Ultimamente, mi è stato spesso chiesto cosa pensassi del generale Vannacci da un punto di vista esclusivamente politico. Ci ho riflettuto e sono arrivato a una conclusione piuttosto semplice: Vannacci, ormai, è diventato un mestolo con cui la sinistra italiana (elettori, eletti, intellighenzia e organi di stampa allineati) continua ossessivamente a rimestare la propria brodaglia politica, morale, intellettuale e valoriale. Ogni volta che il contenuto di quel pentolone rischia di mostrarsi per ciò che è realmente, ecco che compare il mestolo Vannacci. E si ricomincia a mescolare freneticamente. Perché il problema è proprio questo: quel pentolone non può essere lasciato fermo. Se smettessero di rimestarlo, se per un solo istante cessassero di agitare il mestolo, diventerebbe impossibile ignorare ciò che contiene davvero. Affiorerebbero tutta la loro autoreferenzialità, tutta la loro presunzione di superiorità morale, tutta la distanza accumulata nei confronti della società reale e tutta l’incapacità di comprendere chi non si riconosce nel loro universo ideologico. E, allora, continuano a mescolare. Mescolano senza sosta, perché una brodaglia politica e culturale lasciata a riposo finisce inevitabilmente per fare ciò che fanno tutte le brodaglie avariate: smette di nascondere il proprio odore ed esala soltanto i miasmi della propria decomposizione.
Nella politica italiana vi sono figure che contano per ciò che fanno e figure che contano per ciò che rappresentano. Poi, esistono personaggi che finiscono per assumere un ruolo ancora diverso: diventano strumenti. Oggetti simbolici. Catalizzatori di paure, ossessioni, pregiudizi e riflessi condizionati. Il generale Roberto Vannacci appartiene a quest’ultima categoria.
Che lo si consideri un interprete del malessere di una parte del Paese, un provocatore, un fenomeno mediatico o un politico emergente, un dato appare difficile da contestare: negli ultimi tempi la sua figura è stata utilizzata da una parte significativa della sinistra italiana come un gigantesco contenitore polemico nel quale riversare ansie, frustrazioni e certezze ideologiche. Più che un avversario politico, Vannacci è diventato un utensile. Un mestolo con cui la sinistra rimesta continuamente la sua brodaglia politica e culturale.
L’immagine può apparire irriverente ma descrive bene il fenomeno. Ogni volta che il dibattito pubblico sembra avvicinarsi ai temi che preoccupano concretamente i cittadini, come il lavoro, la stagnazione economica, la crisi demografica, la sicurezza, il declino industriale, l’immigrazione incontrollata o la perdita di competitività internazionale, ecco che il mestolo torna a muoversi. Basta una dichiarazione di Vannacci, una sua intervista o una sua presa di posizione perché il dibattito venga immediatamente riportato sul terreno più familiare: quello dell’indignazione morale e della presunta superiorità intellettuale. In questo senso, Vannacci non è tanto il problema. È il pretesto.
Ogni cultura politica ha bisogno di un avversario. È normale. Fa parte della dinamica democratica. Tuttavia, esiste una differenza sostanziale tra confrontarsi con un avversario e aver bisogno di un nemico simbolico.
È chiaro che larga parte della sinistra contemporanea abbia progressivamente smarrito la capacità di definire se stessa attraverso un progetto autonomo e positivo. In passato, esistevano grandi narrazioni: la questione sociale, il lavoro, l’emancipazione economica, i diritti dei lavoratori, la riduzione delle disuguaglianze. Erano temi che permettevano di costruire consenso attorno a una proposta. Oggi, invece, sempre più spesso l’identità politica sembra fondarsi sulla contrapposizione morale. Non si è qualcosa. Si è contro qualcosa. Ecco, allora, che Vannacci diventa prezioso. Offre un bersaglio permanente. Consente di mantenere viva una mobilitazione emotiva che sarebbe difficile alimentare attraverso risultati politici concreti o attraverso una visione realmente innovativa del futuro. La polemica contro Vannacci assume una funzione identitaria. Non serve tanto a convincere chi è indeciso. Serve soprattutto a rassicurare chi è già convinto. È un rito collettivo attraverso il quale una comunità politica conferma a se stessa la propria appartenenza.

