La verità

Giordano Bruno e Galileo Galilei

 

 

 

 

Ero bambino e l’episodio che vi racconto lo ricordo ancora oggi, e molto bene. Ho ricevuto una educazione familiare fortemente improntata al cattolicesimo, oltre ad aver frequentato la scuola elementare presso un istituto di suore, per cui, la Weltanschauung di tutta la mia infanzia fino alla prima giovinezza, fino a quando, cioè, ho intrapreso gli studi filosofici, al liceo e, poi, all’Università, è stata certamente influenzata dai valori e anche dalle pratiche cattoliche. Vengo qui al ricordo di cui parlo all’esordio di questo mio scritto: nonostante fossi, appunto, un bambino di circa 10 anni, rimasi terrorizzato da una frase o, meglio, da una domanda che, come è tramandato nel quarto Vangelo, quello dell’apostolo Giovanni (18, 38), Ponzio Pilato rivolge a Gesù:

[37]Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».[38]Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?». E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa»[1].

«Che cos’è la verità?». Gesù non rispose. Ecco, la sua mancata risposta mi terrorizzava e, invero, mi terrorizza ancora.
Questo episodio mi fornisce l’occasione per le considerazioni che seguono – e che vogliono rappresentare un prolegomenon alle tematiche che affronteremo – circa l’essenza della verità. Desidero condurre queste prime, quindi, attraverso l’esposizione (breve) di alcune vicende di vita, di dottrina e delle scelte di due protagonisti assoluti della storia del pensiero universale, un filosofo e uno scienziato: Giordano Bruno (1548-1600) e Galileo Galilei (1564-1642), portatori di due verità, quella filosofica, il primo, e quella scientifica, il secondo.

«La verità è la cosa più sincera, più divina di tutte… La quale né per violenza si toglie, né per antiquità si corrompe, né per occultazione si sminuisce, né per comunicazione si disperde: perché senso non la confonde, tempo non l’arruga, luogo non l’asconde, notte non l’interrompe, tenenbra non la vela; anzi, con essere più e più impugnata, più e più risuscita e cresce»[2].

«Le verità scientifiche non si decidono a maggioranza, l’opinione di mille persone non vale quella di uno scienziato»[3].

Eventuali approfondimenti sulla vita, sull’opera e sull’eredità morale dei due pensatori oggetto di queste riflessioni possono essere facilmente acquisiti tramite la consultazione di alcuni titoli bibliografici di cui rimando in nota[4].
Quanto mi preme qui riportare, ai fini degli intenti di questa esposizione, è piuttosto l’atteggiamento dei due nei confronti dei casi che li videro protagonisti allorquando dovettero affrontare l’Inquisizione.
Giordano Bruno fu arrestato a Venezia il 23 maggio 1592 e trasferito nelle carceri romane dell’Inquisizione il 27 febbraio 1593. Riporto, in nota, le accuse con le quali Giovanni Mocenigo, nobile veneziano, che pure aveva invitato Bruno a recarsi a Venezia, quale suo ospite, affinché il filosofo lo mettesse a parte delle sue conoscenze sull’arte della memoria, la mnemotecnica, di gran moda in quello scorcio del Cinquecento, lo denunciò all’Inquisizione veneziana[5].

