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Metafisica e teurgia nel pensiero di Giamblico di Calcide

 

 

 

 

La teoresi di Giamblico di Calcide (ca. 245 – ca. 325 d.C.) è senza dubbio rilevante nel panorama filosofico della tarda antichità, nonostante, per lungo tempo, fosse rimasta oscurata da una lettura riduttiva che ha relegato l’autore a teurgo e mistico, in posizione marginale rispetto ai più noti Plotino e Porfirio. Eppure, Giamblico fu molto più di un compilatore di dottrine o di un devoto sacerdote pagano. Fu un sistematizzatore rigoroso, un riformatore delle dottrine neoplatoniche e un pensatore che seppe coniugare filosofia, religione e ritualità in una sintesi armonica dell’universo e dell’anima umana.
Nella tarda antichità, la sua statura intellettuale e spirituale era riconosciuta in modo quasi unanime. L’imperatore Giuliano l’Apostata lo considerava il terzo grande maestro dopo Pitagora e Platone, mentre commentatori come Proclo, Siriano e Simplicio lo chiamavano regolarmente “divino” (θεῖος), riconoscendogli un’autorità quasi sacra. L’uso di tale epiteto non era una semplice formula encomiastica ma indicava, nel linguaggio tecnico del neoplatonismo, il raggiungimento delle virtù teoretiche, ossia del livello più alto di perfezione intellettuale e spirituale. Se Aristotele, secondo Proclo, era un “daimonios”, un genio illuminato, Giamblico era invece ritenuto, appunto, “theios”, in quanto capace di contemplare l’intelligibile e di vivere secondo l’ordine divino. Questo riconoscimento non derivava solo dalla sua connessione con la teurgia, piuttosto dal suo ruolo nella trasmissione, reinterpretazione e sviluppo delle dottrine platoniche. La sua opera fu considerata fondamentale nella rifondazione del platonismo in chiave sistemica, in un’epoca in cui la filosofia doveva confrontarsi con la crescente influenza del cristianesimo, con la sfida della tradizione aristotelica e con l’esigenza di mostrare un percorso salvifico in grado di condurre l’anima alla sua origine divina.
Per comprendere il pensiero di Giamblico è necessario confrontarsi con De Anima, opera che ci è pervenuta in forma frammentaria tramite l’Anthologion di Giovanni Stobeo. Questo trattato è stato a lungo considerato una semplice raccolta di opinioni precedenti sull’anima, un esercizio di dossografia privo di contributi originali. Tuttavia, questa interpretazione, grazie agli studi di John Myles Dillon, Bent Larsen, Annick Charles-Saget, Cristina D’Ancona e, più recentemente, di Lucrezia Martone, oggi non è più sostenibile. Giamblico adotta un metodo sistematico e filosoficamente rigoroso: si ispira all’approccio aristotelico di iniziare ogni trattazione con una ricognizione delle dottrine antecedenti, non limitandosi, però, a raccoglierle. Al contrario, le riorganizza, le interpreta e le utilizza come base per elaborare una propria visione dell’anima, articolata, coerente e in stretto dialogo con la tradizione platonica e neoplatonica. La perdita della parte propriamente dottrinale dell’opera ha contribuito a farne trascurare l’originalità, ma i riferimenti contenuti nei testi di Proclo, Simplicio, Prisciano e altri autori permettono di ricostruire ampie porzioni della sua architettura teorica. La parte superstite del De Anima, quindi, non è il cuore dell’opera ma una sua premessa, vòlta a fondare la trattazione filosofica sull’anima mediante una rigorosa ricapitolazione delle principali scuole del pensiero antico: dagli egizi ai caldei, dagli atomisti agli stoici, dai pitagorici ai medioplatonici.

