua visione cupa e lucida del mondo si scontrano forze opposte – giustizia contro misericordia, libertà contro destino. Non è stato uno modello dottrinale, quanto un esempio di onestà intellettuale, integrità morale e fede incrollabile, in un tempo in cui pensare liberamente poteva costare caro. La sua storia smentisce l’immagine di un Medioevo privo di pensiero critico: fu anche un’epoca di dibattiti accesi e di una ricerca appassionata della verità.

 

 

 

 

La Donazione di Costantino

Il grande inganno smascherato da Lorenzo Valla

 

 

 

 

Per secoli, la Donazione di Costantino è stata considerata una delle basi giuridiche e morali del potere temporale della Chiesa. Questo documento, che si riteneva redatto dall’imperatore Costantino il Grande, affermava che egli avrebbe concesso a papa Silvestro I e ai suoi successori l’autorità su Roma, sull’Italia e sull’intero Impero d’Occidente. La motivazione di questo dono, secondo il testo, sarebbe stata la guarigione miracolosa di Costantino dalla lebbra grazie al battesimo ricevuto da papa Silvestro.
Il documento sosteneva che Costantino, riconoscente per il miracolo, non solo avrebbe concesso al papa il primato sulla Chiesa universale, ma gli avrebbe anche assegnato la sovranità su vasti territori. Inoltre, il testo affermava che l’imperatore, per rispetto verso il papa, avrebbe trasferito la propria sede da Roma a Costantinopoli, lasciando alla Chiesa il controllo sulla città eterna e sulle province occidentali.
Per il papato medievale, la Donazione di Costantino fu un’arma formidabile per affermare il proprio potere nei confronti degli imperatori, dei re e dei principi cristiani. Venne utilizzata per legittimare la pretesa della Chiesa di essere l’autorità suprema, non solo in campo religioso, ma anche politico.
Nel XV secolo, con l’avvento dell’Umanesimo, il mondo della cultura iniziò a mettere in discussione molte certezze tramandate dal Medioevo. L’umanista e filologo Lorenzo Valla fu tra i primi a sottoporre la Donazione di Costantino a un’analisi rigorosa, utilizzando gli strumenti della filologia e della critica storica.

Nel 1440, Valla scrisse il trattato De falso credita et ementita Constantini donatione declamatio, in cui dimostrò, con prove linguistiche e storiche, che la Donazione era un falso medievale, probabilmente redatto nell’VIII secolo, durante il papato di Stefano II (752-757). Questo documento sarebbe stato creato per rafforzare le pretese della Chiesa nei confronti del neonato Sacro Romano Impero e dei re franchi, in particolare di Pipino il Breve, che aveva concesso al papa il controllo di alcuni territori italici.
Lorenzo Valla dimostrò la falsità della Donazione attraverso un’attenta analisi della lingua del testo. Le sue osservazioni principali furono l’uso del latino medievale – il documento conteneva espressioni e strutture linguistiche che non appartenevano al latino classico del IV secolo, ma piuttosto al latino medievale, tipico dell’VIII secolo; gli anacronismi giuridici – il testo faceva riferimento a concetti legali e istituzioni che non esistevano all’epoca di Costantino, ma che erano propri del periodo carolingio; gli errori storici e geografici – il documento menzionava realtà politiche e amministrative che non erano ancora presenti nel IV secolo: le incongruenze nei titoli imperiali – il modo in cui Costantino si riferiva a se stesso non corrispondeva al protocollo ufficiale dell’impero romano del tempo. L’opera di Valla fu rivoluzionaria perché per la prima volta un documento della Chiesa veniva sottoposto a una critica scientifica basata su metodo e razionalità.
L’analisi di Valla, inizialmente, non ebbe un impatto immediato, poiché la Chiesa cercò di ignorare o minimizzare la questione. Tuttavia, nel lungo periodo, il suo lavoro contribuì a mettere in discussione l’autorità politica del papato e a indebolire la credibilità delle sue pretese territoriali.
L’indagine filologica di Valla divenne un modello per la critica storica moderna e fu ampiamente ripresa nei secoli successivi. Con la Riforma Protestante del XVI secolo, la falsità della Donazione divenne un argomento centrale per gli oppositori del papato, tra cui Martin Lutero, che citò il lavoro di Valla per attaccare la corruzione della Chiesa.
Oggi, la Donazione di Costantino è riconosciuta come uno dei più celebri falsi documentali della storia. L’opera di Lorenzo Valla è considerata una pietra miliare nel campo della critica testuale e della filologia, segnando un momento chiave nella transizione dal Medioevo al Rinascimento. La sua indagine dimostrò che il potere della Chiesa non poteva più basarsi su documenti apocrifi e consolidò un nuovo approccio basato sulla ragione e sull’analisi critica delle fonti, aprendo la strada al pensiero moderno.

