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L’Occidente ha sconfitto il comunismo
ma ha realizzato Marx

 

 

 

 

Il comunismo ha fallito. Il capitalismo ha vinto. Eppure, l’Occidente di oggi presenta alcuni tratti sorprendentemente vicini ai processi descritti da Marx: appartenenze sempre più deboli, confini superati, società secolarizzata, globalizzazione e individui progressivamente slegati da patria, tradizione e comunità. Ma c’è un paradosso ancora più grande. Tutto questo non si è realizzato attraverso il comunismo, bensì dentro il capitalismo globale e liberale. Forse, Marx ha perso la battaglia politica ma alcune delle sue intuizioni hanno vinto la battaglia della storia. Il comunismo è morto. Ma siamo sicuri che Marx abbia perso?

 

 

 

Una delle grandi convinzioni su cui si è chiuso il Novecento è che il marxismo sia stato sconfitto. Il crollo dell’Unione Sovietica, la crisi dei regimi comunisti europei e l’affermazione pressoché globale dell’economia di mercato sembrerebbero lasciare pochi dubbi: il capitalismo ha vinto e il comunismo ha perso. Eppure, è possibile formulare una tesi più provocatoria: il comunismo è stato sconfitto in Occidente ma alcuni elementi della visione marxiana dell’uomo e della società hanno finito per realizzarsi proprio all’interno dell’Occidente liberale e capitalistico.
Per sostenere questa tesi occorre innanzitutto distinguere il marxismo dal comunismo inteso come sistema politico ed economico. Marx non fu semplicemente il teorico di uno Stato comunista futuro. La sua opera contiene una critica molto più ampia della società, della religione, delle appartenenze tradizionali e dei rapporti economici. È proprio isolando alcuni di questi aspetti che si profila un curioso punto di contatto con la società occidentale contemporanea.
Il primo elemento riguarda l’indebolimento dell’appartenenza. La modernità capitalistica descritta da Marx tende a dissolvere i legami tradizionali e a trasformare continuamente i rapporti sociali. Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels osservano che la borghesia, attraverso l’espansione del mercato mondiale, sconvolge antiche strutture, abitudini e rapporti consolidati. Il capitalismo non è, quindi, nella loro analisi, una forza conservatrice: al contrario, possiede una straordinaria capacità rivoluzionaria. Distrugge vecchie gerarchie, supera confini economici, mette in comunicazione territori lontani e costringe individui e società a un cambiamento continuo.
Da questo punto di vista, il mondo contemporaneo sembra aver portato molto più avanti quel processo. Capitali, merci, informazioni, immagini e persone attraversano continuamente i confini. L’individuo occidentale può lavorare per un’impresa straniera, vivere in un Paese diverso da quello in cui è nato, consumare prodotti provenienti da continenti lontani e costruire parte della propria identità attraverso comunità digitali che non possiedono alcun territorio. Anche le identità personali sono percepite sempre meno come qualcosa di necessariamente ricevuto e sempre più come qualcosa da scegliere e costruire.
Si potrebbe allora parlare di sconfinamento come condizione della modernità. La persona non è più definita esclusivamente dal luogo di nascita, dalla comunità religiosa, dalla classe sociale o dalla tradizione familiare. In questo senso, esiste una sorprendente vicinanza tra alcuni processi individuati da Marx e la società globalizzata contemporanea.
Bisogna, però, introdurre una distinzione fondamentale. Sarebbe impreciso sostenere semplicemente che Marx desiderasse un individuo isolato, senza legami e senza appartenenze. Marx criticava, infatti, proprio l’individualismo della società borghese. Inoltre, quando Marx ed Engels scrivono che «gli operai non hanno patria», non stanno necessariamente celebrando lo sradicamento individuale: stanno descrivendo la condizione del proletariato e sviluppando una prospettiva internazionalista. Il punto interessante, quindi, non è affermare che l’Occidente contemporaneo abbia realizzato alla lettera il progetto politico di Marx. Il paradosso è più sottile: alcuni fenomeni che Marx aveva individuato come prodotti della modernità capitalistica sono diventati caratteristiche dominanti della società occidentale.
Un secondo elemento riguarda la secolarizzazione. Marx non costruisce la propria filosofia principalmente come una dimostrazione dell’inesistenza di Dio. Il problema religioso viene progressivamente ricondotto alla condizione concreta dell’uomo. La celebre definizione della religione come «oppio del popolo» appartiene, infatti, a una riflessione nella quale la religione è interpretata come risposta a una condizione umana e sociale di sofferenza. Per Marx non basta criticare la religione sul piano teorico: bisogna trasformare il mondo che produce il bisogno di quella consolazione.


