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Da Berlinguer alla Schlein

Breve storia politica e culturale delle metamorfosi
della sinistra italiana

 

 

 

 

Questa non è una storia lineare. È una storia di strappi, rinunce e occasioni mancate. Da Berlinguer a Schlein, la sinistra italiana ha cambiato linguaggio, volto e ambizioni, perdendo pezzi lungo il cammino. Qui non si cercano nostalgie né assoluzioni: si prova a mettere a fuoco dove si è spezzato il filo tra identità, popolo e progetto di trasformazione. Una riflessione netta, scomoda, necessaria, su ciò che la sinistra è stata, su ciò che è diventata e su ciò che rischia di non essere più.

 

 

 

C’è una continuità solo apparente nella storia della sinistra italiana che, a uno sguardo più attento, si scompone in una sequenza di rotture, torsioni e adattamenti spesso contraddittori. Da Enrico Berlinguer a Elly Schlein non corre una linea evolutiva lineare, come se ogni passaggio fosse il naturale sviluppo del precedente. Al contrario, quella storia somiglia a una traiettoria accidentata, segnata da strappi improvvisi, riposizionamenti difensivi, rinunce teoriche e tentativi di rinnovamento rimasti a metà. Raccontarla non significa indulgere nella nostalgia o nel rimpianto sterile, ma prendere atto di una perdita progressiva di identità, di radicamento sociale e di ambizione storica, che ha finito per svuotare di senso l’idea stessa di sinistra come forza di trasformazione.
Berlinguer rappresenta un punto di partenza inevitabile, non solo per ragioni cronologiche ma perché incarna il momento in cui la sinistra italiana raggiunse la sua forma più compiuta di egemonia culturale e morale, pur senza mai riuscire a governare il Paese. Un paradosso che ha inciso profondamente sulla sua eredità. Il Partito Comunista Italiano berlingueriano era un partito di massa nel senso pieno del termine: strutturato, capillare, radicato nei territori, con sezioni nei quartieri popolari, nelle fabbriche, nei piccoli comuni. Non era solo una macchina elettorale ma una comunità politica e culturale. Formava quadri, educava alla partecipazione, costruiva un senso di appartenenza. Parlava ai lavoratori, certo, ma non si limitava a rappresentarne gli interessi immediati. Si rivolgeva a un’idea più ampia di popolo, cercando di elevarne la coscienza, non di inseguirne gli umori o gli istinti.
La “questione morale”, poi, fu il tentativo di rispondere a una crisi profonda dello Stato e dei partiti, che Berlinguer colse con largo anticipo. La corruzione non veniva letta come una deviazione individuale ma come un sistema strutturale, capace di minare la legittimità delle istituzioni democratiche. In quel contesto, la superiorità etica non era un ornamento, bensì il fondamento stesso della ragion d’essere della sinistra. Allo stesso tempo, il compromesso storico rivelava una lucidità tragica: la consapevolezza che la forza del PCI, per quanto enorme sul piano sociale e culturale, non fosse sufficiente a governare da sola un Paese pienamente inserito nel blocco occidentale e nei suoi equilibri geopolitici. Era una politica che conosceva i propri limiti, ma non per questo rinunciava a forzarli. Tragica, appunto, nel senso classico: consapevole dei vincoli eppure determinata a misurarsi con essi.
La fine del PCI, dopo il crollo del Muro di Berlino, segnò il primo trauma irreversibile. La svolta della Bolognina non fu solo un cambio di nome o di simbolo, quanto la rottura esplicita di una tradizione. Il Partito Democratico della Sinistra nacque con l’ambizione di traghettare quella storia dentro una nuova epoca, ma lo fece attraverso una drastica semplificazione. Gran parte del patrimonio teorico e simbolico venne accantonato in fretta, spesso senza una vera elaborazione critica. Il comunismo fu archiviato più come colpa da espiare che come esperienza storica da comprendere, con le sue ombre ma anche con le sue conquiste.
Con il PDS cambiò il linguaggio e cambiò l’orizzonte. La trasformazione radicale della società uscì progressivamente dal vocabolario politico, sostituita dall’obiettivo dell’integrazione piena nella socialdemocrazia europea. Il problema è che questo avvenne proprio nel momento in cui quella stessa socialdemocrazia iniziava a perdere forza, schiacciata dalla globalizzazione e dall’avanzata del pensiero neoliberale. Da qui nacque un equivoco destinato a durare a lungo: l’idea che la modernità coincidesse con la moderazione, che la governabilità fosse un valore superiore al conflitto, che il mercato rappresentasse un dato naturale da correggere solo ai margini, senza mai metterne in discussione le fondamenta.


