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Oltre le visioni del mondo

Il confronto filosofico tra Heidegger e Jaspers sull’essenza dell’esistenza

 

 

 

 

Il saggio Anmerkungen zu Karl Jaspers’ «Psychologie der Weltanschauungen» (Note sulla «Psicologia delle visioni del mondo» di Karl Jaspers), composto da Martin Heidegger nel 1920, segna uno dei momenti inaugurali del dialogo tra due dei pensatori più influenti della filosofia contemporanea: Martin Heidegger e Karl Jaspers. Questo scritto, più che un semplice commento critico all’opera di Jaspers, è il punto di partenza di un confronto filosofico che toccherà questioni centrali dell’esistenzialismo, della fenomenologia e dell’ontologia, mettendo in luce affinità e divergenze metodologiche e concettuali tra i due autori. Il confronto tra Heidegger e Jaspers non è un mero esercizio accademico, ma un momento cruciale nello sviluppo della filosofia del XX secolo. In esso emergono due approcci distinti all’indagine dell’esistenza umana: da un lato, la prospettiva psicologica e filosofica di Jaspers, orientata alla comprensione delle “visioni del mondo” come espressioni dell’individualità; dall’altro, l’ambizione di Heidegger di fondare un’ontologia fondamentale, che si interroghi sulle condizioni di possibilità dell’esperienza e dell’Esser-ci (Dasein). L’opera Psychologie der Weltanschauungen di Karl Jaspers, pubblicata nel 1919, nasce all’interno del dibattito filosofico e scientifico della Germania post-bellica. Jaspers, inizialmente formatosi come psichiatra, cerca in questo testo di superare i limiti della psicologia empirica positivista, per approdare a una “psicologia filosofica” capace di cogliere le strutture profonde che danno forma alle visioni del mondo individuali. L’ambizione di Jaspers è duplice: mantenere un legame con la concretezza dell’esperienza psicologica ed elevare l’analisi psicologica a una riflessione filosofica sull’esistenza. Le “visioni del mondo” (Weltanschauungen) non sono, per Jaspers, mere teorie astratte, ma espressioni profonde della soggettività e della libertà dell’uomo di orientarsi nel mondo. Heidegger, che in questo periodo è ancora immerso nella fenomenologia husserliana, si confronta con l’opera di Jaspers cogliendone l’originalità ma anche le potenziali aporie. Egli apprezza l’intento di Jaspers di andare oltre la scienza oggettivante, ma evidenzia la necessità di radicalizzare l’indagine filosofica per arrivare a un fondamento ontologico che Jaspers, secondo Heidegger, non raggiunge pienamente.
Nonostante le differenze metodologiche, Heidegger riconosce in Jaspers un pensatore che ha colto un punto essenziale: la centralità dell’esistenza come problema filosofico. In un’epoca dominata dalle scienze naturali e dalla psicologia positivista, Jaspers rivendica l’irriducibilità dell’esistenza alle categorie della causalità e della meccanicità. 
Le “situazioni limite” (Grenzsituationen), concetto cardine nell’opera di Jaspers, esprimono l’esperienza dell’uomo di fronte alle dimensioni ineludibili della vita: la morte, la colpa, il dolore, la lotta, la libertà. Questi momenti estremi rivelano l’essenza dell’esistenza umana, ponendo l’individuo di fronte alla finitezza e al bisogno di trascendenza. Heidegger riconosce l’importanza di questo approccio e ne farà tesoro nello sviluppo del suo concetto di essere-per-la-morte (Sein-zum-Tode) in Essere e tempo. Entrambi i filosofi rifiutano la concezione dell’uomo come semplice oggetto di studio scientifico. L’uomo è, per Jaspers, un essere che si autodetermina nel confronto con il limite e l’assoluto; per Heidegger, l’Esser-ci è l’unico ente che ha la capacità di interrogarsi sul senso del proprio essere. Il punto di frattura