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L’Improbatio di Francesco della Marca

La contestazione teologica del potere

 

 

 

 

Nel 1329, papa Giovanni XXII pubblicò la bolla Quia vir reprobus, un documento che segnò un punto di rottura nel dibattito sulla povertà apostolica, condannando le posizioni più radicali dei frati spirituali. La bolla affermava che la proprietà privata, lungi dall’essere una conseguenza del peccato, sarebbe stata concessa da Dio fin dall’inizio della creazione. La tesi sottesa era che anche Cristo e gli apostoli avessero esercitato un qualche tipo di dominio sui beni materiali, sia pur in forma temperata. Tale visione giustificava teologicamente la ricchezza della Chiesa e il suo potere temporale, legittimandone l’uso e la difesa.
Contro questa posizione, Francesco della Marca, frate minore e pensatore formatosi nell’ambiente filosofico-scotista, nel 1330, scrisse l’Improbatio. Rifugiatosi presso la corte dell’imperatore Ludovico il Bavaro, si fece portavoce di una teologia della povertà evangelica intransigente, concepita come pratica spirituale e criterio decisivo per la legittimità del potere ecclesiastico. La sua opera fu una risposta serrata, argomentata e profondamente meditata alle tesi papali, una critica tanto teologica quanto politica, che riportò l’ideale francescano alle sue radici evangeliche più austere.
Il fulcro concettuale dell’Improbatio è la distinzione tra uso e proprietà. Secondo Francesco, Cristo e gli Apostoli non possedettero nulla in senso stretto: non esercitarono alcuna forma di dominio sulle cose ma si limitarono a farne uso secondo necessità. L’uso non equivale al possesso legale, né implica una rivendicazione stabile: è un uso povero, sobrio, legato al bisogno immediato e privo di ogni pretesa di controllo giuridico sul bene utilizzato. Questa distinzione non è solo formale ma comporta implicazioni teologiche e antropologiche decisive. La proprietà, nella visione di Francesco, non è parte della legge naturale, bensì un’istituzione derivata, nata dalla corruzione dell’uomo in seguito alla caduta. Nel paradiso, l’umanità viveva in perfetta comunione dei beni, senza alcuna necessità di stabilire regole di possesso. Soltanto con l’irruzione del peccato nasce l’esigenza della proprietà privata, non come dono divino ma come misura cautelativa contro la discordia e l’avidità. Da ciò deriva la tesi, assolutamente centrale per Francesco, che la Chiesa, in quanto erede della missione evangelica di Cristo, non possa legittimamente possedere beni in forma stabile. Ogni accumulo di ricchezza e ogni pretesa di dominio economico risultano estranei al Vangelo e, addirittura, in contraddizione con esso. La povertà, quindi, non è un consiglio per i più perfetti, quanto una condizione essenziale dell’essere cristiano e dell’autenticità ecclesiale.

