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Roberto Vannacci:

il mestolo con cui la sinistra rimesta se stessa

 

 

 

 

Ultimamente, mi è stato spesso chiesto cosa pensassi del generale Vannacci da un punto di vista esclusivamente politico. Ci ho riflettuto e sono arrivato a una conclusione piuttosto semplice: Vannacci, ormai, è diventato un mestolo con cui la sinistra italiana (elettori, eletti, intellighenzia e organi di stampa allineati) continua ossessivamente a rimestare la propria brodaglia politica, morale, intellettuale e valoriale. Ogni volta che il contenuto di quel pentolone rischia di mostrarsi per ciò che è realmente, ecco che compare il mestolo Vannacci. E si ricomincia a mescolare freneticamente. Perché il problema è proprio questo: quel pentolone non può essere lasciato fermo. Se smettessero di rimestarlo, se per un solo istante cessassero di agitare il mestolo, diventerebbe impossibile ignorare ciò che contiene davvero. Affiorerebbero tutta la loro autoreferenzialità, tutta la loro presunzione di superiorità morale, tutta la distanza accumulata nei confronti della società reale e tutta l’incapacità di comprendere chi non si riconosce nel loro universo ideologico. E, allora, continuano a mescolare. Mescolano senza sosta, perché una brodaglia politica e culturale lasciata a riposo finisce inevitabilmente per fare ciò che fanno tutte le brodaglie avariate: smette di nascondere il proprio odore ed esala soltanto i miasmi della propria decomposizione.

 

 

 

Nella politica italiana vi sono figure che contano per ciò che fanno e figure che contano per ciò che rappresentano. Poi, esistono personaggi che finiscono per assumere un ruolo ancora diverso: diventano strumenti. Oggetti simbolici. Catalizzatori di paure, ossessioni, pregiudizi e riflessi condizionati. Il generale Roberto Vannacci appartiene a quest’ultima categoria.
Che lo si consideri un interprete del malessere di una parte del Paese, un provocatore, un fenomeno mediatico o un politico emergente, un dato appare difficile da contestare: negli ultimi tempi la sua figura è stata utilizzata da una parte significativa della sinistra italiana come un gigantesco contenitore polemico nel quale riversare ansie, frustrazioni e certezze ideologiche. Più che un avversario politico, Vannacci è diventato un utensile. Un mestolo con cui la sinistra rimesta continuamente la sua brodaglia politica e culturale.
L’immagine può apparire irriverente ma descrive bene il fenomeno. Ogni volta che il dibattito pubblico sembra avvicinarsi ai temi che preoccupano concretamente i cittadini, come il lavoro, la stagnazione economica, la crisi demografica, la sicurezza, il declino industriale, l’immigrazione incontrollata o la perdita di competitività internazionale, ecco che il mestolo torna a muoversi. Basta una dichiarazione di Vannacci, una sua intervista o una sua presa di posizione perché il dibattito venga immediatamente riportato sul terreno più familiare: quello dell’indignazione morale e della presunta superiorità intellettuale. In questo senso, Vannacci non è tanto il problema. È il pretesto.
Ogni cultura politica ha bisogno di un avversario. È normale. Fa parte della dinamica democratica. Tuttavia, esiste una differenza sostanziale tra confrontarsi con un avversario e aver bisogno di un nemico simbolico.
È chiaro che larga parte della sinistra contemporanea abbia progressivamente smarrito la capacità di definire se stessa attraverso un progetto autonomo e positivo. In passato, esistevano grandi narrazioni: la questione sociale, il lavoro, l’emancipazione economica, i diritti dei lavoratori, la riduzione delle disuguaglianze. Erano temi che permettevano di costruire consenso attorno a una proposta. Oggi, invece, sempre più spesso l’identità politica sembra fondarsi sulla contrapposizione morale. Non si è qualcosa. Si è contro qualcosa. Ecco, allora, che Vannacci diventa prezioso. Offre un bersaglio permanente. Consente di mantenere viva una mobilitazione emotiva che sarebbe difficile alimentare attraverso risultati politici concreti o attraverso una visione realmente innovativa del futuro. La polemica contro Vannacci assume una funzione identitaria. Non serve tanto a convincere chi è indeciso. Serve soprattutto a rassicurare chi è già convinto. È un rito collettivo attraverso il quale una comunità politica conferma a se stessa la propria appartenenza.


