Archivio mensile:agosto 2015

Il mio personale tributo a Dante Alighieri nel 750° anniversario della nascita 

 

dedicato a tutte le mie Beatrici

 

Quanto riportato di seguito è soltanto un infinitesimo aspetto della grandezza di quest’uomo e della sua opera (dalla mia “Storia (non troppo seria) della Letteratura Italiana”):

Ci pensò proprio Dante, a prendersi la rivincita, per sé stesso e per tutti i poeti amanti non corrisposti (me compreso!). Leggete questi versi:

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,
di te mi loderò sovente a lui.

(Inf., canto II, vv. 70-74)

Ci troviamo nel II canto dell’Inferno. È il tramonto. Superata la selva oscura e le tre fiere, il poeta è immobile, impaurito e ormai deciso a non intraprendere più il viaggio nell’aldilà, nonostante la presenza rassicurante di Virgilio, sua guida. A quel punto, l’autore dell’Eneide gli riferisce di non temere, poiché la sua salvezza sta a cuore a tre donne: alla Madonna, a Santa Lucia, e sì, proprio a lei, a Beatrice: “Una donna beata e bella, con gli occhi più lucenti di una stella, si è rivolta a me, con voce soave e angelica, chiedendomi di soccorrerti, perché ella, dopo aver udito che ti eri smarrito, è arrivata troppo tardi. Anima gentile e onesta, mi ha pregato, ti imploro di aiutarlo, affinché io ne abbia consolazione. Io sono Beatrice ed è per amore che te lo chiedo”. La donna, infatti, dal Paradiso, era scesa nel limbo, dove dimorava l’anima di Virgilio, per esortarlo a proteggere e seguire colui che io, qui e adesso, secondo quanto riferiscono i suoi meravigliosi versi, posso finalmente definire il suo amato!!! Dopo essere stata celebrata lungo tutta la sua breve vita e molto oltre, seppure andata in sposa ad un altro uomo, alla fine, Beatrice ricambia l’amore di Dante. Dante ce l’ha fatta! Vi giuro che, scrivendo questi ultimi righi, non sono riuscito a trattenere la commozione!  È una mia opinione, ma mi piace ritenere che tutto, proprio tutto, lo slancio dal quale è nata la Divina Commedia, sia contenuto in questi cinque versi del canto II dell’Inferno, pronunciati da Beatrice.

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John William Waterhouse, “L’incontro di Dante con Beatrice”, 1915

C’è poco da fare. È stato il più grande di tutti. Al di là di quanto abbiate potuto conoscere di lui e delle sue opere sfogliando le pagine, a lui dedicate, in questo libro, vi consiglio di andare a prenderli i suoi libri e di leggerli voi stessi. Ho sempre pensato che la migliore storia della letteratura sia quella che ognuno di noi si “fa” da solo, semplicemente leggendone e meditandone le opere, senza la mediazione e i filtri interpretativi di quanti, seppure con competenza, esplicano i contenuti di ciò che è stato scritto da altri. Cominciate proprio con Dante. In fondo, sarebbe un bel modo per essergli grati, per esprimere riconoscenza a quella mente eccelsa, instillata in un uomo di mediocre statura, d’onestissimi panni sempre vestito, col volto lungo, il naso aquilino e gli occhi grossi, le mascelle grandi e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato, i capelli e la barba spessi, neri e crespi e sempre nella faccia malinconico e pensoso (Giovanni Boccaccio, Trattatelo in laude di Dante, XX), che io immagino ancora passeggiare lungo l’Arno e per i suoi ponti, nell’amata Firenze, immerso nei propri pensieri, tutti per Beatrice e per i versi che, di lì a poco, le avrebbe composto, solo, nella sua piccola stanza, attraverso il cui lucernario, ogni notte, rivolgendo lo sguardo sognante e incantato verso il cielo, avrebbe, poi, scorta, meravigliosa, risplendere tra le stelle.

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Henry Holiday, “Dante e Beatrice”, 1884

 

 

Due bicchieri di whisky

 

 

Mi ricordo di un giorno
quei due confini ordinati
tra i passaggi insidiosi
dove filava il diretto
noi due dentro
sui polsi richiusi
traboccati
all’amorevole cospetto
di una gioventù inesperta e spaesata
come lo squillo
di una chiamata
il nostro viaggio spaurito
poi la trasferta
là sulle alte quote nelle quali ancora si incurva
tra i freddi sentieri
uno Stelvio promettente
e marziale
l’ortica agra
cresciuta sotto il frizzare irrequieto
di quegli eterni binari i nostri due bicchieri di whisky
convergenti
al colare nel nero
dell’uovo rosso del sole
mentre mi suona la O’ Connor e
Nothing else matter
affonda la tua notte
sul fare del giorno
perfino adesso che l’alba sposa l’erba alle pietre
la pelle al fuoco
la menta agli orti la pioggia sul picco in sella
e i poderi che la campagna ritorta con fatica raggranella.
 
