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Il principio del legame

Filosofia della copula mundi

 

 

 

Il concetto di copula mundi, raramente tematizzato esplicitamente nella storia della filosofia eppure sottilmente presente come nervatura invisibile in molte cosmologie antiche, è un’idea strutturale: indica ciò che tiene insieme le cose, ciò che connette i livelli dell’essere. Non si tratta di una semplice “connessione” tra elementi quanto di un principio ontologico e funzionale che agisce da ponte tra mondi, da raccordo tra polarità, da matrice di continuità tra realtà disomogenee.
La copula mundi non è un ente tra gli altri, né un luogo fisico: è una funzione metafisica, una condizione trascendentale della possibilità stessa di un cosmo ordinato, coerente e gerarchizzato. È il “nodo” dell’universo ma anche il suo asse dinamico.
L’origine del concetto si può far risalire al pensiero platonico. Nel dialogo Timeo, Platone descrive la struttura del cosmo come un ordine derivato dalla volontà del Demiurgo, che plasma la materia secondo il modello eterno delle Idee. Tuttavia, per rendere possibile il passaggio dal mondo intelligibile al mondo sensibile, occorre un elemento mediatore: l’anima del mondo, una realtà intermedia che partecipa di entrambi i livelli. È essa la prima forma concreta di copula mundi: partecipe dell’intelligibile ma attiva nel sensibile.
Con Plotino, questa visione si intensifica. Nel sistema delle emanazioni (Uno → Nous → Anima del mondo), ogni livello dell’essere deriva da quello superiore per traboccamento ma mantiene con esso una tensione ontologica. La copula mundi diventa così la modalità attraverso cui l’unità dell’Uno si rifrange nella molteplicità senza spezzarsi. In Proclo e nel pensiero tardo-antico, questa funzione è sistematizzata nei gradi mediatori – daimònoi, anime, archetipi – che costituiscono un’“architettura del legame” tra i mondi.
Il pensiero medievale e rinascimentale radicalizza questa visione, centrando il discorso sull’uomo. Per autori come Marsilio Ficino, Giovanni Pico della Mirandola, Nicola Cusano, l’essere umano non è solo parte del mondo: è il suo punto focale, il ponte vivente tra tutti i livelli dell’essere. La celebre Oratio de hominis dignitate di Pico lo dichiara senza ambiguità: l’uomo è creato senza una natura fissa, proprio per poter essere omnia simul, tutte le cose insieme.
Questa potenzialità polimorfica non è un capriccio della natura ma una responsabilità ontologica: l’uomo è copula mundi proprio perché può muoversi lungo la scala degli esseri, può integrare in sé corpo, anima e spirito. Nella sua interiorità coesistono le tensioni del cosmo. Non è solo un mediatore teorico ma l’agente attivo della sintesi cosmica.
Il simbolismo tradizionale offre numerose raffigurazioni di questa funzione. Alcuni archetipi ricorrenti si configurano proprio come immagini della copula mundi: l’albero cosmico (Yggdrasil, l’Albero della Vita nella Cabala, il Bodhi Tree del Buddhismo) rappresenta l’asse del mondo che collega cielo, terra e inferi; la montagna sacra (Meru, Sinai, Olimpo), luogo di contatto tra l’umano e il divino; la scala (scala di Giacobbe), struttura verticale che consente il passaggio tra i mondi; il ponte (ponte Chinvat nell’Iran antico, ponte dell’arcobaleno nel mito norreno), immagine perfetta della funzione connettiva tra realtà opposte.