Esiste, poi, un secondo elemento, ancora più significativo, che ho largamente affrontato in uno dei miei ultimi saggi, uscito a marzo 2026 per HARbif Editore, intitolato “Vi abbiamo già appeso per i piedi una volta”. La sinistra italiana e l’odio politico mascherato da superiorità morale. Da molti anni, la sinistra italiana tende a interpretare il conflitto politico non come uno scontro tra idee diverse ma come una contrapposizione tra livelli diversi di consapevolezza morale. Non si tratta semplicemente di sostenere che una proposta sia migliore di un’altra. Si tratta di suggerire che chi sostiene determinate idee appartenga a un gradino etico superiore. Questa impostazione produce conseguenze profonde. Se il dissenso viene interpretato come un deficit morale, allora l’avversario non è più qualcuno con cui confrontarsi. Diventa qualcuno da correggere, da educare o da stigmatizzare. È qui che il caso Vannacci assume un significato emblematico.
Le sue posizioni vengono spesso contestate non attraverso una critica puntuale e argomentata, quanto mediante un meccanismo di delegittimazione morale. L’obiettivo non è quello di confutare una tesi ma di collocarla al di fuori del perimetro delle opinioni accettabili. Il problema di questo approccio è che finisce per trasformare il dibattito pubblico in una gara di certificazioni etiche. Chi possiede il patentino della virtù parla. Chi non lo possiede deve essere messo a tacere. Una democrazia matura, invece, dovrebbe funzionare esattamente al contrario: le idee si combattono con altre idee, non con scomuniche culturali.
Ciò che colpisce maggiormente nel dibattito attorno a Vannacci è il tono spesso acceso che lo caratterizza. Non è il tono dell’avversario che contesta. È il tono del professore che corregge. È il tono di chi non si limita a dire “non sono d’accordo” ma lascia intendere “non capisco come una persona ragionevole possa essere d’accordo”. Questa postura rappresenta uno dei principali fattori di allontanamento tra una parte della sinistra e ampi settori della società italiana. Per anni, milioni di persone hanno percepito di essere guardate dall’alto verso il basso. Le loro preoccupazioni sono state liquidate come paure irrazionali. Le loro opinioni come espressioni di ignoranza. Le loro sensibilità come residui culturali da superare. Quando una forza politica smette di ascoltare e inizia a spiegare costantemente ai cittadini perché dovrebbero pensarla diversamente, il rapporto di rappresentanza si deteriora. In questo contesto, Vannacci diventa il simbolo perfetto da combattere perché rappresenta tutto ciò che quella visione culturale considera inaccettabile. Ma proprio questa ossessione rischia di rafforzarne la popolarità. Molti cittadini non si identificano necessariamente nelle sue idee. Si identificano, però, nel fastidio verso chi pretende di possedere tutte le risposte.
La vicenda Vannacci mette in luce un problema più generale. La sinistra ha perso la capacità di comprendere il dissenso senza patologizzarlo. Se milioni di persone esprimono determinate preoccupazioni sull’immigrazione, sulla sicurezza, sull’identità nazionale o sulla trasformazione culturale dell’Occidente, la domanda dovrebbe essere: “Perché?”. Troppo spesso, invece, la risposta è: “Perché sono manipolate, disinformate, arretrate, ignoranti, fasciste”. È una risposta rassicurante per il loro campo ma intellettualmente poverissima in senso generale. La storia insegna che i fenomeni politici non si comprendono demonizzandoli. Si comprendono analizzandone le cause. Liquidare tutto come populismo, ignoranza, estremismo o fascismo significa rinunciare a capire la realtà. E quando la politica smette di capire la realtà, la realtà finisce per presentare il conto.
L’aspetto più interessante riguarda, poi, il linguaggio morale che accompagna certe polemiche. Molte delle reazioni più aggressive nei confronti di Vannacci vengono presentate come espressioni di altruismo, sensibilità civile o difesa dei valori democratici. Tali motivazioni possono pure essere sincere, tuttavia, non sempre la veemenza del linguaggio è proporzionata alle questioni in discussione. Talvolta, viene fuori qualcosa di diverso: una forma di ostilità politica profonda che, però, rifiuta di riconoscersi come tale. L’odio politico esiste in ogni campo ideologico. È una componente della natura umana. Il problema nasce quando una parte ritiene che soltanto il proprio odio sia moralmente giustificato. In quel momento, l’avversario non è più un cittadino che la pensa diversamente. Diventa una presenza da delegittimare, da marginalizzare o da ridicolizzare. Il conflitto democratico si trasforma così in una battaglia tra puri e impuri.
Alla fine, il fenomeno Vannacci racconta meno del generale e molto di più dei suoi oppositori. La sua figura funziona come uno specchio. Uno specchio nel quale una la sinistra continua a riflettersi senza accorgersene. Ogni attacco rivela più chiaramente le insicurezze di chi lo formula che non i limiti di chi lo riceve. Ogni indignazione rituale mette in evidenza una difficoltà crescente nel confrontarsi con una società che non accetta più gerarchie culturali prestabilite. Ogni tentativo di delegittimazione morale finisce per mostrare quanto sia fragile una posizione che non riesce più a convincere attraverso la forza delle proprie idee.
Per questo, il generale Vannacci appare sempre meno come il centro della vicenda. È diventato il mestolo con cui la sinistra continua a rimestare il proprio calderone: l’inettitudine politica trasformata in indignazione permanente, la presunzione elevata a metodo di confronto, la presunta superiorità morale utilizzata come sostituto del consenso e l’ostilità politica mascherata da virtù civile.
Ma ogni mestolo serve a mescolare qualcosa che già è nella pentola. E il vero problema non è l’utensile. È il contenuto!

