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Sciacalli della memoria 

Quando le vittime servono solo alla propaganda politica

 

 

 

Ciò che chiamiamo “memoria” è diventato un rito vuoto e ipocrita. Le commemorazioni dei tragici eventi degli anni di piombo non servono più a ricordare le vittime ma a usarle, come armi retoriche, come certificati morali, come munizioni da talk show. Qui si smonta, senza sconti, la liturgia ufficiale e la sua selettività interessata, mettendo a nudo una verità scomoda: finché il ricordo sarà piegato alle convenienze del presente, non sarà memoria ma bieca propaganda politica. 

 

 

Le commemorazioni degli eventi terroristici degli anni di piombo vengono spesso presentate come momenti solenni di memoria collettiva e rispetto. Nella pratica, però, si sono trasformate in occasioni di propaganda politica, in cui il ricordo delle vittime passa in secondo piano rispetto alla necessità di rafforzare una posizione, un’identità o uno schieramento.
Un primo segnale evidente è la selettività della memoria. Ogni anno si assiste a celebrazioni ufficiali molto visibili per alcuni eventi, mentre altri vengono ricordati in modo marginale o quasi silenzioso. Questa disparità non è casuale. Dipende da quanto un episodio si presta a sostenere una narrazione politica attuale. Nel dibattito pubblico contemporaneo, alcuni attentati vengono continuamente richiamati per delegittimare l’avversario politico, spesso con collegamenti forzati, se non inesistenti, tra la violenza di allora e le posizioni di oggi. Altri episodi, magari più scomodi o meno utili a una contrapposizione netta, vengono relegati a poche battute sui giornali e sui post in rete.
Un esempio evidente è il modo in cui le ricorrenze vengono trattate nei talk show e sui social media. Nei giorni delle commemorazioni, il confronto non ruota quasi mai attorno alle vite spezzate, alle storie personali delle vittime o alle conseguenze a lungo termine sulle loro famiglie. Al contrario, il centro della discussione diventa chi “può” o “non può” parlare, chi ha titolo per partecipare alle cerimonie, chi strumentalizza di più o di meno. Le vittime spariscono dal discorso, sostituite da polemiche immediate, atte soltanto a generare visibilità e consenso.
Anche il linguaggio istituzionale contribuisce a questo svuotamento. I discorsi ufficiali pronunciati durante le commemorazioni sono spesso intercambiabili da un anno all’altro. Cambiano i nomi degli oratori ma restano le stesse formule, gli stessi richiami generici alla democrazia e alla condanna della violenza. Raramente si entra nel merito delle responsabilità storiche, delle ambiguità dello Stato, del contesto sociale che rese possibile quel clima. Questo tipo di memoria rassicura, perché non mette in discussione nulla e si presta bene a essere usata come bandiera politica.


Un altro elemento attuale è l’uso simbolico delle commemorazioni in Parlamento o durante le campagne elettorali. Minuti di silenzio, citazioni selettive, richiami emotivi vengono inseriti in discorsi che hanno obiettivi ben precisi nel presente. Il ricordo diventa uno strumento retorico: serve a chiudere un intervento con un tono morale alto, a delegittimare l’avversario politico o a rafforzare l’immagine di serietà e responsabilità di chi parla. In questo contesto, le vittime non sono soggetti da ricordare ma argomenti da utilizzare.
C’è poi la questione delle famiglie delle vittime, che nella realtà attuale spesso denunciano di sentirsi usate. Molti familiari partecipano alle commemorazioni con un senso di disagio, consapevoli che la loro presenza è accettata solo finché non rompe lo schema. Quando qualcuno prova a esprimere una lettura diversa, a chiedere verità scomode o a rifiutare l’uso politico del ricordo, viene rapidamente isolato o ignorato. Questo dimostra come la memoria pubblica sia tollerata solo se controllabile.
Infine, la semplificazione continua degli anni di piombo ne impedisce qualsiasi comprensione reale. Nella narrazione dominante di oggi, quel periodo viene spesso ridotto a uno scontro netto tra bene e male, funzionale a tracciare linee ideologiche chiare nel presente. Ma una memoria che non ammette complessità non serve a evitare il ripetersi degli errori, serve solo a rafforzare appartenenze e a mantenere viva una contrapposizione permanente.
Ricordare davvero le vittime implicherebbe accettare il rischio di una memoria scomoda, che non produce consenso immediato e non si presta alla propaganda. Significherebbe parlare meno di identità politiche e più di responsabilità, di silenzi, di zone d’ombra. Finché le commemorazioni continueranno a funzionare come palcoscenici per il presente resteranno rituali vuoti: utili alla politica, alla partigianeria, alla delegittimazione dell’avversario, ma lontani dal rispetto autentico che quelle vittime meriterebbero.