tra Jaspers e Heidegger si manifesta nella concezione della filosofia stessa. Jaspers rimane ancorato a un’idea di filosofia come chiarificazione dell’esistenza, uno strumento per comprendere la condizione umana nella sua tensione verso il trascendente. Per lui, la filosofia non ha il compito di fondare un sistema, ma di guidare l’uomo nella sua ricerca di senso. Heidegger, invece, mira a costruire una “ontologia fondamentale”, ponendo la domanda sull’essere (Seinsfrage) come questione primaria della filosofia. Egli critica l’approccio di Jaspers perché ritiene che questo rimanga legato a una prospettiva soggettivista e psicologistica, non riuscendo a cogliere l’apertura originaria dell’esserci all’essere. Heidegger sottolinea come l’analisi delle visioni del mondo rischi di limitarsi a una mera tipologia psicologica, senza affrontare la questione radicale del rapporto tra l’esserci e l’essere. L’uomo non è solo un interprete del mondo, ma è l’ente che in sé custodisce la domanda sull’essere. Per Heidegger, il senso dell’esistenza non si trova nelle rappresentazioni che l’uomo costruisce del mondo, ma nella struttura ontologica dell’Esser-ci stesso. Un ulteriore punto di divergenza riguarda la concezione della trascendenza e della libertà. Jaspers vede l’esistenza come un movimento costante verso l’assoluto, che rimane irriducibilmente trascendente rispetto all’uomo. La filosofia dell’esistenza è, quindi, una filosofia del limite e dell’apertura verso ciò che va oltre l’esperienza empirica. Heidegger, al contrario, rifiuta l’idea di un trascendente inteso in senso metafisico o teologico. Per lui, la trascendenza è il movimento stesso attraverso cui l’esserci si apre al mondo e all’essere. La libertà non è un concetto psicologico o morale, ma è la condizione ontologica che permette all’esserci di disvelare l’essere. Questa differenza di prospettiva porterà in seguito a un allontanamento tra i due pensatori. Jaspers accuserà Heidegger di aver abbandonato la dimensione etica e personale della filosofia, privilegiando un’analisi astratta dell’essere, mentre Heidegger criticherà la filosofia dell’esistenza di Jaspers come insufficiente nella radicalità del pensiero ontologico. Il confronto tra Heidegger e Jaspers non è stato un semplice episodio accademico, ma ha avuto implicazioni profonde nello sviluppo della filosofia contemporanea. Da un lato, la filosofia dell’esistenza di Jaspers ha influenzato profondamente il pensiero etico e la riflessione sul limite umano, mentre l’ontologia fondamentale di Heidegger ha dato vita a una delle analisi più radicali dell’esistenza umana e della questione dell’essere.
Il loro dialogo ha aperto percorsi che sarebbero stati ripresi e sviluppati da altri pensatori, come Jean-Paul Sartre, che avrebbe ripreso il concetto di Dasein heideggeriano adattandolo al proprio esistenzialismo, e Hans-Georg Gadamer, che avrebbe elaborato la sua ermeneutica filosofica partendo dalla lezione heideggeriana. Le Anmerkungen zu Karl Jaspers’ «Psychologie der Weltanschauungen» di Heidegger segnano l’inizio di un confronto che avrebbe lasciato un’impronta indelebile nella filosofia del Novecento. Il dialogo tra Heidegger e Jaspers, pur segnato da divergenze profonde, rappresenta un esempio significativo di come la filosofia possa svilupparsi attraverso il confronto critico e il riconoscimento reciproco. La tensione tra la filosofia dell’esistenza di Jaspers e l’ontologia fondamentale di Heidegger continua a offrire spunti di riflessione su temi cruciali come la libertà, la finitezza, il senso dell’essere e il rapporto tra individuo e mondo. In questo senso, il loro dialogo non si chiude nel passato, ma rimane aperto alle questioni filosofiche del presente.

