James Senese, l’urlo nero di Napoli

(29 ottobre 2025)

 

 

 

 

 

In controluce, con il sassofono stretto tra le mani come fosse un’estensione del suo corpo. James Senese suonava urlando, graffiando, pregando. La sua musica era una fenditura aperta sulla carne viva di Napoli, una città che non ha mai avuto paura di mostrarsi nuda, storta, bellissima e ferita. James le dava voce, con la rabbia giusta e la dolcezza ruvida di chi c’è nato e ci è rimasto, anche quando sarebbe stato più comodo andarsene. Era nero e napoletano. E lo diceva senza paura, con fierezza. Lo diceva in faccia, con gli occhi e con i fiati. Portava il peso di due identità che per molti erano separate ma che in lui si fondevano in qualcosa di nuovo, bruciante, necessario. La sua musica era denuncia, appartenenza, memoria. Con i Napoli Centrale ha raccontato le fabbriche, i quartieri, gli operai. Ha fatto parlare i silenzi di una generazione. Le sue parole erano sassi, eppure non c’era mai odio: c’era un amore enorme, viscerale, per la sua gente, per una Napoli che soffriva e cantava nello stesso respiro. La sua voce roca sembrava arrivare da un vicolo, da una stazione, da una notte senza fine. Lo vedevi sul palco e sembrava un vulcano, uno che non chiedeva permesso. Sudava musica, portava il funk a braccetto col dialetto, lo spirito afroamericano con la malinconia partenopea. James era ponte e fuoco. Napoli suonava attraverso di lui come non aveva mai fatto prima e come forse non farà più. Ora che non c’è più, resta il suono. Resta quel sax che piange e combatte, che non si piega. Resta la voce di chi ha fatto della sua napoletanità una rivoluzione. James Senese è un’eco che Napoli non smetterà di sentire.

 

 

 

 

 

 

 

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