Ecco fermiamoci qui
a un passo dal bordo scontroso
la prova del nove
sul selciato erto e nevoso
che pure ci unisce
per vivere o morire credere o brindare
mentre puntiamo
questo traforo radioso di stelle
e non ci rabbrividisce d’asprezza il pavido vento o un’eclisse
se sei tu la mia certezza
ed io la tua sera
io la tua pelle.

(Patrick Gentile)

 

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29 agosto 2015. Sorrento. Libreria Indipendente

 

Presentazione del giallo di Francesca BattistellaIl messaggero dell’alba”, Scrittura&Scritture, 2014.
Roma. Il mondo letterario è sconvolto da una serie di omicidi di scrittori famosi. Quattro elementi che l’assassino lascia sulle scene dei crimini, ciascuno molto particolare, a cominciare dalla stessa arma del delitto. Un pool investigativo, capitanato da Enrico Marconi, viene subito mobilitato per tracciare il profilo del serial Killer. Intanto, a Massa Lubrense, Alfredo Filangieri, in attesa dell’arrivo di sua nipote Eugenia e della profiler Costanza Ravizza, viene coinvolto nell’organizzazione di un festival letterario. Altri delitti arriveranno a tormentare anche la kermesse letteraria massese.
Letture di Marilena Altieri e Nino Casola. Relazione e intervista all’Autrice di Riccardo Piroddi. Organizzazione generale e musiche di Mimmo Bencivenga, proprietario della Libreria Indipendente.

 

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11924289_10204476638707444_4995418984659697382_nFoto di Daniela Ponticorvo

Misericordia

 

Apro gli occhi su un pensiero. Il pensiero è che mi odio quando faccio così. Incontro qualcuno. Lo ascolto mentre si racconta, mi ascolta mentre mi racconto. E poi mi spingo oltre e mi spingo oltre perché in definitiva ci sto veramente bene. E ci sto veramente bene perché stavo per perdere il lavoro e quando l’ho ritrovato era troppo tardi e avevo già perso un sacco di pezzi e volevo ridisegnare tutto quanto da capo. Gli parlo attaccato alla spalla, fitto e veloce e scoordinato e sbandato, e poi barbuglio e arranco e inciampo e mi incazzo e poi non lo so nemmeno io. So che vorrei che lui sentisse lo stesso, che mi stringesse, baciasse, invece no. Perché io sono un talebano, lui una persona, io sono irrequieto, lui eteroetero-dunque-sublima. Direzioni opposte che si incrociano per ragioni poco chiare. Ma siccome si sono incrociate allora divento arrogante e tronfio. E dopo è quella stanza grigia, la stanza delle decisioni. Che sono inutili quanto certi sughi. Sono un saltimbanco che fa la ruota, la capriola, uno che agli uomini stringe spesso il cazzo e rare volte la mano, e si dimentica di un sacco d’altre cose. Bisognerebbe chiedere misericordia. E non perché sono misero e da compatire. Ma perché so di poter essere anche meglio di così. So di poter essere un uomo. Come te.

Patrick Gentile

 

ascolta

 

 

Lavate le vostre coscienze nel mare intriso del sangue di innocenti

 

Sangue innocente. Questo il prezzo per lavare le vostre coscienze! Comodo, molto comodo, troppo comodo, sentenziare dal salotto di casa propria, in nome del falso e ipocrita buonismo occidentale, di chi si dice disposto ad aiutare ma che, in realtà, non muove un dito, uno. Flatus vocis. Ecco cos’è la vostra disposizione ad accogliere i migranti. Chiacchiere! L’Europa non può e, soprattutto, non vuole farlo!!! Non saranno certo le vostre ciance dal cuore d’oro a salvare questi disgraziati dall’annegamento. Non saranno certo le vostre ciance dal cuore d’oro ad annientare, anche fisicamente, quanti fanno affari con i governi, per imbarcare questi miseri verso la morte. Queste ciance serviranno soltanto a lavare la vostra coscienza nel mare intriso del sangue di innocenti!!!

