Platone ha dato all’Occidente un cielo: la Verità, il Bene, un ordine verso cui tendere. Nietzsche ha preso il martello e ha colpito quel cielo. Oggi viviamo tra le conseguenze di quel crollo: abbiamo infinite informazioni, infinite possibilità, infinite libertà. Ma sappiamo ancora distinguere ciò che vale? Sappiamo ancora dire perché vivere, che cosa sia vero, verso dove andare? Da Atene alla nostra Babilonia, un viaggio alle radici della crisi dell’Occidente. Platone costruisce. Nietzsche abbatte. E noi viviamo tra le macerie?
«L’idea del bene è la più grande conoscenza»
(Platone, Repubblica, VI, 505a)
Dire che Platone abbia “inventato l’Occidente” è certamente una provocazione. Nessun uomo, da solo, può inventare una civiltà. Eppure, questa formula contiene una verità profonda: poche figure hanno determinato il nostro modo di pensare quanto il filosofo ateniese vissuto tra il V e il IV secolo avanti Cristo. Molte delle domande che ancora oggi consideriamo fondamentali, che cosa sia la verità, che cosa sia il bene, che cosa renda giusta una società, quale rapporto esista tra conoscenza e potere, sono state formulate da Platone in una forma destinata a segnare i secoli successivi.
Lo comprese bene Alfred North Whitehead (1861-1947), filosofo, matematico e logico britannico, uno dei maggiori pensatori del Novecento. In Processo e realtà scrisse che «la più sicura caratterizzazione generale della tradizione filosofica europea è che essa consiste in una serie di note a piè di pagina a Platone». L’affermazione è volutamente paradossale ma coglie un punto essenziale: anche quando la filosofia occidentale si è opposta a Platone, ha continuato spesso a muoversi sul terreno delle domande che egli aveva posto.
Al centro della filosofia platonica si trova una convinzione fondamentale: ciò che vediamo non esaurisce la realtà. Il mondo sensibile è, infatti, caratterizzato dal mutamento. Le cose nascono, cambiano, si deteriorano e, infine, scompaiono. Un oggetto che oggi ci sembra bello domani può non esserlo più; una legge considerata giusta in una città può apparire ingiusta in un’altra. Se tutto si riducesse a questa instabilità, sarebbe difficile parlare di una verità che non dipenda semplicemente dalle opinioni degli individui.
Platone cerca, allora, qualcosa di stabile oltre il mutamento. Sono le Idee, realtà intelligibili, universali e immutabili, delle quali le cose sensibili costituiscono immagini imperfette. Esiste il Bello al di là delle singole cose belle, il Giusto al di là delle diverse azioni considerate giuste e, soprattutto, esiste il Bene, che nella Repubblica è al vertice della conoscenza.
Il mito della caverna rappresenta l’immagine più potente di questa concezione. Platone descrive alcuni uomini incatenati fin dalla nascita nel fondo di una caverna. Essi possono vedere soltanto le ombre proiettate su una parete e, non avendo mai conosciuto altro, le scambiano per la realtà. Uno dei prigionieri riesce però a liberarsi. Il suo cammino verso l’esterno è difficile e doloroso: inizialmente la luce lo acceca ma gradualmente egli impara a vedere le cose e infine può contemplare il sole. Filosofare significa compiere questo viaggio. Significa dubitare delle apparenze, sottrarsi alla tirannia dell’opinione e cercare ciò che è vero. La verità, allora, non viene creata dall’uomo: viene scoperta. Non dipende da ciò che desideriamo che sia vero. Ci precede e, proprio per questo, può diventare un criterio con cui giudicare noi stessi e la società in cui viviamo.
È qui che Platone consegna all’Occidente una delle sue grandi impalcature: la verità esiste e la ragione umana può cercarla.
Le conseguenze di questa idea sono enormi. Se esiste una verità, allora non tutte le opinioni hanno necessariamente lo stesso valore. Se esiste il bene, possiamo domandarci se un comportamento sia davvero buono e non soltanto conveniente. Se esiste la giustizia, possiamo giudicare anche le leggi esistenti e riconoscere che una legge, pur essendo legalmente valida, può essere ingiusta. Nasce, così, una tensione fondamentale della cultura occidentale: quella tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. L’uomo può criticare il mondo proprio perché possiede, o almeno cerca, un criterio che non coincide interamente con il mondo.
