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Lectura Dantis: INFERNO. I Personaggi

 

 

Sin dai decenni immediatamente successivi alla morte di Dante cominciarono a tenersi pubbliche letture dei suoi versi, sovente accompagnate da interventi analitici di commentatori. Tra i primi, Giovanni Boccaccio, nel 1373, a Firenze. La grandezza e l’immutato fascino dell’opera di Dante si aprono, oggi, alla tecnologia, pur nella secolare tradizione della lectura espressiva e della lectura esegetica. Questo è lo spirito che anima la  realizzazione di Riccardo Piroddi. Immagini, musiche, effetti sonori e gli stessi versi danteschi, magistralmente interpretati dalla potente voce recitante di Giulio Iaccarino, danno vita ad alcuni tra i più celebri personaggi dell’Inferno, prima cantica del Divino Poema (Paolo e FrancescaFarinata degli Uberti, Pier delle VigneUgolino della Gherardesca e altri).

 

Lectura Dantis: INFERNO. I Personaggi”

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Qualche breve considerazione sulla lingua italiana e quella napoletana, suscitatami da alcune domande di un amico

 

 

Perché l’italiano è diventato la lingua ufficiale dell’Italia dopo l’Unità? C’entra qualcosa Alessandro Manzoni?

L’italiano che noi parliamo oggi non è una derivazione del “volgare” usato da Manzoni (lui già scriveva in italiano), ma, piuttosto, della lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio, raffinatasi, però, nei secoli. Sono state alcune delle opere letterarie, scritte nella lingua che si parlava a downloadFirenze nel ‘300 (lingua che non era dissimile da quelle parlate in tutte le zone d’Italia in quel periodo, proprio perché, anche i dialetti italici, derivavano comunque dal latino), a far diffondere quella lingua attraverso la lettura delle opere con cui erano state scritte. La lingua italiana si è diffusa grazie alla lettura di opere come la Divina Commedia, Il Canzoniere o il Decameron. Non solo i contenuti, quindi, ma anche la stessa forma! Ecco un esempio per mostrare come una lingua acquisti dignità e si diffonda attraverso le opere scritte con essa: Dante Alighieri, da uomo di cultura appassionato di poesia, nel De Vulgari Eloquentia, un’opera tutta sulle lingue, scrisse questo della lingua siciliana: “Indagheremo per primo la natura del siciliano, poiché vediamo che il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri: ché tutto quanto gli Italici producono in fatto di poesia si chiama siciliano”. Il Sommo Poeta scrisse questo perché, all’epoca sua, i sonetti dei poeti della cosiddetta scuola siciliana (quelli raccolti intorno alla corte di Federico II, a Palermo) erano famosi e letti in tutta Italia. Anzi, sulla scorta delle poesie dei siciliani, proprio in Toscana, fiorirono, prima, i cosiddetti poeti siculo-toscani, e, poi, gli stilnovisti, cui Dante stesso, in gioventù. Se non ci fossero stati i poeti siciliani, probabilmente Dante non avrebbe sentito parlare nemmeno della lingua siciliana. È come se dicessi: conosco William Wallace solo perché ho visto il film Braveheart, famoso e diffuso in tutto il mondo, non perché io sia stato in Scozia o abbia studiato la sua storia! Ecco, pertanto, cosa è successo: grandi opere sono state scritte in una variante geografica dell’italiano (il fiorentino del ‘300); queste si sono diffuse perché belle e interessanti; a partire dal ‘500 molti letterati, tra cui Pietro Bembo, grazie a queste opere cominciarono a occuparsi di questioni di lingua, indicando quella di Petrarca specialmente, come la lingua (italiana) più pura e da adottarsi, prima nella comunità dei dotti, e, poi, come lingua di tutta la Penisola (i tentativi di unire l’Italia, almeno dal punto di vista linguistico, sono cominciati molto prima dei Savoia); da un lato i dotti, dall’altro il popolo, pian piano fecero sì che la comunicazione, scritta e orale, si uniformasse ad un unico registro linguistico, comprensibile da tutti, dalle Alpi alla Sicilia.

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E Alessandro Manzoni?

Manzoni compì soltanto un’operazione volta a purificare, dal suo punto di vista, l’italiano che si parlava nella prima metà dell’Ottocento. Lo scrittore milanese non elevò alcunché manzoni-01a lingua nazionale, raffinò soltanto quella parlata correntemente. Poi, si inventò la storiella di essere andato a sciacquare i panni in Arno, cioè, metaforicamente, di aver purificato la lingua italiana, facendola tornare alle origini, quelle fiorentine, per i motivi legati alle opere famose prodotte in fiorentino, di cui ho scritto sopra (anche la lingua, come i territori che, poi, sarebbero diventati Regno d’Italia, è stata sottoposta alle numerosissime dominazioni straniere, che hanno inevitabilmente lasciato tracce della loro lingua nell’italiano. Per questo Manzoni volle purificarla).

A proposito della nostra lingua napoletana?

Per quanto riguarda il napoletano, esso è una vera e propria lingua, oggi riconosciuta anche dall’UNESCO, che ha la stessa origine dell’italiano (dal latino) e che, come l’italiano, viene definito “idioma romanzo” (le mie pagine ti saranno d’aiuto a comprendere. Quando le leggerai, puoi riferire al napoletano tutte le caratteristiche e gli sconvolgimenti di cui io parlo a proposito dell’italiano). Quindi, tra italiano e napoletano, nessuna lingua è precedente all’altra. Sono, in definitiva, due varianti del latino che si parlavano in zone geograficamente contigue e, dunque, simili tra loro. Per quanto riguarda il glorioso Regno delle Due Sicilie, la lingua ufficiale, o, meglio, le lingue ufficiali, erano il napoletano, parlato a nord dello stretto di Messina, e il siciliano, che si parlava al di là dello stretto (il siciliano ha caratteristiche “storiche” simili al napoletano ed è anch’esso una lingua).