La concezione della povertà come fondamento della giustizia evangelica porta Francesco a una critica radicale della ricchezza ecclesiastica. Egli vede nell’accumulo di beni da parte della Chiesa una degenerazione, un tradimento dell’insegnamento e dell’esempio di Cristo. La Curia romana, nel suo splendore materiale e nella sua pretesa di esercitare un potere simile a quello dei re, è per Francesco un’aberrazione istituzionale, un’imitazione del potere mondano che ha completamente smarrito la via evangelica. La sua critica non si ferma alla sfera spirituale ma si estende all’ambito economico e sociale. In particolare, Francesco prende posizione contro l’usura, che interpreta quale manifestazione estrema di un dominio ingiustificato sul tempo e sulla produzione. L’usura è un’appropriazione indebita, una forma di proprietà che non corrisponde a lavoro né a rischio e che si fonda su un diritto fittizio: quello di far fruttare il denaro come se avesse vita propria. Anche in questo caso, la violazione della distinzione tra uso e proprietà genera ingiustizia, perché trasforma ciò che dovrebbe essere condiviso e funzionale al bene comune in strumento di dominio e oppressione.
La riflessione di Francesco si estende anche al tema del potere, che egli affronta in chiave cristologica. Quando Cristo afferma, davanti a Pilato, che il suo regno non è di questo mondo, non compie una semplice dichiarazione teologica ma stabilisce un principio di separazione tra potere spirituale e potere temporale. Francesco interpreta questo passo evangelico come prova del fatto che Cristo non esercitò alcuna forma di autorità politica e che il Papa, in quanto suo vicario, non può pretendere per sé alcun dominio terreno in forma assoluta. La legittimità del potere civile, secondo Francesco, risiede nella comunità dei laici, che possono conferire autorità a un governante. Il potere politico, quindi, nasce dalla natura sociale dell’uomo, non da un’investitura sacrale. Il Papa può eventualmente esercitare un’influenza indiretta su questioni temporali, ma soltanto come guida spirituale, non come signore feudale. La sua funzione primaria è l’annuncio del Vangelo, non la gestione dei beni o la conduzione della guerra. In questa prospettiva, la plenitudo potestatis rivendicata dalla Chiesa romana appare come una distorsione: un’espansione indebita dell’autorità ecclesiastica in ambiti che non le competono e che, anzi, compromettono la sua missione spirituale. L’Improbatio diventa così anche una riflessione politica, che anticipa una concezione più laica del potere, pur mantenendosi saldamente radicata nella fede cristiana.
Sul piano giuridico, Francesco elabora una concezione dinamica del diritto: esso non nasce come assoluto ma come risposta storica alla corruzione. Il diritto alla proprietà è, pertanto, una costruzione tardiva, una forma di disciplina necessaria ma contingente, che serve a mantenere l’ordine dove la carità non basta più. Questa visione implica una lettura della storia umana come decadenza dall’originaria giustizia, ma anche come possibilità di recupero, attraverso l’imitazione della vita di Cristo e degli Apostoli. La Chiesa, dunque, dovrebbe essere il luogo in cui questa memoria evangelica viene custodita e praticata. Se, però, essa assume i modelli del mondo, si trasforma in potere secolare e si comporta come un qualsiasi attore politico, perdendo la propria funzione salvifica. Solo attraverso la rinuncia radicale alla proprietà e al dominio, la comunità cristiana può tornare a essere ciò che era stata all’inizio: una fraternità fondata sulla carità e sulla giustizia.
L’Improbatio ebbe una vasta risonanza, soprattutto tra coloro che si opponevano al potere papale e cercavano una riforma della Chiesa. Il gruppo degli spirituali francescani la accolse con entusiasmo, ma fu soprattutto Guglielmo di Ockham a trarne ispirazione, inserendola nella sua vasta costruzione teorico-politica vòlta a dimostrare che il Papa può cadere in errore e che la Chiesa non è riducibile alla sua gerarchia. L’influenza dell’opera di Francesco si avverte anche in Marsilio da Padova, che, seppur su basi più laiche e aristoteliche, condivise l’idea di un potere ecclesiastico subordinato all’ordine civile. Più in generale, l’Improbatio rappresentò uno dei momenti più alti della riflessione medievale sulla legittimità, perché riuscì a coniugare radicalità evangelica e rigore concettuale. Non è un testo settario o mistico, ma una meditazione lucida e appassionata sulla giustizia, la libertà e la verità.
La filosofia di Francesco della Marca, condensata nell’Improbatio, è, quindi, un esempio raro di coerenza teologica e profondità speculativa. In un’epoca in cui la Chiesa tendeva ad assimilare la propria autorità a quella degli imperi, Francesco affermò con forza che la vera autorità spirituale nasce dalla rinuncia al potere e dalla fedeltà al Vangelo. La sua voce, sebbene marginalizzata dalle istituzioni del tempo, ha lasciato un’eco profonda nel pensiero occidentale, anticipando molte delle istanze che sarebbero venute fuori con la modernità: la distinzione tra Chiesa e Stato, la funzione sociale del diritto, la critica dell’economia come strumento di dominio. In definitiva, Francesco della Marca presentò una visione del cristianesimo come forza liberatrice, capace di trasformare la società non attraverso il potere ma attraverso la testimonianza.

 

 

 

 

Il nominalismo estremo di Roscellino di Compiègne

La sfida alla metafisica medievale e la disputa sugli universali

 

 

Stamane mi sono ritrovato a ripensare ai miei anni di liceo, quando la mia passione per la storia e la filosofia medievale mi portò a realizzare una delle prime ricerche che ricordi: quella sulla disputa sugli universali, ovviamente andata perduta. Anche se allora, forse, non ne comprendevo appieno la complessità, quel lavoro fu una tappa importante della mia formazione (lo riproposi, all’Università, all’esame di Filosofia Teoretica). Ripensarci oggi mi ha fatto scrivere questo articolo, in nome di quella curiosità giovanile che ancora, in qualche modo, continua ad accompagnarmi e, soprattutto, a tenermi vivo!

