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Per la sinistra italiana il colonialismo è un crimine

Tranne quando segna un gol con la maglia della Francia

 

 

 

 

Ogni volta che la Francia vince, torna la stessa narrazione: la nazionale diventa la prova definitiva del successo del multiculturalismo e l’ennesimo strumento per colpire chi la pensa diversamente sulle politiche migratorie. Ma è davvero così? O dietro quella retorica si nasconde una storia molto più complessa, fatta di impero coloniale, memoria selettiva e propaganda politica? Riflessioni controcorrente che mettono in discussione uno dei miti più ripetuti del dibattito pubblico di sinistra

 

 

La nazionale di calcio francese non è la favola del multiculturalismo. È il riflesso di una storia che molti, a sinistra, preferiscono dimenticare.
C’è un rito che si ripete puntualmente ogni volta che la Francia vince una partita o una competizione internazionale. I social si riempiono di fotografie della nazionale francese, i giornali pubblicano editoriali entusiasti e, immancabilmente, una larga parte della sinistra italiana trasforma quella squadra in un manifesto politico. Non è più una nazionale di calcio. Diventa la dimostrazione vivente che il multiculturalismo avrebbe trionfato, che l’immigrazione sarebbe una ricchezza indiscutibile e che chiunque osi avanzare dubbi sulle politiche migratorie sarebbe automaticamente smentito da novanta minuti di una partita.
È una narrazione suggestiva. Ed è proprio per questo che funziona. Peccato che sia anche profondamente semplicistica.
La Francia viene raccontata come se fosse il laboratorio perfetto dell’integrazione contemporanea, dimenticando un elemento fondamentale: la sua composizione demografica non nasce semplicemente da politiche migratorie moderne ma da una storia coloniale lunga secoli. Una storia che molti degli stessi commentatori, quando affrontano altri temi, definiscono senza esitazioni fatta di sfruttamento, violenza, sopraffazione e dominio coloniale.
Ed ecco la prima contraddizione. Quando si parla dell’impero coloniale francese, il linguaggio della sinistra è durissimo. Si denunciano le conquiste militari, le deportazioni, le discriminazioni, l’estrazione delle risorse, la repressione delle popolazioni locali e le responsabilità storiche dell’Europa. Ma quando si osserva la composizione della nazionale francese, quella stessa storia improvvisamente scompare. Diventa invisibile. Sparisce dal racconto. È come se la Francia multietnica fosse nata spontaneamente, come il risultato naturale di una società aperta e inclusiva. Non è così.
La presenza in Francia di milioni di cittadini originari dell’Africa occidentale, del Maghreb, dei Caraibi o dell’Oceano Indiano è strettamente collegata al passato coloniale francese. Per decenni, la Francia ha governato territori immensi, ha imposto la propria lingua, il proprio sistema amministrativo e giuridico e ha costruito relazioni economiche e migratorie che hanno continuato a produrre effetti ben oltre la fine formale degli imperi. Ignorare questo contesto significa raccontare soltanto metà della storia.
Naturalmente, nessuno mette in discussione il fatto che i calciatori della nazionale francese siano francesi. Lo sono secondo la legge, rappresentano il loro Paese e hanno conquistato il posto in squadra grazie al talento e al merito. Sarebbe assurdo sostenere il contrario. Il problema sorge quando la loro presenza viene trasformata in una prova politica. Perché una squadra di calcio non dimostra il successo di un modello sociale. Non lo ha mai fatto. Se fosse così, bisognerebbe concludere che l’Argentina possiede il miglior sistema istituzionale del mondo perché ha vinto un Mondiale. Oppure che la Croazia rappresenta il modello perfetto di sviluppo nazionale perché ha raggiunto finali e semifinali con una popolazione inferiore a quella della Lombardia. È evidente che sarebbe un ragionamento ridicolo.