 

 

 

 

 

L’uomo misura del reale

Brevi itinerari filosofici, letterari e scientifici
attorno a Protagora

 

 

 

 

 

L’enunciato di Protagora, “L’uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono, per quanto sono, e di quelle che non sono, per quanto non sono”, costituisce un passaggio fondamentale nella storia del pensiero umano, una soglia concettuale oltre la quale la verità non è più un dato fisso ma un orizzonte mobile. La sua portata non è soltanto filosofica: investe anche l’immaginario letterario, le scienze cognitive, la fisica moderna e il modo in cui la contemporaneità concepisce l’individuo, la conoscenza e la realtà stessa.
Ecco come letteratura e scienza hanno, nel corso dei secoli, rispecchiato, amplificato o messo in discussione il principio relativista protagoreo.
La letteratura ha spesso assunto la funzione di specchio deformante della realtà, proprio perché capace di moltiplicare i punti di vista, le voci, le percezioni. In questo senso, la narrativa moderna è uno dei luoghi privilegiati per comprendere le implicazioni del relativismo protagoreo.
Pensiamo a Marcel Proust, la cui Recherche è interamente costruita sulla soggettività del narratore. Il tempo, i ricordi, le emozioni, tutto è filtrato dall’esperienza personale. Nulla è oggettivo, nemmeno l’amore, nemmeno il tempo. Quando Proust scrive: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”, riattualizza l’intuizione di Protagora: la realtà si misura attraverso lo sguardo umano, che la trasforma e la reinterpreta. Oppure si consideri Virginia Woolf, in particolare in To the Lighthouse o Mrs Dalloway, dove il flusso di coscienza sostituisce la narrazione oggettiva. Gli eventi non hanno più una struttura esterna ma vengono ricostruiti internamente, soggettivamente, in base alla memoria, alla sensibilità, alla contingenza del momento. La verità dei fatti è secondaria rispetto alla verità delle percezioni.
In ambito scientifico, il principio di Protagora ha trovato eco – seppur in forme diverse – nei grandi rivolgimenti del pensiero moderno, specialmente nel XX secolo. L’idea che non esista una realtà indipendente dall’osservatore ha avuto un impatto profondo in almeno due ambiti: la fisica e le neuroscienze.
La meccanica quantistica ha messo in crisi la concezione classica del mondo come qualcosa di oggettivo e indipendente. L’esperimento della doppia fenditura (double-slit experiment) mostra che il comportamento delle particelle cambia in base alla presenza o meno di un osservatore. Il principio di indeterminazione di Heisenberg afferma che non è possibile conoscere contemporaneamente la posizione e la velocità di una particella con precisione assoluta: l’atto stesso dell’osservazione interferisce con l’oggetto osservato. In altre parole: la realtà microscopica non ha proprietà ben definite fino a quando non viene misurata. Ciò che è “vero” dipende dall’interazione tra soggetto e oggetto, proprio come sosteneva Protagora.
Anche le scienze cognitive hanno confermato che non percepiamo il mondo com’è ma come il nostro cervello lo elabora. Le percezioni sono costruzioni mentali, selezioni parziali e interpretazioni dell’ambiente circostante. Il neuroscienziato Antonio Damasio ha mostrato come le emozioni, il corpo, la memoria influenzino profondamente la coscienza e la decisione, rendendo l’idea di un “io razionale e oggettivo” una semplificazione mitologica.
Nel campo della percezione visiva, il lavoro di R. L. Gregory e Vilayanur Ramachandran ha messo in luce come molte delle nostre esperienze sensoriali siano illusioni ottiche codificate, dipendenti dal contesto, dall’aspettativa e dalla cultura. Ancora una volta: l’uomo non percepisce “le cose per come sono” ma per come le può percepire – esattamente il punto di Protagora.
Nel mondo contemporaneo, però, il pensiero protagoreo si trova a fare i conti con la “post-verità” – una fase storica in cui le emozioni e le convinzioni personali hanno spesso più peso dei fatti oggettivi. L’affermazione “ognuno ha la sua verità” è diventata una formula popolare che legittima la polarizzazione estrema e la disinformazione sistemica.
Le piattaforme digitali, i social media, gli algoritmi di personalizzazione creano bolle cognitive in cui ognuno vede confermata la propria visione del mondo. Qui il relativismo degenera: non diventa più strumento di apertura e dialogo ma pretesto per l’autoreferenzialità e la chiusura mentale.
Infine, è interessante notare come due autori apparentemente lontani, Søren Kierkegaard e Italo Calvino, abbiano espresso in modo complementare l’eredità di Protagora. Kierkegaard, padre dell’esistenzialismo, afferma che “la verità è soggettività”. Non nel senso che tutto si equivale ma nel senso che la verità autentica è quella vissuta, scelta, interiorizzata, non imposta dall’esterno. È l’uomo, con la sua angoscia e la sua libertà, che misura il valore delle cose. Calvino, ne Le città invisibili, costruisce mondi che esistono solo nello sguardo del viaggiatore Marco Polo. Ogni città è metafora di una prospettiva, di un’immagine interiore. “Ogni città riceve la forma dal deserto a cui si oppone”. La realtà non è mai fissa: si plasma nell’incontro tra l’uomo e il mondo.
L’idea protagorea dell’uomo come misura di tutte le cose non è un invito al disimpegno o alla soggettività cieca. Al contrario, essa spinge a una forma più alta di consapevolezza: se tutto dipende da noi, allora dobbiamo esercitare responsabilmente la nostra facoltà di giudizio. Il relativismo non è un rifiuto della verità ma un rifiuto dell’assolutismo; non è negazione del sapere ma affermazione della pluralità dei punti di vista. In un mondo sempre più complesso, globalizzato e interconnesso, l’eredità di Protagora appare in tutta la sua attualità: sfida a pensare non contro la verità ma oltre l’illusione di possederla. E, forse, è proprio in questa tensione infinita tra il limite dell’uomo e il suo desiderio di conoscere che si misura – ancora una volta – la dignità più profonda della nostra condizione umana.