Da questo punto di vista si può parlare, con una certa cautela, di ateismo pratico. Non significa necessariamente che ogni individuo debba dichiararsi ateo ma che Dio cessa di essere il centro attorno al quale viene organizzata la vita collettiva. Ed è precisamente questo uno dei fenomeni più evidenti della modernità occidentale. Una persona può credere in Dio e contemporaneamente vivere in una società nella quale economia, politica, diritto, intrattenimento, tecnologia e gran parte delle relazioni pubbliche funzionano senza fare riferimento alla trascendenza.
La differenza rispetto all’ateismo militante è importante. Non occorre più combattere Dio se la questione di Dio viene progressivamente trasferita dalla sfera pubblica a quella privata. La religione può continuare a esistere, anche intensamente, ma come scelta individuale tra molte altre. Da questo punto di vista, la società secolarizzata realizza una forma più profonda di autonomia del mondo terreno rispetto alla religione: non necessariamente la nega, semplicemente può funzionare senza di essa.
Qui è chiaro il vero paradosso. L’Occidente che ha sconfitto politicamente il comunismo ha radicalizzato alcune trasformazioni della modernità che Marx aveva analizzato. Ma lo ha fatto in una direzione opposta a quella comunista.
Marx immaginava il superamento della società capitalistica e dell’individualismo borghese attraverso una trasformazione collettiva dei rapporti sociali. L’Occidente contemporaneo, invece, ha combinato globalizzazione, secolarizzazione e indebolimento delle appartenenze con una fortissima centralità dell’individuo. Il soggetto contemporaneo è invitato continuamente a scegliere: il proprio lavoro, i propri consumi, le proprie relazioni, il luogo in cui vivere, le proprie convinzioni e persino le forme attraverso cui rappresentare pubblicamente se stesso.
Si produce, così, quella che potrei definire una società di individualismo di massa. Milioni di persone vengono educate a considerarsi individui autonomi e irripetibili ma esercitano questa autonomia attraverso strumenti, piattaforme, consumi e modelli culturali condivisi su scala globale. L’individuo è apparentemente più libero dalle appartenenze tradizionali ma, allo stesso tempo, è inserito in reti economiche e tecnologiche immensamente più grandi di lui.
Ed è qui che la teoria assume la sua forma più interessante. Non sarebbe corretto affermare semplicemente che «Marx aveva ragione» o che «l’Occidente è diventato marxista». L’Occidente contemporaneo rimane fondato su proprietà privata, mercato, iniziativa individuale e accumulazione del capitale, cioè su elementi che Marx sottopose a una critica feroce. Tuttavia, proprio il capitalismo occidentale ha prodotto una società globale, mobile, secolarizzata e caratterizzata dall’indebolimento di numerose appartenenze tradizionali.
Si arriva, quindi, a un apparente rovesciamento storico: il capitalismo ha sconfitto il marxismo politico ma ha contemporaneamente intensificato alcuni dei processi sociali che Marx aveva descritto con maggiore lucidità.
Per questa ragione sarebbe, forse, più preciso parlare non del “trionfo del marxismo”, quanto del trionfo involontario di alcune intuizioni marxiane sulla modernità. Marx aveva compreso che il capitalismo non era soltanto un sistema economico. Era una forza capace di trasformare incessantemente la società, di attraversare i confini, di modificare le appartenenze e di sottoporre strutture considerate permanenti alla pressione continua del cambiamento.
La differenza determinante è nell’esito. Marx pensava che le contraddizioni del capitalismo avrebbero creato le condizioni del suo superamento. È, invece, accaduto, almeno fino a oggi, qualcosa di diverso: il capitalismo si è dimostrato capace di incorporare molte trasformazioni sociali, culturali e perfino contestatarie senza rinunciare alla propria struttura fondamentale. Ha reso compatibili cosmopolitismo e mercato, secolarizzazione e consumo, emancipazione individuale e produzione di massa.
La provocazione iniziale può dunque essere riformulata in una tesi più precisa: il comunismo non ha conquistato l’Occidente ma la società occidentale ha sviluppato fino alle estreme conseguenze alcune dinamiche della modernità che Marx aveva individuato quasi due secoli fa. Il risultato, tuttavia, non è la società collettivista immaginata dalla tradizione comunista. È quasi il suo contrario: una società capitalistica globale fondata sull’individuo, nella quale appartenenze, confini e riferimenti trascendenti hanno perso parte della loro antica capacità di determinare l’esistenza.