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Pietro Bembo e l’evoluzione della lingua italiana

 

 

Presumibilmente, nemmeno Francesco Petrarca amò se stesso così tanto, quanto quest’uomo. Se il poeta aretino avesse potuto conoscerlo, certamente avrebbe trovato, come desiderò per tutta la vita, un giustissimo estimatore del suo talento e della sua opera. Pietro Bembo nacque a Venezia il 20 maggio del 1470, figlio di Bernardo, patrizio e senatore 31071della Serenissima, ed Elena Morosini. Trascorse l’infanzia seguendo un po’ dovunque il padre, soggiornando a Firenze, dove si innamorò del fiorentino e di quel modo strano di mangiarsi o non pronunciare alcune consonanti (fenomeno fonetico detto “gorgia”) e a Messina, in cui ebbe modo di imparare il greco da un maestro d’eccezione, Costantino Lascaris. Il genitore avrebbe voluto avviarlo alla carriera politica, ma Pietro preferì quella ecclesiastica, che lo portò fino alla berretta cardinalizia. Sebbene ad un uomo di chiesa dovrebbe essere precluso finanche il concetto di amore, se non rivolto a Dio, il futuro porporato non si fece mancare nulla. Pare, addirittura, che durante un lungo soggiorno a Ferrara, avesse avuto una storia al pepe con Lucrezia Borgia, sorella di Cesare e figlia di papa Alessandro VI, all’epoca sposa di Alfonso d’Este. Certo, invece, fu l’amore per Ambrogina Faustina Della Torre, detta la Morosina, dalla quale ebbe tre figli e con la quale visse sfacciatamente, in barba alla condizione di religioso. Si è sempre detto che il buongiorno si veda dal mattino e, infatti, la prima opera letteraria del Bembo fu proprio un dialogo d’amore, intitolato Gli Asolani, tre libri in prosa con qualche canzone. L’operetta è ambientata ad Asolo, cittadina in provincia di Treviso dove, nella villa della regina di Cipro, tre giovani veneziani ragionano d’amore in occasione delle nozze di una damigella della padrona di casa. Apre il tema Perottino: “L’amore è una parola. L’amore non esiste. E’ soltanto un sogno, causa di tutti i malesseri e di tutti i dolori”. Seguita il tema Gismondo: “Non è vero! L’amore è la cosa più bella che possa dare la felicità, la gioia e il piacere”. Conclude Enrico Maria Papes – no, scusate, quelli erano I Giganti (dalla canzone “Tema”, I Giganti, 1966) – conclude Lavinello: “Cari amici, voi non avete capito proprio un bel niente! L’amore è il desiderio della vera bellezza e più si è bello, tanto più si è degni d’amore”. Io aggiungerei: “Allora chi è brutto va a fare l’eremita!” Bembo certamente non lo fece, nonostante, a vedere un suo ritratto, non è che fosse proprio un adone, anzi.

Le Prose della volgar lingua e le Rime

Prose di Messer Pietro Bembo nelle quali si ragiona della volgar lingua scritte al Cardinale de’ Medici che poi è stato creato a Sommo Pontefice et detto Papa Clemente Settimo divise in tre libri. Questo è prose-di-bemboil titolo completo del dialogo, che l’Autore immagina abbia avuto luogo a Venezia, nel salotto di suo fratello Carlo, tra lo stesso Carlo, Ercole Strozzi, Federico Fregoso e Giuliano de’ Medici. Gli schieramenti: a favore del volgare, Carlo Bembo, Giuliano de’ Medici e Federico Fregoso; per il latino, Ercole Strozzi. L’oggetto principale della dotta discussione verte sulle caratteristiche della lingua da usarsi quando si vuole scrivere in volgare. Bembo, il quale parla per bocca di suo fratello, sostiene che la lingua perfetta sia il fiorentino dei grandi scrittori del Trecento. Quindi, è da impiegarsi quello di Petrarca, quando si vogliono comporre poesie, e quello di Boccaccio, quando si vuole scrivere in prosa. Ma non si ferma qui, perché tenta anche di stabilirne una grammatica, con esempi e dimostrazioni. Le Prose della volgar lingua sono state un’opera fondamentale per lo sviluppo della lingua italiana. Conclusero, in parte, quel dibattito, che andava avanti da un secolo e mezzo, sul volgare, sul latino e sui loro usi. Furono parte della base teorica di quel movimento culturale cinquecentesco, detto Classicismo, che influenzò le esperienze letterarie di quel secolo.

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L’allegro cardinale, inoltre, durante tutta la sua vita, compose sonetti e canzoni, ispirandosi interamente allo stile del Petrarca (immagine in alto). Esse rappresentano il compendio “pratico” alle Prose della volgar lingua. “Vi ho spiegato come si fa. A adesso ve ne do l’esempio”, è come se avesse voluto dire.

Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura,
Ch’all’aura su la neve ondeggi e vole,
Occhi soavi e più chiari che ‘l sole,
Da far giorno seren la notte oscura.

(Crin d’oro crespo e d’ambra tersa e pura, vv. 1 – 4)

Io ardo, dissi, e la risposta invano,
Come ‘l gioco chiedea, lasso, cercai;
Onde tutto quel giorno e l’altro andai
Qual uom, ch’è fatto per gran doglia insano.

(Io ardo, dissi, e la risposta invano, vv. 1 – 4)

Amor, mia voglia e l’vostro altero sguardo,
Ch’ancor non volse a me vista serena,
mi danno, lasso, ognor sì grave pena,
ch’io temo no l’soccorso giunga tardo.

(Amor, mia voglia e l’vostro altero sguardo, vv. 1 – 4)

Se delle mie ricchezze care e tante,
E sì guardate, ond’io buon tempo vissi
Di mia sorte contento, e meco dissi:
– Nessun vive di me più lieto amante;

(Se delle mie ricchezze care e tante, vv. 1 – 4)

 

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17 settembre 2016. Sorrento. Libreria Indipendente

 

 

In occasione del 695° anniversario della morte di Dante Alighieri (14 settembre 1321 – 14 settembre 2016), la Libreria Indipendente di Sorrento ha reso omaggio al poeta con la videoproiezione della “Lectura Dantis: INFERNO. I Personaggi”, realizzata da Riccardo Piroddi, pubblicista, blogger e autore, nel 2011, del saggio dal titolo, Storia (non troppo seria) della Letteratura Italiana, Edizioni Albatros.
Sin dai decenni immediatamente successivi alla morte di Dante cominciarono a tenersi pubbliche letture dei suoi versi, sovente accompagnate da interventi analitici di commentatori. Tra i primi, Giovanni Boccaccio, nel 1373, a Firenze. La grandezza e l’immutato fascino dell’opera del Sommo Poeta si aprono, oggi, alla tecnologia, pur nella secolare tradizione della lectura espressiva e della lectura esegetica. Questo è lo spirito che anima la realizzazione di Riccardo Piroddi. Immagini, musiche, effetti sonori e gli stessi versi danteschi, magistralmente interpretati dalla potente voce recitante di Giulio Iaccarino, hanno dato vita ad alcuni tra i più celebri personaggi dell’Inferno, prima cantica del “Divino Poema” (Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti, Pier delle Vigne, Ugolino della Gherardesca e altri), le cui vicende storiche e poetiche sono state oggetto di riflessioni, da parte dell’autore. In conclusione della serata, Mimmo Bencivenga, proprietario della Libreria Indipendente di Sorrento, ha letto pagine su Dante e Beatrice, tratte dalla “Storia (non troppo seria) della Letteratura Italiana” di Riccardo Piroddi.