 

 

 

 

 

 

Putin non è un tiranno: è un amministratore dell’obbedienza

John Locke non si fiderebbe di un potere
che governa “a norma di legge”

 

 

 

 

Uno dei padri del liberalismo moderno davanti al potere contemporaneo, senza slogan e senza indignazione facile. Con metodo, Locke riconosce in Putin non un’anomalia ma una forma moderna e raffinata di dominio: un potere che promette ordine mentre svuota il patto politico, che parla di consenso mentre educa all’obbedienza. Ne esce un ritratto tagliente e inquietante, che non riguarda solo la Russia ma tutte le società disposte a scambiare protezione con maturità politica. Perché il vero rischio non è il tiranno. È l’abitudine a non aspettarsi più nulla di meglio.

 

 

 

John Locke, lettore accanito di dossier, discorsi ufficiali, interviste calibrate e silenzi eloquenti. Sul suo tavolo, accanto ai Due trattati sul governo, c’è un fascicolo con scritto sopra “Vladimir Putin”. Lui lo apre non con indignazione ma con metodo. Perché prima di giudicare un uomo politico vuole capire il tipo di potere che quell’uomo incarna. E più legge, più riconosce qualcosa di familiare. Non Putin come novità storica, ma Putin come variazione moderna di un archetipo antico: il sovrano che parla il linguaggio dell’ordine mentre riscrive silenziosamente il patto politico.
Locke parte sempre da una premessa semplice: il potere nasce per riempire un vuoto ben preciso. Gli uomini rinunciano a parte della loro libertà non per amore dell’obbedienza ma per proteggere diritti concreti. Putin, agli occhi di Locke, appare invece come un leader che costruisce deliberatamente il vuoto per poi proporsi quale unica soluzione. Vuoto di sicurezza, vuoto di identità, vuoto di futuro. Il messaggio implicito è chiaro: senza di me, tutto crolla.
Locke riconosce subito la strategia. Nei suoi scritti combatteva l’idea che il potere fosse necessario perché l’uomo è naturalmente incapace di autogovernarsi. Putin, nel suo stile politico, sembra suggerire esattamente questo. Non lo dice apertamente, ma lo dimostra trattando la società come una materia fragile, da contenere più che da emancipare. Per Locke, questo è un segnale inequivocabile: quando un governo presuppone l’infantilità permanente dei cittadini, non sta proteggendo il patto. Sta preparandone la sospensione.
Putin ama presentarsi come leader sostenuto dalla volontà popolare. Il filosofo inglese non contesterebbe il dato numerico ma il processo che lo rende possibile. Per lui il consenso è valido solo se può essere revocato senza costi sproporzionati. Se criticare il potere comporta isolamento, perdita di lavoro, persecuzione legale o peggio, allora il consenso smette di essere una scelta e diventa un riflesso condizionato. Locke farebbe un paragone molto preciso: è come chiamare “accordo” il silenzio di qualcuno con una spada puntata alla gola. Formalmente non sta parlando. Sostanzialmente non può parlare. Putin, dal punto di vista lockiano, governa una società dove il consenso funziona più come abitudine che come decisione. E l’abitudine è una pessima base per la legittimità, perché può durare a lungo anche quando è vuota.
Locke aveva una fiducia enorme nella legge, ma solo a una condizione: che fosse superiore a chi governa. In Putin vede il contrario. Non l’assenza di legge ma la sua ipertrofia strategica. Leggi contro l’estremismo, contro la disinformazione, contro il tradimento, contro l’ingerenza. Tutte categorie elastiche, abbastanza vaghe da adattarsi al bisogno del momento. Locke annoterebbe che questo non è caos giuridico, è ordine selettivo. La legge non serve a limitare il potere ma a dargli una forma presentabile. È un bastone ben lucidato, non un argine. E quando la legge diventa uno strumento per distinguere i cittadini affidabili da quelli problematici, smette di essere universale. Diventa un linguaggio di minaccia educata.
Uno dei punti su cui il filosofo sarebbe più severo riguarda la proprietà. Per lui, possedere significa essere indipendenti dal capriccio altrui. In molti sistemi autoritari moderni, e la Russia putiniana è un esempio evidente, la proprietà esiste ma è condizionata. Sei ricco finché sei leale. Sei potente finché sei utile. Sei intoccabile finché non diventi un problema. Locke riconoscerebbe subito l’inversione. La proprietà non emancipa il cittadino dallo Stato, lo lega più strettamente a esso. Non è una garanzia contro l’arbitrio ma un incentivo all’obbedienza. È come se il potere dicesse: puoi avere tutto, purché ricordi che non è davvero tuo. Per Locke, questa non è una società di proprietari ma di ostaggi ben vestiti.