 

 

 

 

 

La Brexit non ha distrutto il Regno Unito.
Ma non l’ha nemmeno salvato

 

 

 

 

Dieci anni fa la Brexit veniva presentata come la strada verso una nuova età dell’oro britannica. Per altri sarebbe stata una catastrofe senza precedenti. Nessuna delle due cose è accaduta. A distanza di un decennio, il vero bilancio è molto più interessante: costi invisibili, promesse mancate, sovranità ritrovata e una lezione che riguarda tutte le democrazie occidentali. Perché vincere un referendum può richiedere uno slogan. Governarne le conseguenze può richiedere una generazione. Leggete l’analisi completa e scoprite cosa ci insegna davvero la Brexit.

 

 

A dieci anni dal referendum del 23 giugno 2016, la Brexit è uno degli esperimenti politici ed economici più significativi dell’Europa contemporanea, non soltanto perché ha sancito l’uscita di una grande potenza economica dall’Unione Europea ma soprattutto perché fornisce, oggi, un caso di studio prezioso sul rapporto tra sovranità politica, integrazione economica e aspettative dell’opinione pubblica.
La distanza temporale consente finalmente di osservare gli effetti della Brexit senza il filtro delle passioni che hanno dominato il dibattito per anni. Le previsioni formulate durante la campagna referendaria erano spesso estreme. Da una parte, c’erano coloro che immaginavano una sorta di collasso economico immediato del Regno Unito. Dall’altra, chi prometteva una nuova età dell’oro fondata sulla ritrovata libertà nazionale, sulla deregolamentazione e sulla possibilità di stringere accordi commerciali più vantaggiosi con il resto del mondo. Nessuna delle due visioni si è realizzata. La realtà si è rivelata molto più complessa e, per certi versi, più istruttiva.
La Brexit è stata spesso presentata come una scelta di emancipazione: il recupero del controllo sulle leggi, sui confini e sulle politiche economiche del Paese. Sul piano formale questo obiettivo è stato raggiunto. Westminster ha recuperato poteri precedentemente condivisi con Bruxelles. Il governo britannico ha ottenuto maggiore autonomia normativa e ha potuto ridefinire alcuni aspetti della politica migratoria e commerciale.
Ma la storia economica insegna una lezione semplice: la sovranità non elimina le leggi del mercato.
Un Paese può decidere autonomamente le proprie regole. Non può, però, eliminare i costi derivanti dalle proprie decisioni. Quando si introducono nuove barriere commerciali tra sé e i propri principali partner economici, quelle barriere generano inevitabilmente attriti. Possono assumere la forma di controlli doganali, procedure amministrative, certificazioni aggiuntive, ritardi logistici o costi burocratici. Non sempre sono visibili al consumatore finale ma incidono sulla competitività delle imprese e sugli investimenti. Il caso britannico dimostra proprio questo principio. Il Regno Unito ha recuperato margini di autonomia politica ma ha contemporaneamente accettato una riduzione dell’integrazione economica con il suo mercato naturale di riferimento: quello europeo. La scelta non è stata gratuita. Nessuna scelta di questo tipo lo è mai.
Una delle ragioni per cui il dibattito pubblico fatica ancora oggi a valutare gli effetti della Brexit è che gran parte dei costi non si manifesta attraverso eventi drammatici o crisi spettacolari. Non ci sono state scene di bancarotta nazionale. Londra non ha perso il proprio ruolo di centro finanziario globale da un giorno all’altro. I supermercati non sono rimasti sistematicamente vuoti. Il Paese ha continuato a crescere, ad attrarre investimenti e a produrre innovazione. Tuttavia, l’assenza di una catastrofe non equivale all’assenza di conseguenze.
Molti economisti descrivono gli effetti della Brexit come un fenomeno di “erosione graduale”. Non si tratta di un crollo ma di una crescita più lenta rispetto a quella che sarebbe stata possibile mantenendo l’integrazione precedente. Le imprese esportatrici affrontano procedure più complesse. Alcune attività economiche sono state trasferite verso Paesi membri dell’Unione Europea. Gli investimenti esteri hanno dovuto confrontarsi con una nuova incertezza regolatoria.
Questi fenomeni sono difficili da percepire nella vita quotidiana. Un cittadino non nota facilmente un investimento che non arriva o un’azienda che decide di espandersi altrove. Eppure, nel lungo periodo, proprio questi elementi determinano il livello di produttività, salari e crescita economica di un Paese. L’impatto più rilevante della Brexit potrebbe, dunque, essere stato meno spettacolare e più sottile: una riduzione progressiva delle opportunità economiche future.