 

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Una esposizione alquanto insolita, e molto partenopea, dell’Inferno di Dante Alighieri

 

 

 

Cominciamo con fornire qualche breve ragguaglio di ordine generale sulla Divina Commedia. Dante, innanzi tutto, non la titolò mai in questo modo, ma semplicemente Comedía. Fu Giovanni Boccaccio ad aggiungere, qualche tempo dopo la morte dell’Autore, l’aggettivo Divina, perché era Dio il padrone dei luoghi visitati dal poeta. Nella Divina Commedia è raccontato il viaggio che il sommo poeta immagina di compiere nei tre regni dell’Aldilà, tra anime dannate, spiriti penitenti e beati nella gloria del Signore. Il poema è diviso in tre cantiche, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, 2composte, ciascuna, di trentatré canti di terzine, tranne l’Inferno, che ne ha uno in più, fungente da prologo generale. Il cammino, cominciato il 7 aprile 1300, giovedì santo, e finito il successivo mercoledì 13, ha come intento principale quello di mostrare agli uomini come stessero le cose dal lato dei morti, a cosa si andasse incontro se si fosse disobbedito a Dio e quali fossero, invece, i premi, se si fosse fatta la sua volontà. Il pellegrino non è solo, perché nell’Inferno e nel Purgatorio  è il grande letterato latino Virgilio ad accompagnarlo, mentre, dall’ingresso del Paradiso Terrestre, è Beatrice, la sua Beatrice, a guidarlo sino a Dio. L’Autore, sostituendo la sua giustizia a quella divina, riempie il mondo ultraterreno dei personaggi più diversi: dai re ai grandi condottieri, dagli scrittori antichi ai filosofi, dai protagonisti delle storie della Bibbia e della mitologia classica a quelli dei romanzi cortesi, fino ai concittadini, morti qualche anno prima che cominciasse a scrivere. Questo perché, i lettori, conoscendo di chi si trattava, rimanessero maggiormente impressionati in negativo o in positivo. Bene, ora possiamo andare all’inferno!

Dante si è perso in una selva oscura ed è già impaurito di suo, quando gli si parano davanti tre bestiacce: un leone, una lonza (lince) e una lupa. Il poveretto non sa più che pesci prendere, ma, per fortuna, arriva a salvarlo Virgilio e, insieme, cominciano a scendere verso il baratro. L’Inferno ha la forma di un cono, che arriva fino al centro della Terra, formatosi quando Dio buttò giù dal suo regno Lucifero, rimasto conficcato nel fondo alla botticelli-infernovoragine. Il luogo della dannazione infinita, tra burroni, precipizi, ripe, dirupi e fossi, è diviso in nove cerchi, nei quali i dannati pagano per le loro colpe: quanto più grossa l’hanno combinata durante la vita, tanto più giù scendono. Si comincia dall’antinferno, in cui sono quelli che vissero tanto per vivere, forse solo perché erano nati (gli ignavi). Oltrepassata la porta dalla scritta terribile della Città Dolente e il fiume Acheronte, dove il nocchiero Caronte prende a remate sulla schiena le animacce che non si muovono a salire sulla sua barca, si trova il Limbo, nel quale bambini e persone perbene nate prima di Cristo sospirano e si struggono. Da lì, passando davanti a Minosse, il giudice infernale, il quale attorciglia la coda tante volte quante il numero del cerchio dove lo spiritaccio deve andare a scontare la sua pena, si trovano i veri maledetti da Dio. Nei primi sei cerchi ci sono i cosiddetti incontinenti: quelli che pensavano sempre alla stessa cosa (i lussuriosi); quelli che stavano sempre a masticare qualcosa e ad ingozzarsi (i golosi); quelli che avevano la mano corta, i genovesi e gli scozzesi (gli avari) e quelli che ce l’avevano bucata (i prodighi); quelli che si incazzavano per un nonnulla e quelli che se ne fregavano di ogni cosa per tutta la vita (gli iracondi e gli accidiosi). Nel settimo cerchio Dante trova i violenti contro il prossimo, i violenti contro se stessi e i violenti contro Dio, l’arte e la natura: quelli che dicevano la verità contro le bugie della Chiesa (gli eretici); quelli che avevano il grilletto facile e quelli che ti scamazzavano per rubarti pure le mutande e i calzini (gli assassini e i briganti); quelli che l’avevano fatta finita prima del tempo e quelli che guadagnavano duemila euro al mese e ne spendevano cinquemila (i suicidi e gli scialacquatori); quelli che nominavano Dio, la Madonna e i santi senza motivo, specialmente all’interno di volgari e colorite espressioni (i bestemmiatori); quelli che ti prestavano ventimila euro e dopo un mese ne volevano cinquantamila, sennò ti facevano incendiare il negozio (gli usurai); quegli uomini col vizio di andare con gli altri uomini (i sodomiti). Nell’ottavo cerchio, invece, ci sono i fraudolenti contro chi non si fida: pierdellevignequelli che cercavano di fregarti con il loro bell’aspetto (i seduttori); quelli che volevano imbrogliarti con le belle parole (i lusingatori); quelli che vendevano o compravano cose sacre fuori dalle sagrestie (i simoniaci); quelli che predicevano il futuro, pure se ci azzeccavano (gli indovini); quelli che vivevano facendo imbrogli e pacchi vari (i barattieri); quelli che davanti ti dicevano che eri bravo e dietro che non eri buon a niente (gli ipocriti); quelli che avevano le mani lunghe (i ladri); quelli che con i loro consigli ti sgarrupavano (i cattivi consiglieri); quelli che ti facevano fare a mazzate con tutti (i seminatori di discordia); quelli che stampavano e spacciavano soldi e monete false (i  falsari). Infine, il nono cerchio, l’ultima zona, divisa in quattro parti, proprio la peggiore, patibolo eterno dei fraudolenti contro chi si fida: la Caina, con i traditori dei parenti, da Caino, che aveva ucciso il fratello Abele; l’Antenora, con i traditori della patria, da Antenore, che aveva venduto la città di Troia ai greci; la Tolomea, con i traditori degli ospiti, da Tolomeo, un sacerdote biblico che aveva fatto uccidere il suocero e i cognati dopo averli invitati a pranzo a casa sua; la Giudecca, con i traditori dei benefattori, da Giuda, il traditore di Cristo, sommo benefattore dell’umanità. Tutti questi disgraziati sono affogati nel fiume ghiacciato Cocito. E, nell’ultimo posto possibile, il buco del c..o del mondo, inficcatovi come un pecorone, Lucifero, un mostro con le ali di pipistrello e tre teste, nelle cui bocche maciulla i tre più schifosi peccatori di tutta la storia dell’umanità: Giuda, Bruto e Cassio, responsabili della morte dei due veri rappresentanti di quei poteri che, all’epoca di Dante, si dividevano il mondo: il religioso (Gesù) e il civile (Giulio Cesare).

