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La metafisica della partecipazione

Enrico di Gand nel dibattito scolastico del XIII secolo

 

 

 

 

Enrico di Gand (Henricus de Gandavo), detto anche Doctor Solemnis, è stato uno dei più importanti filosofi e teologi della seconda metà del XIII secolo. Nato attorno al 1217 nelle Fiandre, fu canonico di Tournai e insegnò teologia all’Università di Parigi, centro nevralgico del pensiero scolastico. La sua opera costituisce un momento di snodo critico nel dibattito tra agostinismo e aristotelismo, tra l’autorità della tradizione e le esigenze di sistemazione razionale del sapere. L’impronta della sua filosofia è quella di un pensatore indipendente, capace di mettere in discussione tanto Tommaso d’Aquino quanto Bonaventura da Bagnoregio, pur dialogando con entrambi. La sua produzione principale è costituita dai Quodlibeta, raccolte di dispute accademiche che toccano tutti i principali temi della teologia e della metafisica medievale.
Tratto distintivo della filosofia di Enrico è il rifiuto del primato tomista dell’intelletto nella conoscenza. Per Tommaso d’Aquino, l’intelletto astratto è la facoltà superiore e guida dell’anima razionale. Enrico, invece, attribuisce alla volontà un ruolo preminente, sottolineando che l’adesione al vero non sia solo un atto intellettivo ma anche un atto volitivo. Questo lo avvicinò alla tradizione agostiniana, in cui la volontà ha un valore spirituale e morale essenziale. Per Enrico, la certezza non deriva solo dall’evidenza dell’intelletto ma anche da un assenso volontario. In questo modo, anticipò alcune delle tensioni che sarebbero esplose nel volontarismo francescano e, più tardi, nel pensiero di Guglielmo di Ockham.
Uno dei temi centrali della riflessione metafisica di Enrico è la questione dell’essere. Egli si oppose all’univocità dell’essere proposta da Giovanni Duns Scoto, secondo cui l’essere ha un significato identico quando si parla di Dio e delle creature. Enrico, invece, sostenne una concezione analogica dell’essere, seppure in modo differente da Tommaso. Secondo Enrico, l’essere non è un concetto puramente universale né totalmente equivoco: esso possiede una analogicità fondata sulla partecipazione. Le creature partecipano dell’essere in modo derivato e finito, mentre Dio è essere per essenza. Questa partecipazione ontologica gli consentì di preservare la trascendenza divina senza recidere il legame tra Dio e il mondo.