Questi simboli non sono decorativi. Rivelano una struttura dell’immaginario umano: la necessità di pensare il cosmo come un sistema gerarchico ma permeabile, in cui esistono luoghi di transito, snodi di trasformazione, centri di connessione. La copula mundi è sempre quel centro.
In molte tradizioni mistiche, la copula mundi diventa l’obiettivo del cammino spirituale: reintegrare il molteplice nell’Uno, ricostruire l’unità perduta. In ambito alchemico, ad esempio, il processo della coniunctio oppositorum mira esattamente a questo: unire ciò che è stato separato, riattivare la tensione generativa tra maschile e femminile, luce e tenebra, materia e spirito. Il lapis philosophorum è simbolo della copula mundi realizzata.
In ambito cristiano, il Cristo stesso è spesso descritto come pontifex – “colui che fa il ponte” – tra Dio e l’uomo, tra cielo e terra. Anche in questo caso, il modello non è morale ma ontologico: servire da connessione tra i mondi è la funzione più alta. Nella Cabala ebraica, l’idea di Tiferet, la sfera dell’armonia, svolge la stessa funzione: mediare tra la severità e la misericordia, tra l’Alto e il Basso. Tiferet è la bellezza dell’equilibrio: è copula mundi in forma simbolica.
Carl Gustav Jung, pur senza usare questa espressione, elabora un pensiero profondamente affine. L’individuazione, cioè il processo attraverso cui l’Io si integra con il Sé, richiede il confronto e l’integrazione degli opposti psichici. L’archetipo del Sé – centro e totalità della psiche – può essere letto come una forma interiore di copula mundi. Unifica coscienza e inconscio, razionale e irrazionale, persona e ombra. In questo senso, la psiche stessa è strutturata secondo una logica cosmica: è un piccolo mondo (microcosmo) che riflette le tensioni e le connessioni del macrocosmo. La guarigione psicologica non è altro che la restaurazione della copula mundi interiore.
Nel presente, il concetto di copula mundi è più che mai attuale. Viviamo in un’epoca caratterizzata dalla disgregazione delle connessioni: alienazione dell’individuo dalla natura, frammentazione del sapere, separazione tra corpo e mente, tra spiritualità e scienza, tra individuo e comunità. Recuperare il principio della copula mundi significa rimettere al centro l’idea di relazione, di interdipendenza, di continuità tra i livelli. Non si tratta di nostalgia metafisica, ma di necessità culturale e antropologica. L’ecologia profonda, ad esempio, riconosce che la crisi ambientale nasce da una rottura simbolica e concreta della connessione tra l’uomo e il pianeta. La spiritualità contemporanea, se autentica, cerca nuove forme di unificazione: tra interiorità e collettività, tra contemplazione e azione.
La copula mundi non è soltanto un concetto del passato ma anche una chiave per il futuro. Dove la modernità ha separato, classificato, isolato, la copula mundi chiede di ricucire, di pensare in termini di ponti, non di barriere. Non possiamo comprendere il reale se non come rete di relazioni e ogni filosofia dell’unità deve affrontare il problema del legame. Che si tratti del Logos, dell’Anima del mondo, del Cristo, dell’Albero cosmico o della Mente Universale, tutte le grandi tradizioni hanno riconosciuto che l’essere stesso è relazione. La copula mundi è, in definitiva, il nome antico di questa intuizione profonda: non esiste mondo senza legame.

 

 

 

 

 

Brevi ragguagli sul concetto di “coscienza” nella storia della filosofia Occidentale

 

PARTE I

 

LA COSCIENZA COME ANIMA 

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Secondo Platone (immagine a sinistra) la coscienza umana ha una funzione essenzialmente conoscitiva, collegata alla dottrina delle Idee, cardine della sua filosofia. Le Idee, infatti, oltre ad essere realtà ontologiche a sé stanti, immutabili ed eterne, che fungono da modello al Demiurgo per plasmare il mondo, ovvero forme con le quali è strutturata la realtà empirica, sono altresì presenti nella coscienza umana, come forme intellettuali, mediante le quali l’uomo comprende la dimensione sensibile dell’esistenza. La coscienza, quindi, nella dottrina platonica, corrisponde, sotto l’aspetto del mito, all’anima, la quale, avendo vissuto nell’Iperuranio, conserva in sé il ricordo delle Idee. Da ciò, scaturisce la concezione platonica della conoscenza innata, proprio perché già presente nell’anima e, quindi, nella coscienza di ogni essere umano (Fedone, Critone, Repubblica). Anche Aristotele identifica la coscienza con l’anima ma, a differenza di Platone, non strettamente nell’ambito della conoscenza, quanto piuttosto riguardo al concetto di tempo. Il filosofo di Stagira indaga sul rapporto tra il tempo e il movimento per far assumere ai due concetti una connotazione concreta. Il movimento è nel tempo e il tempo non può esistere senza movimento. Per Aristotele, infatti, il tempo è “il numero del movimento secondo il prima e il poi”, intendendo per numero la funzione del contare, che non è possibile senza avere coscienza della successione numerica. Dato che l’esistenza del tempo è empiricamente ovvia e chiaramente riscontrabile, la sua percezione è un fatto di coscienza. Per coscienza, dunque, Aristotele intende l’anima, unico ente in grado di determinare un prima e un poi in relazione alla vita del singolo individuo (Fisica, De Anima).

LA COSCIENZA COME INTERIORITA’/RIFLESSIONE SU DI SE’, PER GIUNGERE A DIO

Il filosofo Plotino sviluppa il concetto di coscienza non come consapevolezza di qualsivoglia proprio stato interno, ma come campo privilegiato in cui si manifestano, nella loro evidenza, le verità più alte cui l’uomo può giungere, e la fonte, o il principio stesso, di tali verità: Dio. Indicando la coscienza come introspezione o ascolto interiore, egli adopera espressioni quali “ritorno a sé stesso”, “ritorno alla interiorità”, “riflessione su di sé”, contrapponendo costantemente questo atteggiamento proprio del saggio a quanti, invece, per la condotta della propria vita, si basano unicamente sulla conoscenza delle cose esterne (Enneadi).

