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La grande “burla” di Michelangelo Buonarroti

 

 

 

Ebbene sì!!! La più grande burla della storia è stata propinata alla Chiesa proprio sotto il naso e, per di più, in un capolavoro collocato, in saecula saeculorum, presso la sede “santa”, in modo che, quotidianamente, possano ammirarlo e continuare a credere di non vedervi nulla. Eh sì, perché ad osservare bene il drappo con angeli nel quale è Dio, si vede chiaramente come esso altro non rappresenti che il cervello umano, nella forma che tutti noi, oggi, conosciamo, grazie a quella libera scienza che molti “santi” hanno avversato con condanne a morte e roghi. Questo perché, anche il sommo Michelangelo, nonostante fosse vissuto cinque secoli fa, ne aveva contezza, in quanto dissezionava cadaveri, per studiarne l’anatomia e le parti interne. L’eccelso artista, quindi, ha voluto significare ai suoi “santi” committenti e al mondo: Dio è stato creato dal cervello umano che, di conseguenza, crea anche il mondo dei fenomeni. Il resto sono favole!!! Sono più chiaro: Dio non esiste perché è una creazione della mente dell’uomo e se Dio non esiste, non dovreste esistere neppure voi intesi come associazione che lo rappresenta, a vario titolo, in Terra!
Strano, però, che quegli unici e “santi” detentori della verità non si siano ancora accorti di questa impercettibile sottigliezza. Evidentemente, oggi come nel Cinquecento, sono troppo impegnati a contare danari e non hanno il tempo di alzare il naso al cielo, neppure per contemplare un capolavoro dell’arte universale!

 

Michelangelo Buonarroti, “La creazione di Adamo” (1511)
Cappella Sistina, Roma

 

 

               

I Papi, la guerra e la pace: Pio XII e l’allocuzione natalizia Cinque punti per una giusta pace internazionale, del 24 dicembre 1939

 

 

Eugenio Pacelli, asceso al soglio pontificio col nome di Pio XII, è stato il 260° papa della Chiesa Cattolica Romana. Nato a Roma, il 2 marzo 1876, fu eletto papa nel 1939. Segretario di Stato di Pio XI, tentò, in tutti i modi, di scongiurare la Seconda guerra mondiale. Morì il 9 ottobre 1958.

 