Per comminare le pene alle anime infami, il poeta ricorre al sistema del contrappasso: in base a quello che di male avevano commesso nella vita, così pagheranno per l’eternità. I lussuriosi, ad esempio, lasciatisi trascinare dall’impeto delle passioni, sono sbattuti di qua e di là da venti fortissimi; i suicidi, che avevano voluto privarsi con violenza del loro corpo, sono imprigionati in alberelli secchi e brutti; i lusingatori, dopo aver coperto tutti di belle parole, false come loro, sono immersi nella merda, anche oltre il collo. Dante non si preoccupa affatto di usare un linguaggio adatto a questo luogo: bestemmie, male parole e mandate affanculo, lungo i canti, sono all’ordine del giorno, anzi, della notte, visto il posto. L’intera cantica, con i suoi dannati, è pervasa da una negatività, da un buio, da un rumore assordante e da una puzza così forte da apparire reale e da sembrare vera, soprattutto a quanti ne leggevano allora. Nonostante ciò, da questo vallone di pianti, di strilli e di tormenti vengono fuori, sublimate, figure memorabili, rimaste nella storia della letteratura mondiale: Paolo e Francesca, amanti anche nella dannazione, Farinata degli Uberti, valoroso nemico ghibellino dei guelfi di Dante, Pier delle Vigne, il consigliere dell’imperatore Federico II di Svevia, Brunetto Latini, il maestro di gioventù del poeta, Ulisse, che invitò i compagni a seguir virtute e canoscenza, e il conte Ugolino della Gherardesca, di cui colpisce, ancora oggi, la fine orrenda, insieme con i figli, nella Torre della Muda.

 

 

Le opere del periodo napoletano di Giovanni Boccaccio

 

Nel 1327, Giovanni Boccaccio, allora quattordicenne, e suo padre, Boccaccino di Chelino, si trasferirono a Napoli, alla corte degli Angioini, per rappresentare il Banco de’ Bardi,Francesco-Petrarch che prestava soldi ai re napoletani. Il giovanissimo Giovanni, all’ombra del Vesuvio, trascorse gli anni più belli della sua vita, si divertì molto, fu introdotto a corte, si innamorò di una donna, che lui disse essere Maria d’Aquino, figlia illegittima di re Roberto d’Angiò e che, col nome di Fiammetta, avrebbe poi celebrato in alcune sue opere, si appassionò alla letteratura classica e alla poesia, grazie allo stilnovista Cino da Pistoia, che per qualche anno fu a Napoli ad insegnare diritto all’Università e, chissà, forse qualche volta raggiunse anche le mie parti, tra Sorrento e Massa Lubrense. Proprio a questo periodo appartengono le sue prime opere: la Caccia di Diana, il Filocolo, il Filostrato e Teseida delle nozze d’Emilia.

 

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La Caccia di Diana

Poemetto di diciotto canti, fu composto per fare la sviolinata a tutte quelle dame di corte, che attizzavano molto l’Autore. Ecco cosa escogitò, in versi, il poeta: le donne più belle di Napoli decidono di andare a caccia. A quell’epoca, appena fuori la città, ad un quarto d’ora di cavallo, c’erano molti boschi. copia-pieter-paul-rubens-caccia-diana_1Prima che alle donne apparisse la dea Diana, queste si rinfrescano in un fiume, tanto per sollazzare un po’ i lettori e, divise, poi, in quattro schiere dalla dea, la quale, nel frattempo, è apparsa, cominciano a cacciare animali. Dopo aver radunato tutte le prede in un prato, Diana chiede loro di fare un sacrificio a Giove e di votarsi alla castità. “Ma tu sì pazz’!”, rispondono tutte in coro. “Qua c’abbiamo il sangue che bolle e tu ci vuoi far rimanere come le suore?”. Diana capisce che non è aria e alza i tacchi, anzi, i sandali. Le donne, allora, pregano Venere, che si manifesta e trasforma tutti gli animali uccisi in giovani bellissimi e più vivi che mai, dopodiché, appare pure il bollino rosso, perché i bambini non possono continuare a leggere, altrimenti capirebbero troppe cose della vita.

Il Filocolo

Tra quelle donne napoletane bellissime, ce n’era una, la fidanzata dell’Autore, che si chiamava Fiammetta. Fu proprio lei a chiedergli di redigere un’operetta che raccontasse le avventure di Florio e Biancifiore, di cui aveva sentito parlare a corte. Boccaccio, che era innamorato pazzo di lei, non se lo fece dire due volte e scrisse questo romanzo in prosa. bodl_Canon.Ital.85_roll145B_frame8Ecco la trama: il romano Quinto Lelio Africano e la famiglia si stanno recando in pellegrinaggio al santuario di Santiago de Compostela, per chiedere la grazia di avere un figlio. Lungo la strada, sono massacrati dai Saraceni di re Felice. Si salva soltanto la moglie, Giulia Topazia, la quale, per intercessione del santo, partorisce una bambina, Biancifiore. Lo stesso giorno, nel palazzo reale di Spagna, nasce Florio, il figlio del re. Per un caso stranissimo, i due bimbi crescono insieme e, ti pareva che non si innamorassero? Claro que sì – in spagnolo fa più chic! Divenuti giovinetti, i genitori di Florio assolutamente non vogliono che il figlio si fidanzi con una sconosciuta. “Chissà questa chi è e da dove viene!”, ripete sempre la regina. Il re Felice, quindi, pensa bene di vendere Biancifiore ad alcuni mercanti, i quali la portano in Oriente dall’Ammiraglio di Alessandria, che la rinchiude in una torre con altre novantanove donne di bellezza mozzafiato. Florio, poverino, non se ne fa una ragione e trascorre le giornate nella disperazione più assoluta. Così, decide di cambiare il suo nome in Filocolo, che nel greco sfizioso e fantasioso di Boccaccio significa “fatica d’amore”, e parte alla ricerca di Biancifiore. Imbarcatosi su una nave con alcuni amici, fa naufragio nel Golfo di Napoli, fermandosi nella città partenopea. Da lì, riparte per Alessandria e, nascosto in un cesto di rose, riesce a salire sulla torre e a liberare la sua amata. Poiché da parecchio tempo non si vedono, i due innamorati si danno da fare, facendosi scoprire dall’Ammiraglio in persona, che li condanna al rogo, ma, grazie ad un anello magico, si salvano e, prima di tornare in Spagna, passano per la Toscana, dove fondano Certaldo, la città natale di Boccaccio. Florio, alla morte del padre, è incoronato re a Roma.