Il processo a Galileo Galilei, invece, sospettato di eresia e accusato di voler sovvertire la filosofia naturale aristotelica e le Sacre Scritture, a seguito di varie denunce, tra tutte quella del predicatore domenicano Tommaso Caccini, iniziò il 12 aprile 1633.
Un breve inciso per collegare idealmente, dal punto di vista dottrinale, i due pensatori: Galileo Galilei, nel Sidereus Nuncius, opera del 1610, accoglieva le tesi di Democrito e di Bruno sulla pluralità dei mondi, in contrasto con le ragioni di Aristotele e di Tommaso d’Aquino.
Il processo a Giordano Bruno si concluse il 20 gennaio del 1600 con la pronuncia della condanna al rogo per il filosofo, che più volte si era rifiutato di abiurare le proprie dottrine. Giordano Bruno fu arso vivo in Campo de’ Fiori, a Roma, il 17 febbraio 1600.
Il processo a Galileo Galilei si concluse il 22 giugno del 1633 con la condanna[6] per veemente sospetto di eresia e con l’abiura forzata delle sue concezioni astronomiche. Galileo Galilei ebbe così salva la vita.
Per entrare nel vivo di queste riflessioni, che recano un titolo tanto altisonante, “La verità”, chiedo aiuto al Karl Jaspers e, in particolare, a quanto questo filosofo e psichiatra tedesco con cittadinanza svizzera ha espresso in un libro, pubblicato nel 1948, intitolato Der philosophische Glaube[7]. Prima, però, desidero fornire alcuni rapidissimi tip sul perché Giordano Bruno e Galileo Galilei attirarono, dal punto di vista dottrinale, l’attenzione dell’Inquisizione e cosa intendessero per verità.
Tra i punti chiave della concezione filosofica di Bruno – che fondeva materialismo antico, neoplatonismo, arti mnemoniche, influssi ebraici e cabalistici – vi erano la pluralità dei mondi, l’unità della sostanza, l’infinità dell’universo e il rifiuto della transustanziazione. Elaborò una nuova teologia secondo la quale Dio è intelletto e ordinatore di tutto ciò che è in natura, ma è, nello stesso tempo, Natura divinizzata, in un’inscindibile unità panteistica di pensiero e materia. La speculazione di Bruno inerì anche l’etica civile e morale, trattata in opere quali De gli eroici furori e Spaccio de la bestia trionfante. Le “bestie trionfanti” sono i segni delle costellazioni celesti, rappresentate da animali: occorre spacciarle, cioè cacciarle dal cielo, in quanto rappresentanti vecchi vizi, e sostituirle con moderne virtù, una nuova serie di valori cui l’uomo moderno deve fare riferimento, tornando alla sincerità, alla semplicità e alla verità, ribaltando le concezioni morali imposte nel mondo, secondo le quali le opere e gli affetti “eroici” sono privi di valore, il credere senza riflettere è sapienza, le imposture umane sono fatte passare per consigli divini, la perversione della legge naturale è considerata pietà religiosa, studiare è follia, l’onore è posto nelle ricchezze, la dignità nell’eleganza, la prudenza nella malizia, l’accortezza nel tradimento, il saper vivere nella finzione, la giustizia nella tirannia, il giudizio nella violenza. Nella nuova gerarchia di valori il primo posto spetta alla verità, cui segue la prudenza, caratteristica del saggio, il, quale, conosciuta la verità, ne trae le conseguenze con un comportamento adeguato. E, poi, la sofìa, la ricerca della verità, la legge, che disciplina il comportamento civile dell’uomo, la forza dell’animo, virtù interiore cui seguono quelle indirizzate agli altri, la filantropia e la magnanimità.
Galileo Galilei non contemplava contraddizione tra le verità espresse dalla fede e quelle che ricercava attraverso la scienza. Scienza e fede si conciliano in quanto sono entrambe strumenti per comprendere la stessa verità che proviene da Dio. Sia la Sacra Scrittura che la Natura sono emanazioni dirette del volere divino:

[…] nelle dispute di problemi naturali non si dovrebbe cominciare dalla autorità di luoghi delle Scritture, ma dalle sensate esperienze e dalle dimostrazioni necessarie: perché, procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio[8].

La differenza sta nell’interpretazione delle Sacre Scritture rispetto all’analisi che deve essere condotta sui fenomeni naturali, attraverso, appunto, le sensate esperienze e le dimostrazioni necessarie. Esistono, secondo Galileo, due libri in grado di rivelare il Verbo divino: la Bibbia, che non si pone come scopo l’interpretazione dei fenomeni naturali, bensì la redenzione delle anime; il libro della Natura, che gli uomini, «dotati di sensi, di discorso e d’intelletto»[9] da Dio stesso, sono tenuti a leggere attraverso il metodo scientifico. Ecco come lo descrive Galileo:

La filosofia [naturale] è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto[10].

Guardando i diversi comportamenti di Bruno e Galilei davanti all’Inquisizione (Bruno rifiutò l’abiura e fu condannato al rogo, Galileo abiurò e si salvò), ne sono manifesti gli opposti intenti: ognuno agì conformemente al tipo di verità che rappresentava: Galilei la verità scientifica, quindi un’esattezza dimostrabile e universalmente condivisibile, e, pertanto, «voler morire per qualcosa di esatto e di dimostrabile è fuori luogo». Bruno, invece, la verità della filosofia, che richiede un coinvolgimento totale e una scelta etica, e, per questo «il pensatore che crede di aver penetrato il fondamento delle cose non può ritrattare le sue proposizioni, senza con ciò attentare alla verità stessa». È logico, dunque, che Galileo abiurasse e Bruno no. Abiurando, Galileo non tradì se stesso, perché la verità sui movimenti celesti non riguardava la sua interiorità. Abiurando, Bruno avrebbe tradito se stesso, perché quella verità lo riguardava in prima persona, era la sua filosofia di vita, la sua spiritualità, la sua etica.
Inoltre, la fede è diversa dal sapere. Giordano Bruno credeva. Galileo Galilei sapeva. Considerati dall’esterno si trovarono entrambi nella stessa situazione. Il tribunale dell’Inquisizione esigeva, sotto pena di morte, la ritrattazione. Bruno era pur disposto a ritrattare qualcuna delle sue posizioni, ma non quelle che riteneva essenziali: per questo subì la morte dei màrtiri. Galilei ritrattò la dottrina della rotazione della Terra attorno al Sole e si “inventò” quell’aneddoto significativo che riferisce di quella sua espressione «Eppur si muove».
Qui è la differenza: c’è una verità che, ritrattata muore; e c’è una verità che nessuna ritrattazione è in grado di estinguere. I due accusati si comportarono conformemente al tipo di verità da loro rispettivamente rappresentata.
La verità dalla quale ciascuno trae la propria esistenza vive solo se questi si identifica con essa; storica nel suo apparire, non possiede una verità universale pari alla sua enunciazione oggettiva. La verità che ciascuno può dimostrare, invece, può sussistere anche senza di questi, è universalmente valida, non è storica, non dipende dal tempo, ma non è incondizionata, perché dipende dalle premesse e dai metodi della conoscenza.

