Dio è morto… ma cosa resta davvero dopo? Prima ancora di Friedrich Nietzsche, Paul-Henri Thiry d’Holbach aveva già smontato le fondamenta della religione e del pensiero tradizionale. Ma mentre l’Illuminismo credeva di poter sostituire Dio con la ragione, Nietzsche mostrò il lato oscuro di questa svolta: il vuoto, il nichilismo, la crisi dei valori. Queste riflessioni attraversano quella frattura. Non solo filosofia ma una domanda ancora aperta: cosa significa vivere quando non esistono più certezze?
Il rapporto tra il pensiero di Paul-Henri Thiry d’Holbach e quello di Friedrich Nietzsche si fa interessante quando si abbandona l’idea di un’influenza diretta e si adotta, invece, una prospettiva genealogica. Nietzsche non è un “discepolo” di d’Holbach, eppure si muove dentro uno spazio teorico che l’Illuminismo materialista aveva contribuito a costruire. In questo senso, d’Holbach può essere letto come uno degli autori che preparano il terreno per la crisi che Nietzsche avrebbe analizzato con maggiore radicalità.
Per capire meglio questo passaggio, bisogna partire dal progetto filosofico di d’Holbach. Il suo materialismo è un sistema completo che investe ontologia, antropologia e morale. Nel Sistema della natura, egli affermò che l’universo è un insieme di corpi in movimento, regolati da leggi necessarie e immutabili. L’uomo non fa eccezione: i suoi pensieri, le sue emozioni e le sue azioni sono effetti di cause naturali. Questa impostazione eliminò ogni riferimento a una dimensione trascendente e dissolse l’idea di un ordine morale fondato su Dio.
Questa operazione ebbe una portata enorme. Togliere Dio significò smontare l’intera architettura simbolica che aveva sostenuto la cultura europea per secoli. In questo senso, d’Holbach era già dentro quel processo che Nietzsche avrebbe descritto con la formula della “morte di Dio”. Tuttavia, qui viene fuori una prima tensione: d’Holbach non sembrò cogliere fino in fondo le conseguenze di ciò che stava facendo. Egli pensava che, eliminata la religione, fosse possibile sostituirla con una morale naturale, fondata sull’interesse e sulla ricerca della felicità. L’idea era che gli uomini, riconoscendo la propria natura, potessero vivere in modo razionale e armonico.
Nietzsche, invece, vide in questo passaggio un punto critico. Per lui, la “morte di Dio” non apre automaticamente a un nuovo ordine razionale, piuttosto produce un vuoto. I valori tradizionali perdono il loro fondamento e non è affatto scontato che possano essere rimpiazzati da altri altrettanto solidi. Qui si inserisce il tema del nichilismo: non come semplice negazione ma come processo storico in cui i valori si svalutano. Da questo punto di vista, si può dire che d’Holbach rappresenti una fase “ingenua” dell’ateismo moderno, mentre Nietzsche ne delinea la fase “critica”.
Un altro aspetto da approfondire riguarda il modo in cui i due filosofi concepirono la natura. Per d’Holbach, la natura è un sistema ordinato, intelligibile, governato da leggi che la ragione umana può conoscere. C’è una fiducia di fondo nella capacità della scienza e della filosofia di spiegare il reale. Nietzsche ruppe questa immagine. La sua concezione della realtà era più fluida, meno stabilizzata. Non esiste una “natura” intesa come ordine armonico ma un intreccio di forze in lotta. La famosa nozione di volontà di potenza va letta in questo contesto: non come una legge fisica ma come un principio interpretativo che descrive la dinamica fondamentale della vita.
Questa differenza si riflette anche nel modo in cui i due pensarono l’uomo. In d’Holbach, l’essere umano è un ente naturale tra gli altri, determinato da cause che lo precedono. La sua libertà consiste essenzialmente nella conoscenza delle leggi che lo governano: più comprende la necessità, più può orientare il proprio comportamento in modo utile. Nietzsche, invece, mise in crisi questa idea di soggetto unitario e trasparente a sé stesso. L’io non è un centro stabile ma il risultato di una pluralità di impulsi, spesso in conflitto. La coscienza, lungi dall’essere il nucleo dell’identità, è solo una superficie.
Questo portò a una divergenza importante sul piano etico. D’Holbach propose una morale che potremmo definire “naturalistica”: ciò che è buono è ciò che favorisce la conservazione e il benessere dell’individuo e della società. È una morale che mantiene un certo universalismo: in linea di principio, vale per tutti. Nietzsche rifiutò questa impostazione. Non credeva che esistesse una morale valida in generale. Le morali sono espressione di tipi umani diversi, di condizioni di vita differenti. La sua analisi genealogica mostrò come i valori nascessero da esigenze concrete, spesso legate a rapporti di forza. In questo senso, la morale non è qualcosa da fondare razionalmente ma da interpretare e, eventualmente, da superare.
La critica alla religione è un terreno in cui il confronto diventa ancora più sottile. D’Holbach attaccò la religione come errore: un insieme di credenze false che possono essere corrette attraverso l’educazione e la diffusione della conoscenza. Nietzsche, invece, non si limitò a dire che la religione fosse falsa. Si chiese perché gli uomini ne avessero avuto bisogno. La religione, in particolare il cristianesimo, fu interpretata come una risposta a condizioni di sofferenza e di impotenza. In questo senso, ha avuto una funzione storica precisa. Criticarla significa, quindi, anche comprendere le forme di vita che l’hanno prodotta.
Un ulteriore livello di confronto riguarda il rapporto con la tradizione illuminista più ampia, in cui d’Holbach si collocò accanto a figure come Denis Diderot. Nietzsche ebbe un atteggiamento ambivalente verso questo mondo. Da un lato, ne riconobbe il valore liberatorio: l’Illuminismo aveva contribuito a smascherare illusioni e superstizioni. Dall’altro, ne criticò il residuo moralismo e la fiducia eccessiva nella ragione. In alcune opere, Nietzsche si scagliò contro quello che percepiva come un “ottimismo” ingenuo, incapace di fare i conti con la dimensione tragica dell’esistenza. È proprio questa dimensione tragica che segna forse la distanza più profonda tra i due. D’Holbach pensava che la conoscenza della verità potesse rendere l’uomo più felice e più libero. Nietzsche non condivise questa convinzione. La verità può essere destabilizzante, persino distruttiva. Non tutti sono in grado di sostenerla. Da qui nacque la sua attenzione per la creazione di nuovi valori e per la figura di un individuo capace di vivere senza appoggi metafisici.
In conclusione, approfondendo il confronto, affiora con maggiore chiarezza che d’Holbach e Nietzsche appartengono a due momenti diversi di uno stesso processo storico. Il primo contribuì a demolire l’ordine tradizionale, confidando nella possibilità di sostituirlo con un sistema razionale. Il secondo prese atto che questa sostituzione non fosse affatto garantita e che la crisi aperta dall’ateismo moderno fosse molto più radicale. In questo senso, Nietzsche non fu semplicemente oltre d’Holbach: fu anche colui che ne rivelò i limiti, mostrando che la liberazione dalle illusioni religiose non coincidesse automaticamente con la costruzione di un nuovo senso condiviso.