La concezione giamblichea dell’anima si distingue per la sua collocazione all’interno di una gerarchia ontologica estremamente articolata. Rispetto a Plotino, Giamblico abbassa la posizione dell’anima umana nella scala degli esseri, sottolineandone la maggiore prossimità al mondo sensibile e la sua condizione intermedia tra il divino e il corporeo. L’anima non è semplicemente una scintilla dell’intelligibile quanto un essere complesso, dotato di molteplici facoltà e soggetto a una dinamica di discesa e risalita all’interno dell’ordine cosmico. La gerarchia dell’essere, secondo Giamblico, parte da un principio ineffabile e assolutamente trascendente, che si colloca al di là dell’Uno stesso. Da questo principio originario scaturiscono, successivamente, l’intelligibile puro, il livello intellettivo, le anime divine e, infine, le anime razionali, tra cui quelle umane. L’anima, nella sua caduta verso il mondo sensibile, si riveste di potenzialità e facoltà che la legano alla materia, pur conservando la possibilità di elevarsi di nuovo alla sua origine grazie a un processo di reintegrazione che è, al tempo stesso, conoscitivo e salvifico.
Uno degli aspetti più controversi del pensiero giamblicheo è l’introduzione della teurgia come pratica filosofica. A lungo considerata una degenerazione mistica della filosofia razionale, la teurgia, in Giamblico, diviene, invece, uno strumento necessario per completare il cammino dell’anima verso il divino. Secondo la sua visione, la ragione umana da sola non è sufficiente per attingere la realtà suprema: occorre un’apertura simbolica, un coinvolgimento sacrale, una ritualità che consenta all’anima di riattivare la memoria della sua origine e di risalire verso i livelli superiori dell’essere. Nel De Mysteriis Aegyptiorum, afferma che solo la teurgia consente all’anima di trascendere i limiti del discorso filosofico e di entrare in contatto con il divino attraverso una partecipazione reale, non meramente intellettuale: questo non rappresenta il rifiuto della filosofia ma il suo compimento. L’attività teurgica, infatti, non contraddice la ragione: la integra, la purifica, la eleva. In questo senso, la filosofia giamblichea è una filosofia “piena”, che non esclude il mito, il simbolo, il rito, ma li assume come forme necessarie della conoscenza di ciò che è oltre l’intelletto. L’unità del sapere e del sacro, del logos e del rito è, per il filosofo, la chiave per restituire alla filosofia la sua funzione originaria: non solo spiegare il mondo ma trasformare l’anima.
L’originalità di Giamblico si manifesta anche nelle numerose innovazioni teoriche che apporta alla tradizione neoplatonica. Tra queste, la distinzione fra il principio ineffabile e l’Uno, che consente di conservare la trascendenza assoluta del primo principio senza compromettere l’unità del sistema; l’introduzione delle enadi – unità derivate ma ancora superiori agli intelligibili – in modo da articolare meglio il rapporto tra molteplicità e unità. Altri punti salienti sono la distinzione tra il mondo intelligibile e quello intellettivo, il primo statico e perfetto, il secondo dinamico e creativo, e la reinterpretazione del male non come sostanza ma come παρυπόστασις, cioè come un’emanazione accidentale e deficitaria dell’essere. Tutte queste elaborazioni teoriche dimostrano che Giamblico non fu un semplice collettore o ripetitore delle dottrine precedenti ma un costruttore di sistemi, un filosofo nel senso pieno del termine, capace di ridefinire l’intero impianto neoplatonico in modo tale da renderlo fecondo per i secoli successivi.