 

 

 

 

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato

Nietzsche e la temporalità

 

 

 

 

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”. Questa interpretazione della temporalità nella filosofia di Friedrich Nietzsche rovescia il senso comune del tempo. L’idea che il futuro, qualcosa che non è ancora accaduto, possa influenzare il presente tanto quanto il passato, qualcosa che invece è già accaduto, è apparentemente controintuitiva. Eppure, in questa tensione tra ciò che è stato e ciò che ancora non è, Nietzsche individua una delle verità più profonde dell’esistenza umana: l’uomo è un essere proiettato, sospeso tra ricordo e possibilità, tra ciò che ha ricevuto e ciò che può ancora creare.
Per Nietzsche, la concezione tradizionale del tempo – come sequenza lineare e causale, in cui il passato genera il presente e il presente determina il futuro – è limitante e illusoria. È una costruzione razionale, comoda per la scienza e la morale ma inadeguata a cogliere la vitalità della vita umana. Nella sua opera Sull’utilità e il danno della storia per la vita, Nietzsche denuncia una cultura malata di passato, una civiltà che si ripiega sulla memoria storica e diventa incapace di agire, con il rischio che l’uomo diventi un archivista, uno spettatore della vita, anziché il suo creatore.
Nietzsche rifiuta la cronologia come struttura rigida della vita. Propone una visione del tempo in cui il presente è influenzato non solo da ciò che è stato ma anche da ciò che potrebbe essere. Il futuro – inteso non come una realtà già scritta ma come orizzonte aperto di possibilità – diventa un elemento attivo, una forza che modifica il nostro sguardo, le nostre scelte, la nostra identità.
Quando Nietzsche parla del futuro, non parla di un tempo “da attendere”. Non c’è nulla di passivo nell’atteggiamento che egli propone. Anzi, il futuro è la dimensione del progetto, della volontà, della trasformazione. È in questo senso che il futuro influenza il presente: non come determinazione esterna ma come sfida interna. La vita autentica è quella che si lascia orientare da un fine che non esiste ancora e che vale la pena perseguire.
In questa prospettiva, Nietzsche anticipa (e ispira) molte riflessioni dell’esistenzialismo novecentesco: da Heidegger, che parlerà dell’“esserci” come apertura al futuro, fino a Sartre, per cui l’uomo è “ciò che progetta di essere”. Per Nietzsche, questa proiezione non è solo ontologica, è anche etica e artistica: l’uomo deve diventare l’artista di sé stesso, il creatore del proprio destino.