 

 

 

 

 

Compagni che sbagliano

La retorica vigliacca sulla violenza politica

 

 

 

Qui non si fanno sconti. Si smonta una delle formule più ipocrite della storia politica italiana e la si chiama col suo nome: una resa morale. “Compagni che sbagliano” è stato un alibi. Un modo per attenuare l’orrore, salvare l’identità e rimuovere le vittime. Le Brigate Rosse non erano ragazzi confusi ma terroristi consapevoli. L’ambiguità coltivata per anni attorno a quell’epoca, anche nell’area del Partito Comunista Italiano, ha lasciato un’eredità tossica che paghiamo ancora oggi, perché senza parole nette non c’è memoria, e senza memoria non c’è politica, solo autoassoluzione.

 

 

Per anni, una parte consistente della sinistra italiana ha usato una formula rassicurante quanto devastante: “compagni che sbagliano”. Una frase che sembra uscita da una riunione di sezione, detta a bassa voce, come se bastasse abbassare il tono per ridurre la portata di ciò che è accaduto. E, invece, quella formula non è mai stata neutra. È stata una scelta. Una scelta politica, culturale e morale, che ha avuto effetti profondi e duraturi nel modo in cui l’Italia ha raccontato a se stessa la stagione del terrorismo rosso.
Dire “compagni che sbagliano” significò, prima di tutto, salvare l’identità e sacrificare la verità. Significò dire: sono dei nostri, anche se hanno preso una strada sbagliata. Ma non era una strada sbagliata qualsiasi. Era la strada della lotta armata, del sequestro, dell’omicidio politico. Era la strada imboccata consapevolmente dalle Brigate Rosse, che non agirono per confusione o ingenuità quanto per convinzione ideologica. Non erano ragazzi travolti dagli eventi. Erano militanti che studiavano, pianificavano, colpivano. Con metodo. Con disciplina. Con una visione del mondo che metteva la pistola al posto del consenso e la clandestinità al posto della democrazia.
Eppure, una parte del mondo che orbitava intorno al Partito Comunista Italiano ha preferito usare il linguaggio dell’attenuazione. Non sempre per complicità diretta, certo, piuttosto per paura di rompere una continuità simbolica. Ammettere che quelle persone non fossero “compagni”, ma terroristi, avrebbe implicato ammettere una frattura. Avrebbe imposto una distinzione netta, dolorosa, forse persino impopolare: da una parte la lotta politica, dall’altra la violenza criminale. Molto più semplice dire che avevano “sbagliato”. Come se l’errore fosse una deviazione momentanea, non una scelta strutturale.


Quella retorica ha avuto un effetto collaterale distruttivo: ha spostato il centro del discorso dai fatti alle intenzioni. Non importa ciò che hai fatto, importa da dove venivi. Non importa chi hai ucciso, importa contro chi pensavi di lottare. È un ribaltamento morale che in altri contesti non sarebbe mai stato accettato. Nessuno si sognerebbe di definire un terrorista di destra come “un patriota che sbaglia”. Eppure, a sinistra, questa indulgenza è stata tollerata, a volte persino difesa come segno di “complessità storica”.
La complessità, però, non giustifica l’ambiguità. E, soprattutto, non giustifica la rimozione delle vittime. Dietro quella formula anodina ci sono corpi, famiglie distrutte, istituzioni colpite al cuore. C’è il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, che non è stato un “incidente di percorso” ma il punto più alto di una strategia terroristica lucida e spietata. Parlare ancora oggi di “compagni che sbagliano” vuol dire guardare quella tragedia e tutte le altre della medesima matrice e abbassare lo sguardo, come se nominarle con le parole giuste fosse troppo scomodo.
C’è, poi, un altro aspetto, forse il più grave: questa retorica ha educato generazioni intere a una tolleranza implicita verso la violenza politica, purché provenga dal lato “giusto” della barricata. Ha trasmesso l’idea che l’uso delle armi sia un eccesso, non una negazione totale della politica. Che, in fondo, il problema non fosse la violenza in sé ma il fatto che fosse “isolata”, “non compresa dalle masse”. Un’idea pericolosa, perché lascia sempre aperta la porta a una futura giustificazione. Oggi non è il momento. Domani, chissà.
Alla fine, però, quella frase non ha protetto la sinistra. L’ha indebolita. L’ha resa incapace di fare davvero i conti con i propri fantasmi. Ha permesso a ex terroristi di reinventarsi come intellettuali incompresi, a certi ambienti di raccontarsi come vittime della storia invece che come parte di un conflitto reale e sanguinoso. Ha trasformato una tragedia nazionale in una disputa semantica, dove le parole servivano a smussare, non a chiarire.
Chiamare le Brigate Rosse per quello che sono state non è revisionismo, non è odio ideologico. È igiene morale. È l’unico modo per dire che la politica, se rinuncia al limite, diventa barbarie. E che nessuna appartenenza, nessuna storia, nessuna bandiera può trasformare il terrorismo in un semplice errore di percorso. Non erano compagni che sbagliavano. Erano terroristi che sceglievano. E continuare a fingere il contrario è l’errore più grande che certa sinistra si porta dietro ancora oggi.