 

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Mercury Rev

 

Il percorso artistico dei Mercury Rev, eroi della psichedelia contemporanea, è stato tanto poliedrico quanto spericolato, iniziato, coi primi lavori, all’insegna di una psichedelia caotica e delirante e continuato con la riscoperta di un certo pop genuino e orchestrale, condito con atmosfere barocche. I Mercury Rev rappresentano una delle più importanti mercuryrev_1_1354103595realtà dell’underground negli ultimi due decenni. La loro musica affonda le radici nel più glorioso passato. In essa, sono riconoscibili sicuramente influenze beatlesiane, tenue psichedelia stile Velvet Underground e atteggiamenti tipici del progressive. I Mercury Rev nascono nel 1989 a Buffalo, Stati Uniti, e, dopo qualche anno di gavetta e creazioni di colonne sonore per film minori, si ritrovano con la formazione definitiva. Il nucleo iniziale comprende l’originale ed eccentrico David Baker alla voce, il chitarrista Sean “Grasshopper” Mackiowiak, la flautista Suzanne Thorpe, Jimmy Chambers alla batteria, Jonathan Donahue alla chitarra e seconda voce e il bassista Dave Fridmann, già produttore e ingegnere del suono per i Flaming Lips. La storia del gruppo può essenzialmente suddividersi in due grandi fasi: una prima, in cui a farla da padrone è certa psichedelia delirante e drogata, a tratti demente e spesso molto caotica, e una seconda, in cui la band “riscopre” la canzone classica, fatta di strofa e ritornello, e condita da orchestre barocche e atmosfere degne del pop più genuino. Capolavoro della prima fase è “Yerself is steam“, Columbia Records, 1991. Il disco è talmente originale che riesce ad emanciparsi da qualsiasi forma di rock in voga all’epoca. E’ naturalmente lontano anni luce dal grunge (genere che non mai avuto nulla a che vedere con la psichedelia), ma anche da certa psichedelia tipicamente statunitense e dal sound shoegaze. “Yerself is steam” (ascolta) è essenzialmente un disco anarchico, che gioca tutto, o quasi, sulle dissonanze delle chitarre e su dolci melodie di flauto, che creano una atmosfera stralunata e delirante, a volte persino romantica. Dal disco viene Mercury+Revestratto come singolo “Chasing a bee” (ascolta), una ballata malata e decadente, in cui chiaramente si intuisce il devastante uso di droga della band. Da menzionare anche “Blue and black” (ascolta), agghiacciante melodia, retta da piano e orchestra, e cantata da un Baker più stravolto che mai. Degna di nota, anche “Sweet oddysee of a Cancer Cell T’ Th’ Center Of Yer Heart” (ascolta), pura sinfonia di rock psichedelico che accumula, per tre minuti, una tensione in grado di snervare l’ascoltatore, per poi esplodere in uno tsunami di distorsioni ululanti. Il pezzo è uno dei capolavori della band, una sintesi perfetta e cinica del loro modo di fare musica. L’apoteosi del loro rock è, però, nel pezzo finale, “Very sleepy rivers“, (ascolta) una ballata spettrale, dall’atmosfera opprimente e claustrofobica, dove la chitarra ripete in continuazione una melodia svogliata e Baker, come in preda a un bad trip, canta in modo delirante, prima biascicando, poi urlando come un indemoniato. Il disco è un fulmine a ciel sereno, una sorta di anomalia nel panorama rock dell’epoca. Poche band riescono a suonare un rock così rumoroso ma condito da arrangiamenti curatissimi nei dettagli e melodici. Purtroppo, per una serie di vicissitudini discografiche, e a causa di Baker, che suona sempre imbottito di droghe, rovinando spesso le esibizioni live, l’album non avrà un gran successo e sarà snobbato da gran parte della critica. Dopo “Yerself is stem“, è la volta di “Boces” Beggars Banquet Records, 1993, secondo disco del primo corso psichedelico della band. “Boces” è, però, meno estremo e più dolce nelle melodie, ben lontano, quindi, dall’essere il clone del primo disco.Mercury_Rev_Lo_Res_Album_Art Dopo “Boces“, inizia la seconda fase della loro carriera musicale, all’insegna della riscoperta della canzone classica e del pop barocco e orchestrale. Simbolo per eccellenza di questo nuovo corso è “Deserter’s song“, V2 Records, 1998 (copertina a destra). “Deserter’s song” è un album elegante e dall’orchestrazione magniloquente, dalle atmosfere che richiamano la Belle Époque e dal cantato dolce e aggraziato. In quasi ogni pezzo del disco è presente una sorta di progressione per accumulazione, in base alla quale le canzoni iniziano con arrangiamenti scarni, eseguiti da pochi strumenti, per sfociare, pian piano, in un’apoteosi di suoni, che creano atmosfere sognanti. L’apertura è affidata a “Holes” (ascolta), canzone fiabesca e incantata, che sembra quasi aver la capacità di fermare il tempo. Poi, il capolavoro “Tonite it shows” (ascolta), introdotto da xilofono e fiati, cui seguono arie fantasy che accompagnano l’ascoltatore in un mondo di fiabe e folletti. “I collect coins” (ascolta), invece, spiazza tutti. Dopo aver messo in mostra la loro abilità di arrangiatori classici, i Mercury Rev, con questa mini ballata di piano, sembrano portare indietro nel tempo, per far assaporare la bellezza della musica anni ‘30. “Opus 40” (ascolta) è il pezzo più melodico del disco, un’orgia di suoni, colori e vitalità, un ritornello dalla spontaneità disarmante. “Hudson line” (ascolta) è una melodia hqdefaultingenua e infantile, puntellata dal sassofono e da sporche chitarre elettriche. “Goddess on a Highway” (ascolta) è il pezzo più rock del disco, anche se mantiene costante spensieratezza e ingenuità. “Deserter’s song” è, in conclusione, un capolavoro in cui tutto è perfetto, lussuoso e trasognante. Un’opera maestosa che non si può ascoltare con leggerezza, ma viverla e starci dentro. E’ un disco che chiede intimità, da ascoltare in solitudine, per poter essere apprezzato a fondo e capirne la grandezza. “Deserter’s song” è un disco assolutamente privo di tempo e avulso dal suo tempo, che si eleva fino ad altezze irraggiungibili per la maggior parte delle band anni ‘90. E’ forse la più bella esperienza musicale dei ‘90.

