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La pacificazione che non possono permettersi

Perché la sinistra italiana ha bisogno del “fascismo eterno”

 

 

 

 

Dopo oltre ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale e decenni dalla conclusione degli anni di piombo, in Italia è ancora difficile parlare di una vera pacificazione nazionale. E se il problema non fosse la storia ma l’uso politico che se ne continua a fare? La mia è una tesi netta e controversa: finché la memoria del Novecento resterà lo strumento con cui larga parte della sinistra italiana rivendica la propria presunta superiorità morale per delegittimare il nemico politico, la riconciliazione resterà un obiettivo lontano. Un invito a discutere, senza slogan, del rapporto tra memoria, politica e democrazia.

 

 

Da oltre ottant’anni l’Italia continua a discutere della propria storia come se la guerra civile del 1943-1945 fosse terminata ieri e come se gli anni di piombo appartenessero ancora al presente. È una singolarità tutta italiana. In quasi tutte le grandi democrazie occidentali le ferite del Novecento sono diventate oggetto di studio, riflessione e memoria condivisa. Nel nostro Paese, invece, continuano a essere uno strumento di lotta politica quotidiana.
La domanda, allora, è inevitabile: chi ha davvero interesse a mantenere aperto questo conflitto permanente?
Secondo una mia lettura, che negli ultimi anni ha trovato sempre più spazio nel dibattito pubblico, una larga parte della sinistra italiana non ha alcuna convenienza a una vera pacificazione nazionale. Non perché non conosca il valore della riconciliazione ma perché la riconciliazione farebbe crollare uno dei principali pilastri su cui ha costruito per decenni la propria legittimazione politica: l’idea di rappresentare, per definizione, il lato moralmente giusto della storia.
Questa convinzione ha prodotto un’anomalia democratica. In una normale dialettica politica, destra e sinistra dovrebbero confrontarsi sulla qualità delle rispettive proposte, sulla capacità di governare, sulla crescita economica, sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul welfare, sulla scuola e sulla politica estera. In Italia, invece, troppo spesso il confronto viene spostato su un altro piano: quello della moralità. Non si discute se una proposta sia efficace oppure no. Si insinua prima che chi la propone sia moralmente sospetto.
È una dinamica che si ripete ciclicamente. Ogni volta che il centrodestra conquista consenso elettorale, riaffiorano immediatamente accuse di ritorno al fascismo, allarmi democratici, richiami alla Resistenza, appelli contro inesistenti derive autoritarie. Non importa quanto sia cambiato il contesto storico, quanto siano mutate le classi dirigenti o quanto siano diverse le questioni in discussione. Il riflesso condizionato resta sempre lo stesso: evocare il passato per delegittimare il presente.
Questo meccanismo produce un vantaggio politico evidente. Se la sinistra riesce a presentarsi come depositaria esclusiva della democrazia e dell’antifascismo, ogni avversario può essere collocato automaticamente in una posizione difensiva. Non importa quali siano i programmi, le riforme o i risultati amministrativi. Prima di tutto bisogna dimostrare di non essere ciò che gli altri insinuano. È un processo che altera profondamente il principio di uguaglianza tra le forze democratiche.
La Resistenza ha rappresentato uno dei momenti fondativi della Repubblica italiana e nessuna persona in buona fede può negarne il valore storico nella liberazione dal nazifascismo. Ma una cosa è riconoscere questo dato storico, un’altra è trasformare quell’eredità in una sorta di certificato permanente di superiorità politica. Per decenni, infatti, l’antifascismo è stato interpretato non soltanto come un valore costituzionale ma anche come un marchio identitario esclusivo della sinistra. Da questa impostazione deriva una conseguenza precisa: se la sinistra incarna automaticamente il bene democratico, la destra viene inevitabilmente rappresentata come il soggetto che deve continuamente giustificarsi. È una presunzione morale che finisce per sostituire il confronto politico.
Il paradosso è evidente. La Repubblica italiana è sufficientemente matura da consentire l’alternanza di governo tra forze diverse, ma non abbastanza, secondo questa narrazione, da riconoscere piena dignità politica ai propri avversari senza richiamare costantemente fantasmi del passato. Se davvero si arrivasse a una pacificazione condivisa, questo schema salterebbe completamente.
La memoria della Resistenza rimarrebbe patrimonio di tutti gli italiani e non di una sola area politica. Il fascismo resterebbe una pagina definitivamente chiusa della storia nazionale. L’antifascismo tornerebbe a essere un principio costituzionale condiviso e non una clava da utilizzare contro l’attuale destra.
Ma proprio qui nasce il problema.
Una simile evoluzione costringerebbe la politica a confrontarsi esclusivamente sul presente. E quando il passato non può più essere utilizzato come arma polemica, diventa inevitabile discutere di tasse, salari, pensioni, energia, industria, sanità, infrastrutture, sicurezza e politica internazionale. In altre parole, bisognerebbe vincere il consenso con le idee e con i risultati, non con la rendita simbolica della storia.