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Questa allocuzione natalizia di Pio XII, eletto papa nel marzo dello stesso anno 1939, riprese alcuni spunti dell’omelia pasquale (9 aprile), dedicata al tema della pace, divenuto un vero e proprio assillo del pontefice. La proposta dei cinque punti per una giusta pace internazionale fu lanciata nella fase quasi di stallo della guerra, dopo l’invasione e l’occupazione della Polonia da parte della Germania di Adolf Hitler. Pio XII, che era stato a lungo ai vertici della Segreteria di Stato ed era un grande conoscitore della diplomazia internazionale, aveva indubbiamente presente l’esito non felice delle ripetute offerte di mediazione promosse da Benedetto XV. Il documento, nella sua parte finale, riferì, significativamente, dell’arrivo a Roma di Myron Taylor, ambasciatore e rappresentante personale del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, premessa di inediti stretti rapporti tra la Santa Sede e gli Stati Uniti. Nel momento pioXII52ain cui Pio XII pronunciò questo discorso (24 dicembre 1939), la guerra, come detto, era già cominciata. Il mondo sembrava aver dimenticato i messaggi pacificatori di Cristo, la voce della ragione e la fratellanza cristiana e si era stati costretti ad assistere ad una serie di atti inconciliabili, sia con le prescrizioni del diritto internazionale, sia con i principi del diritto naturale, che con gli stessi più elementari sentimenti di umanità. In questa categoria rientravano la premeditata aggressione contro un piccolo, laborioso e pacifico popolo (Polonia), col pretesto di una minaccia non esistente, non voluta e nemmeno possibile; le atrocità commesse e l’uso illecito di mezzi di distruzione di massa, anche contro non combattenti; il disprezzo della dignità, della libertà e della vita umana e, infine, la sempre più estesa e metodica propagazione anticristiana e persino atea. Dovere della Chiesa, secondo il pontefice, era preservare sé stessa e la propria missione con ogni sforzo possibile. Quando il mondo, stanco di combattersi, avrebbe voluto stabilire la pace, sarebbe stato necessario un lavoro immane per abbattere l’avversione e l’odio. Nella consapevolezza degli eccessi, cui avevano aperto la strada dottrine e atti di politiche non curanti della legge di Dio, il papa e la Santa Sede tentarono, fino all’ultimo, di evitare il peggio e di persuadere gli uomini, nelle cui mani era la forza e su cui gravava la pesante responsabilità di rinunciare al conflitto armato e di risparmiare al mondo terribili sciagure. I problemi che si agitavano tra le nazioni non erano irrisolvibili, ma quella fiducia, originata da una serie di circostanze particolari, impediva che si prestasse fede all’efficacia di eventuali promesse e alla durata di possibili convenzioni. Non restò, quindi, al pontefice e al Vaticano, che adoperarsi per alleviare le sventure derivanti dalla guerra. Pio XII, rivolgendosi ai governanti e alla parte sana di ogni popolo, invitò loro a tener presente quelli che sarebbero stati i cinque punti fondamentali per una pace giusta e duratura, nel momento in cui la guerra sarebbe terminata. Primo punto: assicurare il diritto alla vita e all’indipendenza di tutte le nazioni, grandi e piccole, potenti e deboli. Quando questa uguaglianza di diritti è distrutta, lesa o messa in pericolo, l’ordine giuridico esige una riparazione, la cui misura ed estensione non è determinata dalla guerra o dall’arbitrio egoistico, ma dalle norme di giustizia e di reciproca equità. Secondo punto: affinché l’ordine, stabilito in questo modo, potesse avere stabilità e durata, le nazioni avrebbero dovuto liberarsi dalla schiavitù della corsa agli armamenti e dal pensiero che la forza materiale, invece di tutelare il diritto, ne diventa acerrima nemica. Condizioni di pace, che non attribuissero fondamentale importanza ad un disarmo mutuo, organico e progressivo, e non si curassero di attuarlo lealmente, rivelerebbero, prima o poi, la loro inconsistenza. Terzo punto: in ogni riassetto della convivenza internazionale, sarebbe dovuto essere fondamentale che, da tutte le parti in causa, si deducessero le conseguenze dalle lacune o dalle mancanze del passato; nel creare o ricostituire le istituzioni internazionali, che avevano una missione pacelli4tanto alta, ma, allo stesso tempo, difficile e piena di gravi responsabilità, bisognava tenere presenti le esperienze derivate dall’inefficacia o dal funzionamento difettoso di simili iniziative precedenti. Quarto punto: Se si fosse voluto veramente un migliore ordinamento dell’Europa, si sarebbe dovuto tener conto dei veri bisogni e delle giuste richieste delle nazioni e dei popoli, come pure delle minoranze etniche, richieste le quali, se non sempre bastanti a fondare uno stretto diritto, meritavano tuttavia, un esame, per pervenire ad un loro assolvimento per vie pacifiche e, ove fosse necessario, per mezzo di una equa, saggia e concorde revisione dei trattati. Quinto punto: anche i regolamenti migliori e più compiuti sarebbero stati imperfetti e condannati all’insuccesso se i governanti e i popoli stessi non si fossero lasciati penetrare da quel senso di responsabilità, che misura e pondera gli statuti umani, secondo le sante e incrollabili norme del diritto divino. Le difficoltà per realizzate quanto esposto, concluse il pontefice, erano certamente enormi, ma coloro i quali si fossero uniti nel vincolo della fede, avrebbero potuto contribuire al fine della pace vera, purché, finita la guerra, fossero sorti, presso tutti i popoli e le nazioni, spiriti animati dal coraggio, che opponessero all’istinto della vendetta, la severa e nobile maestà della giustizia.