 

 

 

Hegel, la Filosofia della Storia e Angela Merkel

 

 

Nelle sue Lezioni sulla Filosofia della Storia, che io, da studente universitario, ho amato e che, tuttora, amo ancora tantissimo, il filosofo tedesco George Wilhelm Hegel argomentò, con ragioni troppo lunghe da poter esaudire in poche righe, la superiorità, sugli altri, del popolo tedesco o, meglio, dello spirito del popolo tedesco, per usare la sua terminologia, almeno sin dai tempi della Riforma Protestante. Il sommo Hegel, però, omise un particolare rilevantissimo: fossero anche il miglior popolo del mondo, hanno poco chiara la teoria dei ricorsi storici di Giambattista Vico (un napoletano!), dottrina elaborata circa cinquant’anni prima delle Lezioni hegeliane. Due guerre mondiali, evidentemente, hanno insegnato alcunché ai teutonici. Oggi, infatti, stanno invadendo economicamente l’Europa! Non passerà troppo tempo che, con molta probabilità, si troveranno nuovamente con le pezze al culo, come nel 1945, alla faccia di Hegel!!!

 

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La Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica

 

A Napoli abbiamo un detto: “La vacca si è tirata le zizze”, quando vogliamo significare la fine di una qualsiasi situazione che provocava profitto, godimento o felicità. Lo strapotere della Chiesa Cattolica Romana, che durava sin dai primi secoli del Medioevo, dovette pur finire e l’inizio della fine cominciò in Germania, detta, dagli inizi del ‘500, la mucca personale del papa, perché nei suoi territori, grazie alla vendita delle indulgenze, i successori di San Pietro e i loro dipendenti, stavano raccogliendo la maggior parte dei danari per la costruzione dell’imponente Martin_Lutherbasilica, dedicata al principe degli apostoli, a Roma. Ecco perché, il richiamo al detto napoletano. Chi fu, dunque, a tirare le zizze alla vacca? Fu un monaco agostiniano, chiamato Martin Lutero. Martin Luther (immagine a destra), questi il nome e cognome in tedesco, nacque a Eisleben, l’1 novembre 1483. Studiò all’Università di Erfurt e, a 22 anni, entrò in convento. Qui, si fece subito notare per l’acume e la vis polemica e fu segnalato dai suoi superiori al principe di Sassonia Federico III, che cercava professori per la nuova Università a Wittenberg. Lutero vi insegnò dialettica e fisica fino a che, inviato a Roma per risolvere questioni interne al suo ordine, ebbe modo di constatare quanto fosse in rovina la Chiesa, nel senso che sembrava tutto tranne un’istituzione quale sarebbe dovuta essere agli occhi di Dio e degli uomini e, consapevolmente o inconsapevolmente, cambiò la storia sociale, politica e religiosa del mondo. La goccia che fece traboccare il vaso fu la questione delle indulgenze. Cosa era successo: per racimolare i soldi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma, i papi promettevano la remissione dei peccati per i vivi e gli sconti in Purgatorio per i morti, a quanti avessero pagato somme di danaro in proporzione alle proprie colpe. L’affare era molto redditizio, perché la raccolta delle indulgenze era data in appalto ai potenti locali, che ingaggiarono predicatori molto furbi e abili a raggirare i fedeli. Il caso più eclatante fu quello di Alberto di Hohenzollern, principe di Brandeburgo, il quale aveva pagato diecimila ducati al papa per avere l’arcivescovato di Magonza e che, dalla vendita delle indulgenze, avrebbe ricavato il necessario venditada restituire a chi gli aveva prestato i