Lo stesso ragionamento vale per gli anni di piombo.
Quella stagione ha rappresentato uno dei momenti più bui della Repubblica. Il terrorismo rosso e quello nero colpirono lo Stato, le istituzioni e centinaia di cittadini innocenti. Eppure, ancora oggi, il modo in cui quel periodo viene ricordato continua a suscitare polemiche.
Secondo la mia lettura, permane una memoria selettiva. Alcune responsabilità vengono continuamente richiamate, altre sembrano trovare maggiore indulgenza o sono raccontate con un linguaggio meno netto. Ne deriva l’impressione che il giudizio storico sia stato, almeno in parte, influenzato dalle appartenenze ideologiche.
Una pacificazione autentica imporrebbe, invece, un principio semplice: ogni terrorismo è incompatibile con la democrazia, indipendentemente dal colore politico di chi lo pratica. Non dovrebbero esistere vittime di serie A e vittime di serie B, né terroristi da comprendere (i “compagni che sbagliano”) e terroristi soltanto da condannare. Tuttavia, questa normalizzazione sembra incontrare resistenze. Perché?
La risposta è politica prima ancora che culturale. Se venisse meno la distinzione permanente tra chi può rivendicare una presunta superiorità morale e chi deve continuamente difendersi da accuse legate al passato, cambierebbe profondamente il terreno dello scontro democratico. Cadrebbe l’ultima delle grandi narrazioni identitarie della sinistra italiana. Scomparirebbe la possibilità di trasformare ogni competizione elettorale in uno scontro tra “democratici” e “antidemocratici”, tra “custodi della Costituzione” e “potenziali nemici della Repubblica”. Resterebbe soltanto ciò che dovrebbe essere normale in qualsiasi democrazia liberale: una competizione tra programmi, idee e capacità di governo.
Naturalmente, molti esponenti della sinistra respingono questa critica. Essi sostengono che il richiamo costante alla Resistenza e all’antifascismo sia un dovere civico, necessario per impedire il riaffacciarsi di culture autoritarie. È una posizione legittima, che merita di essere ascoltata e discussa. Ma resta aperta una questione di fondo.
Quando il ricorso al passato diventa sistematico e viene utilizzato per qualificare moralmente l’avversario più che per comprendere la storia, il rischio è che la memoria smetta di essere uno strumento di conoscenza e diventi un’arma politica.
La democrazia vive del confronto tra idee, non della demonizzazione permanente dell’avversario. Se ogni elezione viene raccontata come una battaglia finale tra il bene e il male, la politica perde razionalità e si trasforma in una guerra culturale senza fine.
Forse è arrivato il momento di chiedersi se l’Italia abbia davvero bisogno di continuare a combattersi sulle trincee del Novecento o se non sia finalmente giunto il tempo di misurare tutti, destra e sinistra, con lo stesso metro: quello delle idee, dei risultati e del rispetto delle regole democratiche. Perché una democrazia adulta non ha bisogno di superiorità morali autoproclamate. Ha bisogno di cittadini liberi di scegliere tra alternative politiche legittime, senza che la sinistra possa rivendicare il monopolio della virtù e assegnare alla destra, in eterno, il ruolo dell’imputato della storia.

 

 

Questa mia tesi può essere approfondita nel volume che ho pubblicato a marzo 2026, per i tipi di HARbif Editore, intitolato: “Vi abbiamo già appeso per i piedi una volta”. La sinistra italiana e l’odio politico mascherato da superiorità morale.

 

 

 

 

Compagni che sbagliano

La retorica vigliacca sulla violenza politica

 

 

 

Qui non si fanno sconti. Si smonta una delle formule più ipocrite della storia politica italiana e la si chiama col suo nome: una resa morale. “Compagni che sbagliano” è stato un alibi. Un modo per attenuare l’orrore, salvare l’identità e rimuovere le vittime. Le Brigate Rosse non erano ragazzi confusi ma terroristi consapevoli. L’ambiguità coltivata per anni attorno a quell’epoca, anche nell’area del Partito Comunista Italiano, ha lasciato un’eredità tossica che paghiamo ancora oggi, perché senza parole nette non c’è memoria, e senza memoria non c’è politica, solo autoassoluzione.