 

 

 

 

Brevi ragguagli sul concetto di “coscienza” nella storia della filosofia Occidentale

 

PARTE I

 

LA COSCIENZA COME ANIMA 

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Secondo Platone (immagine a sinistra) la coscienza umana ha una funzione essenzialmente conoscitiva, collegata alla dottrina delle Idee, cardine della sua filosofia. Le Idee, infatti, oltre ad essere realtà ontologiche a sé stanti, immutabili ed eterne, che fungono da modello al Demiurgo per plasmare il mondo, ovvero forme con le quali è strutturata la realtà empirica, sono altresì presenti nella coscienza umana, come forme intellettuali, mediante le quali l’uomo comprende la dimensione sensibile dell’esistenza. La coscienza, quindi, nella dottrina platonica, corrisponde, sotto l’aspetto del mito, all’anima, la quale, avendo vissuto nell’Iperuranio, conserva in sé il ricordo delle Idee. Da ciò, scaturisce la concezione platonica della conoscenza innata, proprio perché già presente nell’anima e, quindi, nella coscienza di ogni essere umano (Fedone, Critone, Repubblica). Anche Aristotele identifica la coscienza con l’anima ma, a differenza di Platone, non strettamente nell’ambito della conoscenza, quanto piuttosto riguardo al concetto di tempo. Il filosofo di Stagira indaga sul rapporto tra il tempo e il movimento per far assumere ai due concetti una connotazione concreta. Il movimento è nel tempo e il tempo non può esistere senza movimento. Per Aristotele, infatti, il tempo è “il numero del movimento secondo il prima e il poi”, intendendo per numero la funzione del contare, che non è possibile senza avere coscienza della successione numerica. Dato che l’esistenza del tempo è empiricamente ovvia e chiaramente riscontrabile, la sua percezione è un fatto di coscienza. Per coscienza, dunque, Aristotele intende l’anima, unico ente in grado di determinare un prima e un poi in relazione alla vita del singolo individuo (Fisica, De Anima).

LA COSCIENZA COME INTERIORITA’/RIFLESSIONE SU DI SE’, PER GIUNGERE A DIO

Il filosofo Plotino sviluppa il concetto di coscienza non come consapevolezza di qualsivoglia proprio stato interno, ma come campo privilegiato in cui si manifestano, nella loro evidenza, le verità più alte cui l’uomo può giungere, e la fonte, o il principio stesso, di tali verità: Dio. Indicando la coscienza come introspezione o ascolto interiore, egli adopera espressioni quali “ritorno a sé stesso”, “ritorno alla interiorità”, “riflessione su di sé”, contrapponendo costantemente questo atteggiamento proprio del saggio a quanti, invece, per la condotta della propria vita, si basano unicamente sulla conoscenza delle cose esterne (Enneadi).

LA COSCIENZA COME MORALE 

Simone_Martini_003Con il Cristianesimo, a cominciare da San Paolo e dai Padri della Chiesa, il concetto di coscienza viene ricondotto a quello di morale. Ne è esempio l’espressione di uso comune “voce della coscienza” la quale dovrebbe suggerire come comportarsi e quali siano i principi certi che, in ogni uomo, lo guiderebbero sulla retta via, dalla quale esso devia a causa della debolezza umana. E inoltre, non a caso, la precettistica cristiana prescrive l’esame di coscienza come pratica per rintracciare i propri errori morali. Per Sant’Agostino  (immagine a destra) la coscienza è il luogo interiore dove l’uomo cerca e trova Dio, la Mens superior inhaerens Deo (mente superiore insita in Dio). Dio è per l’uomo Essere e Verità, Trascendenza e Rivelazione, Padre e Logos. In quanto Verità, Dio rivela all’uomo ciò che è, in contrasto al falso che fa apparire o credere ciò che non è. Dio-Verità è l’essere che si rivela, che illumina la coscienza umana della sua luce e le fornisce la norma di ogni giudizio, la misura di ogni valutazione. Dio si rivela come trascendenza all’uomo che incessantemente e amorevolmente lo cerca nella profondità del suo io, la coscienza (Confessioni, De vera religione). San Tommaso d’Aquino intende la coscienza sempre ed esclusivamente come coscienza morale. La sua stessa definizione (scienza con l’altro), secondo l’Aquinate, rivela l’ambito di una ricerca volta a definire la coscienza morale come un’applicazione della scienza morale al comportamento umano, al fine di valutarlo e direzionarlo. La coscienza è un atto della persona, che investe sia la sfera intelligibile che quella razionale. Essa applica ai casi concreti della vita l’oggettività e l’universalità della legge a cui si riferisce, la sinderesi, intesa come abito che contiene i precetti della legge naturale, i quali sono i primi principi delle azioni umane. La coscienza, pertanto, nella filosofia del Doctor Angelicus, non è un’altra facoltà (le facoltà sono due: intelletto e volontà), ma è l’uso della ragione per valutare cosa bisogna fare nella situazione concreta hic et nunc (qui e ora). Attraverso la ragione l’uomo applica le norme morali (Somma Teologica, De Veritate) .

