A un mese dal referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere in magistratura, una cosa è già evidente: sta vincendo la confusione. Slogan contro slogan. Accuse incrociate. Paure amplificate. Il Sì promette più imparzialità. Il No difende l’indipendenza. Nel mezzo, però, spariscono i dati, le spiegazioni, i dettagli concreti su cosa cambierebbe davvero il giorno dopo il voto. Il dibattito si è trasformato in una battaglia emotiva, dove un tema tecnico e delicato diventa un simbolo politico. E quando il rumore supera le informazioni, a perdere è la qualità della democrazia. In questo mio articolo, pubblicato oggi su Il Dubbio – Quotidiano di informazione politica e giudiziaria, provo a riportare il confronto su un terreno più serio: meno tifoserie, più chiarezza. Perché votare è un diritto. Ma capire cosa si vota è una responsabilità.
Nell’ecosistema ipermediatico della società contemporanea, la figura pubblica non è più valutata solo per ciò che dice ma per come lo dice, per la posizione che occupa nel gioco binario tra bene e male, giusto e sbagliato. La comunicazione è diventata un’arma e chi la impugna deve scegliere da che parte sparare. La neutralità è percepita come complicità, l’equilibrio come vigliaccheria, la complessità come elusione. Il discorso pubblico si struttura attorno a personalità che si propongono quali incarnazioni viventi di una verità, spesso una verità unica, impermeabile al dubbio. Figure che non partecipano al dibattito ma lo sovradeterminano, che non aprono spazi di riflessione ma creano blocchi emotivi e morali. Si rivolgono a un pubblico già d’accordo, già fidelizzato, che non cerca strumenti per pensare ma conferme per sentirsi dalla parte giusta. Tali figure sono totalizzanti. Non rappresentano un punto di vista ma il punto di vista. La loro presenza non arricchisce il confronto: lo polarizza.
Uno dei casi più emblematici in Italia è rappresentato da Francesca Albanese. Per questo, come fatto da Umberto Eco, nel 1961, con Mike Bongiorno, si fissano qui i tratti della “Fenomenologia di Francesca Albanese”.
Nel suo ruolo di Relatore speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, Francesca Albanese ha costruito la propria figura pubblica su una scelta netta, radicale, priva di ambiguità: l’assunzione esplicita del punto di vista dell’oppresso. Una scelta, di per sé, assolutamente non problematica. Tuttavia, ciò che distingue il suo caso e lo rende oggetto di una “fenomenologia pubblica” particolare è la modalità con cui questa assunzione viene performata: attraverso una retorica univoca, serrata, impermeabile a dubbi e contro-argomentazioni. Una postura comunicativa che prende posizione e si costituisce come forma stessa di opposizione. Albanese costruisce una narrazione accusatoria, totalizzante, in cui ogni elemento si organizza attorno a un asse morale rigidamente bipolare: vittima e carnefice, giusto e sbagliato, verità e menzogna. Le sue dichiarazioni non descrivono un conflitto: lo interpretano secondo una griglia ideologica precisa e in questo processo tendono a espellere ogni ambivalenza. La complessità – elemento ineludibile in ogni scenario politico e storico – viene spesso ridotta a una semplificazione funzionale, utile a consolidare un consenso ma inadatta a sostenere una riflessione critica. Questa impostazione genera un forte magnetismo identitario in chi si riconosce nella sua visione del mondo: un’adesione affettiva, quasi liturgica, che trasforma il discorso in appartenenza. Allo stesso tempo, però, alimenta una crescente diffidenza – se non ostilità – in chi rileva l’assenza di spazi critici, la selettività delle fonti, l’uso strumentale dei dati. È qui che si apre lo scarto centrale della sua fenomenologia comunicativa: Albanese si presenta formalmente come una figura tecnica, chiamata a garantire imparzialità e rigore istituzionale, ma agisce con il linguaggio e l’attitudine dell’attivismo militante. Questa ambiguità tra ruolo e postura è ciò che ne determina insieme l’efficacia e il limite. Il suo stile discorsivo è chirurgico, tagliente, talvolta spietato ma raramente aperto al confronto reale. Albanese non costruisce ponti: chiude varchi. I suoi interventi pubblici – nei media, nei social, nelle conferenze – sono calibrati non per avviare un dialogo quanto per affermare una posizione come definitiva. Spesso, le sue affermazioni anticipano e neutralizzano ogni possibile obiezione, configurando le critiche come atti di malafede piuttosto che come occasioni di confronto. Ogni dissenso è respinto a monte, non solo nei contenuti ma nella sua stessa legittimità. La sua ironia, affilata e strategica, non si concede mai l’autocritica. Non vi è mai una battuta che sgonfi il proprio ruolo o metta in discussione la propria narrazione. Albanese è costantemente in trincea, impermeabile al dubbio, fedele a un ethos combattente che rifiuta qualsiasi cedimento. Anche laddove una riflessione autocritica – o, almeno, una sospensione assertiva – potrebbe rafforzare la sua credibilità, lei sceglie la linea dura. È questo che alimenta il culto della purezza morale tra i suoi sostenitori, che vedono in lei una portavoce e, insieme, una figura redentrice: chi la segue non partecipa a un discorso ma a una battaglia. E in guerra, la complessità è un lusso che non ci si può permettere. Francesca Albanese è una figura necessaria in un contesto dove la disparità discorsiva è parte del problema strutturale. Il suo ruolo di voce scomoda, che rompe l’equilibrio delle diplomazie internazionali, è indiscutibilmente rilevante. Tuttavia, la sua forza comunicativa – fondata su una narrazione intransigente e polarizzata – finisce per minare proprio ciò che dovrebbe rafforzare: l’autorevolezza istituzionale, la capacità di incidere nei processi decisionali multilaterali, l’efficacia nel lungo periodo. Il rifiuto sistematico della complessità – delle zone grigie, dei paradossi, degli errori interni al campo che si difende – produce nel tempo un effetto di saturazione cognitiva ed emotiva. Una voce che non lascia spazio al dubbio, alla revisione, alla crescita, rischia di diventare un dispositivo chiuso, autoreferenziale. Non è più uno strumento per comprendere il reale ma un’armatura ideologica che lo semplifica. Francesca Albanese è una figura dirompente, necessaria ma non sufficiente. Un detonatore, non un architetto. La sua voce è forte, persino travolgente, ma non guida verso una composizione. Non cerca sintesi ma affermazioni. Incarna perfettamente lo spirito del tempo: un’epoca in cui la verità non è più una costruzione faticosa e condivisa ma un atto performativo, urlato, che vale per il solo fatto di essere pronunciato con forza. Una voce che scuote ma che raramente ascolta.