I Democratici di Sinistra (DS) segnarono un ulteriore passo lungo questa traiettoria. Il partito si allargò, inglobò altre culture politiche, tentò di presentarsi come forza di governo stabile e affidabile. Ma nel farlo si allontanò sempre di più dal suo popolo originario. Le riforme del lavoro, la stagione delle privatizzazioni, il rapporto ambiguo con il neoliberismo produssero una frattura profonda con il mondo del lavoro dipendente. Non si trattò di una scelta improvvisa o di un tradimento consapevole, piuttosto di una deriva graduale, alimentata dall’idea che non esistessero alternative credibili all’economia di mercato globalizzata, se non una sua gestione più efficiente e meno brutale.
Con la nascita del Partito Democratico la mutazione è diventata strutturale. Il PD non si è definito più come partito di sinistra in senso storico ma come forza che ambisce a rappresentare l’intero campo progressista e riformista. L’unione tra ex comunisti ed ex democristiani di sinistra è stata presentata come superamento delle ideologie, ma ha prodotto un’identità debole, spesso contraddittoria. Il partito ha perso definitivamente il carattere di massa, assumendo quello di un soggetto elettorale centrato sulla leadership, sulle primarie, sulla comunicazione. Le sezioni hanno chiuso o si sono svuotate, il rapporto quotidiano con i territori si è assottigliato, la militanza si è trasformata in attivismo intermittente. Il legame con i ceti popolari si è logorato ulteriormente. La sinistra di governo ha iniziato a parlare soprattutto il linguaggio della competenza, della responsabilità, dei vincoli europei. Categorie reali, certo, ma che diventano alibi quando non sono accompagnate da una visione alternativa. Il conflitto sociale ha smesso di essere considerato un motore di cambiamento ed è stato percepito come un problema da contenere. La politica si è ridotta sempre più a gestione dell’esistente, a mediazione tecnica, ad amministrazione dell’inevitabile.
È in questo scenario che è venuta fuori la leadership di Elly Schlein. La sua affermazione è nata come reazione a una lunga stagione di adattamento e di sconfitte elettorali. Ha portato con sé un lessico diverso, più attento ai diritti civili, alle questioni di genere, all’ambiente, alle sensibilità delle nuove generazioni. È stato un tentativo evidente di riaccendere una passione che sembrava spenta, di restituire al partito una tensione ideale. Ma anche qui riemerge il nodo irrisolto che accompagna la sinistra da decenni: come tenere insieme le battaglie simboliche e la questione materiale? Come parlare ai precari, agli operai, ai lavoratori poveri senza ridurre tutto a una questione di rappresentazione o di linguaggio inclusivo?
Il problema, in fondo, non è l’assenza di idee ma la loro frammentazione. Ogni passaggio, dal PCI al PD, ha comportato una sottrazione: meno radicamento sociale, meno conflitto, meno visione di lungo periodo. In cambio si sono ottenuti maggiore flessibilità, maggiore accettabilità istituzionale, maggiore presenza nei luoghi del potere. Ma a un prezzo altissimo: la perdita di una narrazione capace di dare senso alle disuguaglianze e di indicare un orizzonte credibile di trasformazione.
Da Berlinguer a Schlein, la sinistra italiana ha quindi progressivamente smesso di pensarsi come forza storica e ha iniziato a concepirsi come soggetto tra gli altri, costretto a inseguire l’esistente più che a sfidarlo. Questo è il vero dramma. Non le sconfitte elettorali in sé, né la crisi di consenso, ma la rinuncia implicita all’idea che la società possa essere cambiata in profondità. Eppure, come in ogni tragedia, il finale non è scritto una volta per tutte. La memoria di ciò che è stato non serve a costruire un museo ma a riaprire domande scomode. Che cos’è oggi la sinistra? Chi rappresenta davvero? Quali interessi è disposta a difendere anche quando questo costa consenso e potere? Senza affrontare fino in fondo questi nodi, ogni nuova leadership rischia di essere solo un altro atto di una lunga, irrisolta tragica rappresentazione.