LA COSCIENZA COME RAGIONE

Frans_Hals_-_Portret_van_René_DescartesCon l’età moderna, il concetto di coscienza si svincola da qualsiasi implicazione morale e religiosa e diviene il fulcro di tutte le dottrine cognitive e di tutti i processi di conoscenza. Il primo filosofo che muove la sua indagine in questo senso è Cartesio (immagine a sinistra). Egli ritiene che ogni operazione della mente sia accompagnata dalla coscienza di sentire o di ragionare, cioè dalla consapevolezza di possedere nella mente i propri contenuti mentali. La coscienza, per Cartesio, è la consapevolezza soggettiva di sentire e ragionare, perché il pensare implica il sapere di stare pensando. Le idee esistono nella mente, che ne ha coscienza, ma possono non corrispondere alla realtà esterna. Tra queste, ce n’è una privilegiata: l’idea del soggetto come mente, la quale è l’unica ad imporsi come certa vera e indubitabile (cogito ergo sum). Il cogito non è più l’atto pensante originario, da cui nasce il filosofare, ma diventa un pensato. L’evidenza o coscienza del cogito offre un metodo sicuro e infallibile di indagine razionale, tramite il quale poter distinguere il vero dal falso. Il cogito, inoltre, pone l’io esistente come  assolutamente indipendente dal corpo, non potendosi imporre come idea chiara se la mente pensante non fosse completamente separata dalla materia. La coscienza, nella filosofia cartesiana, è, dunque, equiparabile all’anima, intesa come res cogitans, distinta dal corpo, la res extensa (Principi di filosofia). Anche per il filosofo Gottfried Leibnitz il concetto di coscienza è strettamente legato ai processi della conoscenza. Questi, infatti, affida alla coscienza quella caratteristica che determina la capacità di percepire. Nell’uomo questa capacità è più elevata, rispetto agli altri esseri viventi, e le percezioni sono chiare e distinte. La loro consapevolezza o coscienza è l’appercezione, termine con il quale Leibnitz indica l’atto riflessivo attraverso cui l’uomo acquista consapevolezza, o coscienza, delle proprie percezioni, le quali, di per loro, potrebbero anche rimanere inavvertite. L’appercezione  è il fondamento ultimo della coscienza e dell’io (Monadologia).

LA COSCIENZA EMPIRICA 

John-Locke-painting-664x1024La concezione cartesiana di coscienza ispirò anche i filosofi dell’empirismo inglese. John Locke (immagine a destra) intese, infatti, la coscienza come la percezione di ciò che passa nella mente di un uomo, o meglio, le sue idee. Inoltre, egli, da empirista, rinviò alla coscienza ogni possibile esperienza delle cose esterne poiché, proprio da quelle, l’uomo forma dentro di sé le idee. La coscienza, quindi, è l’io che possiede e sviluppa tutte le attività mentali (Saggio sull’intelletto umano). George Berkeley  fu ancora più radicale di Locke, sostenendo che l’esistenza delle cose è in quanto queste sono percepite come esistenti (esse est percipi), ovvero quando si ha coscienza della loro esistenza, nonostante le sostanze materiali, le res extensae di Cartesio, siano soltanto proiezioni della mente cui dover rinunciare per attenersi unicamente alle pure sensazioni (Commentari filosofici).