E se Karl Popper osservasse l’America di Trump oggi? Non scriverebbe un saggio ma un referto. L’ironia come bisturi per raccontare un’epoca in cui l’errore non si corregge, la verità si difende e il dubbio fa paura. Una riflessione tagliente sulla democrazia, sulla perdita del metodo critico e su una scorciatoia emotiva che scambia la sicurezza per pensiero. Da leggere con attenzione. E senza alibi.
Se Karl Popper avesse davvero avuto il tempo di ampliare le sue note sugli Stati Uniti dell’era Trump, probabilmente avrebbe dovuto cambiare formato. Non più appunti filosofici ma un diario clinico. Con date, sintomi ricorrenti e qualche annotazione del tipo: “Il paziente insiste nel negare l’evidenza, ma con grande sicurezza”.
Popper, che non aveva mai avuto una particolare simpatia per i profeti della storia, si troverebbe davanti a una versione aggiornata del problema: non il leader che dice di conoscere il destino dell’umanità, piuttosto quello che dice di conoscere meglio di tutti qualsiasi argomento gli capiti sotto mano. Economia, virologia, geopolitica, diritto costituzionale. Tutto spiegato con la stessa grammatica elementare e la stessa fiducia incrollabile. Per un filosofo che ha passato la vita a ricordare quanto fosse salutare dire “potrei sbagliarmi”, sarebbe uno spettacolo affascinante e inquietante insieme. Come guardare qualcuno guidare contromano convinto di essere l’unico a rispettare il codice della strada.
Popper noterebbe subito un dettaglio che a molti sfugge: non è l’errore il problema ma l’impossibilità di correggerlo. Nella sua visione del mondo, sbagliare è inevitabile. Anzi, è necessario. Il guaio comincia quando l’errore viene difeso con ostinazione morale, come se ammetterlo fosse una colpa e non una tappa del ragionamento. Nell’America trumpiana, Popper vedrebbe una gigantesca macchina narrativa costruita per evitare una frase semplicissima: “Mi sono sbagliato”.
Osservando il dibattito pubblico, resterebbe colpito dalla velocità con cui le opinioni si trasformano in identità. Non si discute più di idee ma di appartenenza. Se critichi il leader, non stai argomentando, stai tradendo. Se porti dati, sei sospetto. Se fai domande, sei parte del problema. Popper, che aveva fondato la sua filosofia sull’arte della critica razionale, si sentirebbe come un insegnante capitato per sbaglio a una rissa da bar.

E, poi, ci sono le elezioni. Qui il sarcasmo diventerebbe più sottile, britannico. Popper non credeva che la democrazia servisse a scegliere i migliori ma a liberarsi dei peggiori senza spargimenti di sangue. Davanti alla difficoltà di accettare una sconfitta elettorale, si chiederebbe se il punto non sia stato completamente frainteso. Se votare vale solo quando vinco io, allora non è democrazia. È una scommessa truccata con la morale incorporata.
Nel rapporto con la verità, Popper vedrebbe una strana inversione di ruoli. La menzogna non si nasconde più. Si espone. Si ripete. Si normalizza. Non serve nemmeno che sia credibile, basta che sia utile. La verità, invece, deve giustificarsi, difendersi, spiegarsi. Un paradosso perfetto: ciò che dovrebbe essere verificato viene accettato per fede, ciò che è verificabile viene sospettato per principio. Popper annoterebbe che non è un problema di ignoranza ma di metodo. E il metodo, una volta perso, è difficile da recuperare.
Guardando la stampa, Popper riconoscerebbe un vecchio nemico con un vestito nuovo. Delegittimare chi controlla il potere è sempre stato il primo passo per renderlo incontrollabile. Ma qui il colpo di genio sta nella semplicità: non serve censurare i giornali, basta convincere una parte consistente del pubblico che mentono sempre. A quel punto, qualsiasi smentita diventa prova del complotto. Popper, che aveva studiato a fondo le logiche dell’autoritarismo, alzerebbe un sopracciglio. Non per stupore, ma per la banalità dell’operazione.
Sull’ossessione per il “noi contro loro”, Popper sarebbe particolarmente caustico. Immigrati, élite, giudici, scienziati, giornalisti. Il catalogo dei nemici è ampio e flessibile. Serve soprattutto a una cosa: evitare l’autocritica. Se qualcosa va male, la colpa è sempre esterna. Popper, che vedeva nell’autocorrezione il cuore della razionalità, definirebbe questa strategia un capolavoro di irresponsabilità organizzata.
Eppure, non sarebbe tutto sarcasmo. Popper era troppo serio per fermarsi alla superficie. Noterebbe che Trump non è un incidente isolato ma un sintomo. Un prodotto di una società stanca della complessità, insofferente ai tempi lunghi, allergica alle risposte che iniziano con “dipende”. Una società che preferisce una cattiva certezza a un buon dubbio. E qui Popper smetterebbe di sorridere.
Forse, concluderebbe che l’America non ha tradito la società aperta per errore ma per impazienza. Perché una società aperta è faticosa. Richiede cittadini che tollerino l’ambiguità, che accettino di non avere sempre ragione, che riconoscano l’avversario come legittimo. Trump, in questo senso, non avrebbe inventato nulla. Avrebbe solo offerto una scorciatoia emotiva, ben illuminata e molto rumorosa.
Alla fine, Popper chiuderebbe le sue riflessioni con una constatazione amara ma coerente con tutta la sua filosofia: il vero pericolo non è il leader carismatico ma il pubblico che rinuncia alla critica in cambio della rassicurazione. Perché i tiranni passano. Le cattive abitudini mentali, invece, tendono a restare.