Il Filostrato

Questo poemetto in ottave narra le disgrazie amorose di Troiolo, uno dei cinquanta figli di Priamo, il re di Troia, che si innamora di Criseida, la figlia di Calcante, l’indovino troiano, il quale, predetta la terribile fine della sua città, scappa nell’accampamento dell’esercito greco. Troiolo, con l’aiuto di suo cugino Pandoro, riesce a conquistare la giovane ma, in seguito ad uno scambio di prigionieri, Criseida è richiesta dal padre e torna al campo nemico. Uno dei grandi eroi greci, il famoso Diomede, si infatua della ragazza che, dal canto suo, fa due conti e pensa: “Meglio stare con uno che vince e non con un altro che tra qualche giorno andrà a fare il servo in un palazzo ellenico!”. Come pegno d’amore, la donna gli regala il suo fermaglio preferito. Diomede lo perde in un duello e il monile finisce nelle mani di Deifobo. Troiolo, che per il dispiacere è divenuto magro come un fuscello, quando vede il fermaglio appuntato sulla tunica di Deifobo, il quale, tutto sommato, non c’entrava niente, cerca di ucciderlo. Purtroppo per lui, però, proprio in quel momento si trova a passare di lì Achille, che, in un colpo solo, gli stacca la testa dal collo.

Il Teseida delle nozze d’Emilia

Il mitico duca di Atene, Teseo, va a fare la guerra in Scizia contro le Amazzoni, le donne guerriere che si tagliavano la mammella destra per meglio scagliare la lancia. Queste, sconfitte, sono condotte nella città del duca.b13 La loro regina Ippolita, che ha portato con sé anche la sorella Emilia, sposa Teseo. Questi però, dopo pochi giorni, riparte per un’altra guerra, contro Creonte, il re di Tebe. Finita pure quella, torna ad Atene e, tra i tanti prigionieri, conduce seco due giovanotti, Arcita e Polmone. I due, manco a farlo apposta, si innamorano della stessa donna: Emilia. Teseo dice loro: “Cari ragazzi, vedetela voi, fate una gara a colpi di spada e chi vince si prende mia cognata!”. I giovani amici, che per una donna erano diventati acerrimi nemici, se ne danno così tante, ma così tante, che nessuno dei due riesce quasi più a stare in piedi. La vittoria ai punti va ad Arcita il quale, nonostante sia ferito gravemente, corre a sposare Emilia. Ma Venere lo fa cadere da cavallo, lui batte la testa e prima che muoia, con l’ultimo filo di voce rimastogli, affida la sua signora mancata a Polemone.

 

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I problemi economici del padre, costrinsero Boccaccio a lasciare la bella corte napoletana per tornare a Firenze. Nella città dell’Arno, nonostante l’ambiente partenopeo cui tanto era stato affezionato non ci fosse più, continuò a celebrare le sue amate donne. Qualche anno dopo, il Banco de’ Bardi fallì e, così, decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura anche perché, morto il genitore durante la terribile epidemia di peste del 1348, quella che userà come pretesto narrativo per dare avvio al Decameron, poté acchiapparsi l’eredità.

 

Cino da Pistoia e la discriminazione territoriale contro i napoletani

 

Esistesse una Commissione Disciplinare anche nella Letteratura Italiana, Cino da Pistoia dovrebbe essere sanzionato pesantemente per discriminazione territoriale! Guittoncino, detto Cino, della nobile famiglia dei Sighibuldi, nacque a Pistoia nel 1270. Studiò legge all’estero, prima a Bologna (per un pistoiese del XIII secolo, Bologna era all’estero!), poi, a Orleans, in Francia. Tornato in patria, esercitò l’avvocatura ma pochissimo tempo dopo, nel 1303, fu costretto a lasciare Pistoia perché i guelfi avevano cacciato i ghibellini dalla città. 2Rientratovi dopo tre anni, si dedicò alla scrittura di opere giuridiche, guadagnandosi, così, molti apprezzamenti e la cattedra di diritto presso le Università di Siena, di Perugia e di Napoli. All’ombra del Vesuvio conobbe e frequentò Giovanni Boccaccio, col quale, molto probabilmente, ragionava di donne e di poesia d’amore. L’insegnamento accademico, comunque, non gli impedì di celebrare, in versi, la sua amata, Selvaggia. Compose venti canzoni, undici ballate e centotrentaquattro sonetti (dopo Dante è lo stilonovista di cui ci sono giunte più rime). Quando morì, nel 1337, Francesco Petrarca, suo allievo di stile, gli dedicò un sonetto, Piangete, donne, e con voi pianga Amore. Se lo scontroso, geloso e un po’ invidioso letterato aretino si scomodò per Cino, è la prova che questi era stato un uomo e un poeta di grande valore. Quando lo incontrai al Liceo per la prima volta, mi fu subito simpatico perché il suo nome mi faceva tornare alla mente quello di un personaggio che ho molto amato durante la mia infanzia: il mago Zurlì, il cui vero nome è, appunto, Cino Tortorella. Mia madre aveva regalato a me e a mia sorella Tiziana un cofanetto di musicassette con le più famose fiabe, raccontate proprio dal mago dello Zecchino d’Oro. Ricordo ancora il mangianastri nero con i pulsanti rossi e i pomeriggi trascorsi insieme con Anna, la nostra babysitter, ascoltando Pollicino, La bella addormentata nel bosco, Cenerentola, Biancaneve e i sette nani, Heidi, Lutra la lontra e Raperonzolo. Quando, però, cominciai a ricercare materiali per la mia Storia della Letteratura Italiana, il pistoiese si rese antipatico perché scoprii che aveva scritto, non un semplice sonetto, ma una lunga canzone contro i napoletani, Deh, quando rivedrò ‘l dolce paese, in cui ci conciò davvero male:

“Deh, quando rivedrò ‘l dolce paese
di Toscana gentile,
dove ‘l bel fior si mostra d’ogni mese,
e partiròmmi del regno servile
ch’anticamente prese
per ragion nome d’animal sì vile?
Ove a bon grado nullo ben si face,
ove ogni senso fallace – e bugiardo
senza riguardo – di virtù si trova,
però ch’è cosa nova,
straniera e peregrina
di così fatta gente balduina.
O sommo vate, quanto mal facesti
(non t’era me’ morire
a Piettola, colà dove nascesti?),
quando la mosca, per laltre fuggire, i
n tal loco ponesti,
ove ogni vespa deveria venire
a punger que’ che su ne’ tocchi stanno,
come simie in iscranno – senza lingua
la qual distingua – pregio o ben alcuno.
Riguarda ciascheduno:
tutti compar’ li vedi,
degni de li antichi viri eredi.
O gente senza alcuna cortesia,
la cu’ ‘nvidia punge
l’altrui valor, ed ogni ben s’oblia;
o vil malizia, a te, perché t’allunge
di bella leggiadria,
la penna e l’orinal teco s’aggiunge.
O sòlo, solo voto di vertute,
perché trasforme e mute – la natura,
già bella e pura – del gran sangue altero?
A te converria Nero
o Totila flagello”.