 

 

Per anni, una parte consistente della sinistra italiana ha usato una formula rassicurante quanto devastante: “compagni che sbagliano”. Una frase che sembra uscita da una riunione di sezione, detta a bassa voce, come se bastasse abbassare il tono per ridurre la portata di ciò che è accaduto. E, invece, quella formula non è mai stata neutra. È stata una scelta. Una scelta politica, culturale e morale, che ha avuto effetti profondi e duraturi nel modo in cui l’Italia ha raccontato a se stessa la stagione del terrorismo rosso.
Dire “compagni che sbagliano” significò, prima di tutto, salvare l’identità e sacrificare la verità. Significò dire: sono dei nostri, anche se hanno preso una strada sbagliata. Ma non era una strada sbagliata qualsiasi. Era la strada della lotta armata, del sequestro, dell’omicidio politico. Era la strada imboccata consapevolmente dalle Brigate Rosse, che non agirono per confusione o ingenuità quanto per convinzione ideologica. Non erano ragazzi travolti dagli eventi. Erano militanti che studiavano, pianificavano, colpivano. Con metodo. Con disciplina. Con una visione del mondo che metteva la pistola al posto del consenso e la clandestinità al posto della democrazia.
Eppure, una parte del mondo che orbitava intorno al Partito Comunista Italiano ha preferito usare il linguaggio dell’attenuazione. Non sempre per complicità diretta, certo, piuttosto per paura di rompere una continuità simbolica. Ammettere che quelle persone non fossero “compagni”, ma terroristi, avrebbe implicato ammettere una frattura. Avrebbe imposto una distinzione netta, dolorosa, forse persino impopolare: da una parte la lotta politica, dall’altra la violenza criminale. Molto più semplice dire che avevano “sbagliato”. Come se l’errore fosse una deviazione momentanea, non una scelta strutturale.


Quella retorica ha avuto un effetto collaterale distruttivo: ha spostato il centro del discorso dai fatti alle intenzioni. Non importa ciò che hai fatto, importa da dove venivi. Non importa chi hai ucciso, importa contro chi pensavi di lottare. È un ribaltamento morale che in altri contesti non sarebbe mai stato accettato. Nessuno si sognerebbe di definire un terrorista di destra come “un patriota che sbaglia”. Eppure, a sinistra, questa indulgenza è stata tollerata, a volte persino difesa come segno di “complessità storica”.
La complessità, però, non giustifica l’ambiguità. E, soprattutto, non giustifica la rimozione delle vittime. Dietro quella formula anodina ci sono corpi, famiglie distrutte, istituzioni colpite al cuore. C’è il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, che non è stato un “incidente di percorso” ma il punto più alto di una strategia terroristica lucida e spietata. Parlare ancora oggi di “compagni che sbagliano” vuol dire guardare quella tragedia e tutte le altre della medesima matrice e abbassare lo sguardo, come se nominarle con le parole giuste fosse troppo scomodo.
C’è, poi, un altro aspetto, forse il più grave: questa retorica ha educato generazioni intere a una tolleranza implicita verso la violenza politica, purché provenga dal lato “giusto” della barricata. Ha trasmesso l’idea che l’uso delle armi sia un eccesso, non una negazione totale della politica. Che, in fondo, il problema non fosse la violenza in sé ma il fatto che fosse “isolata”, “non compresa dalle masse”. Un’idea pericolosa, perché lascia sempre aperta la porta a una futura giustificazione. Oggi non è il momento. Domani, chissà.
Alla fine, però, quella frase non ha protetto la sinistra. L’ha indebolita. L’ha resa incapace di fare davvero i conti con i propri fantasmi. Ha permesso a ex terroristi di reinventarsi come intellettuali incompresi, a certi ambienti di raccontarsi come vittime della storia invece che come parte di un conflitto reale e sanguinoso. Ha trasformato una tragedia nazionale in una disputa semantica, dove le parole servivano a smussare, non a chiarire.
Chiamare le Brigate Rosse per quello che sono state non è revisionismo, non è odio ideologico. È igiene morale. È l’unico modo per dire che la politica, se rinuncia al limite, diventa barbarie. E che nessuna appartenenza, nessuna storia, nessuna bandiera può trasformare il terrorismo in un semplice errore di percorso. Non erano compagni che sbagliavano. Erano terroristi che sceglievano. E continuare a fingere il contrario è l’errore più grande che certa sinistra si porta dietro ancora oggi.