 

               

I Papi, la guerra e la pace: Pio XI e l’enciclica Divinis Redemptoris, del 19 marzo 1937

 

 

Achille Ambrogio Ratti, asceso al soglio pontificio col nome di Pio XI, è stato il 259° papa della Chiesa Cattolica Romana. Nato a Desio, il 31 maggio 1854, fu eletto papa nel 1922. Normalizzò i rapporti con lo Stato Italiano, con la firma, nel 1929, dei Patti Lateranensi. Nelle sue encicliche, trattò grandi problemi di ordine morale e sociale. Morì il 10 febbraio 1939.

 

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Questa enciclica, nota anche con l’espressione Sul comunismo ateo, è ricca di citazioni dal Nuovo Testamento, di precedenti documenti del Magistero pontificio (enciclica Quadragesimo Anno) e di riferimenti ad encicliche di altri papi (Rerum Novarum di Leone XIII). La dura critica e la inappellabile condanna non riguardarono soltanto la dottrina del socialismo, ma anche l’Unione Sovietica, cioè il comunismo fattosi Stato, con grandi apparati di dominio e consolidati legami internazionali. Il documento si collocò nell’inedito contesto di un comunismo che esercitava una forte attrazione sul mondo operaio e intellettuale, ma anche all’interno stesso di ambienti progressisti cristiani, come nel caso della Francia del Fronte popolare. Le valutazioni di Pio XI sul comunismo non potevano che essere negative e rispecchiavano la coerenza della Chiesa Cattolica, che aveva sempre valutato l’ideologia comunista come antitetica al messaggio cristiano. Il papa emise questa enciclica nel 1937, anche in seguito alla vittoria delle sinistre in Francia, guidate dal socialista Leon Blum, ma, soprattutto, perché preoccupato per quanto stava accadendo in Russia, dopo essere stato pio-xi-599x275informato dall’amministratore apostolico di Mosca, Pie Eugéne Neveu, delle purghe staliniane. Il comunismo bolscevico e ateo, argomentò il pontefice, rappresentava un pericolo, mirante a capovolgere l’ordinamento sociale e a scalzare gli stessi fondamenti della civiltà, di fronte alla cui minaccia la Chiesa non poteva tacere perché difendere la verità, la giustizia e tutti quei beni eterni che il comunismo misconosceva e combatteva, era la sua missione peculiare. Dopo tutti gli appelli, le encicliche (Miserentissimus Redemptor, Quadragesimo anno, Charitate Christi, Acerba Animi, Dilectissima Nobis) e le allocuzioni, il papa ritenne necessario alzare nuovamente la voce con un documento ancora più solenne. La dottrina del comunismo, secondo Pio XI, contemplava un falso ideale di giustizia, di eguaglianza e di fraternità. Uno pseudo-ideale di giustizia, di eguaglianza e di fraternità nel lavoro, pervadeva tutta la sua dottrina e tutta la sua attività di un falso misticismo, che comunicava uno slancio e un entusiasmo contagioso alle folle adescate da false promesse. Questa dottrina, nascosta sotto apparenze spesso seducenti, si fondava sui principi del materialismo dialettico e storico, predicati da Karl Marx, di cui i teorici del bolscevismo pretendevano di possedere l’unica genuina interpretazione. Il comunismo, inoltre, spogliava l’uomo della sua libertà, principio spirituale della sua condotta morale, togliendo ogni dignità alla persona umana. All’uomo individuo non era riconosciuto, di fronte alla collettività, alcun diritto naturale della personalità umana, essendo esso, nel comunismo, semplice ruota e ingranaggio del sistema. Nelle relazioni tra gli uomini, poi, era sostenuto il principio dell’assoluta uguaglianza, rinnegando ogni gerarchia e autorità stabilite da Dio. Neppure il diritto di proprietà è accordato agli uomini. Rifiutando ogni carattere sacro e spirituale, una tale dottrina faceva del matrimonio e della famiglia istituzioni puramente artificiali, cioè il frutto di un determinato sistema economico. Ai genitori era negato il diritto di educazione, essendo questo concepito come un diritto esclusivo della comunità. La società umana, basata su questi fondamenti materialistici, sarebbe stata soltanto una collettività senza altra gerarchia se pius_xinon quella del sistema economico. Il comunismo riconosce alla collettività il diritto di soggiogare gli individui al lavoro collettivo, senza riguardo al loro benessere personale, anche contro la loro volontà e persino con la violenza. Per chiarire come il comunismo fosse riuscito a farsi accettare senza esame da tante masse di operai, Pio XI ricordò che questi vi erano già preparati dall’abbandono religioso e morale nel quale erano stati lasciati dall’economia