Pier Luigi Tizzano

 

Lo zoo di Berlino

 

“Christiane F.” fu per me, che lo vidi da ragazzino, il rovescio perfetto del “Tempo delle mele”, una specie di lato oscuro ed estremo di quella che consideravo una generazione presa nel mezzo. Da un lato un certo onanismo eidetico e favolistico tipico di pellicole come “Blue Lagoon” o “Paradise”, dall’altro la chiaroveggenza a tratti zombiesca di una deriva ben precisa. L’epopea della deiezione grunge si raccoglie, ‘in nuce’, tutta qui, dall’altra parte del Muro. E con David Bowie danza sull’abisso. Una catabasi talmente profonda da tenerti a galla sul pelo della tenerezza. Restai così turbato dalla visione di questo film che decisi che mi sarei drogato anche io. Nella mia mente stringevo il laccio coi denti e infilavo l’ago. Avrei avuto il mio zoo, il mio rifugio suburbano, la mia ganga smidollata e becera. Ma ero uno stronzo. Un pavido “rebel without a cause”, una miniatura goffa di James Dean. E difatti alla fine non mi sono intossicato mai. Mai un tiro, mai una pasticca, mai nemmeno una sbronza. Ho avuto il mio rehab in compenso. Mentale. Ed interminabile.

Patrick Gentile

 

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La Scuola siciliana

 