Eppure, quando si parla della Francia, questa logica improvvisamente diventa accettabile. Ogni vittoria viene trasformata in un referendum sulle politiche migratorie. Ogni gol diventa un argomento ideologico. Ogni trofeo diventa un manifesto elettorale. Il calcio smette di essere sport e diventa propaganda.
La domanda, allora, è inevitabile: perché? Perché questa ossessione nel trasformare la nazionale francese in un simbolo politico? La risposta è probabilmente più semplice di quanto sembri.
Per una parte della sinistra italiana, la Francia non rappresenta tanto un modello da studiare quanto un’arma retorica da utilizzare nel confronto con la destra. Non interessa davvero discutere della storia francese, delle sue periferie, delle tensioni sociali, dei problemi di integrazione o dei successi e dei fallimenti delle sue politiche pubbliche. Interessa soprattutto costruire una contrapposizione morale.
Da una parte la Francia “aperta”. Dall’altra la destra italiana, dipinta come chiusa, arretrata e incapace di comprendere la modernità, quando non razzista.
In questa rappresentazione, la nazionale francese assume un ruolo quasi sacrale. Diventa una fotografia da esibire ogni volta che occorre delegittimare l’avversario politico. È una strategia comunicativa efficace ma intellettualmente povera, perché evita accuratamente tutte le domande scomode.
Per esempio: perché proprio la Francia è stata teatro, negli ultimi decenni, di alcune delle più gravi rivolte urbane d’Europa? Perché il dibattito sull’identità nazionale continua a occupare un posto centrale nella politica francese? Perché si discute ancora di segregazione territoriale, periferie difficili, tensioni religiose e integrazione incompleta?
Chi usa la nazionale come simbolo del successo del multiculturalismo raramente affronta questi temi con la stessa enfasi. La fotografia della squadra basta. Il resto può attendere. Ed è forse questa la parte più curiosa dell’intera vicenda.
Molti degli stessi ambienti politici e culturali che denunciano il colonialismo europeo come la radice di ingiustizie ancora presenti nel mondo sembrano dimenticarlo completamente quando quel passato consente di costruire una narrazione positiva sulla Francia contemporanea. A seconda della convenienza politica, il colonialismo diventa ora il peccato originale dell’Europa, ora un dettaglio trascurabile. È una memoria selettiva. Una memoria che ricorda il passato quando serve ad accusare l’Occidente e lo dimentica quando rischia di complicare una narrazione ideologica. Una discussione seria dovrebbe, invece, essere più onesta.
Dovrebbe riconoscere che la Francia di oggi è anche il prodotto della sua storia imperiale. Dovrebbe ammettere che i fenomeni migratori contemporanei non possono essere separati dai rapporti politici, economici e culturali costruiti durante il periodo coloniale. Dovrebbe evitare di trasformare ventidue calciatori in una dimostrazione sociologica. E soprattutto dovrebbe smettere di usare lo sport come una clava politica. Perché il punto non è negare il valore degli atleti francesi. Il punto è rifiutare l’idea che una vittoria sul campo possa sostituire un’analisi storica e sociale seria. Una nazionale di calcio racconta molto del talento di un Paese, dell’organizzazione del suo movimento sportivo, della qualità dei suoi vivai. Racconta anche, inevitabilmente, aspetti della sua storia. Ma non può diventare il certificato di successo di un modello politico. Chi continua a presentarla come tale non sta facendo analisi. Sta facendo propaganda. E la propaganda, per definizione, seleziona i fatti che le sono utili e mette a tacere quelli che potrebbero incrinare il racconto.

 

 

 

 

 

Il plusvalore non va in fabbrica. Va allo stadio

Marx aveva torto: il proletariato ama chi guadagna
mille volte più di lui

 

 

 

 

Oggi, Marx non si scandalizzerebbe. Capirebbe. Il calcio moderno racconta il capitalismo nella sua forma più matura e più spudorata: corpi quotati, emozioni monetizzate, disuguaglianze difese come se fossero naturali. Queste riflessioni, attraverso la lente marxiana, smontano il meccanismo che ha trasformato lo spettacolo in destino e il mercato in verità indiscutibile. Una lettura tagliente e ironica, che fa ridere amaro e dovrebbe costringere a guardare meglio ciò che applaudiamo ogni weekend e, ormai, non solo il weekend.

 

 

 

