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I Principi di Scienza Nuova di Giambattista Vico

Reinterpretare la storia

 

 

 

 

 

Principi di Scienza Nuova d’intorno alla comune natura delle Nazioni di Giambattista Vico, pubblicato in diverse edizioni tra il 1725 e il 1744, costituisce un punto di svolta nella storia del pensiero filosofico e storico dell’epoca moderna. Questo testo ridefinisce il ruolo della filosofia e della storia, introducendo un nuovo metodo di indagine sulla civiltà umana, basato su principi di variazione e ripetizione, che Vico chiama corsi e ricorsi storici.
Nel XVIII secolo, il contesto culturale europeo era dominato dal razionalismo cartesiano e dall’empirismo inglese, correnti che propugnavano la deduzione logica e l’esperienza sensoriale quali fonti principali della conoscenza. Vico propone un radicale cambiamento di prospettiva, ponendo l’accento sulla comprensione dell’umanità attraverso le fasi del suo sviluppo culturale e sociale. La sua visione contrappone un modello di conoscenza che valorizza la storia e la cultura come chiavi per interpretare la realtà.
Uno degli aspetti più rivoluzionari di Principi di Scienza Nuova è rappresentato dalla teoria dei corsi e ricorsi storici, secondo la quale la storia dell’umanità si sviluppa attraverso cicli di ascesa, declino e rinascita, riflettendo le leggi naturali della vita sociale. Questa teoria costituisce il portato più famoso e innovativo del pensiero vichiano. Il filosofo sostiene che la storia umana non progredisca in linea retta, ma si muova attraverso cicli ripetuti di ascesa, stasi e declino, che lui identifica con le tre età (degli dei, degli eroi e degli uomini). Ogni ciclo è un “corso”, che alla fine porta a un “ricorso”, ovvero una sorta di ripetizione o rinnovamento, che può anche comportare variazioni significative. In altre parole, i pattern storici tendono a ripetersi, ma ogni ripetizione porta con sé elementi nuovi che arricchiscono il tessuto culturale e sociale delle civiltà. Vico vede i corsi e ricorsi come meccanismi attraverso i quali le civiltà sorgono, fioriscono e poi cadono, solo per essere sostituite da nuove civiltà che, pur essendo diverse, passano attraverso fasi simili. Questo ciclo si osserva, secondo Vico, non solo in Europa ma in tutte le civiltà umane. Le leggi, che iniziano come norme religiose o mitiche, evolvono in codici eroici e, infine, in sistemi legali razionali. Questo processo di evoluzione si ripete ogni volta che una società collassa e si riforma. Anche il progresso tecnico e intellettuale segue un percorso ciclico, in cui la conoscenza si accumula, si perde e poi viene riscoperta o reinventata in nuove forme. Vico utilizza questi cicli per criticare l’idea illuminista di un progresso umano inarrestabile e lineare, proponendo, invece, una visione ricorrente del progresso, che riconosce l’importanza delle ripetizioni storiche e della memoria collettiva. Questo modello gli permette di integrare elementi di storia, filosofia, antropologia e psicologia in una sintesi che mira a comprendere la complessità del comportamento e dello sviluppo umano.
Anche teoria delle tre età della storia riflette la visione ciclica della storia, in cui ogni civiltà passa attraverso tre fasi distinte: l’età degli dei, l’età degli eroi e l’età degli uomini.