Enrico difese la concezione immateriale e immortale dell’anima, in linea con la tradizione cristiana ma con sfumature che rivelano la sua originalità. Contestò sia il materialismo aristotelico di alcuni averroisti latini, sia l’eccessiva intellettualizzazione dell’anima presente in altri scolastici. Per lui, l’anima è il principio vitale ma, soprattutto, è ciò che permette la relazione personale con Dio. Uno dei punti più controversi del suo pensiero riguarda la visione beatifica. Enrico sosteneva, infatti, che l’anima non potesse vedere Dio nella sua essenza se non ricevendo una luce creata da Dio stesso, una sorta di mediazione che rende possibile la visione dell’increato da parte del finito. Ciò lo portò a uno scontro con Tommaso, il quale affermava che è solo la luce increata (cioè la stessa luce di Dio) a rendere possibile la visione.
Enrico recuperò la dottrina dell’illuminazione divina agostiniana, pur rielaborandola in modo critico. Per Agostino, ogni conoscenza vera richiede la luce divina come condizione necessaria: la mente umana riconosce la verità perché illuminata da Dio. Enrico, pur accogliendo questa struttura, cercò di razionalizzarla, distinguendo tra l’illuminazione come condizione metafisica permanente e l’atto conoscitivo concreto. L’illuminazione, in Enrico, è una garanzia di certezza, che però non elimina l’autonomia dell’intelletto umano. Questo equilibrio tra dipendenza da Dio e attività razionale è uno dei suoi contributi più raffinati alla gnoseologia scolastica.
Nell’ambito etico, Enrico insisté sulla centralità dell’intenzione. L’azione morale non è definita soltanto dalla sua conformità alla legge naturale o divina quanto soprattutto dalla rettitudine dell’intenzione. Anche qui si nota il peso della tradizione agostiniana e una tensione verso una concezione soggettiva della moralità, che anticipò sviluppi successivi. La volontà, in quanto libera, è capace di autodeterminazione e ciò la rende altresì responsabile del male. Enrico affrontò il problema del peccato e del libero arbitrio ponendo l’accento sulla colpa soggettiva e sulla libertà come dono divino ma anche come rischio.
La filosofia di Enrico di Gand ha avuto un’influenza duratura, nonostante sia stata in parte oscurata dalla fama di Tommaso d’Aquino e di Giovanni Duns Scoto. Il suo pensiero è stato una fonte importante per autori come Giacomo da Viterbo, Guglielmo di Ockham e anche per il tardo agostinismo che prefigurò la Riforma protestante. Inoltre, Enrico rappresenta un modello di indipendenza intellettuale: non si piegò alle scuole dominanti ma cercò un equilibrio tra tradizione e innovazione. Il suo metodo, fondato sulla disputa e sull’analisi rigorosa dei concetti, è, oggi, una testimonianza della vitalità della scolastica come laboratorio di pensiero.
Enrico di Gand, quindi, è un pensatore chiave per comprendere le tensioni della filosofia scolastica tardo-medievale: tra fede e ragione, tra agostinismo e aristotelismo, tra autorità e ricerca personale. La sua opera dimostra che la filosofia medievale non fu un semplice commento ai testi dell’antichità ma un terreno vivo di riflessione, in cui la fede cristiana si confrontava senza paura con le sfide della ragione. La profondità della sua analisi, la coerenza delle sue posizioni e la lucidità con cui affrontò le questioni più complesse fanno di Enrico di Gand un autore ancora oggi degno di studio. La sua filosofia è, in definitiva, un esercizio rigoroso di pensiero libero, orientato alla verità ma consapevole della finitezza dell’intelletto umano.

 

 

 

 

La filosofia inglese e le sue leggi “concrete”

 