Per chiarire ulteriormente il senso della affermazione iniziale, occorre metterla in dialogo con tre dei concetti fondamentali della filosofia nietzschiana: l’Oltreuomo, la volontà di potenza e l’eterno ritorno.
L’Oltreuomo è l’essere umano che ha superato le illusioni della morale tradizionale, ha rifiutato le verità imposte dall’esterno (come Dio, la ragione, il progresso) e ha trovato in sé stesso la forza di creare nuovi valori. Tuttavia, l’Oltreuomo non è ancora qui: è un ideale futuro. È una figura in divenire, un orizzonte, non una realtà presente. Proprio in quanto orizzonte, influenza radicalmente il presente: ci spinge a interrogarci, a migliorarci, a liberarci dalle catene del passato. In questo senso, l’Oltreuomo è un motore etico e creativo. Esiste solo nella misura in cui il presente lo invoca, lo costruisce, lo persegue.
Altro concetto chiave nietzschiano, la volontà di potenza, è spesso fraintesa come sete di dominio. In realtà, è molto di più: è la forza vitale primordiale, la spinta a superare sé stessi, ad affermare la propria esistenza attraverso la creazione. È ciò che muove ogni forma di vita a espandersi, a crescere, a trasformarsi. La volontà di potenza è proiettata verso il futuro. Essa non si accontenta di ciò che è stato, non si limita a conservare l’esistente: vuole generare, produrre, valorizzare. Anche qui, il futuro agisce sul presente come possibilità di trasvalutazione, di reinvenzione dei valori.
Il pensiero dell’eterno ritorno è tra i più enigmatici e radicali della filosofia nietzschiana. Esso afferma che ogni cosa è destinata a ripetersi all’infinito, identica. Ma Nietzsche non lo propone come una teoria cosmologica, bensì come una prova etica suprema: se sapessi che ogni tua azione è destinata a ripetersi eternamente, vivresti allo stesso modo? In questa idea, il futuro si presenta come specchio morale: condiziona le nostre scelte presenti, perché ci obbliga a viverle come se fossero definitive. L’eterno ritorno, pur parlando del tempo circolare, esercita una pressione prospettiva, perché ci impone di considerare l’impatto infinito di ogni istante.
L’affermazione che apre questo scritto è, dunque, anche un’affermazione di responsabilità. L’uomo non può nascondersi dietro il determinismo del passato né vivere nell’attesa passiva del futuro. Deve agire ora, sapendo che ogni gesto presente è impregnato di un progetto, di un desiderio, di una tensione verso ciò che ancora non esiste.
Il futuro, in Nietzsche, non è predizione né speranza, è creazione. È una materia da plasmare. Il suo influsso sul presente è proprio questo: ci spinge a essere autori del nostro tempo. Ci obbliga a interrogarci: chi vogliamo essere? Che mondo vogliamo generare? La risposta non sta nel passato ma nell’atto presente che disegna la forma di quel futuro.
Rileggere Nietzsche oggi, in un’epoca di crisi politiche, morali e identitarie, rende questa affermazione ancora più attuale. Viviamo in un tempo in cui il futuro è spesso percepito come minaccia (catastrofi climatiche, guerre, collasso sociale) o come vuoto (assenza di ideali, nichilismo, saturazione tecnologica). Nietzsche ci costringe a ribaltare la prospettiva: non è il futuro a dover rassicurarci, siamo noi a doverlo costruire. La sua filosofia ci invita a non subirlo ma ad abitarlo attivamente. Ad agire, anche senza garanzie. A creare, anche nel dubbio. A vivere non come eredi passivi del passato ma come precursori, come anticipatori di forme di vita più alte.
Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato”, pertanto, non è una semplice osservazione sul tempo. Esprime un principio fondativo della visione dell’uomo di Nietzsche: vivere significa creare il proprio destino ed è il futuro – inteso come possibilità, sfida e ideale – a rendere il presente degno di essere vissuto. Non è una frase rassicurante, certo. È una chiamata all’azione. Una filosofia per chi ha il coraggio di guardare avanti, anche nel buio.