Putin fa un uso massiccio dell’idea di patria, di storia, di destino collettivo. Locke non disprezzava il senso di appartenenza; lo considerava politicamente pericoloso quando diventa un argomento finale. Se la patria giustifica tutto, allora nulla può essere discusso. Se dissentire significa tradire, allora il pensiero critico diventa un crimine emotivo prima ancora che legale. Locke farebbe un parallelo diretto con la monarchia assoluta che combatteva: allora era Dio a chiudere ogni discussione, oggi è la Nazione. Cambia il lessico, non la struttura. In entrambi i casi, il potere si sottrae al giudizio umano rivestendosi di una missione superiore. E per Locke, ogni potere che non accetta di essere giudicato ha già iniziato a degenerare.
Riguardo la guerra, il confronto diventa quasi didascalico. Locke sapeva che la guerra è il contesto ideale per espandere il potere esecutivo. Putin sembra muoversi con agio in un clima di conflitto permanente, reale o simbolico. Nemici esterni, accerchiamento, complotti. Tutto contribuisce a creare una società che vive in modalità emergenza. Locke sarebbe chiarissimo: l’emergenza può giustificare misure eccezionali solo se è temporanea e controllata. Quando diventa uno stato mentale permanente, non è più emergenza. È un sistema. E un sistema costruito sull’eccezione non può che produrre sudditi, non cittadini.
Putin, come molti leader forti, può sempre appellarsi al sostegno popolare. Locke non negherebbe il fatto, ma ne ridimensionerebbe il valore. Una maggioranza che approva la compressione dei diritti non rende quella compressione giusta. La maggioranza, dice Locke implicitamente, non è un oracolo morale. È uno strumento decisionale, non un criterio etico.
Qui il paragone diventa quasi una sentenza: Putin governa come se il numero dei consensi potesse sostituire il rispetto del patto originario. Il filosofo risponderebbe che un patto violato resta violato anche se applaudito.
Alla fine, Locke ridurrebbe tutto a una parola: fiducia. Il potere politico esiste perché qualcuno gli ha affidato qualcosa. Putin, nel suo modello, sembra considerare quella fiducia non come un prestito ma come una conquista. Non qualcosa da rinnovare ogni giorno ma qualcosa da difendere con ogni mezzo.
E qui Locke sarebbe implacabile e ironico insieme: un governo che teme il dissenso più dell’ingiustizia, che controlla l’informazione più della corruzione, che difende sé stesso più dei diritti, ha già perso il suo fondamento morale. Anche se resta in piedi. Anche se appare stabile. Anche se dura a lungo.
Chiudendo il fascicolo su Putin, Locke annoterebbe una frase secca: “Questo non è un tiranno nel senso classico. È qualcosa di più moderno e, quindi, più pericoloso: un amministratore dell’obbedienza”. Non governa solo con la forza ma con l’educazione alla dipendenza. Non chiede solo obbedienza, chiede assenso emotivo. E con un ultimo sarcasmo amaro, penserebbe che il problema non è tanto Putin in sé. È quanto una società sia stata preparata ad accettare un potere che promette protezione in cambio di maturità. Perché il vero fallimento di un patto politico non è quando il governo opprime il popolo. È quando il popolo smette di aspettarsi qualcosa di meglio.
La lezione lockiana resta semplice e scomoda: uno Stato che tratta i diritti come concessioni e il potere come destino non è una deviazione storica. È una tentazione permanente. E Putin, in questo senso, non è un’anomalia. È un promemoria.