Viviamo in un’epoca in cui troppo spesso le idee politiche diventano etichette e le etichette diventano gabbie. Chi non pensa come noi viene subito visto come avversario, a volte persino come nemico. Ma, come ricordava Voltaire (o, meglio, la frase che ne riassume il pensiero), “Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”. La filosofia, da Socrate in poi, ci insegna che il dialogo autentico nasce dal confronto tra visioni diverse. Socrate interrogava, provocava, smontava certezze, non per umiliare l’altro ma per avvicinarsi insieme a un’idea più limpida di verità. La maieutica – l’arte di “far nascere” le idee – muore se riduciamo il dibattito a un’arena di insulti e slogan. John Stuart Mill, nel suo Sulla libertà, sosteneva che anche l’opinione più impopolare ha un valore: ci obbliga a mettere alla prova le nostre convinzioni, a non trasformarle in dogmi. Se un’idea resiste al confronto, ne uscirà più solida; se non resiste, meritava di essere corretta. E qui entra in gioco anche Spinoza. Per lui, la libertà di pensiero non era solo un diritto civile, quanto una condizione necessaria per la pace e la prosperità di uno Stato. Nel Tractatus Theologico-Politicus scriveva: “In una libera repubblica è lecito a ciascuno pensare ciò che vuole e dire ciò che pensa”. Non per ingenuità ma per realismo politico: vietare le opinioni genera ipocrisia, risentimento e ribellione; permetterle apre invece la via alla stabilità. Oggi, questo insegnamento è più urgente che mai. Vediamo leader politici incapaci di sedersi allo stesso tavolo, parlamenti trasformati in teatri di risse verbali, campagne elettorali ridotte a campagne di discredito. Nei talk show, le voci opposte non si ascoltano: si sovrastano. Nei social, l’algoritmo ci chiude in bolle ideologiche dove leggiamo solo ciò che conferma ciò che già pensiamo. Così la polarizzazione diventa la norma e il dissenso viene percepito come un’offesa personale.
Prendiamo alcuni esempi concreti. Sul cambiamento climatico, il confronto spesso degenera in un muro contro muro fra chi propone transizioni radicali e chi teme per l’impatto economico immediato, senza spazi di mediazione costruttiva. Sui temi migratori, il dibattito è quasi sempre viziato da slogan estremi: “porti aperti” o “porti chiusi”, ignorando la complessità di soluzioni possibili. Persino su questioni sanitarie, come si è visto con la pandemia, il rispetto reciproco è stato spesso sostituito dal sospetto reciproco, con accuse di “negazionismo” da un lato e di “dittatura sanitaria” dall’altro. Questi esempi mostrano che non basta proclamare la libertà di espressione: serve coltivare la cultura dell’ascolto e del rispetto. Perché, come ricordava Kant, dobbiamo trattare ogni persona sempre come fine e mai come mezzo. Ridurre l’altro a un avversario da screditare è disumano prima ancora che antidemocratico. La democrazia non è il regno dell’unanimità, è il governo della pluralità. Il suo fondamento non è la vittoria di una voce sulle altre ma la convivenza di molte voci, anche in disaccordo radicale. Tocqueville lo aveva capito: senza rispetto reciproco, la libertà si sgretola e la maggioranza diventa tirannia. Per questo il rispetto delle idee politiche altrui è una responsabilità quotidiana. Non basta tollerare: bisogna ascoltare. Non basta ascoltare: bisogna comprendere. E anche quando non comprendiamo, dobbiamo difendere il diritto dell’altro a pensare diversamente. Perché, come avvertiva Hannah Arendt, il vero pericolo non è l’opinione sbagliata ma il silenzio imposto. Se oggi chiudiamo le orecchie davanti a un’idea che ci disturba, domani rischiamo di vivere in un mondo dove nessuno ascolta più nessuno. E allora il dibattito non sarà morto: sarà morto il pensiero stesso e la libertà.