 

 

 

 

 

Brevi ragguagli sul concetto di “coscienza” nella storia della filosofia Occidentale

 

PARTE II

 

LA COSCIENZA COME CONOSCENZA (Ragion pura) E COME MORALE (Ragion pratica)

downloadImmanuel Kant, nella sua monumentale opera filosofica, dà al concetto di coscienza una duplice attenzione: una gnoseologica, relativa ai processi della conoscenza, l’altra morale, relativa alla sfera comportamentale. Per quanto riguarda il primo aspetto, considerò la coscienza come appercezione (Leibniz), pur rimanendo nella convinzione dell’esistenza del mondo esterno alla coscienza. Il filosofo di Königsberg (immagine a destra) distinse, poi, le appercezioni in pure trascendentali (chiamate anche “Io penso“), il vertice della conoscenza critica, in quanto fornisce senso alle rappresentazioni della realtà esterna; e in empiriche, l’esperienza interna, variabile e soggettiva. Entrambe le appercezioni e, quindi, la coscienza di esse, concorrono alla formazione dei processi cognitivi. In merito all’aspetto comportamentale, Kant considerò la coscienza come l’elemento che garantisce il valore assoluto della legge morale. La moralità è la somma ultima dei comandamenti della ragione, o imperativi, dai quali l’uomo deriva tutti gli obblighi e i doveri. Kant definisce la morale “Ragione pura pratica“, concependola come un’attività razionale a priori, che risulta sufficiente, da sola, a determinare la volontà. (Critica della ragion pura, Critica della ragion pratica).

 

HEGEL: LA COSCIENZA PREMESSA DELL’AUTOCOSCIENZA CHE NON RICERCA L’ASSOLUTO PERCHE’ E’ PARTE DI ESSO

GeorgWilhelmFriedrichHegelAl concetto di coscienza, inteso in molteplici significati, il filosofo tedesco George Wilhelm Hegel (immagine a sinistra) dedicò un’intera opera: La fenomenologia dello Spirito. Nella Fenomenologia è tracciato il cammino che la coscienza umana, detta anche individuale, deve compiere per giungere all’Assoluto. La prima tappa è costituita dall’indagine sulla coscienza: l’individuo, attraverso il confronto sensibile con la realtà circostante, ha contezza e, quindi, coscienza della propria esistenza. Tale consapevolezza è generata dalla conoscenza sensibile, dalla percezione e dall’intelletto. Interiorizzata in sé la realtà, la coscienza diviene autocoscienza, seconda tappa. L’autocoscienza che riesce a raggiungere l’indipendenza crede di poter sussistere facendo a meno della realtà. La scissione tra l’autocoscienza e il tutto è chiamata da Hegelcoscienza infelice religiosa“, intesa come spaccatura che l’uomo avverte tra sé e Dio. Giunta al punto più basso di mortificazione e infelicità, l’autocoscienza si rende conto che è inutile ricercare l’Assoluto in quanto essa stessa è parte dell’Assoluto. Allora diviene Ragione, terza ed ultima tappa del percorso.

 

LA COSCIENZA COME RIFLESSO DELLA REALTA’ MATERIALE

220px-Karl_Marx_001Per Karl Marx (immagine a destra) la coscienza, come la produzione di idee e di rappresentazioni mentali, è direttamente collegata alle attività materiali degli uomini. Anche la produzione spirituale, che si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi, della morale e della religione, è una conseguenza dei comportamenti materiali. Gli uomini, intesi quali reali, operanti e condizionati dallo sviluppo delle loro forze produttive e dalle relazioni che vi corrispondono, sono i produttori delle loro rappresentazioni. La coscienza, quindi, è l’essere cosciente, e l’essere degli uomini è il processo reale della loro vita. Gli uomini, sviluppando la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali, trasformano, insieme con la loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è, dunque, la coscienza a determinare la vita, ma la vita a determinare la coscienza  (Ideologia Tedesca).

 