 

 

 

 

Il paradosso della sottomissione

Potere e libertà nel Discorso sulla servitù volontaria
di Étienne de La Boétie

 

 

 

 

 

Il Discorso sulla servitù volontaria (Discours de la servitude volontaire) è un’opera scritta intorno al 1576 dal pensatore francese Étienne de La Boétie. Sebbene il testo sia breve, contiene una riflessione profonda sul potere e sull’obbedienza, tanto da renderlo uno dei testi più significativi nella storia del pensiero politico. Il suo fulcro è il paradosso della “servitù volontaria”, ovvero il fatto che interi popoli si sottomettano spontaneamente al dominio di un solo uomo, pur avendo la forza per rovesciarlo.
Étienne de La Boétie nacque nel 1530 a Sarlat, in Francia, e morì prematuramente nel 1563. Era un umanista e magistrato vicino al pensiero di Montaigne, che fu suo grande amico e che ne curò la memoria. Il Discorso sulla servitù volontaria fu probabilmente scritto quando La Boétie aveva circa 18 anni e non venne pubblicato durante la sua vita.
Il periodo in cui l’opera venne concepita era caratterizzato da un forte centralismo monarchico in Francia e dalla crescente tensione tra cattolici e protestanti, sfociata nelle guerre di religione. L’opera riflette dunque un contesto di instabilità e di dibattito sulla legittimità del potere e sull’obbedienza ai sovrani. Anche se alcuni hanno ipotizzato che fosse una critica implicita alla monarchia francese, il testo ha una portata più universale: non si scaglia contro un particolare regime, ma contro il principio stesso della tirannia e della sua accettazione passiva da parte dei popoli.
Il cuore del Discorso è il quesito centrale: perché le persone accettano la tirannia? La Boétie rifiuta l’idea che i tiranni governino esclusivamente attraverso la forza. Al contrario, egli sostiene che il potere di un oppressore derivi dal consenso che i sudditi gli concedono, anche inconsapevolmente. La servitù è dunque “volontaria”, non perché imposta apertamente, ma perché accettata per inerzia, paura o convenienza.

La Boétie identifica diversi meccanismi attraverso i quali i popoli finiscono per accettare la loro condizione di sottomissione. Le persone crescono in un contesto in cui il potere del tiranno viene considerato normale e inevitabile, sviluppando così un’abitudine alla sottomissione. I regimi, attraverso la propaganda e l’educazione, instillano nella popolazione l’idea che la loro autorità sia legittima, facendo uso di rituali, celebrazioni e simboli. L’illusione del beneficio personale spinge alcuni individui, soprattutto coloro che occupano posizioni di privilegio nel sistema, a sostenere la tirannia per interesse personale. Inoltre, i tiranni adottano la strategia del “divide et impera”, frammentando il popolo e impedendo la nascita di un’opposizione compatta.
Secondo La Boétie, una volta persa l’abitudine alla libertà, gli uomini non riescono più a concepirla e diventa loro naturale obbedire. Tuttavia, egli sottolinea che la libertà è la condizione naturale dell’uomo e che, dunque, la servitù è una degenerazione, un’aberrazione causata dall’accettazione passiva della sottomissione.
Un punto fondamentale del Discorso è la soluzione proposta per spezzare la servitù: la non cooperazione. La Boétie afferma che il tiranno non ha un potere intrinseco, ma dipende dai suoi sudditi per mantenerlo. Se il popolo smettesse di servire, il tiranno cadrebbe da solo, come un edificio privato delle fondamenta.
Questa idea anticipa il concetto di disobbedienza civile, che sarebbe poi stato sviluppato da filosofi e attivisti come Henry David Thoreau, Mahatma Gandhi e Martin Luther King Jr. La Boétie non incita alla ribellione violenta, ma suggerisce una resistenza passiva e il rifiuto di collaborare con il potere oppressivo.
Il Discorso sulla servitù volontaria ha avuto una lunga eco nella storia del pensiero politico e continua ad essere una lettura fondamentale per comprendere i meccanismi di potere e sottomissione. L’opera ha influenzato il pensiero anarchico e libertario, nonché i movimenti di resistenza non violenta. La sua attualità risiede nel fatto che molti regimi, anche democratici, si basano su dinamiche simili a quelle descritte da La Boétie. I governi possono manipolare l’opinione pubblica attraverso i media, educare alla deferenza verso l’autorità e mantenere il consenso mediante privilegi riservati a certe categorie. Anche oggi, la domanda posta dal filosofo francese rimane fondamentale: perché i popoli accettano il dominio di pochi? E come possono riappropriarsi della loro libertà?
Il Discorso sulla servitù volontaria è dunque un testo rivoluzionario che sfida la concezione tradizionale del potere. La Boétie mostra come il dominio di un tiranno sia possibile solo grazie alla collaborazione dei sudditi e suggerisce che la chiave per la liberazione risieda nella presa di coscienza e nel rifiuto di cooperare con l’oppressore. Il suo pensiero consegna una profonda riflessione sulla libertà individuale e sulla responsabilità collettiva nel mantenere o contrastare le ingiustizie politiche.