LA COSCIENZA COME MORALE 

Simone_Martini_003Con il Cristianesimo, a cominciare da San Paolo e dai Padri della Chiesa, il concetto di coscienza viene ricondotto a quello di morale. Ne è esempio l’espressione di uso comune “voce della coscienza” la quale dovrebbe suggerire come comportarsi e quali siano i principi certi che, in ogni uomo, lo guiderebbero sulla retta via, dalla quale esso devia a causa della debolezza umana. E inoltre, non a caso, la precettistica cristiana prescrive l’esame di coscienza come pratica per rintracciare i propri errori morali. Per Sant’Agostino  (immagine a destra) la coscienza è il luogo interiore dove l’uomo cerca e trova Dio, la Mens superior inhaerens Deo (mente superiore insita in Dio). Dio è per l’uomo Essere e Verità, Trascendenza e Rivelazione, Padre e Logos. In quanto Verità, Dio rivela all’uomo ciò che è, in contrasto al falso che fa apparire o credere ciò che non è. Dio-Verità è l’essere che si rivela, che illumina la coscienza umana della sua luce e le fornisce la norma di ogni giudizio, la misura di ogni valutazione. Dio si rivela come trascendenza all’uomo che incessantemente e amorevolmente lo cerca nella profondità del suo io, la coscienza (Confessioni, De vera religione). San Tommaso d’Aquino intende la coscienza sempre ed esclusivamente come coscienza morale. La sua stessa definizione (scienza con l’altro), secondo l’Aquinate, rivela l’ambito di una ricerca volta a definire la coscienza morale come un’applicazione della scienza morale al comportamento umano, al fine di valutarlo e direzionarlo. La coscienza è un atto della persona, che investe sia la sfera intelligibile che quella razionale. Essa applica ai casi concreti della vita l’oggettività e l’universalità della legge a cui si riferisce, la sinderesi, intesa come abito che contiene i precetti della legge naturale, i quali sono i primi principi delle azioni umane. La coscienza, pertanto, nella filosofia del Doctor Angelicus, non è un’altra facoltà (le facoltà sono due: intelletto e volontà), ma è l’uso della ragione per valutare cosa bisogna fare nella situazione concreta hic et nunc (qui e ora). Attraverso la ragione l’uomo applica le norme morali (Somma Teologica, De Veritate) .

LA COSCIENZA COME RAGIONE

Frans_Hals_-_Portret_van_René_DescartesCon l’età moderna, il concetto di coscienza si svincola da qualsiasi implicazione morale e religiosa e diviene il fulcro di tutte le dottrine cognitive e di tutti i processi di conoscenza. Il primo filosofo che muove la sua indagine in questo senso è Cartesio (immagine a sinistra). Egli ritiene che ogni operazione della mente sia accompagnata dalla coscienza di sentire o di ragionare, cioè dalla consapevolezza di possedere nella mente i propri contenuti mentali. La coscienza, per Cartesio, è la consapevolezza soggettiva di sentire e ragionare, perché il pensare implica il sapere di stare pensando. Le idee esistono nella mente, che ne ha coscienza, ma possono non corrispondere alla realtà esterna. Tra queste, ce n’è una privilegiata: l’idea del soggetto come mente, la quale è l’unica ad imporsi come certa vera e indubitabile (cogito ergo sum). Il cogito non è più l’atto pensante originario, da cui nasce il filosofare, ma diventa un pensato. L’evidenza o coscienza del cogito offre un metodo sicuro e infallibile di indagine razionale, tramite il quale poter distinguere il vero dal falso. Il cogito, inoltre, pone l’io esistente come  assolutamente indipendente dal corpo, non potendosi imporre come idea chiara se la mente pensante non fosse completamente separata dalla materia. La coscienza, nella filosofia cartesiana, è, dunque, equiparabile all’anima, intesa come res cogitans, distinta dal corpo, la res extensa (Principi di filosofia). Anche per il filosofo Gottfried Leibnitz il concetto di coscienza è strettamente legato ai processi della conoscenza. Questi, infatti, affida alla coscienza quella caratteristica che determina la capacità di percepire. Nell’uomo questa capacità è più elevata, rispetto agli altri esseri viventi, e le percezioni sono chiare e distinte. La loro consapevolezza o coscienza è l’appercezione, termine con il quale Leibnitz indica l’atto riflessivo attraverso cui l’uomo acquista consapevolezza, o coscienza, delle proprie percezioni, le quali, di per loro, potrebbero anche rimanere inavvertite. L’appercezione  è il fondamento ultimo della coscienza e dell’io (Monadologia).

LA COSCIENZA EMPIRICA 

John-Locke-painting-664x1024La concezione cartesiana di coscienza ispirò anche i filosofi dell’empirismo inglese. John Locke (immagine a destra) intese, infatti, la coscienza come la percezione di ciò che passa nella mente di un uomo, o meglio, le sue idee. Inoltre, egli, da empirista, rinviò alla coscienza ogni possibile esperienza delle cose esterne poiché, proprio da quelle, l’uomo forma dentro di sé le idee. La coscienza, quindi, è l’io che possiede e sviluppa tutte le attività mentali (Saggio sull’intelletto umano). George Berkeley  fu ancora più radicale di Locke, sostenendo che l’esistenza delle cose è in quanto queste sono percepite come esistenti (esse est percipi), ovvero quando si ha coscienza della loro esistenza, nonostante le sostanze materiali, le res extensae di Cartesio, siano soltanto proiezioni della mente cui dover rinunciare per attenersi unicamente alle pure sensazioni (Commentari filosofici).