liberale. Inoltre, la diffusione così rapida delle idee comuniste si spiegava con una propaganda veramente diabolica: propaganda diretta da un solo centro che si adattava abilmente alle condizioni dei diversi popoli, disponeva di grandi mezzi finanziari, di organizzazioni e di congressi internazionali. In più, era aiutata dalla congiura del silenzio da parte della grande stampa mondiale non cattolica, la quale taceva sugli orrori commessi in Russia, in Messico, in Spagna e in altre parti del mondo. Dove il comunismo aveva potuto affermarsi e dominare si era sforzato di distruggere, con ogni mezzo, la civiltà e la religione cristiana. Vescovi e sacerdoti erano stati banditi, condannati ai lavori forzati e messi a morte; semplici laici, per aver difeso la religione, erano stati sospettati, vessati, perseguitati e imprigionati. Le persecuzioni e le violenze rappresentavano i frutti naturali del sistema comunista. Esso aveva imposto la schiavitù a milioni di uomini ma non avrebbe potuto calpestare la legge naturale e Dio, il suo autore. Per quanto riguardava la società civile, secondo il pontefice, essa, nei piani del Creatore, mostrava un mezzo naturale di cui l’uomo potesse e dovesse servirsi per raggiungere il suo fine, essendo la società umana per l’uomo e non viceversa. La società non poteva frodare l’uomo dei suoi diritti personali, dati da Dio, e l’uomo non poteva esimersi dai doveri verso la società. La dottrina cattolica rivendicava allo Stato la dignità e l’autorità di difensore previdente e vigilante dei diritti divini e umani. La spoliazione dei diritti e l’asservimento dell’uomo, il rinnegamento dell’origine prima e trascendente dello Stato e del potere statale, l’abuso orribile del potere pubblico a servizio del terrorismo collettivista, rappresentavano l’esatto contrario di ciò che corrispondeva all’etica naturale e alla volontà del Creatore. Se coloro che governano i popoli, tuonò Pio XI, non avessero disprezzato gli insegnamenti della Chiesa, non ci sarebbero stati né socialismo, né comunismo: essi, invece, fabbricarono altri edifici sociali, sulle basi del liberalismo e del laicismo, i quali, all’inizio, sembravano potenti e grandiosi, ma poi, crollarono miseramente. Era necessario correre ai ripari, di fronte all’ideologia comunista, e tutti i cristiani avrebbero dovuto impegnarsi in questa lotta. Il rinnovamento della vita cristiana rappresentava il rimedio fondamentale che avrebbe preservato dal comunismo, che, all’inizio, si era mostrato in tutta la sua perversità, ma, accortosi che ciò allontanava da sé i popoli, aveva cambiato tattica e cominciato ad attirare le folle con vari inganni, nascondendo i propri disegni dietro idee, in sé buone e attraenti. Vedendo il comune desiderio di pace, i capi del comunismo fingevano di essere i più zelanti fautori e propagatori del movimento per la pace mondiale. Sotto vari nomi, che neppure alludono al 088q04c1comunismo, fondavano associazioni e periodici, che servivano soltanto a far penetrare le loro idee in ambienti altrimenti non facilmente accessibili. Si infiltravano, con perfidia, in associazioni cattoliche e religiose, invitando i cattolici a collaborare con loro nel campo umanitario e caritativo, proponendo spesso cose del tutto conformi allo spirito cristiano e alla dottrina della Chiesa. Il papa non ammetteva alcuna collaborazione con il comunismo. Anche i laici furono chiamati all’opera di apostolato sociale, specialmente i membri dell’Azione Cattolica, così ben preparati e addestrati, così come le organizzazioni di lavoratori. Lo Stato cristiano doveva aiutare la Chiesa ad opporsi al comunismo con i suoi mezzi i quali, benché fossero mezzi esterni, miravano anch’essi al bene delle anime. Negli Stati cristiani doveva essere impedita la propaganda atea, che sconvolgeva tutti i fondamenti dell’ordine e doveva essere posta ogni cura affinché fossero create quelle condizioni materiali di vita, senza cui un’ordinata società non poteva sussistere. Lo Stato, allo stesso tempo, doveva lasciare alla Chiesa la libertà di compiere la sua missione del tutto spirituale, perché, operando soltanto con mezzi economici e politici, lo Stato non raggiungeva lo scopo del bene comune. L’appello del pontefice si rivolse, infine, ai fratelli già intaccati dal male comunista:  che ascoltassero la voce del Padre. Il Signore li avrebbe illuminati, affinché abbandonassero quella via, che avrebbe travolto tutti in una immensa rovina, e riconoscessero anch’essi che l’unico Salvatore fosse Cristo.