Ridurre la Brexit a una questione economica sarebbe, però, un errore. Il referendum del 2016 non fu vinto soltanto con argomentazioni sui commerci o sul bilancio europeo. Al centro della campagna vi erano temi identitari: il controllo delle frontiere, la percezione della perdita di sovranità, il rapporto tra cittadini e istituzioni sovranazionali. Per milioni di elettori la Brexit rappresentava una scelta politica e culturale. Era il tentativo di riaffermare un principio di autodeterminazione nazionale percepito come indebolito dalla globalizzazione e dall’integrazione europea.
Questo spiega perché il giudizio sulla Brexit continui a dividere l’opinione pubblica anche di fronte a dati economici relativamente consolidati. Molti sostenitori dell’uscita ritengono che il recupero della sovranità abbia un valore intrinseco che non può essere misurato esclusivamente attraverso il PIL o gli scambi commerciali. La vicenda britannica mostra, quindi, una tensione ricorrente nelle democrazie contemporanee: il conflitto tra benefici economici derivanti dall’integrazione e domanda politica di controllo nazionale.
Forse, l’aspetto più significativo che si rende manifesto dieci anni dopo è l’inadeguatezza delle narrazioni assolute a interpretare la complessità del reale. I sostenitori del “Remain”, che prevedevano un’immediata catastrofe economica, hanno sottovalutato la capacità di adattamento delle istituzioni, delle imprese e dei mercati. Le economie avanzate possiedono una notevole resilienza e raramente collassano per effetto di una singola decisione politica. I sostenitori del “Leave”, al contrario, hanno sovrastimato la capacità della sovranità formale di generare automaticamente prosperità economica. Hanno immaginato che la libertà regolatoria potesse compensare rapidamente la perdita di integrazione commerciale con il principale partner economico del Paese.
Entrambe le parti hanno commesso lo stesso errore: hanno raccontato una realtà complessa attraverso una logica binaria. La storia economica raramente procede per rivoluzioni istantanee. Funziona, invece, attraverso accumulazioni graduali di vantaggi e svantaggi. Le grandi decisioni politiche tendono a produrre effetti distribuiti nel tempo, spesso invisibili all’occhio dell’elettore medio.
A distanza di dieci anni, quindi, la Brexit appare soprattutto come una lezione sulla differenza tra vincere una campagna politica e gestire una trasformazione storica.
Un referendum semplifica inevitabilmente questioni estremamente complesse. Riduce a una scelta binaria problemi che coinvolgono commercio, diritto, finanza, geopolitica, immigrazione e identità nazionale. Gli slogan sono efficaci perché condensano messaggi articolati in poche parole. Governare, invece, significa affrontare tutte le conseguenze che gli slogan lasciano fuori.
Il Regno Unito non è precipitato nel disastro annunciato dai suoi critici. Ma non ha nemmeno raggiunto il modello di prosperità e autonomia promesso dai suoi sostenitori più ottimisti.
La Brexit non è stata la fine del Regno Unito. È stata qualcosa di più ordinario e, proprio per questo, più interessante: un lungo processo di adattamento, fatto di compromessi, costi diffusi e benefici contestati.
Dieci anni dopo, la sua eredità principale non è soltanto economica o politica. È una lezione di realismo. Le democrazie possono prendere decisioni radicali. Ma nessuna decisione, per quanto storica, può abolire le regole fondamentali dell’economia né trasformare slogan elettorali in risultati automatici.
La Brexit rimane così un monito per tutte le società occidentali: è relativamente facile vincere un referendum promettendo un futuro migliore. È molto più difficile governarne le conseguenze per un decennio.