L’età degli dei si caratterizza per la predominanza del mondo religioso e mitologico. In questo periodo, la società è guidata dalla paura degli dèi e dalle credenze religiose, che sono utilizzate per spiegare la realtà. Le leggi sono percepite come divine e immutabili, imposte da entità sovrannaturali, e non esiste ancora una chiara distinzione tra il naturale e il soprannaturale. La conoscenza è tramandata attraverso miti e simboli, che hanno la funzione di conservare le norme sociali e morali. Segue l’età degli eroi, un periodo in cui emergono figure carismatiche e dominanti, che assumono il controllo delle comunità. Questi eroi, spesso visti come semi-divini o discendenti diretti degli dèi, stabiliscono gerarchie sociali rigide e sono i protagonisti di grandi gesta e conquiste. In questa fase si sviluppano le distinzioni di classe e le strutture feudali o monarchiche. Le leggi iniziano a essere codificate, ma mantengono un forte legame con l’autorità divina. L’ultima è l’età degli uomini, caratterizzata dallo sviluppo di istituzioni più democratiche e dall’affermazione del diritto civile. La religione perde il suo ruolo centralizzante e le leggi vengono viste come prodotti dell’intelletto umano e del consenso sociale, piuttosto che come imposizioni divine. In questa età, la società si organizza attorno ai principi di uguaglianza e di diritto comune, favorendo lo sviluppo delle repubbliche e delle forme di governo partecipativo. L’educazione si diffonde e con essa cresce l’importanza della scrittura e del dibattito pubblico nella vita civile.
Questo schema delle tre età non solo permette a Vico di analizzare la storia umana in termini di sviluppo e declino, ma offre anche uno strumento per comprendere come le società interpretano e integrano i cambiamenti.
Anche il concetto di provvidenza occupa un posto di prim’ordine nell’opera vichiana. La provvidenza divina non è intesa come un intervento miracolistico negli affari umani, ma piuttosto quale principio ordinatore che guida il corso della storia verso fini di giustizia e razionalità. Questa visione differisce radicalmente dall’interpretazione meccanicistica o completamente laica della storia, tipica di molti suoi contemporanei illuministi. Secondo Vico, la provvidenza agisce attraverso le azioni umane e i loro risultati, inserendo un ordine e un fine morale nel flusso degli eventi storici. La provvidenza non elimina il libero arbitrio, ma lo indirizza verso lo sviluppo di civiltà e istituzioni sempre più complesse e giuste.
Il filosofo, inoltre, critica il metodo matematico di Cartesio, proponendo un approccio basato sulla “fantasia”, che considera fondamentale per la comprensione delle istituzioni umane. La sua metodologia si fonda sulla “poetica”, intesa come la capacità di creare connessioni tra eventi storici attraverso narrazioni che rispecchiano le mentalità e i valori di un’epoca. In questo modo, Vico anticipa tecniche di interpretazione che saranno centrali nelle scienze umane moderne, come l’ermeneutica e la filologia.
Principi di Scienza Nuova ha avuto un impatto profondo su molti campi del sapere, influenzando pensatori come Hegel e Marx nella filosofia, Croce nella critica letteraria e Joyce nella narrativa modernista. La visione vichiana della storia come processo dinamico e culturalmente determinato ha aperto nuove strade per la comprensione del ruolo delle narrazioni e dei simboli nella vita sociale.
L’opera di Vico, pertanto, nonostante la complessità stilistica e la densità concettuale, rimane una pietra miliare nella storia del pensiero occidentale. Offrendo uno straordinario intreccio di analisi storica e riflessione filosofica, il testo invita a riconsiderare le nostre idee sulla conoscenza e sulla civiltà, proponendo una visione della storia umana come teatro di infinite possibilità interpretative e trasformative.