Perché gli inglesi hanno dominato il mondo per almeno quattro secoli

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

Gli inglesi, per quel che concerne la storia del pensiero, si sono distinti dagli altri popoli europei, antichi e moderni, a causa di quella impronta, ad essi del tutto peculiare, tendenzialmente antimetafisica ed essenzialmente pragmatica. A scorrere rapidamente quella storia, infatti, ciò può essere facilmente notato: quando il Medioevo volgeva ormai al termine, mentre nelle scuole del resto d’Europa i dotti erano ancora impelagati nelle dispute scolastiche sulle prove dell’esistenza di Dio, sugli universali, sulla Trinità e sui quodlibeta, Roger Bacon, filosofo, scienziato e mago, il doctor mirabilis (dottore dei miracoli), fondava la gnoseologia empirica, secondo la quale l’esperienza sia il vero e unico mezzo per acquisire conoscenza del mondo. Tre erano, secondo il filosofo, i modi con cui l’uomo potesse comprendere la verità: con la conoscenza interna, data da Dio tramite l’illuminazione; con la ragione, la quale, però, non è bastevole, e, infine, con l’esperienza sensibile, ovvero tramite i cinque sensi, il non plus ultra di cui esso possa disporre e che gli consente di avvicinarsi alla reale conoscenza delle cose. Il frate francescano William of Ockham, il doctor invincibilis (dottore invincibile), con il suo famosissimo rasoio, semplificò al massimo la spiegazione dei fenomeni, mostrando l’inutilità di moltiplicare le cause e di introdurre enti al di là della fisica: “Frustra fit per plura, quod fieri potest per pauciora” (è inutile fare con più, ciò che si può fare con meno). Francis Bacon, il filosofo dell’adagio “Sapere è potere”, padre della rivoluzione scientifica e del metodo scientifico nell’osservazione e nello studio dei fenomeni attraverso l’induzione, meglio definita e rinnovata rispetto a quella aristotelica, fu avversatore dei pregiudizi, da lui chiamati idola (idoli o immagini), che impedivano la reale conoscenza e intelligenza della natura, e fu ispiratore di un’altra grande mente inglese, Isaac Newton, lo scienziato-osservatore empirico per eccellenza. Thomas Hobbes diede spiegazione a tutti gli aspetti della realtà col suo materialismo meccanicistico, annullando la res cogitans (sostanza pensante) di Cartesio e il suo ambiguo rapporto con la res extensa (sostanza materiale), retroterra sul quale basò la sua concezione della natura umana, della condizione di guerra di tutti contro tutti (l’homo homini lupus), del patto di unione e del patto di società, dai quali sarebbero poi nati, rispettivamente, la civiltà e, attraverso la rinuncia da parte di ogni uomo al suo diritto su tutto e la cessione di questo al sovrano, lo Stato, il Leviathan (Leviatano). John Locke, l’empirista, l’autore di An essay concerning human under standing (Saggio sull’intelletto umano), sosteneva che tutta la conoscenza umana derivasse dai sensi. Indagò le idee e i processi conoscitivi della mente, criticando l’innatismo cartesiano e leibniziano e, tra l’altro, fu strenuo propugnatore del liberalismo politico e della tolleranza religiosa. David Hume, l’estremo dell’empirismo inglese, asseriva, come Locke, che la conoscenza non fosse innata, ma scaturisse dall’esperienza. Egli negò sia la sostanza materiale che quella spirituale, tutto riducendo a sensazione e stato di coscienza. Demolì il concetto di causa, ritenendolo mero costume della mente, suscitato dall’abitudine, e postulò, quali conoscenze universali e necessarie, soltanto quelle della geometria, dell’algebra e dell’aritmetica. Adam Smith, filosofo ed economista, teorizzò l’idea che la concorrenza tra vari produttori e consumatori avrebbe generato la migliore distribuzione possibile di beni e servizi, poiché avrebbe incoraggiato gli individui a specializzarsi e migliorare il loro capitale, in modo da produrre più valore con lo stesso lavoro. E, infine, l’Utilitarismo di Jeremy Bentham e John Stuart Mill prima, con tutte le implicazioni morali (o moralmente inglesi), legate ai concetti di “utile” e di “felicità“, e quello di Henry Sidgwick, poi, col suo edonismo etico, mediante il quale aggiunse importanti precisazioni ai concetti dell’utilitarismo classico. Queste riflessioni filosofiche hanno certo corrispettivo pratico allorquando si osservano attentamente tutte le sfaccettature dell’English way of life e dei princìpi che, ancora oggi, lo animano. Il motivo per cui gli inglesi, fino a circa settant’anni fa, hanno realmente dominato il mondo (basti pensare al British Empire e al Commonwealth), ha le proprie basi nel pragmatismo che, dal 1200 in poi, ha caratterizzato le sue classi intellettuali e, di riflesso, quelle deputate all’azione. Un popolo non condizionato dalla religione, come lo sono stati, dal Medioevo alle soglie dell’età contemporanea, la maggior parte dei Paesi cattolici europei, libero di sottomettere altre genti, che non ha combattuto in nome di Dio ma degli uomini, era destinato ad avere il ruolo che ha avuto e che ancora ha. Del resto, negli stessi anni in cui un bardo venuto dalle Midlands incantava gli spettatori del Globe Theatre a Londra, mettendo in scena l’amore tra Romeo e Giulietta, la filosofia dell’essere e del non essere e la gelosia di Otello, la regina Elisabetta I nominava baronetto il più astuto e lesto pirata della storia: sir Francis Drake!

 

Sir Francis Bacon (1561-1626)

 

Pubblicato l’1 aprile 2017 su La Lumaca