 

               

I Papi, la guerra e la pace: Benedetto XV e l’enciclica Pacem Dei munus pulcherrimum, del 23 maggio 1920

 

 

Giacomo Paolo della Chiesa, asceso al soglio pontificio col nome di Benedetto XV, è stato il 258° papa della Chiesa Cattolica Romana. Nato a Pegli di Genova, il 21 novembre 1854, fu eletto papa nel 1914. Si adoperò con ogni sforzo, forte della esperienza diplomatica acquisita, avendo lavorato con i Segretari di Stato Mariano Rampolla e Rafael Merry del Val, per porre fine alla Prima guerra mondiale. Morì il 22 gennaio 1922.

 

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Nella traduzione italiana, il titolo dato all’enciclica è: Sulla riconciliazione cristiana per la pace. Il documento, datato 23 maggio 1920, costituisce una riflessione, a posteriori, sul dramma della Prima guerra mondiale, ma è anche molto critico nei confronti dei trattati di pace, a partire da quello di Versailles del 1919, che avevano suscitato, nei Paesi sconfitti e puniti, rancori e desideri di rivalsa, e, in alcuni dei Paesi vincitori, o sentimenti diffusi di “vittoria mutilata”, oppure, come negli Stati Uniti, nuove tentazioni per politiche isolazioniste. In evidente, seppur non dichiarata polemica conBenedetto-XV la Società delle Nazioni, fondata nel 1919, su proposta del presidente americano Woodrow Wilson, Il pontefice propose la costituzione di una lega tra le nazioni, fondata sulla legge cristiana. La pace, grande dono di Dio, così vivamente implorata per quattro anni, finalmente risplendeva sul mondo. Molte ansie, però turbavano questa gioia perché, seppure la guerra fosse terminata e fossero stati firmati trattati di pace, permanevano diffusi rancori. Nessuna pace sarebbe potuta essere duratura e nessuna alleanza tenere, se non si fossero placati l’odio e l’inimicizia. Il papa ritenne che non fosse stato necessario dilungarsi, per mostrare a quali disastri l’umanità sarebbe andata incontro se, pur conclusa la pace, fossero continuati, tra i popoli, latenti ostilità e avversioni. La strada da seguire sarebbe stata quella della carità cristiana, che avrebbe reso tutti gli uomini fratelli. Essa, infatti non si sarebbe limita soltanto a far sì che gli uomini non si odiassero vicendevolmente, ma avrebbe permesso loro di farsi del bene reciprocamente. Per questo – continuò il pontefice -, i popoli combattenti la Grande guerra avevano il dovere di praticare la carità, affinché fossero rimosse le cause di dissidio e, fatte salve le ragioni della giustizia, riprendessero, tra loro, relazioni amichevoli. La guerra era terminata e, per una certa necessità di cose, si andava delineando un legame universale di popoli, spinti naturalmente ad unirsi fra loro da mutui bisogni, soprattutto a causa della moltiplicazione delle vie di comunicazione. Il Vaticano, durante la guerra, non smise smesso di infondere nei popoli l’idea del perdono delle offese e della riconciliazione, secondo le leggi di Cristo e secondo le stesse esigenze del consorzio civile. Dopo i trattati di pace, questi principi diventarono ancora più importanti. Per questo motivo, le visite che i capi di Stato e di Governo usavano farsi reciprocamente per sbrigare questioni di grande interesse, apparivano fondamentali e, a questo proposito, sarebbe stato necessario che tutti gli Stati si riunissero in una sola società, o famiglia di popoli, sia per garantire la propria indipendenza, sia per tutelare benedetto-xv-cover-1000x600l’ordine del consorzio civile. Lo stimolo a formare questa società, secondo Benedetto XV, aveva la propria radice nel bisogno riconosciuto di ridurre, se non abolire, le enormi spese militari, che non sarebbero potute essere sostenute oltre dagli Stati, affinché si impedissero, per l’avvenire, guerre tremende e si assicurasse, a ciascun popolo, l’indipendenza e l’integrità del proprio territorio, nei suoi giusti confini. La Chiesa non avrebbe rifiutato di fornire il suo valido contributo, una volta che questa lega tra le nazioni fosse fondata sulla legge cristiana, per tutto ciò che avrebbe riguardato la giustizia e la carità, perché, essendo questa il tipo più perfetto di società universale, per la sua stessa essenza e finalità, sarebbe stata efficacissima ad unire gli uomini, non soltanto in merito alla loro salvezza eterna, ma anche al loro benessere materiale. Il pontefice, in chiusura del documento, esortò fortemente le nazioni a stabilire una vera pace e a congiungersi in un’alleanza, come prefigurato dalla Società delle Nazioni.

 

               

La Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica

 