Naturalmente, la storia successiva non consiste nella semplice ripetizione del platonismo. Aristotele, allievo di Platone, criticò profondamente la teoria delle Idee e cercò la forma delle cose nella realtà concreta. Ma persino questa critica mostra la forza dell’eredità platonica: Aristotele deve confrontarsi con le domande del maestro per costruire il proprio pensiero.
Ancora più importante è l’incontro tra filosofia greca e cristianesimo. Il cristianesimo non coincide con Platone, eppure trova nel pensiero platonico e neoplatonico categorie attraverso cui elaborare filosoficamente alcuni dei propri contenuti. In Agostino, per esempio, il tema dell’interiorità, la superiorità dell’intelligibile sul sensibile e la ricerca di una verità che trascende l’individuo acquistano una nuova forma all’interno della concezione cristiana di Dio.
Per secoli l’Occidente vive nella convinzione, pur declinata in modi molto diversi, che esista un ordine della realtà e che l’uomo non sia la misura assoluta di ogni cosa. Sopra l’individuo esistono Dio, la verità, il bene, la legge naturale o comunque un principio capace di fornire orientamento all’esistenza.
Questa costruzione ha attraversato crisi, trasformazioni e rivoluzioni. La modernità ha messo progressivamente al centro il soggetto, la libertà individuale e la ragione autonoma. La rivoluzione scientifica ha modificato l’immagine del cosmo; l’Illuminismo ha criticato autorità e tradizioni; la secolarizzazione ha indebolito il ruolo pubblico della religione. Eppure, la domanda fondamentale resta: su che cosa possiamo fondare ciò che riteniamo vero e giusto? È precisamente su questo terreno che, nel XIX secolo, irrompe Friedrich Nietzsche.
Se Platone costruisce, Nietzsche arriva con il martello. Non a caso, il sottotitolo de Il crepuscolo degli idoli parla di «filosofare col martello». Il suo obiettivo è mettere sotto accusa una parte determinante dell’intera tradizione occidentale e individua proprio in Platone uno dei momenti originari di quella storia.
La separazione platonica tra mondo sensibile e mondo intelligibile gli appare, infatti, come l’inizio di una svalutazione della vita concreta. Se il mondo autentico è quello eterno delle Idee, il mondo in cui viviamo rischia di diventare soltanto una copia imperfetta. Secondo Nietzsche, il cristianesimo ha radicalizzato questa impostazione, trasferendo il vero significato dell’esistenza oltre la vita terrena. Nietzsche vuole rovesciare questa prospettiva. Non bisogna sacrificare la terra al cielo, il corpo allo spirito, il divenire all’essere immutabile. Occorre tornare a dire sì alla vita nella sua concretezza, nella sua instabilità e persino nelle sue contraddizioni. Ma Nietzsche non si limita ad attaccare il passato. Intuisce una trasformazione storica di proporzioni gigantesche. In La gaia scienza fa pronunciare all’uomo folle una delle frasi più celebri della filosofia moderna: «Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso!».
Questa affermazione non va interpretata semplicemente come una dichiarazione di ateismo. Nietzsche sta annunciando che il fondamento sul quale l’Occidente aveva costruito per secoli il proprio sistema di significati sta perdendo la propria forza. Dio non costituisce più, per una parte crescente della cultura europea, il riferimento indiscusso capace di stabilire che cosa siano il vero, il bene e il male e quale sia il senso ultimo dell’esistenza. La morte di Dio è, dunque, anche una crisi dell’uomo.
Se infatti eliminiamo il fondamento trascendente dei valori, dobbiamo affrontare una domanda inevitabile: che cosa resta a sostenerli?
È qui che compare il problema del nichilismo. Nei Frammenti postumi Nietzsche ne offre una formulazione radicale: «Manca il fine; manca la risposta al “perché?”; che cosa significa nichilismo? Che i valori supremi si svalutano».
Il nichilismo non significa semplicemente che gli uomini diventano immorali o che smettono improvvisamente di credere in qualsiasi cosa. È una crisi molto più profonda: i valori continuano magari a essere pronunciati ma non possiedono più un fondamento universalmente riconosciuto. Le parole rimangono, mentre il terreno comune sul quale quelle parole acquistavano significato si sgretola.