LA COSCIENZA NEL PENSIERO FILOSOFICO CONTEMPORANEO

Con Edmund Husserl il concetto di coscienza, arricchito dalle dottrine dei filosofi dei secoli precedenti, conquista il passaggio verso il pensiero contemporaneo. Se per Hegel il termine Husserl-3fenomenologia aveva significato tracciare il cammino della coscienza, per Husserl (immagine a sinistra), invece, ineriva proprio lo studio della coscienza. Il filosofo prese le distanze dallo Spiritualismo del XIX secolo, per cui la coscienza era una sostanza, un ente, sostenendo che questa non fosse, appunto, un essenza, ma un’attività. In più, essa è anche intenzionalità, ovvero coscienza di qualcosa e si presenta in diversi modi: percepire, pensare, ricordare, immaginare. La coscienza, però – e qui c’è la rottura con tutta la tradizione precedente -, non si identifica col suo oggetto. Essa è totalmente soggettiva. Solo la coscienza può rivelare l’essere: essere è solo ciò che è per la coscienza. Da ciò, l’originale intreccio husserliano tra coscienza e filosofia: teoretica (filosofia di riflessione, di contemplazione, poiché riguarda sempre il soggetto conoscente); edetica (che si occupa delle essenze, non avendo un rapporto diretto con la realtà come essa è ma come appare alla coscienza); non oggettiva (l’approdo cui giungono le sue posizioni è estremamente soggettivo) (Ricerche logiche, Meditazioni cartesiane). Come Husserl, anche Martin Heidegger muove la sua analisi della coscienza Heideggerdalla soggettività di questa, mettendo, però, in luce che gli sforzi di Husserl non siano bastati, avendo questi non tenuto conto anche della finitezza e della esistenza storica. Il filosofo tedesco (immagine a destra) insiste sull’esigenza di connettere la coscienza alla concretezza dell’esistenza. L’essere, progettando il mondo, lo fa venire all’esistenza, in quanto coscienza trascendentale, trovandosi, quindi, ad essere a sua volta progettato. L’essere, avendo coscienza della propria esistenza si apre al mondo, uscendo dalla soggettività per entrare nell’universo della coesistenza fra le cose. Tale azione aliena l’essere da sé stesso. La conseguenza è l’appello alla coscienza, ma questa apre la prospettiva al nulla, al nichilismo (Essere e tempo). Jean Paul Sartre, ponendosi tra la fenomenologia di Husserl e l’esistenzialismo di Heidegger, trasforma la filosofia della coscienza in esistenzialismo ateo, negando l’esistenza dell’io nella coscienza e trasportandolo al di fuori di essa, come ente del mondo. L’esistenza è la nullificazione dell’essere, poiché l’essere è affetto da una frattura insanabile tra l’essere in sé, come totalità fuori dalla coscienza, e l’essere per sé, che è l’essere della coscienza stessa. L’essere non riesce mai ad afferrare sé stesso. Ha in sé la tara del nulla. Da qui, la nullificazione del mondo, poiché le cose sono quelle che sono in sé, ma non ne hanno coscienza. Esse non hanno senso, come non ha senso la coscienza umana; sono una realtà di fronte alla quale l’unico atteggiamento possibile della coscienza umana non può che essere la nausea (Saggi, La nausea). Con Sigmund Freud e la sua scuola il concetto di coscienza entra nella psicoanalisi moderna. Per esigenze di brevità, data la vastità del pensiero freudiano, mi limito a fornire accenni esplicativi sui più importanti contributi che lo psicoanalista austriaco ha fornito alla scienza contemporanea, con l’indagine della mente umana e dei suoi processi: i concetti di coscienza, preconscio e inconscio. La coscienza è downloadfacilmente accessibile perché in stretta e immediata connessione con la realtà che ci circonda: essa è sempre vigile, razionale, presente e non vive, perciò, di ricordi passati. Freud (immagine a sinistra) considera la coscienza come un dato dell’esperienza individuale. La assimila alla percezione, considera come essenza di quest’ultima la capacità di ricevere qualità sensibili e affida questa funzione di percezione-coscienza ad un sistema autonomo e funzionante in base a principi quantitativi. Tra la coscienza e l’inconscio, è collocato il preconscio. Esso incamera tutte le esperienze passate, che possono essere fatte emergere con facilità: attraverso uno sforzo, grande o piccolo, dipende dal ricordo, si può riscoprire qualcosa che è accaduto. Al preconscio, dunque, vi si può accedere grazie alla ragione, senza grosse difficoltà. L’inconscio. In esso risiedono desideri vergognosi, impulsi repressi, esperienze traumatiche rimosse. Tutto ciò che si vuole cancellare definitivamente e domare con la ragione si inabissa in questo spazio di ricordo eterno. Tutto ciò che accade o è accaduto in un passato, anche remotissimo, viene divorato dall’inconscio e mai viene dimenticato (L’interpretazione dei sogni).