Concluse, poi, passando la palla agli juventini, ai milanisti, agli interisti, agli atalantini e ai veronesi, anche se, oggi, da Roma in su, non c’è tifoseria, tranne quella genoana, che non canti, quasi ogni domenica, “Noi non siamo Napoletani!” o “Vesuvio lavali col fuoco!”:

“Vera satira mia, va’ per lo mondo,
e de Napoli conta
che ritén quel che ‘l mare non vole a fondo”.2

Ad ogni modo, a parte la discriminazione territoriale contro i miei conterranei dell’epoca, Cino fu un rimatore molto bravo, che seppe cantare il dolore e l’inquietudine per la mancanza d’amore, in uno stile dolce e armonioso, malinconico e mesto, espresso con un’accuratezza linguistica da grande poeta. Il pistoiese era capace di arrivare al cuore delle donne, di tutte le donne, tranne, evidentemente, a quello della donna bramata (succede sempre così!).

“La dolce vista e ‘l bel guardo soave
de’ più begli occhi che lucesser mai,
c’ho perduto, mi fa parer sì grave
la vita mia ch’i vo traendo guai”.

E ancora:

“Angel di Deo simiglia in ciascun atto
questa giovane bella
che m’ha con gli occhi suoi lo cor disfatto”.

Che tenerezza, poi, la canzone Oïmè lasso, quelle trezze bionde, composta quando l’amata Selvaggia morì. Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi… il viso, il suo sorriso, la morte s’era portata via tutto, pure le sue calzette rosse (W Mogol-Battisti!).

2Rifatevi gli occhi!!!

 

 

La Riforma Protestante e la Controriforma Cattolica

 