Se Marx, oggi, aprisse il giornale alla pagina dello sport, probabilmente non inizierebbe con una critica. Comincerebbe a ridere. Non una risata allegra, però: quella breve e secca di chi riconosce un vecchio amico travestito. “Ah!” – penserebbe. “Il capitale non solo sopravvive: ha imparato a fare il doppio passo e le finte!”.
Davanti agli stipendi dei calciatori non vedrebbe semplicemente uomini pagati troppo per tirare calci a un pallone. Ravviserebbe un trattato aggiornato di economia politica, scritto a colpi di tacco, con grafici colorati e replay rallentati. Il calcio, direbbe, è la dimostrazione definitiva che il capitalismo non ha più bisogno di fabbriche fumose per prosperare. Gli basta uno stadio, una telecamera e un pubblico disposto a confondere il valore con l’intensità dell’emozione. La forza-lavoro non produce più bulloni o sedie ma suspense, identità, appartenenza. Tutto perfettamente monetizzabile.
Il punto non sono nemmeno le cifre stratosferiche in sé degli stipendi, quanto la loro naturalezza. Gli zeri si moltiplicano, l’indignazione dura quanto una pubblicità, poi si passa all’azione successiva. Marx annoterebbe che il capitale ha vinto quando l’assurdo è diventato routine. Quando anche l’eccesso smette di sembrare tale e diviene solo un’altra notizia in scorrimento.
Si soffermerebbe sul linguaggio. Non “stipendi” ma “ingaggi”. Non “lavoratori” ma “fuoriclasse”. Non “licenziamenti” ma “cessioni”. Il lessico, noterebbe, è sempre il primo sindacato a essere sciolto. Quando cambiano le parole, i rapporti di produzione sono già cambiati da tempo. Il calciatore non vende il suo tempo, vende la sua immagine; non lavora, performa; non invecchia, “perde valore di mercato”. Il corpo non è più solo alienato: è quotato.
Osserverebbe, con una certa ammirazione, la precisione con cui il sistema misura ogni centimetro di carne. Chilometri percorsi, percentuali, expected goals. Il lavoratore dell’Ottocento era sfruttato senza dati. Quello del XXI secolo è sfruttato con dashboard in tempo reale. Anche la gabbia, quando è ben illuminata, sembra più moderna.
Marx riconoscerebbe nel calcio uno dei pochi luoghi in cui il mercato viene celebrato come destino. Se un calciatore guadagna mille volte più di un insegnante, la spiegazione è semplice e apparentemente inattaccabile: lo decide il mercato. Una divinità laica che nessuno ha mai visto ma a cui tutti sacrificano qualcosa. Tempo, diritti, dignità. Qui, però, il sacrificio lo fa soprattutto il pubblico, e lo fa volentieri.
Noterebbe come il concetto stesso di lavoro sia stato ristrutturato. Non esiste più separazione tra tempo di lavoro e tempo libero. Tutto è potenzialmente valore. Una vacanza diventa contenuto, una frase diventa titolo, un errore diventa meme. Il sogno del capitale: una forza-lavoro che produce anche quando dorme.


Ma il vero capolavoro teorico lo troverebbe sugli spalti. Milioni di persone con salari compressi, contratti fragili e mutui eterni difendono con fervore morale stipendi che sfidano qualsiasi proporzione. Non perché sperino di ottenerli ma perché li vivono come una vittoria riflessa. Se guadagna lui, vinciamo tutti. Marx sorriderebbe ancora amaramente: il capitale non domina solo i mezzi di produzione, domina l’immaginazione. E quando controlli quella, la polizia diventa superflua.
Annoterebbe che il feticismo delle merci ha fatto un salto di qualità. Non si adora più l’oggetto ma la persona-oggetto. Il numero sulla maglia è un marchio, il nome un logo, la firma un evento. Il calciatore è insieme merce e pubblicità della merce. Una contraddizione solo apparente, perché il capitalismo ama ciò che può essere due cose contemporaneamente, purché entrambe vendibili.
Eppure, Marx non se la prenderebbe con i calciatori. Sarebbe un errore teorico. Li vedrebbe come lavoratori modello del capitalismo avanzato: carriere brevi, intensità estrema, competizione permanente, rischio concentrato nei corpi. Un infortunio può cancellare valore, riscrivere una vita, trasformare un investimento in una perdita. Il capitale paga bene ciò che consuma in fretta. Non per generosità ma per efficienza.
Osserverebbe anche il ruolo curioso dei club: aziende che perdono soldi ma producono valore simbolico, che falliscono nei bilanci e prosperano nell’immaginario. Non vendono vittorie, vendono speranza. E la speranza, come sapeva bene, è una merce potentissima: non si esaurisce nemmeno quando delude.
Poi, arriverebbe il confronto inevitabile. In una società che predica il merito come dogma, lo stipendio del calciatore diventa l’esperimento definitivo. Non vince chi è più utile ma chi è più visibile. Non chi cura ma chi intrattiene. L’infermiere riduce la sofferenza, il calciatore la sospende per novanta minuti. Il secondo vale di più perché produce distrazione. E la distrazione è l’oppio più raffinato che il capitalismo abbia mai sintetizzato. Forse aggiornerebbe una sua vecchia nota: la religione non è più l’oppio dei popoli. Ora lo è il calcio!
Chiuderebbe il giornale senza particolare indignazione. Il problema non è che i calciatori guadagnino troppo. Il problema è che tutto il resto del lavoro è stato educato ad accettare di valere poco, purché qualcuno, da qualche parte, vinca una coppa al posto suo.
Alla fine, Marx spegnerebbe la TV prima dei commenti post-partita. Non per disprezzo del calcio. Per igiene mentale!