Il mondo sensibile è una truffa ben riuscita?

Mimesi, metessi e perché Platone avrebbe bannato
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Un breve viaggio al centro del pensiero di Platone, là dove nulla è semplicemente ciò che appare. Mimesi e metessi, due concetti chiave per capire perché il mondo sensibile è insieme reale e insufficiente, copia e rinvio, immagine e dipendenza. Dall’illusione delle apparenze alla partecipazione all’essere, dalla critica all’arte alla fondazione della conoscenza, vien fuori una filosofia che sì, descrive solo il mondo, ma interroga anche il nostro modo di conoscerlo, giudicarlo e abitarlo. Un percorso che mostra come, per Platone, pensare significhi sempre andare oltre l’immagine e misurarsi con ciò che fonda davvero la realtà.

 

 

 

Nella filosofia di Platone, i concetti di mimesi (mímesis) e metessi (méthexis) sono strumenti concettuali fondamentali per comprendere il rapporto tra realtà intelligibile e realtà sensibile. Permettono, infatti, di articolare una visione del mondo in cui l’esperienza quotidiana, pur non essendo illusoria in senso radicale, risulta ontologicamente dipendente da un ordine superiore. Comprendere mimesi e metessi significa, quindi, entrare nel cuore della metafisica platonica e, allo stesso tempo, coglierne le ricadute epistemologiche, etiche ed estetiche.
Il punto di partenza è la distinzione, centrale in Platone, tra il mondo dell’essere il mondo del divenire. Il primo è il mondo delle Idee, realtà intelligibili, eterne e immutabili, conoscibili solo attraverso l’intelletto. Il secondo è il mondo sensibile, còlto attraverso i sensi, caratterizzato da mutamento, molteplicità e imperfezione. Questa distinzione non introduce una separazione assoluta ma una relazione strutturale che Platone tenta di chiarire proprio attraverso la mimesi e la metessi.
Le cose sensibili non sono autosufficienti: non possiedono in se stesse il principio del loro essere. Esse rinviano costantemente a qualcosa che le fonda e le rende ciò che sono. È in questo spazio di rinvio che si collocano i due concetti.
La mimesi (imitazione) descrive, innanzitutto, il modo in cui il mondo sensibile riproduce le Idee. Ogni cosa empirica è ciò che è perché assomiglia, in maniera imperfetta e instabile, al suo modello intelligibile. L’imitazione non è qui un atto volontario ma una condizione ontologica: essere nel mondo sensibile significa essere copia.
Questa concezione trova una formulazione esemplare nel dialogo Repubblica, dove Platone insiste sul carattere derivato delle immagini. L’esempio dei tre letti (Repubblica, 597 a-598 d) non costituisce soltanto una critica all’arte, quanto una vera e propria gerarchia dell’essere: Idea, oggetto sensibile, immagine dell’oggetto. Ogni passaggio comporta una perdita di realtà e di verità. La mimesi, in questo senso, misura la distanza dall’essere pieno. La critica all’arte mimetica va letta alla luce di questa ontologia. Il fabbricante di letti non produce oggetti che partecipano direttamente delle Idee, piuttosto rappresentazioni che si limitano all’apparenza. È importante notare che Platone non rifiuta ogni forma di mimesi. Esiste una mimesi educativa e filosofica, come quella del mito, che può orientare l’anima verso il vero. Tuttavia, questa funzione è subordinata alla conoscenza razionale e non può sostituirla.


Se la mimesi descrive il rapporto di somiglianza, la metessi (partecipazione) risponde a una domanda più radicale: in che modo le cose sensibili sono ciò che sono? Dire che una cosa partecipa di un’Idea significa affermare che essa riceve il proprio essere da una realtà che la trascende. La partecipazione non va intesa in senso quantitativo o materiale. L’Idea non si divide né si moltiplica nelle cose. Rimane identica a se stessa, pur essendo presente in una pluralità di enti. Questo permette a Platone di chiarire come sia possibile l’unità nella molteplicità e la stabilità del significato nel mutamento dell’esperienza.
Quando affermiamo che un’azione è giusta, non stiamo semplicemente esprimendo un giudizio soggettivo ma riconoscendo una relazione oggettiva tra quell’azione e l’Idea di Giustizia. La metessi fonda, quindi, la possibilità stessa della conoscenza e del linguaggio: senza di essa, i concetti universali sarebbero privi di riferimento reale.
Platone, comunque, è consapevole delle difficoltà teoriche implicate da questo concetto. Nel dialogo Parmenide, la dottrina della partecipazione viene sottoposta a una critica serrata. Come può l’Idea essere una e al tempo stesso presente in molte cose? In che senso le cose partecipano dell’Idea senza che questa perda la sua unità? Il filosofo non fornisce una soluzione definitiva, lasciando il problema aperto come campo di esercizio filosofico. Questa indeterminatezza non è una debolezza accidentale ma riflette il carattere limite del pensiero umano di fronte all’essere intelligibile. La metessi non è un processo descrivibile nei termini della causalità fisica ma un rapporto che può essere solo pensato, non rappresentato.
Mimesi e metessi non sono due spiegazioni alternative dello stesso fenomeno, quanto due livelli di analisi. La metessi riguarda il fondamento ontologico: spiega perché una cosa è ciò che è. La mimesi riguarda la manifestazione fenomenica: spiega perché quella cosa appare come una copia imperfetta dell’Idea.
Si può dire che ogni ente sensibile partecipa dell’Idea ma nel suo apparire e nel suo essere percepito entra nel dominio della mimesi. Il rischio, per l’uomo, è fermarsi a questo livello, scambiando l’immagine per la realtà e l’opinione per la conoscenza. Questa confusione è al centro della critica platonica alla doxa. L’opinione si muove nel campo del mimetico, mentre la scienza autentica ha come oggetto ciò che è in sé, cioè le Idee. Il compito della filosofia è, dunque, quello di guidare l’anima dal piano della mimesi a quello della metessi consapevole.
La distinzione tra mimesi e metessi non è solo teorica. Essa ha conseguenze dirette sull’etica e sulla politica. Nella Repubblica, la formazione del filosofo-governante è descritta come un percorso di liberazione dalle immagini ingannevoli e di progressiva partecipazione all’ordine intelligibile. Chi governa sulla base delle apparenze e delle imitazioni non possiede una vera conoscenza del bene comune. Solo chi ha accesso alle Idee, e in particolare all’Idea del Bene, può orientare correttamente la città. La filosofia, in questo senso, non è un sapere astratto ma una pratica di trasformazione dell’anima.
Mimesi e metessi costituiscono, quindi, due poli inscindibili del pensiero platonico. La prima mostra la fragilità ontologica del mondo sensibile e il rischio dell’inganno; la seconda garantisce la struttura intelligibile della realtà e la possibilità della conoscenza. Insieme, delineano una visione del mondo in cui ogni cosa rimanda a un principio che la trascende.
La filosofia, per Platone, nasce proprio da questo rinvio. Non consiste nell’accumulare immagini ma nel risalire, attraverso un lavoro razionale ed etico, alla partecipazione autentica all’essere. In questo senso, la tensione tra mimesi e metessi non è un problema da eliminare, quanto la condizione stessa del pensare filosofico.

 

 

 

 

 

 

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