A Napoli abbiamo un detto: “La vacca si è tirata le zizze”, quando vogliamo significare la fine di una qualsiasi situazione che provocava profitto, godimento o felicità. Lo strapotere della Chiesa Cattolica Romana, che durava sin dai primi secoli del Medioevo, dovette pur finire e l’inizio della fine cominciò in Germania, detta, dagli inizi del ‘500, la mucca personale del papa, perché nei suoi territori, grazie alla vendita delle indulgenze, i successori di San Pietro e i loro dipendenti, stavano raccogliendo la maggior parte dei danari per la costruzione dell’imponente Martin_Lutherbasilica, dedicata al principe degli apostoli, a Roma. Ecco perché, il richiamo al detto napoletano. Chi fu, dunque, a tirare le zizze alla vacca? Fu un monaco agostiniano, chiamato Martin Lutero. Martin Luther (immagine a destra), questi il nome e cognome in tedesco, nacque a Eisleben, l’1 novembre 1483. Studiò all’Università di Erfurt e, a 22 anni, entrò in convento. Qui, si fece subito notare per l’acume e la vis polemica e fu segnalato dai suoi superiori al principe di Sassonia Federico III, che cercava professori per la nuova Università a Wittenberg. Lutero vi insegnò dialettica e fisica fino a che, inviato a Roma per risolvere questioni interne al suo ordine, ebbe modo di constatare quanto fosse in rovina la Chiesa, nel senso che sembrava tutto tranne un’istituzione quale sarebbe dovuta essere agli occhi di Dio e degli uomini e, consapevolmente o inconsapevolmente, cambiò la storia sociale, politica e religiosa del mondo. La goccia che fece traboccare il vaso fu la questione delle indulgenze. Cosa era successo: per racimolare i soldi per finanziare la costruzione della Basilica di San Pietro a Roma, i papi promettevano la remissione dei peccati per i vivi e gli sconti in Purgatorio per i morti, a quanti avessero pagato somme di danaro in proporzione alle proprie colpe. L’affare era molto redditizio, perché la raccolta delle indulgenze era data in appalto ai potenti locali, che ingaggiarono predicatori molto furbi e abili a raggirare i fedeli. Il caso più eclatante fu quello di Alberto di Hohenzollern, principe di Brandeburgo, il quale aveva pagato diecimila ducati al papa per avere l’arcivescovato di Magonza e che, dalla vendita delle indulgenze, avrebbe ricavato il necessario venditada restituire a chi gli aveva prestato i soldi, più un’altra consistentissima offerta per la basilica. Questi, poté contare sul più abile ciarlatano e truffatore di tutta la Germania del tempo, migliore di Vanna Marchi e della figlia messe insieme: il frate domenicano Johann Tetzel. Fu così bravo a vendere “perdoni su misura” che i principi confinanti con il regno del suo datore di lavoro gli impedirono di entrare nei loro territori, perché anch’essi stavano allattando alla grande la mucca delle indulgenze. Un giorno, il domenicano raggiunse alcune parrocchie vicine a quella di Lutero per vendere le indulgenze ai suoi parrocchiani. Quando questi si presentarono da lui con la pergamena benedetta, dicendogli che non avrebbero dovuto più pentirsi e confessarsi, perché tanto era stato messo tutto a posto con qualche soldo, Lutero non ci vide più e, il 31 ottobre 1517, affisse sulla porta della Cattedrale di Wittenberg le famose 95 Tesi contro le indulgenze. Guai, però, a interferire negli affari della Chiesa Cattolica!, Nonostante le Tesi luterane fossero soltanto contro le indulgenze e non contro il papa o la Chiesa, i tuoni da Roma non tardarono ad arrivare. Sulle prime, papa Leone X fece solo un richiamo ufficiale ai superiori di Lutero, affinché lo tenessero buono e lasciassero che i traffici proseguissero in santa pace ma, poi, qualche tempo dopo, lo fece chiamare a Roma per discutere, de visu, delle sue idee.Pope-leo10 Per intervento del principe Federico, che lo proteggeva, il processo al monaco fu trasferito in Germani. Le cose, tuttavia, non cambiarono, perché Lutero non ritrattò un bel niente davanti al vicario del papa. Leone X (immagine a destra) non perse tempo e, nel 1520, emanò una bolla, Exurge Domine, con la quale invitava Lutero a ritrattare e a presentarsi a Roma, pena la scomunica. Il riformatore, per tutta risposta, la bruciò pubblicamente, insieme con libri di diritto canonico. La miccia era stata accesa e la Germania era in subbugli. Il nuovo imperatore Carlo V appoggiò la politica del papa, il quale, nel frattempo, aveva scomunicato Lutero, e, nella dieta di Worms, lo giudicò eretico, nemico del popolo, mise al bando tutte le sue dottrine e, in più, chi l’avesse ucciso non sarebbe andato in galera. La situazione, per lui, si fece pericolosissima, tanto che il suo protettore ne inscenò il rapimento, nascondendolo nel suo castello e facendolo stare tranquillo per un po’. Le idee di Lutero contagiarono anche principi, nobili senza feudo, cavalieri senza cavallo e morti di fame. Ci furono guerre e battaglie, con numerosissimi morti e feriti. Lutero, dal canto suo, disapprovò queste violenze, si dedicò alla scrittura, abbandonò l’abito monacale, sposò una ex suora, ebbe sei figli e costruì tutto l’impianto dottrinale del luteranesimo o protestantesimo. La rottura con la Chiesa di Roma fu definitiva. Questa, però, tentò di riorganizzarsi e, alla Riforma Protestante, fece seguire la Controriforma Cattolica. Come si dispose, quali misure adottò, come cercò di contrastare i protestanti? L’atto più importante e significativo fu la convocazione del Concilio di Trento. Nel 1545, papa Paolo III aprì questa commissione di cardinali, riunitasi per cambiare tutto quello che non andava e per riaffermare quello che a loro parere doveva rimanere com’era. In prima istanza, il Concilio sconfessò tutte le dottrine dei protestanti, giudicandoli eretici e dichiarando loro guerra. concilio-trento-quadro.1200Per quel che riguardava se stessa, serrò i ranghi, pretese una maggiore istruzione, a cominciare dai preti di campagna che spesso non conoscevano il latino e, in materia teologica, erano molto debili, obbligò i vescovi a risiedere nelle proprie diocesi, confermò l’assolutezza di alcuni dogmi, come la transustanziazione, ovvero quel miracolo secondo cui l’ostia e il vino nel calice diventano veramente il corpo e il sangue di Cristo, ribadì il valore dei sacramenti, che pure erano stati messi in dubbio da Lutero, e rinvigorì il culto dei santi, delle reliquie e della Madonna. Cercò, poi, di porre fine alle oscenità che erano perpetrate alla corte dei papi, come durante il periodo di papa Borgia e altri. Il successore, papa Paolo IV, fu molto più pratico, rafforzò l’Inquisizione, diretta da sei cardinali e presieduta dal pontefice stesso, con i suoi tribunali sparsi dovunque, e stilò il primo Indice dei libri proibiti nel 1559: in questo catalogo furono inseriti il Decameron di Giovanni Boccaccio, il De Monarchia di Dante, tutte le opere di Niccolò Machiavelli e Pietro Aretino, le novelle di Masuccio Salernitano, tutte le Bibbie tradotte in volgare, le poesie di Luigi Pulci e Francesco Berni eccetera, eccetera, eccetera. Ho citato solo alcuni tra i più famosi ma, in verità, la lista dell’Indice era più lunga di quella degli iscritti alla P2. Torture e roghi furono distribuiti in tutta Europa con precisione scientifica. Un’altra importante misura fu la creazione di nuovi ordini monastici: i Cappuccini, i Teatini, i Somaschi, i Barnabiti, le Orsoline e i Gesuiti, ordine fondato da Ignazio di Loyola, con l’intento di essere da modello di vita per i fedeli, di istruirli e di essere più vicini alle loro esigenze. Per quanto riguarda la letteratura, chi si mise a scrivere da quel momento in poi dovette stare molto attento. Bastava, infatti, soltanto possedere un libro proibito, che le bestie dell’Inquisizione intentavano un processo, torturavano e bruciavano vivi. L’elenco dei martiri sarebbe troppo lungo, ma vorrei ricordare Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Galileo Galilei, assassinati o torturati per le loro idee. Galileo_Inquisizione_480Il mestiere di esprimere le proprie idee le quali, guarda caso, il più delle volte erano contrarie, se non antitetiche, a quelle di Santa Romana Chiesa, divenne più pericoloso di quello del soldato, come se quasi si morisse più facilmente pensando e scrivendo che combattendo, ma, nonostante ciò, ci fu ci continuò a usare la ragione, a voce o per iscritto. A questi uomini, che furono e sono i veri santi, devono andare le nostre preghiere e le nostre lodi. In questa cupa, tremenda, terribile, infame e angosciosa desolazione culturale voluta dalla censura della Chiesa Cattolica, contrapposta all’oro e alle decorazioni barocche degli edifici sacri, che si andavano costruendo in quegli anni, vi sono stati autori dei quali vi parlerò certamente in qualche altra occasione. Queste mie ultime parole, sicuramente forti, non devono, però, essere prese alla lettera: la desolazione culturale non vi fu neppure nel Medioevo, figuratevi nel Rinascimento. Ma, come ho già detto, il Vaticano condizionò così tanto la vita culturale europea di quel periodo, che, per lo meno, tardò l’esplosione delle nuove idee, quelle che saranno il lievito della Rivoluzione scientifica e, più tardi, dell’Illuminismo. Come vedete, per fortuna, il corso del pensiero e della ragione non poté essere arrestato, neppure da una mappata di… beh, lasciamo perdere!

 

Trattati, cronache e storie tra il ‘200 e il ‘300

 

Secondo quel modo di scrivere tipicamente medievale, a partire dal 1100, furono composte, in Europa e in Italia, vastissime opere che trattavano di tutto e di più. Quando, ad esempio, un letterato scriveva un libro di storia, non si limitava a raccontare quanto era accaduto ai suoi tempi o, al massimo, nell’arco di qualche secolo, come accade oggi in gran parte dei testi di storia che si studiano a scuola, ma cominciava da quando Dio che creò il mondo, fino al momento in cui staccava definitivamente la penna dal foglio.im099 Allo stesso modo, chi metteva insieme animali, piante e pietre preziose, in particolari raccolte dette bestiari, erbari o lapidari, non catalogava solo quello che aveva sotto gli occhi, ma vi inseriva mostri, belve feroci, animali mitologici, finti e inventati, piante che non sarebbero esistite nemmeno nel più attrezzato orto botanico del mondo, come i Kew Gardens a Londra, erbe magiche, fiori che divoravano gli uomini, pietre dai poteri meravigliosi, che si trasformavano in oro, che rendevano invisibili, il tutto arricchito con mille significati e allegorie. Questa particolare tendenza dello scrivere è stata detta enciclopedismo, perché, ogniqualvolta venisse in mente a qualcuno di mettersi a fare lo scrittore, doveva stendere un’enciclopedia. Giusto per fare due nomi, cito Vincenzo di Beauvais, autore dello “Speculum (specchio) Maius“, diviso in naturale, doctrinale e historiale, che rifletteva proprio tutto, e Ristoro d’Arezzo, redattore di una “Composizione del mondo con le sue cascioni“, due capitoloni difficilissimi e di una noia mortale. Molti furono anche i trattati di matematica, come quelli di Lorenzo Fibonacci, che nel tempo libero inventava sequenze numeriche per Dan Brown, e quelli di medicina, di astronomia e di astrologia.