 

 

Roscellino di Compiègne (1050-1125) è considerato il padre del nominalismo estremo medievale, una posizione filosofica che ha avuto un impatto profondo sul dibattito scolastico sugli universali. La sua tesi radicale, che riduceva gli universali a meri segni linguistici privi di qualsiasi esistenza reale o concettuale autonoma, segnò una frattura significativa rispetto al realismo predominante dell’epoca. Tuttavia, le sue idee non rimasero incontestate: filosofi come Anselmo d’Aosta e Pietro Abelardo criticarono aspramente il suo pensiero, contribuendo così a definire le future direzioni della filosofia scolastica.
Nel Medioevo, il problema degli universali rappresentava uno dei principali centri di riflessione filosofica e teologica. La questione ruotava attorno al significato e alla natura dei concetti generali: esistono davvero entità come “umanità” o “giustizia” al di fuori della mente umana e delle cose particolari, oppure questi concetti sono semplici costruzioni linguistiche?
Il dibattito filosofico si articolò principalmente attorno a tre scuole di pensiero. Il realismo, ispirato alla tradizione platonica e ripreso da pensatori come Anselmo d’Aosta, sosteneva l’esistenza reale degli universali, indipendentemente dagli oggetti particolari. Secondo questa visione, i concetti generali hanno una realtà oggettiva che trascende l’esperienza sensibile, rappresentando archetipi eterni che si riflettono nelle cose particolari. In contrapposizione al realismo si sviluppò il nominalismo, che nella sua versione estrema proposta da Roscellino di Compiègne negava qualsiasi esistenza autonoma agli universali. Secondo questa prospettiva, i concetti generali non sono altro che nomi, semplici strumenti linguistici utilizzati dall’uomo per classificare e ordinare il mondo. Roscellino spinse questa posizione ai suoi limiti estremi, sostenendo che gli universali non hanno alcuna realtà né esterna né mentale, riducendoli a un semplice flatus vocis, un “soffio di voce”, privo di sostanza ontologica. A metà strada tra queste due visioni si collocò infine il concettualismo, che sarà sviluppato in seguito da Pietro Abelardo. Questo approccio cercò di mediare tra il realismo e il nominalismo, riconoscendo agli universali un’esistenza mentale, come concetti che nascono dall’elaborazione razionale dell’esperienza sensibile, pur negando loro una realtà autonoma al di fuori della mente.

Roscellino, spingendo il nominalismo ai suoi limiti più estremi, sostenne che solo gli individui concreti possiedono una reale esistenza. Gli universali, secondo la sua visione, non sono altro che etichette linguistiche create dall’uomo per facilitare la comunicazione. Il termine “umanità”, ad esempio, non designa una realtà oggettiva condivisa da tutti gli uomini, ma è semplicemente un nome usato per raggruppare individui simili sulla base di caratteristiche comuni. Questo concetto non ha alcun fondamento nella realtà esterna, né esiste come idea indipendente nella mente.
Roscellino riassume questa concezione con la celebre espressione flatus vocis. Il linguaggio, secondo questa prospettiva, non riflette alcuna struttura profonda della realtà, ma è uno strumento convenzionale inventato dagli uomini per semplificare la comunicazione.
Le conseguenze di questa posizione non si limitarono al piano puramente filosofico, ma ebbero anche rilevanti implicazioni teologiche. Roscellino applicò la sua concezione nominalista anche alla dottrina della Trinità, sostenendo che le tre Persone divine – il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – non condividono un’unica sostanza reale, ma sono tre entità distinte, unite solo da un legame morale e non da un’essenza comune. Questa interpretazione fu percepita come una minaccia per la dottrina cristiana tradizionale, poiché sembrava sfociare nel triteismo, ovvero la concezione di tre dèi separati, in contrasto con il principio monoteistico fondamentale del cristianesimo.
Il pensiero di Roscellino fu condannato nel Concilio di Soissons del 1092-1093, che dichiarò eretica la sua visione della Trinità. Fu costretto ad abiurare le sue tesi, ma le sue idee continuarono a circolare e a influenzare il dibattito filosofico e teologico successivo.
Uno dei primi e più autorevoli critici del pensiero di Roscellino fu Anselmo d’Aosta (1033-1109), filosofo, teologo e arcivescovo di Canterbury, considerato uno dei maggiori esponenti del realismo medievale. Anselmo si oppose con forza al nominalismo estremo di Roscellino, sia sul piano filosofico sia su quello teologico. Dal punto di vista filosofico, Anselmo riteneva che negare l’esistenza reale degli universali compromettesse la capacità della ragione umana di cogliere l’ordine oggettivo del creato. Egli sosteneva che gli universali esistono nella mente divina come archetipi eterni e immutabili delle realtà particolari. L’intelligenza umana, attraverso l’astrazione, è in grado di partecipare a queste forme universali, rendendo possibile la conoscenza scientifica e filosofica. Negare l’esistenza di questi archetipi, come faceva Roscellino, significava ridurre la conoscenza a una mera convenzione linguistica, privandola di ogni fondamento oggettivo.
Sul piano teologico, la critica di Anselmo fu ancora più dura. La dottrina della Trinità, secondo la tradizione cristiana, afferma che le tre Persone divine condividono un’unica sostanza, pur mantenendo la loro distinzione personale. La posizione di Roscellino, che separava radicalmente le tre Persone attribuendo loro una sostanza distinta, minava alla base il dogma cristiano e conduceva a una forma di politeismo implicito. Anselmo, nella sua opera De fide Trinitatis, difese l’unità della sostanza divina, sostenendo che la distinzione tra le Persone non implica una molteplicità di sostanze, ma riguarda soltanto le relazioni interne alla divinità.
Anselmo sottolineò inoltre come la logica del nominalismo estremo conducesse a un impoverimento del pensiero teologico, riducendo la complessità della dottrina cristiana a schemi semplificati e inadeguati per esprimere il mistero divino.