soldi, più un’altra consistentissima offerta per la basilica. Questi, poté contare sul più abile ciarlatano e truffatore di tutta la Germania del tempo, migliore di Vanna Marchi e della figlia messe insieme: il frate domenicano Johann Tetzel. Fu così bravo a vendere “perdoni su misura” che i principi confinanti con il regno del suo datore di lavoro gli impedirono di entrare nei loro territori, perché anch’essi stavano allattando alla grande la mucca delle indulgenze. Un giorno, il domenicano raggiunse alcune parrocchie vicine a quella di Lutero per vendere le indulgenze ai suoi parrocchiani. Quando questi si presentarono da lui con la pergamena benedetta, dicendogli che non avrebbero dovuto più pentirsi e confessarsi, perché tanto era stato messo tutto a posto con qualche soldo, Lutero non ci vide più e, il 31 ottobre 1517, affisse sulla porta della Cattedrale di Wittenberg le famose 95 Tesi contro le indulgenze. Guai, però, a interferire negli affari della Chiesa Cattolica!, Nonostante le Tesi luterane fossero soltanto contro le indulgenze e non contro il papa o la Chiesa, i tuoni da Roma non tardarono ad arrivare. Sulle prime, papa Leone X fece solo un richiamo ufficiale ai superiori di Lutero, affinché lo tenessero buono e lasciassero che i traffici proseguissero in santa pace ma, poi, qualche tempo dopo, lo fece chiamare a Roma per discutere, de visu, delle sue idee.Pope-leo10 Per intervento del principe Federico, che lo proteggeva, il processo al monaco fu trasferito in Germani. Le cose, tuttavia, non cambiarono, perché Lutero non ritrattò un bel niente davanti al vicario del papa. Leone X (immagine a destra) non perse tempo e, nel 1520, emanò una bolla, Exurge Domine, con la quale invitava Lutero a ritrattare e a presentarsi a Roma, pena la scomunica. Il riformatore, per tutta risposta, la bruciò pubblicamente, insieme con libri di diritto canonico. La miccia era stata accesa e la Germania era in subbugli. Il nuovo imperatore Carlo V appoggiò la politica del papa, il quale, nel frattempo, aveva scomunicato Lutero, e, nella dieta di Worms, lo giudicò eretico, nemico del popolo, mise al bando tutte le sue dottrine e, in più, chi l’avesse ucciso non sarebbe andato in galera. La situazione, per lui, si fece pericolosissima, tanto che il suo protettore ne inscenò il rapimento, nascondendolo nel suo castello e facendolo stare tranquillo per un po’. Le idee di Lutero contagiarono anche principi, nobili senza feudo, cavalieri senza cavallo e morti di fame. Ci furono guerre e battaglie, con numerosissimi morti e feriti. Lutero, dal canto suo, disapprovò queste violenze, si dedicò alla scrittura, abbandonò l’abito monacale, sposò una ex suora, ebbe sei figli e costruì tutto l’impianto dottrinale del luteranesimo o protestantesimo. La rottura con la Chiesa di Roma fu definitiva. Questa, però, tentò di riorganizzarsi e, alla Riforma Protestante, fece seguire la Controriforma Cattolica. Come si dispose, quali misure adottò, come cercò di contrastare i protestanti? L’atto più importante e significativo fu la convocazione del Concilio di Trento. Nel 1545, papa Paolo III aprì questa commissione di cardinali, riunitasi per cambiare tutto quello che non andava e per riaffermare quello che a loro parere doveva rimanere com’era. In prima istanza, il Concilio sconfessò tutte le dottrine dei protestanti, giudicandoli eretici e dichiarando loro guerra. concilio-trento-quadro.1200Per quel che riguardava se stessa, serrò i