I lettori di allora avevano poco tempo e ancor meno voglia di sfogliare libroni che non avrebbero mai finito, pieni di cose che non gli interessavano affatto. download (2)Avrebbero preferito leggere qualcosa che gli raccontasse come andassero le cose in modo spicciolo. Anch’essi volevano interessarsi di politica, sapere chi avesse perso la battaglia, chi fosse stato stato eletto re o nominato vescovo. Volevano leggere i settimanali scandalistici dell’epoca, come Novella 2000 o Chi, i quali rivelavano l’ultimo fidanzato della contessa o con chi era scappata la figlia del vassallo, promessa in sposa al principe reale.  Fu per questo, che tra la fine del ‘200 e gli inizi del ‘300, qualche storico furbo e un po’ curioso, pensò bene di scrivere cronache di quello che era successo e succedeva in quegli stessi anni, cui aveva potuto assistere con i suoi occhi o, al massimo, si era fatto raccontare da qualcuno che era stato presente.

Salimbene de Adam e la Cronica

Monaco francescano contro la volontà del padre, Salimbene, il quale, in realtà, si chiamava Ognibene, nacque a Parma nel 1221. Durante la sua vita si spostò molto tra il Nord Italia e la Francia.download Quando fu troppo stanco per continuare, si fermò e scrisse la “Cronica“. Morì nel 1287. A Salimbene due persone gli erano antipatiche che più antipatiche non si può: i francesi e Federico II. Non perse mai occasione, soprattutto ai primi, di combinarli male: “Quando bevono – diceva – le sparano grossissime, strillando che possono prendersi il mondo in un colpo solo e, pure quando non bevono, pensano di essere migliori di tutti gli altri popoli.” Come i francesi di oggi, dunque! Contro l’imperatore, invece, scrisse un libello intitolato “XII scelera Friderici imperatoris“, (Dodici pazzie di Federico imperatore) che, purtroppo, è andato perduto, dove lo accusava di essere uno spilorcio, di non aver avuto amici a causa proprio della sua avarizia e di aver combattuto la Chiesa solo per confiscarne le proprietà. La “Cronica” di Salimbene narra i fatti storici accaduti tra gli ultimi trent’anni dell’XII secolo fino alla sua morte. Rimane una delle fonti più importanti per la storia del ‘200, piena di eventi, con lo sguardo volto alle ingiustizie e alle miserie della società del tempo e con il grande rispetto per i personaggi che quella storia stavano facendo.

Dino Compagni e la Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi

Guelfo bianco, ricco borghese e sindacalista dell’Arte della Seta, Dino Compagni visse a Firenze tra il 1255 e il 1324. Fu gonfaloniere di giustizia e priore e, proprio per questo, quando i suoi compagni di partito, tra cui Dante, furono esiliati, cacciati dai neri, poté rimanere in città, grazie ad una sorta di immunità parlamentare, ma fu costretto ad abbandonare la vita politica.download (1) Non avendo più da lavorare, quindi, saputo che l’imperatore Arrigo VII stava scendendo in Italia, pensò di dare notizia di quanto fosse successo a Firenze dal 1280 al 1312. Illustrando in modo particolare la lotta tra i guelfi bianchi e neri e la vittoria di questi ultimi, Compagni dichiarò di trattare solo “il vero delle cose certe“, pure perché non aveva intenzione di scrivere falsità. Per questo, si servì solo di ciò che aveva visto e sentito di persona o che gli aveva riferito qualche galantuomo. Per di più, non voleva raccontarla a modo suo. Ma non riuscì ad essere imparziale. La sconfitta ancora gli bruciava e, accanto alla narrazione dei fatti, inserì predicozzi contro i suoi concittadini e contro la malvagità e l’infamia dei neri e del loro capo Corso Donati. Anziché una cronaca, quest’opera sembra un diario segreto, dove la passione adoperata per descrivere quanto è richiamato va al di là del fatto storico. I giudizi violenti contro personaggi potenti ancora in vita si sprecano e l’Autore, per paura che questi gliela facessero pagare tendendogli un agguato con i loro sgherri, nascose il manoscritto in un buco nel muro in cantina. Non disse niente ad alcuno e, per caso, 150 anni dopo, questo fu ritrovato.   

Giovanni Villani e la Nuova Cronica di famiglia

Sicuramente riuscì ad essere molto meno parziale di Dino Compagni, anche perché, nel frattempo, a Firenze, i tempi erano mutati. A comandare c’erano i neri, i bianchi erano in esilio e si stava tutti un po’ più tranquilli. Giovanni Villani nacque nella città dell’Arno nel 1280. Figlio del popolo, fu mercante, banchiere socio dei Peruzzi e dei Buonaccorsi e priore un paio di volte, simpatizzando per i neri. Fu accusato falsamente di aver sgraffignato danari pubblici durante la costruzione delle nuove mura della città e, a seguito del fallimento del Banco Buonaccorsi, fu incarcerato per qualche mese. VillaniMorì durante l’epidemia di peste del 1348, quella di cui Boccaccio si servì per dare inizio al “Decameron“. Villani divise la sua “Nuova Cronica” in dodici capitoli: non seppe resistere al fascino dell’enciclopedia e, nei primi sei, raccontò la storia del mondo, dalla Torre di Babele fino al 1265, con lo scopo di vantare, in maniera esagerata, le origini romane di Firenze. Negli ultimi sei, invece, riportò quanto successo nella sua città dal 1265 all’anno della morte. L’Autore non si perde in chiacchiere. Non gli interessa dire la sua sull’accaduto, quanto soltanto raccontare come sono andati i fatti. Piena di documenti d’archivio, di informazioni sulla popolazione e su come si svolgevano i commerci in città, essa contiene anche le prime notizie biografiche su Dante, con la soddisfazione di poter annoverare, tra i cittadini fiorentini, un così illustre poeta. Sul letto di morte, col corpo pieno di bubboni per la peste, Giovanni si fece promettere dal fratello Matteo la continuazione dell’opera. Matteo proseguì fino al 1363 e chiese, poi, la stessa cosa a suo figlio Filippo il quale, però, evidentemente poco interessato a questa pratica di famiglia, aggiunse soltanto il 1364.