Un altro importante critico di Roscellino fu Pietro Abelardo (1079-1142), filosofo, logico e teologo francese, considerato uno dei pensatori più brillanti della scolastica medievale. Abelardo, che inizialmente fu allievo di Roscellino, si distaccò progressivamente dalle sue posizioni, elaborando una teoria più complessa e sfumata degli universali. Nella sua opera Logica Ingredientibus, propose una soluzione intermedia tra il realismo e il nominalismo, che sarà successivamente definita concettualismo. Secondo Abelardo, gli universali non esistono come entità autonome nella realtà esterna, né sono semplici suoni privi di significato come sosteneva Roscellino. Essi esistono nella mente come concetti astratti, derivati dall’osservazione e dalla riflessione sugli oggetti particolari. In altre parole, l’universale non è una sostanza reale, ma una nozione mentale che consente di raggruppare enti simili e di formulare giudizi generali.
Abelardo criticò Roscellino per la sua eccessiva semplificazione del problema degli universali, accusandolo di minare le basi della logica e della conoscenza scientifica. Se gli universali fossero solo flatus vocis, la possibilità stessa di un sapere universale verrebbe meno, riducendo la logica a una mera pratica linguistica priva di valore cognitivo. Inoltre, Abelardo rigettò l’applicazione del nominalismo alla teologia, sostenendo che, pur essendo le Persone divine distinte, esse partecipano di una medesima essenza, concetto che può essere compreso anche attraverso l’analisi logica dei termini usati nella dottrina cristiana.
Le critiche di Anselmo d’Aosta e Pietro Abelardo contribuirono a marginalizzare il nominalismo estremo di Roscellino, ma il dibattito sugli universali rimase centrale nella scolastica per secoli. Il concettualismo di Abelardo offrì una mediazione più accettabile tra il rigore del realismo e le semplificazioni del nominalismo, consentendo di mantenere una prospettiva razionale sulla conoscenza senza compromettere le esigenze della teologia cristiana.
Tuttavia, le idee di Roscellino non furono del tutto abbandonate. Esse esercitarono una certa influenza su pensatori successivi, come Guglielmo di Ockham (1287-1347), che riprese la critica agli universali, pur adottando una posizione meno radicale e più sistematica. Il nominalismo di Ockham, sebbene differente nelle sue formulazioni, mantenne l’idea fondamentale che gli universali non esistono nella realtà, ma sono costruzioni linguistiche o mentali.
Il nominalismo estremo di Roscellino di Compiègne rappresenta una delle posizioni più radicali emerse nel quadro della filosofia medievale. La sua riduzione degli universali a semplici segni linguistici privi di fondamento ontologico sfidò le concezioni metafisiche dominanti e sollevò questioni fondamentali sul linguaggio, la conoscenza e la realtà.

 

 

 

 

 

Guglielmo di Ockham: il rasoio e il Trecento

 

di 

Mauro Lucaccini

 

 

Alla fine del Duecento si ha una prima affermazione della Signoria legata all’indebolimento del potere imperiale con rafforzamento delle monarchie nazionali ed allo sviluppo delle attività commerciali con l’affermazione di un’aristocrazia borghese: le aspirazioni teocratiche della Chiesa portano allo scontro politico tra Bonifacio VIII e Filippo Il Bello con il parallelo scontro tra…

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Guglielmo di Ockham (1285 – 1347)