A Napoli abbiamo un detto: “La vacca si è tirata le zizze”, quando vogliamo significare la fine di una qualsiasi situazione che provocava profitto, godimento o felicità. Lo strapotere della Chiesa Cattolica Romana, che durava sin dai primi secoli del Medioevo, dovette pur finire e l’inizio della fine cominciò in Germania, detta, dagli inizi del ‘500, la mucca personale del papa, perché nei suoi territori, grazie alla vendita delle indulgenze, i successori di San Pietro e i loro dipendenti, stavano raccogliendo la maggior parte dei danari per la costruzione dell’imponente Martin_Lutherbasilica, dedicata al principe degli apostoli, a Roma. Ecco perché, il richiamo al detto napoletano. Chi fu, dunque, a tirare le zizze alla vacca? Fu un monaco agostiniano, chiamato Martin Lutero. Martin Luther (immagine a destra), questi il nome e cognome in tedesco, nacque a Eisleben, l’1 novembre 1483. Studiò all’Università di Erfurt e, a 22 anni, entrò in convento. Qui, si fece subito notare per l’acume e la vis polemica e fu segnalato dai suoi superiori al principe di Sassonia Federico III, che cercava professori per la nuova Università a Wittenberg. Lutero vi insegnò dialettica e fisica fino a che, inviato a Roma per risolvere questioni interne al suo ordine, ebbe modo di constatare quanto fosse in rovina la Chiesa, nel senso che sembrava tutto tranne un’istituzione quale sarebbe dovuta essere agli occhi di Dio e degli uomini e, consapevolmente o inconsapevolmente, cambiò la storia sociale, politica e religiosa del mondo. La goccia che fece traboccare il vaso fu la questione delle indulgenze. Cosa era successo: per racimolare i soldi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma, i papi promettevano la remissione dei peccati per i vivi e gli sconti in Purgatorio per i morti, a quanti avessero pagato somme di danaro in proporzione alle proprie colpe. L’affare era molto redditizio, perché la raccolta delle indulgenze era data in appalto ai potenti locali, che ingaggiarono predicatori molto furbi e abili a raggirare i fedeli. Il caso più eclatante fu quello di Alberto di Hohenzollern, principe di Brandeburgo, il quale aveva pagato diecimila ducati al papa per avere l’arcivescovato di Magonza e che, dalla vendita delle indulgenze, avrebbe ricavato il necessario venditada restituire a chi gli aveva prestato i soldi, più un’altra consistentissima offerta per la basilica. Questi, poté contare sul più abile ciarlatano e truffatore di tutta la Germania del tempo, migliore di Vanna Marchi e della figlia messe insieme: il frate domenicano Johann Tetzel. Fu così bravo a vendere “perdoni su misura” che i principi confinanti con il regno del suo datore di lavoro gli impedirono di entrare nei loro territori, perché anch’essi stavano allattando alla grande la mucca delle indulgenze. Un giorno, il domenicano raggiunse alcune parrocchie vicine a quella di Lutero per vendere le indulgenze ai suoi parrocchiani. Quando questi si presentarono da lui con la pergamena benedetta, dicendogli che non avrebbero dovuto più pentirsi e confessarsi, perché tanto era stato