Esiste, poi, un secondo elemento, ancora più significativo, che ho largamente affrontato in uno dei miei ultimi saggi, uscito a marzo 2026 per HARbif Editore, intitolato “Vi abbiamo già appeso per i piedi una volta”. La sinistra italiana e l’odio politico mascherato da superiorità morale. Da molti anni, la sinistra italiana tende a interpretare il conflitto politico non come uno scontro tra idee diverse ma come una contrapposizione tra livelli diversi di consapevolezza morale. Non si tratta semplicemente di sostenere che una proposta sia migliore di un’altra. Si tratta di suggerire che chi sostiene determinate idee appartenga a un gradino etico superiore. Questa impostazione produce conseguenze profonde. Se il dissenso viene interpretato come un deficit morale, allora l’avversario non è più qualcuno con cui confrontarsi. Diventa qualcuno da correggere, da educare o da stigmatizzare. È qui che il caso Vannacci assume un significato emblematico.
Le sue posizioni vengono spesso contestate non attraverso una critica puntuale e argomentata, quanto mediante un meccanismo di delegittimazione morale. L’obiettivo non è quello di confutare una tesi ma di collocarla al di fuori del perimetro delle opinioni accettabili. Il problema di questo approccio è che finisce per trasformare il dibattito pubblico in una gara di certificazioni etiche. Chi possiede il patentino della virtù parla. Chi non lo possiede deve essere messo a tacere. Una democrazia matura, invece, dovrebbe funzionare esattamente al contrario: le idee si combattono con altre idee, non con scomuniche culturali.
Ciò che colpisce maggiormente nel dibattito attorno a Vannacci è il tono spesso acceso che lo caratterizza. Non è il tono dell’avversario che contesta. È il tono del professore che corregge. È il tono di chi non si limita a dire “non sono d’accordo” ma lascia intendere “non capisco come una persona ragionevole possa essere d’accordo”. Questa postura rappresenta uno dei principali fattori di allontanamento tra una parte della sinistra e ampi settori della società italiana. Per anni, milioni di persone hanno percepito di essere guardate dall’alto verso il basso. Le loro preoccupazioni sono state liquidate come paure irrazionali. Le loro opinioni come espressioni di ignoranza. Le loro sensibilità come residui culturali da superare. Quando una forza politica smette di ascoltare e inizia a spiegare costantemente ai cittadini perché dovrebbero pensarla diversamente, il rapporto di rappresentanza si deteriora. In questo contesto, Vannacci diventa il simbolo perfetto da combattere perché rappresenta tutto ciò che quella visione culturale considera inaccettabile. Ma proprio questa ossessione rischia di rafforzarne la popolarità. Molti cittadini non si identificano necessariamente nelle sue idee. Si identificano, però, nel fastidio verso chi pretende di possedere tutte le risposte.
La vicenda Vannacci mette in luce un problema più generale. La sinistra ha perso la capacità di comprendere il dissenso senza patologizzarlo. Se milioni di persone esprimono determinate preoccupazioni sull’immigrazione, sulla sicurezza, sull’identità nazionale o sulla trasformazione culturale dell’Occidente, la domanda dovrebbe essere: “Perché?”. Troppo spesso, invece, la risposta è: “Perché sono manipolate, disinformate, arretrate, ignoranti, fasciste”. È una risposta rassicurante per il loro campo ma intellettualmente poverissima in senso generale. La storia insegna che i fenomeni politici non si comprendono demonizzandoli. Si comprendono analizzandone le cause. Liquidare tutto come populismo, ignoranza, estremismo o fascismo significa rinunciare a capire la realtà. E quando la politica smette di capire la realtà, la realtà finisce per presentare il conto.
