Una critica può essere dura senza diventare insulto. E può essere netta senza perdere lucidità. Queste riflessioni provano a fare proprio questo: interrogare le ambiguità della sinistra istituzionale italiana sul conflitto israelo-palestinese, partendo non dalle intenzioni dichiarate ma dagli effetti politici, simbolici e morali delle parole e dei silenzi. Un invito a scegliere la chiarezza, quando l’equidistanza non è più neutralità.
Si può essere duri senza insultare. E si può criticare con forza senza trasformare l’analisi politica in una caricatura. È da questo punto che vale la pena partire quando si guarda a una parte della classe dirigente progressista italiana e al suo comportamento sul tema di Hamas e del conflitto israelo-palestinese. Il problema non è l’intenzione, quanto l’effetto politico di certe scelte, di certe parole e di certi silenzi. Ed è su questo terreno che la critica deve diventare più profonda.
Nell’attuale dibattito pubblico italiano, larga parte della sinistra istituzionale continua a muoversi come se il conflitto israelo-palestinese fosse ancora leggibile con le categorie degli anni Settanta: oppressi e oppressori, resistenza e imperialismo, piazza e potere. Ma il mondo è cambiato. E, soprattutto, è cambiata la natura di Hamas, che non è un soggetto di liberazione nazionale in senso classico ma un’organizzazione jihadista che usa il terrorismo come strumento politico e la popolazione civile come scudo e come ostaggio.
Ignorare questo dato, o trattarlo come un dettaglio fastidioso, non è più una svista ideologica: è una rimozione consapevole. Quando amministratori e figure pubbliche di primo piano dell’area progressista intervengono sul tema con formule prudenti, simmetriche, vaghe, non stanno “tenendo insieme le complessità”. Stanno scegliendo di non scegliere.
La politica, però, non è il regno dell’equidistanza morale. Non lo è mai stata e di certo non lo è davanti a un’organizzazione che ha rivendicato massacri di civili, rapimenti, stupri, esecuzioni. In questi casi, la chiarezza non è un atto ideologico: è un prerequisito minimo della responsabilità istituzionale.
Ed è qui che entrano in gioco i simboli. Le fotografie, le presenze, le manifestazioni condivise. Non perché una foto “dimostri” una collusione – questa, francamente, è una scorciatoia polemica che non regge – ma perché i simboli sono il linguaggio principale della politica contemporanea. Chi ricopre un ruolo pubblico lo sa benissimo. Ogni gesto comunica appartenenza, priorità, sensibilità. Dire “non era mia intenzione” o, come il recente caso della sindaca di Genova Silvia Salis, minacciare querele per foto pubblicate, non basta, quando si è scelto di essere lì, in quel contesto, con quelle persone.

Il punto cieco di questa sinistra è credere che la propria storia la metta automaticamente al riparo da equivoci. Come se l’antifascismo, la solidarietà internazionale o l’impegno per i diritti umani fossero un lasciapassare eterno. Non lo sono. Ogni contesto va valutato per quello che è oggi, non per quello che rappresentava ottanta o quarant’anni fa.
C’è, poi, un secondo livello di responsabilità, più sottile ma forse ancora più grave: l’effetto sul discorso pubblico. Quando chi governa, anche una città, non riesce a distinguere con nettezza tra causa palestinese e terrorismo jihadista, offre un doppio regalo. Da un lato, a chi giustifica o minimizza Hamas, che può così rivendicare una sorta di legittimazione indiretta. Dall’altro, a chi equipara ogni solidarietà ai palestinesi a complicità con il terrorismo. In entrambi i casi, a perdere è la possibilità di una posizione democratica, razionale e umanamente credibile.
Una sinistra matura dovrebbe essere capace di dire tre cose insieme, senza esitazioni: la vita dei civili palestinesi conta ed è stata calpestata; lo Stato di Israele ha diritto alla sicurezza ma non a una guerra senza limiti; Hamas è un nemico della pace, dei palestinesi e di qualunque prospettiva di convivenza.
Se una di queste tre frasi viene sussurrata, diluita o subordinata alle altre, il discorso si rompe.
Il problema, in fondo, non è che alcuni amministratori “sbaglino foto” o “sottovalutino il contesto”. Il problema è che continuano a pensare che la buona intenzione basti a compensare la cattiva politica. Non è così. In tempi di radicalizzazione e propaganda, la vaghezza non è neutralità: è terreno fertile per gli estremismi.
Essere duri, oggi, significa chiedere alla sinistra istituzionale di crescere. Di uscire dalla comfort zone dei riflessi ideologici. Di accettare che governare non vuol dire solo rappresentare sentimenti, ma anche tracciare confini. Morali, politici, simbolici.
Chi non è disposto a farlo dovrebbe almeno smettere di stupirsi quando quelle ambiguità vengono contestate. Perché non è persecuzione mediatica. È il prezzo, inevitabile, della responsabilità pubblica.