messo tutto a posto con qualche soldo, Lutero non ci vide più e, il 31 ottobre 1517, affisse sulla porta della Cattedrale di Wittenberg le famose 95 Tesi contro le indulgenze. Guai, però, a interferire negli affari della Chiesa Cattolica!, Nonostante le Tesi luterane fossero soltanto contro le indulgenze e non contro il papa o la Chiesa, i tuoni da Roma non tardarono ad arrivare. Sulle prime, papa Leone X fece solo un richiamo ufficiale ai superiori di Lutero, affinché lo tenessero buono e lasciassero che i traffici proseguissero in santa pace ma, poi, qualche tempo dopo, lo fece chiamare a Roma per discutere, de visu, delle sue idee.Pope-leo10 Per intervento del principe Federico, che lo proteggeva, il processo al monaco fu trasferito in Germani. Le cose, tuttavia, non cambiarono, perché Lutero non ritrattò un bel niente davanti al vicario del papa. Leone X (immagine a destra) non perse tempo e, nel 1520, emanò una bolla, Exurge Domine, con la quale invitava Lutero a ritrattare e a presentarsi a Roma, pena la scomunica. Il riformatore, per tutta risposta, la bruciò pubblicamente, insieme con libri di diritto canonico. La miccia era stata accesa e la Germania era in subbugli. Il nuovo imperatore Carlo V appoggiò la politica del papa, il quale, nel frattempo, aveva scomunicato Lutero, e, nella dieta di Worms, lo giudicò eretico, nemico del popolo, mise al bando tutte le sue dottrine e, in più, chi l’avesse ucciso non sarebbe andato in galera. La situazione, per lui, si fece pericolosissima, tanto che il suo protettore ne inscenò il rapimento, nascondendolo nel suo castello e facendolo stare tranquillo per un po’. Le idee di Lutero contagiarono anche principi, nobili senza feudo, cavalieri senza cavallo e morti di fame. Ci furono guerre e battaglie, con numerosissimi morti e feriti. Lutero, dal canto suo, disapprovò queste violenze, si dedicò alla scrittura, abbandonò l’abito monacale, sposò una ex suora, ebbe sei figli e costruì tutto l’impianto dottrinale del luteranesimo o protestantesimo. La rottura con la Chiesa di Roma fu definitiva. Questa, però, tentò di riorganizzarsi e, alla Riforma Protestante, fece seguire la Controriforma Cattolica. Come si dispose, quali misure adottò, come cercò di contrastare i protestanti? L’atto più importante e significativo fu la convocazione del Concilio di Trento. Nel 1545, papa Paolo III aprì questa commissione di cardinali, riunitasi per cambiare tutto quello che non andava e per riaffermare quello che a loro parere doveva rimanere com’era. In prima istanza, il Concilio sconfessò tutte le dottrine dei protestanti, giudicandoli eretici e dichiarando loro guerra. concilio-trento-quadro.1200Per quel che riguardava se stessa, serrò i ranghi, pretese una maggiore istruzione, a cominciare dai preti di campagna che spesso non conoscevano il latino e, in materia teologica, erano molto debili, obbligò i vescovi a risiedere nelle proprie diocesi, confermò l’assolutezza di alcuni dogmi, come la transustanziazione, ovvero quel miracolo secondo cui l’ostia e il vino nel calice diventano veramente il corpo e il sangue