«Che cos’è la verità?», chiese Pilato. Gesù non rispose.

 

 

[1] La Sacra Bibbia – CEI, Il Nuovo Testamento, https://www.maranatha.it/Bibbia/5-VangeliAtti/50-GiovanniPage.htm.
[2] G. Bruno, Spaccio de la bestia trionfante, II, 77.
[3] Attribuita a G. Galilei.
[4] Per Giordano Bruno: M. Ciliberto, Giordano Bruno, Laterza, 2005; G. La Porta, Giordano Bruno: Vita e avventure di un pericoloso maestro del pensiero, Bompiani, 2010; F. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, 2010; V. Spampanato, Vita di Giordano Bruno, con documenti editi e inediti, Principato, 1921; A. Corsano, Il pensiero di G. Bruno nel suo processo storico, Congedo, 2022. Per Galileo Galilei: L. Geymonat, Galileo Galilei, Einaudi, 1997; F. Niccolini, M. Favazza, Galileo Galilei. Il messaggero delle stelle, Becco Giallo, 2021; P. D’Antonio, Galileo Galilei, Kleiner Flug, 2021; A. Ferrarin, Galilei e la matematica della natura, ETS, 2014.
[5] Ecco le accuse con le quali il Mocenigo denunciò Bruno, in Archivio di Stato di Venezia, Santo Uffizio, Processi:

    1. «che è biastemia grande quella de’ cattolici il dire che il pane si transustantii in carne;
    2. che lui è nemico della messa;
    3. che niuna religione gli piace;
    4. che Christo fu un tristo et che, se faceva opere triste di sedur popoli, poteva molto ben predire di dover esser impicato;
    5. che non vi è distintione in Dio di persone, et che questo sarebbe imperfetion in Dio;
    6. che il mondo è eterno, et che sono infiniti mondi, et che Dio ne fa infiniti continuamente, perché dice che vuole quanto che può;
    7. che Christo faceva miracoli apparenti et che era un mago, et così gl’appostoli, et che a lui daria l’animo di far tanto, et più di loro;
    8. che Christo mostrò di morir mal volentieri, et che la fuggì quanto che puoté;
    9. che non vi è punitione de’ peccati, et che le anime create per opera della natura passano d’un animal in un altro;
    10. et che come nascono gli animali brutti di corrutione, così nascono anco gli huomini, quando doppo i diluvi ritornano a nasser.
    11. Ha mostrato dissegnar di voler farsi autore di nuova setta sotto nome di nuova filosofia;
    12. che la Vergine non può haver parturito, et
    13. che la nostra fede catholica è tutta di bestemie contro la maestà di Dio;
    14. che bisognarebbe levar la disputa e le entrate alli frati, perché imbratano il mondo, che sono tutti asini, et che le nostre openioni sono dotrine d’asini;
    15. che non habbiamo prova che la nostra fede meriti con Dio; et
    16. che il non far ad altri quello che non voressimo che fosse fatto a noi basta per ben vivere; et
    17. che se n’aride di tutti gl’altri peccati; et
    18. che si meraviglia come Dio supporti tante heresie di catholici.
    19. Dice di voler attendere all’arte divinatoria, et che si vuole far correre dietro tutto il mondo;
    20. che san Tommaso et tutti li dottori non hanno saputo niente a par di lui, et che chiariria tutti i primi theologhi del mondo, che non sapriano rispondere […]».

[6] Per il testo completo della sentenza di condanna di Galilei, si veda https://it.wikisource.org/wiki/Sentenza_di_ condanna_di_Galileo_Galilei.
[7] K. Jaspers, La fede filosofica, ed. ita., Raffaello Cortina, 2005.
[8] G. Galilei, Lettera a Madama Cristina di Lorena granduchessa di Toscana, in Opere, UTET, 1964.
[9] Ibidem.
[10] G. Galilei, Il Saggiatore, 1.

 

 

 

 

 

 

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