 

 

 

 

La lezione di Jorge da Burgos sul riso e sulla derisione
ai “politologi dell’odio”

 

 

 

 

Chi può dimenticare il monaco cieco Jorge da Burgos, il vero antagonista del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco? Un personaggio mirabilmente costruito dal celeberrimo semiologo, a cominciare dall’omaggio, nel nome, allo scrittore argentino Jorge Luis Borges. Un personaggio che risulta essere odioso (i personaggi meglio riusciti sono quelli in grado di suscitare nel lettore forti sentimenti). Un personaggio che affascina, pur senza addentrarsi nelle sfaccettature con le quali è stato caratterizzato, per la singolare quanto lugubre concezione che ha del riso. Ecco come ce lo presenta l’Autore:

 

Jorge da Burgos, interpretato dall’attore Fëdor Fëdorovič Šaljapin
nel film del 1986 “Il nome della rosa”, diretto da Jean-Jacques Annaud

 

E fu mentre tutti ancora ridevano che udimmo alle nostre spalle una voce, solenne e severa.
“Verba vana aut risui apta non loqui”.
Ci voltammo. Chi aveva parlato era un monaco curvo per il peso degli anni, bianco come la neve, non dico solo il pelo, ma pure il viso, e le pupille. Mi avvidi che era cieco. La voce era ancora maestosa e le membra possenti anche se il corpo era rattrappito dal peso dell’età. Ci fissava come se ci vedesse, e sempre anche in seguito lo vidi muoversi e parlare come se possedesse ancora il bene della vista. Ma il tono della voce era invece di chi possieda solo il dono della profezia.
“L’uomo venerando d’età e sapienza che vedete”, disse Malachia a Guglielmo indicandogli il nuovo venuto, “è Jorge da Burgos. Più vecchio di chiunque viva nel monastero, salvo Alinardo da Grottaferrata, egli è colui a cui moltissimi tra i monaci affidano il carico dei loro peccati nel segreto della confessione”. Poi, volgendosi al vegliardo: “Quello che sta davanti a voi è frate Guglielmo da Baskerville, nostro ospite”.
“Spero che non vi siate adirato per le mie parole”, disse il vecchio in tono brusco. “Ho udito persone che ridevano su cose risibili e ho ricordato loro uno dei principi della nostra regola. E come dice il salmista, se il monaco si deve astenere dai discorsi buoni per il voto di silenzio, a quanto maggior ragione deve sottrarsi ai discorsi cattivi. E come ci sono discorsi cattivi ci sono immagini cattive. E sono quelle che mentono circa la forma della creazione e mostrano il mondo al contrario di ciò che deve essere, è sempre stato e sempre sarà nei secoli dei secoli sino alla consunzione dei tempi. Ma voi venite da altro ordine, dove mi dicono è vista con indulgenza anche la giocondità più inopportuna”.
 
E, ancora, sul riso:
 
Si parlava del riso”, disse seccamente Jorge. “Le commedie erano scritte dai pagani per muovere gli spettatori al riso, e male facevano. Gesù Nostro Signore non raccontò mai commedie né favole, ma solo limpide parabole che allegoricamente ci istruiscono su come guadagnarci il paradiso, e così sia”.
“Mi chiedo”, disse Guglielmo, “perché siate tanto contrario a pensare che Gesù abbia mai riso. Io credo che il riso sia una buona medicina, come i bagni, per curare gli umori e le altre affezioni del corpo, in particolare la melanconia”.
“I bagni sono cosa buona”, disse Jorge, “e lo stesso Aquinate li consiglia per rimuovere la tristezza, che può essere passione cattiva quando non si rivolga a un male che possa essere rimosso attraverso l’audacia. I bagni restituiscono l’equilibrio degli umori. Il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti del viso, rende l’uomo simile alla scimmia”.
“Le scimmie non ridono, il riso è proprio dell’uomo, è segno della sua razionalità”, disse Guglielmo.
“È segno della razionalità umana anche la parola e con la parola si può bestemmiare Dio. Non tutto ciò che è proprio dell’uomo è necessariamente buono. Il riso è segno di stoltezza. Chi ride non crede in ciò di cui si ride, ma neppure lo odia. E dunque ridere del male significa non disporsi a combatterlo e ridere del bene significa disconoscere la forza per cui il bene è diffusivo di sé. Per questo la Regola dice: «decimus humilitatis gradus est si non sit facilis ac promptus in risu, quia scriptum est: stultus in risu exaltat vocem suam»”.
[…]
“Ma Ildeberto disse: «Admittendo tibi joca sunt post seria quaedam, sed tamen et dignis et ipsa gerenda modis.» E Giovanni di Salisbury ha autorizzato una modesta ilarità. E infine l’Ecclesiaste, di cui avete citato il passo a cui si riferisce la vostra Regola, dove si dice che il riso è proprio dello stolto, ammette almeno un riso silenzioso, dell’animo sereno”.
“L’animo è sereno solo quando contempla la verità e si diletta del bene compiuto, e della verità e del bene non si ride. Ecco perché Cristo non rideva. Il riso è fomite di dubbio.”
“Ma talora è giusto dubitare.”
“Non ne vedo la ragione. Quando si dubita occorre rivolgersi a un’autorità, alle parole di un padre o di un dottore, e cessa ogni ragione di dubbio. Mi sembrate imbevuto di dottrine discutibili, come quelle dei logici di Parigi. Ma san Bernardo seppe bene intervenire contro il castrato Abelardo che voleva sottomettere tutti i problemi al vaglio freddo e senza vita di una ragione non illuminata dalle scritture, pronunciando il suo è così e non è così. Certo colui che accetti queste idee pericolosissime può anche apprezzare il gioco dell’insipiente che ride di ciò di cui solo si deve sapere l’unica verità, che è già stata detta una volta per tutte. Così ridendo l’insipiente dice implicitamente «Deus non est»”.