È importante, però, non trasformare Nietzsche nel semplice responsabile di questa distruzione. Nietzsche non inventa il nichilismo: lo smaschera. È il medico che diagnostica una malattia della civiltà europea, non colui che l’ha provocata. Egli comprende prima di molti altri che l’Occidente sta entrando in un’epoca nella quale i suoi valori supremi non riescono più a giustificarsi attraverso le antiche certezze metafisiche e religiose.
E la diagnosi nietzschiana è ancora più inquietante perché non consente facili ritorni al passato. Non basta dichiarare di credere nuovamente nei vecchi valori. Una volta che il loro fondamento è stato sottoposto alla critica, essi non possono recuperare automaticamente l’autorità precedente. L’uomo si trova allora davanti all’interrogativo definitivo: perché vivere e in nome di che cosa?
È a questo punto che il confronto tra Platone e Nietzsche diventa particolarmente attuale. Platone immaginava un movimento dal molteplice verso l’uno, dalle opinioni alla verità, dalle ombre alla luce. La nostra epoca sembra spesso procedere nella direzione opposta: dalla ricerca di una verità comune verso la moltiplicazione delle prospettive, dei linguaggi e delle interpretazioni.
La metafora di Babilonia può descrivere efficacemente questa condizione. Nel racconto biblico della torre di Babele, la perdita di una lingua comune produce l’impossibilità di comprendersi e disperde gli uomini. La Babilonia contemporanea non consiste certamente nella semplice esistenza di molte lingue, culture o opinioni. Il pluralismo può essere una ricchezza e rappresenta una conquista fondamentale delle società libere. Il problema nasce quando viene meno non soltanto l’accordo sulle risposte ma perfino la possibilità di riconoscere criteri condivisi con cui discutere le risposte.
Possediamo più mezzi di comunicazione di qualunque civiltà precedente e, paradossalmente, sperimentiamo continuamente la difficoltà di comprenderci. Siamo connessi quasi in ogni momento ma la connessione non produce necessariamente una comunità. Abbiamo accesso a una quantità immensa di informazioni ma l’abbondanza di informazioni non coincide con la conoscenza e tanto meno con la sapienza.
Anche la tecnologia accentua questo paradosso. Internet e i social network permettono a miliardi di persone di produrre e diffondere contenuti, opinioni e interpretazioni della realtà. Questa possibilità ha aspetti straordinariamente positivi: rende accessibili conoscenze prima riservate a pochi, permette di confrontare punti di vista differenti e dà voce a individui e gruppi che un tempo ne erano privi. Ma la stessa moltiplicazione delle voci può generare frammentazione. Ciascuno rischia di abitare all’interno del proprio universo informativo, circondato soprattutto da opinioni simili alle proprie.
Il problema non è, quindi, che esistano molte voci. È capire se esista ancora un terreno sul quale quelle voci possano incontrarsi. La modernità occidentale ha conquistato spazi di libertà che sarebbero stati impensabili per gran parte della storia umana. L’individuo può scegliere il proprio percorso di studi, il lavoro, le relazioni, le convinzioni religiose, gli stili di vita, i luoghi in cui vivere e molte delle forme attraverso cui costruire la propria identità.
Questa libertà rappresenta una conquista enorme. Tuttavia, porta con sé una responsabilità altrettanto grande: se nessun ordine esterno può più stabilire una volta per tutte chi dobbiamo essere, siamo noi a dover dare forma alla nostra esistenza. Ed è proprio qui che Nietzsche torna attuale. Quando tutte le possibilità sembrano aperte, infatti, il problema non è più soltanto conquistare la libertà. È sapere che cosa fare della libertà conquistata. Una società può offrire infinite possibilità senza riuscire a indicare per che cosa valga la pena vivere. Può aumentare i consumi senza aumentare il significato. Può moltiplicare le scelte senza fornire criteri per scegliere. Può difendere il diritto di ciascuno a costruire il proprio progetto di vita e contemporaneamente scoprire di non possedere più parole comuni per discutere che cosa renda una vita buona. In questo senso, il nichilismo non si presenta necessariamente con un volto tragico. Può assumere una forma quotidiana, persino confortevole. Può manifestarsi come indifferenza, disincanto, incapacità di impegnarsi per qualcosa che superi l’interesse immediato. Non occorre dichiarare che “nulla ha senso”. È sufficiente vivere come se nessun significato meritasse davvero di essere cercato fino in fondo.