Nei primi decenni del ‘200, Federico II di Svevia, preso pieno possesso del Regno di Sicilia, riunì, nel suo palazzo, a Palermo, funzionari, burocrati a lui fedeli e alti amministratori, annunziando loro: “È giunto il momento che io superi gli altri sovrani del mondo anche nella cultura!”. L’Hohenstaufen aveva chiaro in mente che per creare un vero Stato italiano e non soltanto “un’espressione geografica”, come avrebbe appellato l’Italia, seicento anni dopo, il principe austriaco Klemens von Metternich, avesse avuto bisogno, per prima cosa, di una lingua comprensibile a tutti i suoi sudditi. Il latino, infatti, seppure fosse la lingua franca dell’Europa medievale, restava oscuro alla quasi totalità delle genti sotto il suo imperio, le quali, tra loro, sapevano esprimersi soltanto in volgare o dialetto. Frederick_II_and_eagleLa lingua di Roma antica, inoltre, era quella dei preti e della Chiesa e allo Stupor mundi  (stupore del mondo), come i contemporanei chiamavano lo svevo, stavano entrambi sui due mondi. Anche per questo, quindi, il re operò per porre in essere le condizioni affinché, nell’uso quotidiano, il latino fosse definitivamente rimpiazzato dal volgare. Molti degli amministratori e dei funzionari di Federico (immagine a destra) non erano siciliani e, nelle terre di provenienza, avevano sentito dire che nelle corti del Nord Italia avessero bazzicato i trovatori, fuggiti dalla Provenza all’arrivo delle truppe di papa Innocenzo III, il quale, per ironia della sorte, fu anche tutore di Federico. Poiché Palermo era troppo lontana per invitarli a recitare colà le loro poesie, tutti insieme, re in testa, decisero che, per il maggiore prestigio della compagnia, del regno e della dinastia, avrebbero dovuto anche loro comporre versi. Fu proprio alla poesia, quindi, che il nipote del Barbarossa intese affidare il compito di veicolare la nuova lingua ufficiale. Così, tra una legge emanata e una battuta di caccia, qualche condanna a morte e un’esecuzione capitale, la redazione di documenti pubblici e una passeggiata per controllare come stessero le cose intorno al castello, alla corte di Palermo e in provincia si scrivevano poesie alle donne. La traccia fu fornita dalla lirica cortese della Provenza, lo svolgimento, invece, ebbe caratteri propri, con differenze anche notevoli. Innanzi tutto, rispetto ai trovatori, che erano di varia estrazione sociale, feudatari come cavalieri squattrinati, i poeti siciliani appartenevano tutti alla cerchia di Federico, quindi, erano persone istruite, professionalmente impegnate e vivevano agiatamente. Essi, poi, non erano musicisti (non sapevano suonare alcuno strumento) ma, semplicemente, diremmo oggi, parolieri, scrivevano, cioè, solo i versi. scuola_siciliana_02_nPer l’accompagnamento musicale, se la fortunata ascoltatrice avesse voluto il complessino, avrebbe dovuto chiamare i musicanti e pagarli a parte. Per quanto riguarda le tematiche, infine, i siciliani erano molto meno “platonici” e più efficaci dei provenzali. La donna era, sempre e comunque, signora e padrona, e il suo amante costantemente pronto a servirla, giorno e notte, in tutti i modi possibili. Nei componimenti dei siciliani, però, scompariva quella distanza incolmabile tra la dama e l’amante che, invece, era dolorosamente imprescindibile per i trovatori. Anzi, i primi celebravano proprio nel “vedere” la donna, il momento più bello di tutta la faccenda:

Meravigliosamente
un amor mi ristringe
e mi tiene ogn’ora.
Com’om che pone mente
in altro exemplo pinge
la simile pintura,
così, bella, facc’eo
che’nfra lo core meo
porto la tua figura…

scriveva Giacomo da Lentini (immagine in basso a destra). Da quella visione, poi, si libravano in volo tutta una serie di immagini, di metafore, di tricche e di ballacche, di forze della natura, di pietre preziose, di animali reali e fantastici, di figure splendide e ideali, che certamente dovevano far molto piacere alle donne, anche se queste, in mezzo a tutte quelle parole difficili, ci capivano veramente poco. 01107Per questo, i poeti, spesso, prendevano il due di picche ed erano dolori e lamenti! Per non rimanere come dei fessi, si affrettavano a giustificarsi sostenendo che servire l’amata e impegnarsi ad esserle fedele li avrebbe resi più nobili e migliori di quanti, invece, arrivavano al sodo. Essi cantavano l’amore in quanto tale, più che un reale affaire, alla francese, o un intercourse, all’inglese (la corte di Federico era internazionale!). Le donne amate erano, prima di tutto, simboli ai quali indirizzare le proprie considerazioni su cosa fosse l’amore. C’era, tuttavia, un elemento che accomunava i siciliani ai provenzali: la paura delle malelingue, sempre in agguato, ad ogni angolo e in ogni occasione, per mettere in cattiva luce il poeta agli occhi della sua dama.

 

 

 

Autoironia

 

Spesso nella mia vita ho dovuto constatare che l’autoironia è il solo autentico salvagente per non affondare negli inferni più estremi. Del resto è una consapevolezza che si acquisisce piano piano, ferita dopo ferita, lacrima dopo lacrima. Impari a ridere di te solo quando hai versato l’ultima stilla del tuo sangue. È lì che inizi a non prenderti più sul serio. A sorridere delle tue sciagure, delle tue disfatte. A farlo con un certo occhio benevolo, accondiscendente. È lì che impari anche ad accarezzarti da solo. E a non ritenere più che ti sia dovuta l’esistenza di qualcun altro pronto a farlo al posto tuo.

Patrick Gentile

 

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