 

 

 

 

 

Visione, verità e redenzione

L’estetica metafisica di Samuel Taylor Coleridge

 

 

 

 

Samuel Taylor Coleridge (1772-1834), sebbene sia stato spesso frainteso, occupa un posto di primo piano nella cultura romantica non soltanto inglese. Poeta originale, pensatore inquieto, teologo non ortodosso e critico letterario acutissimo, è un autore che sfugge alle etichette. La sua opera si muove in una zona di confine tra poesia, filosofia, religione e psicologia, mescolando riflessione teorica e immaginazione creativa in un progetto ambizioso: fondare una vera e propria filosofia della poesia, capace di illuminare l’essere umano nella sua totalità.
Per comprendere Coleridge bisogna andare oltre i suoi versi più celebri – The Rime of the Ancient Mariner, Kubla Khan, Christabel – e considerare il quadro più ampio della sua opera speculativa, in particolare la Biographia Literaria (1817), insieme ai suoi scritti teologici e filosofici, frequentemente frammentari ma densi di intuizioni. È in questa sinergia tra poesia e pensiero che si manifesta l’unicità della sua poetica.
L’asse portante del pensiero coleridgiano è la distinzione tra fantasia e immaginazione, concetti che egli carica di un significato filosofico radicale. La fantasia (fancy) è per Coleridge una facoltà meccanica, che rielabora passivamente le immagini sensibili. L’immaginazione, invece, è organica, vivente, creativa: è la forza che unifica, che dà forma e coerenza al molteplice e che consente all’essere umano di partecipare alla mente divina.
Coleridge attinge alla tradizione neoplatonica e, soprattutto, alla filosofia idealista tedesca, in particolare a Schelling, da cui mutua l’idea dell’arte come espressione dell’Assoluto. L’immaginazione è, perciò, un atto teomorfico: essa ripete nella mente finita ciò che l’eterno atto della creazione compie nell’infinito. È un atto conoscitivo, sì, ma anche etico e spirituale: tramite essa, l’uomo supera la scissione tra soggetto e oggetto e si ricongiunge simbolicamente con l’unità primordiale del reale.


Per Coleridge, la poesia non è soltanto una forma espressiva o un gioco estetico: è un modo privilegiato di accedere al vero. La sua epistemologia poetica si fonda sulla convinzione che ci siano verità che non possono essere còlte né dimostrate dalla logica discorsiva. La poesia, in quanto linguaggio simbolico, ha la capacità di dire l’indicibile, di evocare presenze e verità che eccedono la razionalità. Il simbolo, pertanto, non è mai una semplice allegoria. L’allegoria è un rapporto meccanico tra significante e significato. Il simbolo, invece, è vivente: è parte del mondo che rimanda in modo organico a un ordine superiore. Quando Coleridge descrive l’albatro nell’Ancient Mariner non lo usa come segno convenzionale del peccato o della grazia: l’albatro è un’interruzione sacra del mondo umano, un essere carico di una sacralità profonda, il cui abbattimento comporta uno squilibrio cosmico.
Il soprannaturale coleridgiano ha una funzione ben diversa da quella meramente spettacolare del gotico settecentesco. In Christabel o in The Rime of the Ancient Mariner, i fenomeni strani, le figure ambigue, i paesaggi onirici non sono orpelli esotici: sono manifestazioni psichiche, proiezioni simboliche di stati interiori. Coleridge anticipa di oltre un secolo alcune intuizioni della psicoanalisi: il soprannaturale non è “altro” rispetto all’umano ma è l’irruzione dell’inconscio nella coscienza, la materializzazione dell’ambivalenza affettiva, del desiderio, del senso di colpa. In quest’ottica, i suoi poemi diventano viaggi iniziatici nella mente, in cui l’esperienza estetica è anche trasformazione psicologica. La redenzione del marinaio, ad esempio, passa attraverso una crisi visionaria che ha tutti i tratti di un processo psichico profondo.
A differenza del più lineare e “pastorale” Wordsworth, Coleridge concepisce la natura come enigmatica, potente, spesso ostile. Non è un luogo di riconciliazione garantita ma uno spazio simbolico, quasi sacro, in cui l’uomo incontra il sublime, l’inconoscibile, il perturbante.
La natura coleridgiana, tuttavia, non è priva di spiritualità. Essa è trasparenza dell’invisibile, epifania dell’unità. Ma tale epifania non è data: è da conquistare, attraverso l’immaginazione, l’ascolto interiore, la sofferenza. In questo senso, Coleridge è vicino a una certa mistica cristiana: il mondo creato è carico di significato e solo chi ha occhi per vedere – occhi immaginativi, simbolici – può coglierne la verità profonda.
Un altro asse fondamentale del suo pensiero è l’idea di redenzione. I suoi poemi mettono spesso in scena personaggi in crisi, che attraversano l’errore, il senso di colpa, il castigo, per approdare, a volte, a una nuova consapevolezza. Ma questa redenzione non è moralistica: è esistenziale.
Nel Mariner, la colpa nasce da un atto di hybris (l’uccisione dell’albatro), tuttavia la salvezza non passa per una punizione esterna: avviene interiormente, quando il protagonista riesce ad amare ciò che prima disprezzava. Il gesto redentivo – “He prayeth well, who loveth well / Both man and bird and beast” – è poetico, spirituale, universale. L’etica coleridgiana è un’etica dell’empatia cosmica, fondata sull’unità profonda del vivente.
L’opera di Coleridge, pur disorganica e a tratti oscura, ruota attorno a una tensione verso l’unità. Unità tra ragione e immaginazione, tra spirito e natura, tra individuo e Assoluto. Questa tensione lo rende uno dei pensatori più moderni del romanticismo. A differenza di Kant, Coleridge non accetta una divisione netta tra fenomeno e noumeno: è convinto che l’uomo possa, tramite l’immaginazione, accedere all’essenza delle cose. A differenza di Wordsworth, non si accontenta di un’adesione emotiva alla natura: cerca una comprensione simbolica e spirituale del mondo.
Il suo pensiero è coerente, non sistematico. È fatto di metafore, intuizioni, analogie, più che di deduzioni. Eppure, in questa struttura fluida sta la sua forza: Coleridge pensa per immagini, per visioni, ed è proprio questa modalità “poetica” del pensiero che gli permette di oltrepassare i limiti della filosofia razionale.