 

 

 

 

Sciacalli della memoria 

Quando le vittime servono solo alla propaganda politica

 

 

 

Ciò che chiamiamo “memoria” è diventato un rito vuoto e ipocrita. Le commemorazioni dei tragici eventi degli anni di piombo non servono più a ricordare le vittime ma a usarle, come armi retoriche, come certificati morali, come munizioni da talk show. Qui si smonta, senza sconti, la liturgia ufficiale e la sua selettività interessata, mettendo a nudo una verità scomoda: finché il ricordo sarà piegato alle convenienze del presente, non sarà memoria ma bieca propaganda politica. 

 

 

Le commemorazioni degli eventi terroristici degli anni di piombo vengono spesso presentate come momenti solenni di memoria collettiva e rispetto. Nella pratica, però, si sono trasformate in occasioni di propaganda politica, in cui il ricordo delle vittime passa in secondo piano rispetto alla necessità di rafforzare una posizione, un’identità o uno schieramento.
Un primo segnale evidente è la selettività della memoria. Ogni anno si assiste a celebrazioni ufficiali molto visibili per alcuni eventi, mentre altri vengono ricordati in modo marginale o quasi silenzioso. Questa disparità non è casuale. Dipende da quanto un episodio si presta a sostenere una narrazione politica attuale. Nel dibattito pubblico contemporaneo, alcuni attentati vengono continuamente richiamati per delegittimare l’avversario politico, spesso con collegamenti forzati, se non inesistenti, tra la violenza di allora e le posizioni di oggi. Altri episodi, magari più scomodi o meno utili a una contrapposizione netta, vengono relegati a poche battute sui giornali e sui post in rete.
Un esempio evidente è il modo in cui le ricorrenze vengono trattate nei talk show e sui social media. Nei giorni delle commemorazioni, il confronto non ruota quasi mai attorno alle vite spezzate, alle storie personali delle vittime o alle conseguenze a lungo termine sulle loro famiglie. Al contrario, il centro della discussione diventa chi “può” o “non può” parlare, chi ha titolo per partecipare alle cerimonie, chi strumentalizza di più o di meno. Le vittime spariscono dal discorso, sostituite da polemiche immediate, atte soltanto a generare visibilità e consenso.
Anche il linguaggio istituzionale contribuisce a questo svuotamento. I discorsi ufficiali pronunciati durante le commemorazioni sono spesso intercambiabili da un anno all’altro. Cambiano i nomi degli oratori ma restano le stesse formule, gli stessi richiami generici alla democrazia e alla condanna della violenza. Raramente si entra nel merito delle responsabilità storiche, delle ambiguità dello Stato, del contesto sociale che rese possibile quel clima. Questo tipo di memoria rassicura, perché non mette in discussione nulla e si presta bene a essere usata come bandiera politica.


Un altro elemento attuale è l’uso simbolico delle commemorazioni in Parlamento o durante le campagne elettorali. Minuti di silenzio, citazioni selettive, richiami emotivi vengono inseriti in discorsi che hanno obiettivi ben precisi nel presente. Il ricordo diventa uno strumento retorico: serve a chiudere un intervento con un tono morale alto, a delegittimare l’avversario politico o a rafforzare l’immagine di serietà e responsabilità di chi parla. In questo contesto, le vittime non sono soggetti da ricordare ma argomenti da utilizzare.
C’è poi la questione delle famiglie delle vittime, che nella realtà attuale spesso denunciano di sentirsi usate. Molti familiari partecipano alle commemorazioni con un senso di disagio, consapevoli che la loro presenza è accettata solo finché non rompe lo schema. Quando qualcuno prova a esprimere una lettura diversa, a chiedere verità scomode o a rifiutare l’uso politico del ricordo, viene rapidamente isolato o ignorato. Questo dimostra come la memoria pubblica sia tollerata solo se controllabile.
Infine, la semplificazione continua degli anni di piombo ne impedisce qualsiasi comprensione reale. Nella narrazione dominante di oggi, quel periodo viene spesso ridotto a uno scontro netto tra bene e male, funzionale a tracciare linee ideologiche chiare nel presente. Ma una memoria che non ammette complessità non serve a evitare il ripetersi degli errori, serve solo a rafforzare appartenenze e a mantenere viva una contrapposizione permanente.
Ricordare davvero le vittime implicherebbe accettare il rischio di una memoria scomoda, che non produce consenso immediato e non si presta alla propaganda. Significherebbe parlare meno di identità politiche e più di responsabilità, di silenzi, di zone d’ombra. Finché le commemorazioni continueranno a funzionare come palcoscenici per il presente resteranno rituali vuoti: utili alla politica, alla partigianeria, alla delegittimazione dell’avversario, ma lontani dal rispetto autentico che quelle vittime meriterebbero.