 

 

 

 

 

L’ideologia

Fondamento del pensiero e arma della trasformazione
sociale in Rosmini, Galluppi e Gramsci

 

 

 

 

L’ideologia è un concetto che ha assunto molteplici significati nel corso della storia del pensiero filosofico e politico, venendo declinata in diverse maniere a seconda del contesto e degli autori che ne hanno trattato. A partire dalle riflessioni di alcuni pensatori chiave come Antonio Rosmini, Pasquale Galluppi e Antonio Gramsci, si può osservare come l’ideologia sia stata interpretata e utilizzata in modo diversificato, a volte con sfumature più teoriche e astratte, altre volte con implicazioni fortemente concrete e politiche.
Antonio Rosmini, filosofo italiano del XIX secolo, è uno dei pensatori che ha dato un contributo importante alla riflessione sull’ideologia nel contesto della filosofia idealista. Per Rosmini, l’ideologia non è semplicemente una costruzione sociale o politica, bensì una “scienza del lume intellettivo”. In questo senso, l’ideologia è legata al modo in cui l’uomo utilizza l’intelletto per rendere comprensibili i fenomeni sensibili, cioè tutto ciò che percepisce con i sensi. Secondo Rosmini, il processo conoscitivo parte dai dati sensibili, che, attraverso l’ideologia, vengono resi intelligibili grazie all’intervento del lume intellettivo, una sorta di luce della ragione che consente all’uomo di trasformare l’esperienza sensibile in sapere universale. Questo concetto si inserisce in una visione epistemologica idealista, dove l’intelletto è la chiave di volta per comprendere il mondo e per organizzare il sapere in una forma sistematica. La funzione dell’ideologia, dunque, non è solo di descrivere il mondo, ma di renderlo intelligibile in maniera universale e coerente, attraverso un processo che parte dall’esperienza e arriva alla conoscenza astratta e concettuale.

Pasquale Galluppi, contemporaneo di Rosmini, offre una concezione dell’ideologia incentrata sul ruolo delle idee nel processo del ragionamento. Per Galluppi, l’ideologia è la “scienza delle idee essenziali al ragionamento”, ovvero di quelle idee che formano la base del pensiero logico e argomentativo. In questa visione, l’ideologia non è solo un sistema di rappresentazioni astratte, ma un insieme di strutture mentali necessarie per qualsiasi tipo di ragionamento. Le idee di cui parla Galluppi non sono semplici rappresentazioni della realtà, ma entità fondamentali che governano il modo in cui l’uomo pensa e ragiona. L’ideologia diventa così lo studio delle condizioni essenziali del pensiero, delle categorie fondamentali che l’intelletto deve possedere per poter formulare giudizi, inferenze e, in ultima analisi, per comprendere la realtà. La riflessione di Galluppi si collega a una tradizione filosofica che ha radici nella scolastica e nell’idealismo, in cui le idee sono viste come precondizioni per il pensiero. Questa concezione si differenzia dalla visione più moderna e politica dell’ideologia, che si presenterà in autori come Gramsci, ma resta centrale per comprendere come nel XIX secolo l’ideologia fosse strettamente legata a questioni epistemologiche e logiche.
Antonio Gramsci, filosofo e politico marxista italiano del XX secolo, rivoluziona il concetto di ideologia, spostando il discorso dal piano epistemologico a quello politico e sociale. Per Gramsci, l’ideologia non è una scienza astratta delle idee, ma un elemento centrale nella costruzione del “terreno sociale e politico” su cui si muovono gli esseri umani. In altre parole, l’ideologia diventa lo strumento con cui si plasmare la società e le relazioni di potere. Secondo Gramsci, l’ideologia è fondamentale per la formazione dell’egemonia culturale, ovvero quel processo attraverso il quale una classe dominante riesce a imporre la propria visione del mondo, rendendola accettabile anche alle classi subalterne. L’ideologia, in questo contesto, non è qualcosa di neutrale o semplicemente un riflesso della realtà, ma una costruzione attiva che serve a mantenere o a contestare lo status quo sociale e politico. Gramsci distingue tra “ideologie organiche”, che emergono spontaneamente dalle classi sociali in lotta per il potere, e “ideologie sovrastrutturali”, che sono quelle imposte dalla classe dominante attraverso istituzioni come la scuola, la Chiesa, i media e altre forme di controllo culturale. L’ideologia, quindi, per Gramsci non è solo una questione teorica, ma un campo di battaglia dove si decide l’orientamento politico e sociale di un’intera società.
Come concetto, quindi, l’ideologia, si presta a molteplici interpretazioni e approcci. Da una scienza del lume intellettivo per Rosmini, alla scienza delle idee essenziali al ragionamento per Galluppi, fino a diventare uno strumento di dominio e di lotta per Gramsci, l’ideologia si rivela una nozione centrale per comprendere non solo il modo in cui pensiamo e conosciamo il mondo, ma anche il modo in cui viviamo e agiamo nella società. Essa non è mai un’astrazione pura, ma un insieme di credenze e pratiche che influenzano profondamente il corso della storia umana.