di Cristo, ribadì il valore dei sacramenti, che pure erano stati messi in dubbio da Lutero, e rinvigorì il culto dei santi, delle reliquie e della Madonna. Cercò, poi, di porre fine alle oscenità che erano perpetrate alla corte dei papi, come durante il periodo di papa Borgia e altri. Il successore, papa Paolo IV, fu molto più pratico, rafforzò l’Inquisizione, diretta da sei cardinali e presieduta dal pontefice stesso, con i suoi tribunali sparsi dovunque, e stilò il primo Indice dei libri proibiti nel 1559: in questo catalogo furono inseriti il Decameron di Giovanni Boccaccio, il De Monarchia di Dante, tutte le opere di Niccolò Machiavelli e Pietro Aretino, le novelle di Masuccio Salernitano, tutte le Bibbie tradotte in volgare, le poesie di Luigi Pulci e Francesco Berni eccetera, eccetera, eccetera. Ho citato solo alcuni tra i più famosi ma, in verità, la lista dell’Indice era più lunga di quella degli iscritti alla P2. Torture e roghi furono distribuiti in tutta Europa con precisione scientifica. Un’altra importante misura fu la creazione di nuovi ordini monastici: i Cappuccini, i Teatini, i Somaschi, i Barnabiti, le Orsoline e i Gesuiti, ordine fondato da Ignazio di Loyola, con l’intento di essere da modello di vita per i fedeli, di istruirli e di essere più vicini alle loro esigenze. Per quanto riguarda la letteratura, chi si mise a scrivere da quel momento in poi dovette stare molto attento. Bastava, infatti, soltanto possedere un libro proibito, che le bestie dell’Inquisizione intentavano un processo, torturavano e bruciavano vivi. L’elenco dei martiri sarebbe troppo lungo, ma vorrei ricordare Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei, assassinati o torturati per le loro idee. Galileo_Inquisizione_480Il mestiere di esprimere le proprie idee le quali, guarda caso, il più delle volte erano contrarie, se non antitetiche, a quelle di Santa Romana Chiesa, divenne più pericoloso di quello del soldato, come se quasi si morisse più facilmente pensando e scrivendo che combattendo, ma, nonostante ciò, ci fu ci continuò a usare la ragione, a voce o per iscritto. A questi uomini, che furono e sono i veri santi, devono andare le nostre preghiere e le nostre lodi. In questa cupa, tremenda, terribile, infame e angosciosa desolazione culturale voluta dalla censura della Chiesa Cattolica, contrapposta all’oro e alle decorazioni barocche degli edifici sacri, che si andavano costruendo in quegli anni, vi sono stati autori dei quali vi parlerò certamente in qualche altra occasione. Queste mie ultime parole, sicuramente forti, non devono, però, essere prese alla lettera: la desolazione culturale non vi fu neppure nel Medioevo, figuratevi nel Rinascimento. Ma, come ho già detto, il Vaticano condizionò così tanto la vita culturale europea di quel periodo, che, per lo meno, tardò l’esplosione delle nuove idee, quelle che saranno il lievito della Rivoluzione scientifica e, più tardi, dell’Illuminismo. Come vedete, per fortuna, il corso del pensiero e della ragione non poté essere arrestato, neppure da una mappata di… beh, lasciamo perdere!