 

Copertina de “Il nome della rosa”, Bompiani, 1980

 

Un personaggio, Jorge, che odia. Odia il riso e la derisione. Li odia perché li teme. Ma teme soprattutto la derisione di ciò di cui ha paura:

“Ma cosa ti ha spaventato in questo discorso sul riso? Non elimini il riso eliminando questo libro”. Chiese Guglielmo.
“No, certo”, rispose Jorge. “Il riso è la debolezza, la corruzione, l’insipidità della nostra carne. È il sollazzo per il contadino, la licenza per l’avvinazzato, anche la Chiesa nella sua saggezza ha concesso il momento della festa, del carnevale, della fiera, questa polluzione diurna che scarica gli umori e trattiene da altri desideri e da altre ambizioni… Ma così il riso rimane cosa vile, difesa per i semplici, mistero dissacrato per la plebe. Lo diceva anche l’apostolo, piuttosto di bruciare, sposatevi. Piuttosto di ribellarvi all’ordine voluto da Dio, ridete e dilettatevi delle vostre immonde parodie dell’ordine, alla fine del pasto, dopo che avete vuotato le brocche e i fiaschi. Eleggete il re degli stolti, perdetevi nella liturgia dell’asino e del maiale, giocate a rappresentare i vostri saturnali a testa in giù… Ma qui, qui…” ora Jorge batteva il dito sul tavolo, vicino al libro che Guglielmo teneva davanti”, qui si ribalta la funzione del riso, la si eleva ad arte, le si aprono le porte del mondo dei dotti, se ne fa oggetto di filosofia, e di perfida teologia… Tu hai visto ieri come i semplici possono concepire, e mettere in atto, le più torbide eresie, disconoscendo e le leggi di Dio e le leggi della natura. Ma la chiesa può sopportare l’eresia dei semplici, i quali si condannano da soli, rovinati dalla loro ignoranza. La incolta dissennatezza di Dolcino e dei suoi pari non porrà mai in crisi l’ordine divino. Predicherà violenza e morirà di violenza, non lascerà traccia, si consumerà così come si consuma il carnevale, e non importa se durante la festa si sarà prodotta in terra, e per breve tempo, l’epifania del mondo alla rovescia. Basta che il gesto non si trasformi in disegno, che questo volgare non trovi un latino che lo traduca. Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile. Ma questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza. Quando ride, mentre il vino gli gorgoglia in gola, il villano si sente padrone, perché ha capovolto i rapporti di signoria: ma questo libro potrebbe insegnare ai dotti gli artifici arguti, e da quel momento illustri, con cui legittimare il capovolgimento. Allora si trasformerebbe in operazione dell’intelletto quello che nel gesto irriflesso del villano è ancora e fortunatamente operazione del ventre. Che il riso sia proprio dell’uomo è segno del nostro limite di peccatori. Ma da questo libro quante menti corrotte come la tua trarrebbero l’estremo sillogismo, per cui il riso è il fine dell’uomo! Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio. E da questo libro potrebbe partire la scintilla luciferina che appiccherebbe al mondo intero un nuovo incendio: e il riso si disegnerebbe come l’arte nuova, ignota persino a Prometeo, per annullare la paura. Al villano che ride, in quel momento, non importa di morire: ma poi, cessata la sua licenza, la liturgia gli impone di nuovo, secondo il disegno divino, la paura della morte. E da questo libro potrebbe nascere la nuova e distruttiva aspirazione a distruggere la morte attraverso l’affrancamento dalla paura. E cosa saremmo, noi creature peccatrici, senza la paura, forse il più provvido, e affettuoso dei doni divini? Per secoli i dottori e i padri hanno secreto profumate essenze di santo sapere per redimere, attraverso il pensiero di ciò che è alto, la miseria e la tentazione di ciò che è basso. E questo libro, giustificando come miracolosa medicina la commedia, e la satira e il mimo, che produrrebbero la purificazione dalle passioni attraverso la rappresentazione del difetto, del vizio, della debolezza, indurrebbe i falsi sapienti a tentar di redimere (con diabolico rovesciamento) l’alto attraverso l’accettazione del basso. Da questo libro deriverebbe il pensiero che l’uomo può volere sulla terra (come suggeriva il tuo Bacone a proposito della magìa naturale) l’abbondanza stessa del paese di Cuccagna. Ma è questo che non dobbiamo e non possiamo avere. Guarda i monacelli che si svergognano nella parodia buffonesca della Coena Cypriani. Quale diabolica trasfigurazione della sacra scrittura! Eppure nel farlo sanno che ciò è male. Ma il giorno che la parola del Filosofo giustificasse i giochi marginali della immaginazione entro si perderebbe ogni traccia. Il popolo di Dio si trasformerebbe in una assemblea di mostri eruttati dagli abissi della terra incognita, e in quel momento la periferia della terra conosciuta diventerebbe il cuore dell’impero cristiano, gli arimaspi sul trono di Pietro, i blemmi nei monasteri, i nani dal ventre grosso e dalla testa immensa a guardia della biblioteca! I servi a dettare la legge, noi (ma anche tu, allora) a ubbidire alla vacanza di ogni legge. Disse un filosofo greco (che il tuo Aristotele qui cita, complice e immonda auctoritas) che si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà. La prudenza dei nostri padri ha fatto la sua scelta: se il riso è il diletto della plebe, la licenza della plebe venga tenuta a freno e umiliata, e intimorita con la severità. E la plebe non ha armi per affinare il suo riso sino a farlo diventare strumento contro la serietà dei pastori che devono condurla alla vita eterna e sottrarla alle seduzioni del ventre, delle pudenda, del cibo, dei suoi sordidi desideri. Ma se qualcuno un giorno, agitando le parole del Filosofo, e quindi parlando da filosofo, portasse l’arte del riso a condizione di arma sottile, se alla retorica della convinzione si sostituisse la retorica dell’irrisione, se alla topica della paziente e salvifica costruzione delle immagini della redenzione si sostituisse la topica dell’impaziente decostruzione e dello stravolgimento di tutte le immagini più sante e venerabili – oh quel giorno anche tu e tutta la tua sapienza, Guglielmo, ne sareste travolti!”.