Sarebbe troppo semplice trasformare Platone e Nietzsche nei rappresentanti di due squadre contrapposte, come se dovessimo limitarci a scegliere uno dei due.
La riflessione platonica consente di cogliere un punto essenziale: una società non può vivere soltanto di opinioni individuali. Per discutere seriamente di giustizia, libertà, dignità o bene comune dobbiamo almeno presupporre che sia possibile argomentare razionalmente e che alcune ragioni siano migliori di altre. Se ogni valore fosse soltanto espressione di un gusto personale, diventerebbe difficile persino condannare razionalmente l’ingiustizia: potremmo dire soltanto che non ci piace.
Nietzsche, d’altra parte, impone di confrontarsi con una questione altrettanto necessaria: da dove vengono i nostri valori? La critica nietzschiana investe anzitutto la pretesa di considerare eterne verità che hanno, invece, una propria genealogia, specialmente quando, dietro di esse, possono nascondersi interessi, paure, rapporti di forza o forme storiche di dominio. Ci impedisce di trasformare la tradizione in un idolo e di considerare naturale ciò che potrebbe essere soltanto il prodotto di una determinata epoca.
Platone ci mette in guardia contro una società senza verità. Nietzsche ci mette in guardia contro una società che chiama “verità” i propri idoli senza più interrogarli. Il primo ci domanda di alzare lo sguardo dalle ombre. Il secondo di verificare se ciò che abbiamo chiamato “luce” lo sia davvero.
Il vero problema, dunque, non è stabilire semplicemente se Nietzsche abbia “distrutto” ciò che Platone aveva costruito. Il punto è capire che cosa possa nascere dopo la distruzione dei fondamenti tradizionali.
Nietzsche stesso non desidera rimanere nel nichilismo. La sua filosofia cerca di attraversarlo. La critica dei vecchi valori dovrebbe aprire la possibilità di crearne di nuovi, capaci di affermare la vita anziché negarla. La figura dell’Oltreuomo, la volontà di potenza e l’eterno ritorno appartengono, pur nella loro complessità, a questo tentativo di pensare un uomo capace di vivere dopo la crisi delle antiche certezze. Ed è forse qui che si trova anche il nostro problema.
Non possiamo tornare nella caverna di Platone fingendo che Nietzsche non sia mai esistito. La critica moderna della metafisica, la scienza, la secolarizzazione, il pluralismo culturale e la coscienza storica hanno modificato profondamente il nostro rapporto con la verità. Ma non possiamo nemmeno limitarci a vivere tra le macerie, trasformando l’assenza di certezze assolute nella convinzione che qualsiasi scelta valga quanto qualsiasi altra. Tra il dogmatismo e il relativismo esiste uno spazio difficile ma necessario: quello della ricerca. Forse è proprio qui che Platone può tornare a parlarci senza che sia necessario accettare interamente la sua metafisica. Dal filosofo ateniese possiamo recuperare non soltanto la dottrina delle Idee ma soprattutto l’idea che la verità richieda un cammino, una conversione dello sguardo, un lavoro su se stessi. Il prigioniero della caverna non possiede immediatamente la verità: deve liberarsi, voltarsi, sopportare la fatica della luce e imparare progressivamente a vedere. In questo senso, la filosofia nasce dalla consapevolezza di non sapere. E anche Nietzsche, paradossalmente, può insegnarci qualcosa di simile: nessun valore dovrebbe essere sottratto per principio alla domanda sulla propria origine, sul proprio significato e sulle conseguenze che produce sulla vita.


Le categorie sono concetti a priori che non derivano dall’esperienza ma la rendono possibile. Kant le ricava dalla tavola dei giudizi della logica tradizionale e le suddivide in quattro gruppi: categorie della quantità: unità, pluralità e totalità; categorie della qualità: realtà, negazione e limitazione; categorie della relazione: sostanza e accidente, causa ed effetto, azione reciproca; categorie della modalità: possibilità, esistenza e necessità.