 

 

 

 

 

Il giudizio estetico al di là della rappresentazione

 

L’analitica del sublime in Kant, al di là di una critica del gusto, tenta una ridefinizione dei luoghi dell’apparizione. Così in questa foto:

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La Piazza del Plebiscito 1953. Una giovane donna accovacciata accanto ad un bambino che piange. La giovane donna è elegante in un tailleur scuro (la foto è in bianco e nero, seppia ad essere precisi), sicuramente blu, ha capelli nerissimi raccolti, un sorriso con rossetto e una spilla d’argento sul bavero della giacca, sandaletti nabuck. Il bambino ha un completino – nella foggia di allora – calzoncini corti bianchi, scarpe di camoscio bianche e calzini, giacchino corto azzurro: guarda da qualche parte o sta per piangere spaventato, mentre un coppo di mangime per colombi si è rovesciato attirando attorno a sé i famelici volatili: il bambino ha due anni. Capelli biondissimi e occhi azzurri. Alle spalle la chiesa di S. Francesco di Paola che non appare ripresa e pochi passanti sullo sfondo ignari, mentre forse spaventato si tiene alla mamma nonostante la mamma gli stringa la mano. Ecco, il giudizio estetico attiene alla descrizione e la descrizione èImmanuel-Kant una critica che va al di là della critica stessa, elaborando le condizioni della critica del giudizio. Questo è il giudizio estetico, il giudizio estetico sembra essere per Kant (immagine a destra) il giudizio per eccellenza. Questo giudizio è tale perché esso va al di là dell’oggetto stesso che descrive. Il pensiero è suscettibile di affettività e il giudizio estetico si pronuncia sullo stato del pensiero nel piacere o nel dispiacere entrambi gli stati fanno si che il pensiero elabori il giudizio di gusto. L’immaginazione è la potenza di una rappresentazione, qualunque essa sia. L’estetica kantiana si mantiene più distante dall’estetica di Baumgarten. E’ in questa distanza che il sublime arriva in una euforia che ci presenta un altro sentimento estetico di natura eterogenea rispetto a quello del bello. Può essere allora che il sublime sia un esempio perfetto del differente e la differenza è tutta nella capacità di pensare, di rappresentare e di andare oltre ciò che si rappresenta. Nel sublime accade che la ragione presenti un assoluto, l’immaginazione si sforza di trascendere l’oggetto rappresentato, ma non riesce a descriverlo, perché la ragione che determina l’immaginazione è – per Kant – limitata. Essa non è l’immaginazione romantica, non è la fantasia: l’immaginazione può comprendere, abbracciare, descrivere, ma rimane muta davanti al sublime.

Franco Cuomo