Le periodiche riflessioni che compio confrontandomi col capolavoro di Umberto Eco mi hanno indotto a scovare paralleli (certamente assenti nelle intenzioni dell’Autore) tra Jorge da Burgos, l’odio, la derisione e i “politologi dell’odio”, espressione, quest’ultima, con la quale definisco quei sostenitori di qualsiasi parte politica, che siano giornalisti, opinionisti o semplici cittadini, capaci soltanto di manifestare odio verso “quelli dell’altra parte”, meramente perché si trovano dall’altra parte, e di deriderli.
La lezione di Jorge da Burgos sul riso e sulla derisione, come atteggiamento e pratica di chi odia gli avversari politici, è la seguente: deridere con odio un leader politico avversario è dannoso, perché la derisione lo rende meno “pauroso” agli occhi dei suoi possibili sostenitori (“Il riso libera il villano dalla paura del diavolo, perché nella festa degli stolti anche il diavolo appare povero e stolto, dunque controllabile”). Ridicolizzare un esponente politico, parlandone spasmodicamente in termini sarcastici e dileggiatori, da un lato, irrita i suoi sostenitori, i quali, controbattendo, sviliscono il dibattito con argomentazioni solitamente di pari grado, e, dall’altro, lo riportano a una dimensione comune, da uomo comune, che lo rende suscettibile di instillare “simpatia”, aumentandone inevitabilmente il consenso. Per cui, se si vuole arrecare danno a un leader politico avversario e ridurne il consenso bisogna parlarne il meno possibile, laddove oggi, specialmente sui social network, è un vomitare continuo di odio, dileggio e derisione contro gli esponenti politici avversari. Poi, è facile giustificarne l’ascesa al governo con l’analfabetismo funzionale degli elettori che lo votano. È troppo facile, perbacco!

 

Umberto Eco (1932-2016)