L’aspetto più interessante riguarda, poi, il linguaggio morale che accompagna certe polemiche. Molte delle reazioni più aggressive nei confronti di Vannacci vengono presentate come espressioni di altruismo, sensibilità civile o difesa dei valori democratici. Tali motivazioni possono pure essere sincere, tuttavia, non sempre la veemenza del linguaggio è proporzionata alle questioni in discussione. Talvolta, viene fuori qualcosa di diverso: una forma di ostilità politica profonda che, però, rifiuta di riconoscersi come tale. L’odio politico esiste in ogni campo ideologico. È una componente della natura umana. Il problema nasce quando una parte ritiene che soltanto il proprio odio sia moralmente giustificato. In quel momento, l’avversario non è più un cittadino che la pensa diversamente. Diventa una presenza da delegittimare, da marginalizzare o da ridicolizzare. Il conflitto democratico si trasforma così in una battaglia tra puri e impuri.
Alla fine, il fenomeno Vannacci racconta meno del generale e molto di più dei suoi oppositori. La sua figura funziona come uno specchio. Uno specchio nel quale una la sinistra continua a riflettersi senza accorgersene. Ogni attacco rivela più chiaramente le insicurezze di chi lo formula che non i limiti di chi lo riceve. Ogni indignazione rituale mette in evidenza una difficoltà crescente nel confrontarsi con una società che non accetta più gerarchie culturali prestabilite. Ogni tentativo di delegittimazione morale finisce per mostrare quanto sia fragile una posizione che non riesce più a convincere attraverso la forza delle proprie idee.
Per questo, il generale Vannacci appare sempre meno come il centro della vicenda. È diventato il mestolo con cui la sinistra continua a rimestare il proprio calderone: l’inettitudine politica trasformata in indignazione permanente, la presunzione elevata a metodo di confronto, la presunta superiorità morale utilizzata come sostituto del consenso e l’ostilità politica mascherata da virtù civile.
Ma ogni mestolo serve a mescolare qualcosa che già è nella pentola. E il vero problema non è l’utensile. È il contenuto!


La società aperta e i suoi nemici, pubblicata da Karl Popper in due volumi, tra il 1943 e il 1945, presenta una critica radicale al totalitarismo e difende con passione il valore delle società democratiche e liberali. La sua analisi si estende attraverso la filosofia, la storia e la politica, rendendola una pietra miliare nel pensiero del XX secolo.
La parte conclusiva dell’opera è dedicata alla difesa della società aperta, che Popper identifica con la democrazia liberale, interpretata non solo come un sistema politico, ma come ethos culturale che valorizza la libertà individuale, il pluralismo e il cambiamento progressivo attraverso metodi pacifici e razionali. La democrazia liberale è innanzitutto un processo. Non è statica né definita da una particolare configurazione istituzionale, ma è un sistema dinamico che consente il cambiamento e l’adattamento. Il filosofo critica le visioni utopiche che vedono la politica come ricerca di un ordine ideale e immutabile. Al contrario, asserisce che la società aperta sia caratterizzata da “una disposizione a imparare dall’errore”, qualità che permette alle società democratiche liberali di correggersi e migliorarsi continuamente. Eleva il concetto di tolleranza a principio fondamentale della società aperta, pur avvertendo contro il “paradosso della tolleranza”: infatti, la tolleranza illimitata può portare alla distruzione della tolleranza stessa, se si permette ai tolleranti di sfruttare la libertà offerta per sopprimere i diritti altrui. In una società aperta, la tolleranza richiede un equilibrio attivo, a cui i limiti sono posti per prevenire l’ascesa di forze intolleranti e autoritarie. Un aspetto risolutivo della democrazia liberale è costituito dall’importanza del disaccordo e del dibattito aperto. Popper sostiene che il progresso scientifico e sociale si verifichi per mezzo di un costante processo di congettura e confutazione, dove le teorie sono proposte, testate e spesso confutate. Analogamente, la democrazia deve operare attraverso un dialogo aperto e critico, in cui le politiche sono proposte, discusse e modificate in risposta ai giudizi e ai cambiamenti delle circostanze. Infine, pone una forte enfasi sui diritti individuali quale fondamento della democrazia liberale. La loro protezione non è solo una questione di giustizia legale o morale ma è essenziale per la creazione di un ambiente in cui gli individui possono pensare, esprimersi e agire senza paura di repressione, considerando ciò essenziale per il mantenimento di una società aperta e per il progresso continuo verso una migliore condizione umana.