ranghi, pretese una maggiore istruzione, a cominciare dai preti di campagna che spesso non conoscevano il latino e, in materia teologica, erano molto debili, obbligò i vescovi a risiedere nelle proprie diocesi, confermò l’assolutezza di alcuni dogmi, come la transustanziazione, ovvero quel miracolo secondo cui l’ostia e il vino nel calice diventano veramente il corpo e il sangue di Cristo, ribadì il valore dei sacramenti, che pure erano stati messi in dubbio da Lutero, e rinvigorì il culto dei santi, delle reliquie e della Madonna. Cercò, poi, di porre fine alle oscenità che erano perpetrate alla corte dei papi, come durante il periodo di papa Borgia e altri. Il successore, papa Paolo IV, fu molto più pratico, rafforzò l’Inquisizione, diretta da sei cardinali e presieduta dal pontefice stesso, con i suoi tribunali sparsi dovunque, e stilò il primo Indice dei libri proibiti nel 1559: in questo catalogo furono inseriti il Decameron di Giovanni Boccaccio, il De Monarchia di Dante, tutte le opere di Niccolò Machiavelli e Pietro Aretino, le novelle di Masuccio Salernitano, tutte le Bibbie tradotte in volgare, le poesie di Luigi Pulci e Francesco Berni eccetera, eccetera, eccetera. Ho citato solo alcuni tra i più famosi ma, in verità, la lista dell’Indice era più lunga di quella degli iscritti alla P2. Torture e roghi furono distribuiti in tutta Europa con precisione scientifica. Un’altra importante misura fu la creazione di nuovi ordini monastici: i Cappuccini, i Teatini, i Somaschi, i Barnabiti, le Orsoline e i Gesuiti, ordine fondato da Ignazio di Loyola, con l’intento di essere da modello di vita per i fedeli, di istruirli e di essere più vicini alle loro esigenze. Per quanto riguarda la letteratura, chi si mise a scrivere da quel momento in poi dovette stare molto attento. Bastava, infatti, soltanto possedere un libro proibito, che le bestie dell’Inquisizione intentavano un processo, torturavano e bruciavano vivi. L’elenco dei martiri sarebbe troppo lungo, ma vorrei ricordare Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei, assassinati o torturati per le loro idee. Galileo_Inquisizione_480Il mestiere di esprimere le proprie idee le quali, guarda caso, il più delle volte erano contrarie, se non antitetiche, a quelle di Santa Romana Chiesa, divenne più pericoloso di quello del soldato, come se quasi si morisse più facilmente pensando e scrivendo che combattendo, ma, nonostante ciò, ci fu ci continuò a usare la ragione, a voce o per iscritto. A questi uomini, che furono e sono i veri santi, devono andare le nostre preghiere e le nostre lodi. In questa cupa, tremenda, terribile, infame e angosciosa desolazione culturale voluta dalla censura della Chiesa Cattolica, contrapposta all’oro e alle decorazioni barocche degli edifici sacri, che si andavano costruendo in quegli anni, vi sono stati autori dei quali vi parlerò certamente in qualche altra occasione. Queste mie ultime parole, sicuramente forti, non devono, però, essere prese alla lettera: la desolazione culturale non vi fu neppure nel Medioevo, figuratevi nel Rinascimento. Ma, come ho già detto, il Vaticano condizionò così tanto la vita culturale europea di quel periodo, che, per lo meno, tardò l’esplosione delle nuove idee, quelle che saranno il lievito della Rivoluzione scientifica e, più tardi, dell’Illuminismo. Come vedete, per fortuna, il corso del pensiero e della ragione non poté essere arrestato, neppure da una mappata di… beh, lasciamo perdere!